La spaventosa paura di Epiphanie Frayeur

3 Apr

Dopo L’uomo montagna in cui affrontava il tema della morte, Séverine Gauthier si cimenta con quello delle paure che attanagliano, bloccano e distruggono. Regala al suo personaggio uno splendido accostamento nel nome di epifania e di terrore/attacco di panico, che può passare inosservato al lettore che non mastica il francese, mentre Clément Lefèvre sceglie, per le scene più buie, sfumate di verde che ben dicono l’atmosfera.

Epiphanie ha otto anni e mezzo, la stessa età della sua paura, che la segue come un’ombra e che nel tempo è cresciuta ben più di lei: è cresciuta al punto da essere quasi indipendente, dal scegliere autonomamente di far paura a chiunque si avvicini. Quando la ragazzina decide di liberarsene, o per lo meno di addomesticarla, si imbarca in un’avventura che la conduce su sentieri tortuosi e le fa incontrare persone che avranno un ruolo importante nel tenderle la mano nonostante sembrino impotenti anche loro davanti alla nera creatura che l’accompagna. Ecco una guida che ha perso aderenza al terreno e serietà, il dottor Psyche, un eclettico parrucchiere, un domatore di circo, una chiromante, un cavaliere senza macchia né paura dalle sembianze donchisciottesche. Nel viaggio Epiphanie prende coscienza del desiderio di essere libera, della volontà di recidere il legame con la paura e di non avere timore. La paura, reciso il filo che le lega, si fa piccina, quasi un animale da compagnia, ed è significativo che sia Epiphanie a prenderla per mano e a portarla verso il tramonto, proprio dove il cavaliere dice che devono essere portate le donzelle in ambasce.

Ricco di giochi di parole e sfumature di significato che vengono ben mantenuti nella traduzione italiana, il libro è finalista al Premio Andersen 2018 nella categoria “miglio libro a fumetti” e regala al lettore anche un gioco dell’oca finale con cui intrattenersi ancora nella storia.

Gauthier – Lefèvre, La spaventosa paura di Epiphanie Frayeur (trad. di Stefano Andrea Cresti), Tunué 2018, 96 p., euro 17

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La mia rivoluzione

29 Mar

la mia rivoluzioneRaccontare di un momento storico preciso senza essere didascalici e mettendoci passione non è da tutti: Katherine Paterson mette la sua bravura di autrice nel dar voce a Lora, tredicenne cubana che nel 1961 – all’indomani del trionfo di Fidel Castro – aderisce alla campagna di alfabetizzazione lanciata dal governo, dandosi volontaria per andare a vivere presso una famiglia nelle zone più remote del Paese e insegnare a leggere e scrivere. Il romanzo percorre le difficoltà della ragazzina ad ottenere il permesso della famiglia e le regala una nonna che capisce il suo entusiasmo e ne condivide la volontà di mettersi in gioco e al servizio della causa, pur rimanendo conscia delle difficoltà. Poi la segue nel cammino l’addestramento, l’arrivo tra le montagne, l’annusarsi con la famiglia assegnata, il guadagnare la loro fiducia e quella dei vicini molto più refrattari alla possibilità. Eppure la possibilità di scrivere il proprio nome, di firmare per esteso, di poterlo leggere (e sentirsi davvero se stessi) è una conquista che affascina tutti: il potere della parola, del saper leggere e del sapere scrivere diventa la forza per riuscire a superare gli ostacoli e le difficoltà oggettive. Nei nove mesi passati tra i brigadistas, in una casa senza luce elettrica, condividendo il lavoro dei campi e la paura per gli assalti e le violenze, Lora matura una coscienza sociale che la segna per sempre e acquisisce un modo diverso di guardare agli altri e alle sfide che la vita propone, come alle possibilità anche piccole di cambiare un pezzo di mondo.

La capacità dell’autrice sta nel calarsi perfettamente nei panni della ragazzina, senza dimenticare la parte negativa del regime castrista, ma raccontando comunque- attraverso Lora – l’entusiasmo, che fu di molti, di contribuire a rendere Cuba una nazione libera dall’analfabetismo.

Al fondo, un’intervento dell’autrice che spiega come è nato il desiderio di scrivere proprio degli insegnanti volontari cubani del 1961 e un’appendice che ricorda brevemente, per date, i momenti più importanti della storia di Cuba dalla preistoria ad oggi.

La pubblicazione di questo libro avviene grazie anche ad Alir Associazione Librerie Indipendenti che l’ha proposto a Mondadori, nell’ottica di un dialogo più stretto e significativo che ha scelto di portare avanti con gli editori. Il testo è stato scelto perché “quella di Lora e di tutti i brigadistas cubani, è un’esperienza esemplare per i ragazzi, per gli adulti e per tutti coloro che credono che la scrittura, la lettura e i libri possano essere strumenti essenziali per la formazione dei cittadini e motore di grande rivoluzione”.

L’illustrazione di copertina è di Rafael López.

Katherine Paterson, La mia rivoluzione (trad. di Alessandra Valtieri), Mondadori 2018, 167 p., euro 16, ebook euro 8,99

La bilancia dei Balek

28 Mar

Non è così semplice, i bibliotecari lo sanno, far uscire in prestito i libri della collana Pulci nell’orecchio di Orecchio Acerbo illustrata da Fabian Negrin. La si può prendere come una sfida allora, visto che sono sovente chicche di grandi autori classici che ritraggono l’infanzia in racconti brevi. E si può puntare su quanto incuriosiscono caratteristiche che a prima vista possono sembrare svantaggiose, ma non lo sono: formato piccolo (libri da mettere in vista, affinché non si perdano tra gli scaffali), una copertina su cui campeggia la sola illustrazione mentre le informazioni base sono in quarta, una misura “veloce” che ben si adatta alla lettura ad alta voce.

Si presta appunto ad essere condiviso in lettura il racconto di Böll in cui si dice di un villaggio in cui si vive di gramolatura del lino, dove il lavoro dei bambini è andare nei boschi a raccogliere erbe, funghi, timo e fiori da fieno, e dove la sola bilancia  per pesarli e per calcolare la ricompensa è quella dei Balek, che detta legge sul peso. Arriva l’anno 1900, il Kaiser fa nobili i Balek che per festeggiare regalano ad ogni famiglia del villaggio un pacco da centoventicinque grammi di caffè. Incaricato di ritirarne quattro, il protagonista scopre l’inganno della bilancia, facendosi chilometri a piedi prima di arrivare dal farmacista di una cittadina, unico possessore di un’altra bilancia. Certo della scoperta, il ragazzo denuncia l’inganno, il villaggio si ribella, pagando col sangue e tramandando poi la storia della giustizia a cui mancava un decimo.

Heinrich Böll ill- Fabian Negrin, La bilancia dei Balek (trad. di Lea Ritter Santini), Orecchio Acerbo 2018, 40 p., euro 8,50

Capriole sotto il temporale

26 Mar

Ancora una volta Katherine Rundell costruisce per il lettore un personaggio femminile che cattura, che lascia il segno e che non passerà. Dopo Sophie e Feo, ecco Wilhelmina detta Will, che vive felice e spensierata in Zimbabwe, andandosene libera per il bush in compagnia di un cavallo e di una scimmia e dei ragazzi che lavorano nella fattoria del capitano Browne, di cui il padre è il fattore. Will è una ragazzina molto amata (ce lo dice il fatto che ha tanti soprannomi e nomignoli, come Scintilla e Saltarupe ad esempio), che è cresciuta libera di muoversi, di sperimentare, di uscire il mattino di casa e tornarci la sera impolverata come piace a lei. Il suo mondo è fatto di fischi che possono esprimere tutta la gamma delle emozioni, di polvere e pioggia che significano fango (“il fango è pieno di possibilità”), della meraviglia della natura in cui è immersa. È un mondo prevalentemente maschile: il padre, il capitano, i ragazzi della fattoria; un mondo in cui non manca nulla, un mondo di cui, in qualche modo, è regina: lei così esuberante, testarda, selvaggia, onesta e sincera. Quando una donna entra nel suo mondo lo fa nel peggiore dei modi: è una giovane vedova che mira a sposare il capitano, e ci riuscirà, segnando per sempre – dopo la morte del padre – la vita di Will che viene spedita in un collegio in Inghilterra. Will non è mai andata a scuola, non conosce maglioni, regole, imposizioni e cieli grigi e la rabbia e la tristezza che sente la spingono a scappare,  vagare per lo zoo, a nascondersi nel garage di un nuovo improvviso amico. Qui compare un altro personaggio, un cammeo imperdibile: la terribile nonna del ragazzo, che si rivela ben diversa da come sembra: crede nell’ascoltare le storie degli altri e nell’importanza di accorgersi delle cose; sa del coraggio, della forza e della pazienza che la vita richiede. Sa che il sorriso di Will può scavare buchi nel ghiaccio: appartiene a una ragazzina straordinaria che saprà tornare a far danzare la propria vita.

Ancora una volta l’autrice si dimostra capace di una scrittura alta e poetica, questa volta dividendo in due parti la storia, entrambe assolutamente credibili ed entrambe alla stessa altezza: quella africana e quella inglese, quella solare e quella grigia, quella felice e quella ombrosa in cui però si intravede comunque il diradarsi delle nubi, in un finale che è giusto così e che riesce a essere coerente fino in fondo.

Questo è il romanzo d’esordio di Katherine Rundell, ambientato appunto in Zimbabwe, dove lei stessa è cresciuta: ha messo nella storia di Will un po’ del suo vissuto, della libertà del periodo africano e del dramma che ha vissuto quando, a quattordici anni, la sua famiglia si è trasferita in Belgio. Qui racconta della sua vita e della sua scrittura.

Katherine Rundell, Capriole sotto la pioggia (trad. di Mara Pace), Rizzoli 2018, 267 p., euro 15

L’arcobaleno del tempo

23 Mar

In questi giorni Jimmy Liao è in Italia e i lettori hanno diverse occasioni di incontrarlo nei vari incontri organizzati dai suoi editori. Arriva insieme a lui un nuovo libro che ne ripropone la magia e la capacità poetica di riflettere sulla vita, su tutto l’arco della vita. Questa volta lo fa attraverso il cinema: la protagonista infatti ha sempre considerato il cinema come un rifugio, una casa, un luogo dove rispecchiarsi e trovare risposte. La speranza segreta, sottesa per anni e ad ogni proiezione, è di ritrovare la madre, cinefila appassionata, che ha abbandonato la famiglia quando lei era piccola. Quando sono tristi e sentono la mancanza, il padre propone di andare a vedersi un film e la sala cinematografica diventa allora riparo, conforto e nido di speranza di incontrarla.

Il cinema diventa così una costante nella vita della protagonista di cui Liao mostra la crescita, le amicizie, gli amori, le gioie e le delusioni. La costante è sempre e comunque il potere del racconto fatto su grande schermo, mentre la costante per il lettore è ritrovare la forma narrativa di Liao: le sue immagini grandi ed evocative, oniriche a tratti, accompagnate da testi brevi, essenziali e pieni di poesia.  Come raccontò qualche anno fa quando lo intervistai a Cagliari per la rivista Andersen, la scelta di questo formato è dettata dal desiderio che il maggior numero di persone possibile possa leggere i suoi libri, quindi non solo i bambini, ma anche i ragazzi e gli adulti: “Ho di proposito adottato delle modalità differenti dai libri solo destinati ai bambini, aumentando il numero delle pagine, riducendo il formato, facendo in modo che all’aspetto apparissero come libri normali, e non come libri per bambini dal formato enorme, con caratteri grandi e pochissime pagine”. Arriva così a tutti la forza del messaggio e un coinvolgimento che sempre i libri di Liao suscitano: in uno solo o in molti aspetti dei protagonisti, il lettore si riconosce, si sente parte, si vede sulla pagina.

Questa volta poi c’è un gioco da fare: riconoscere i film che vengono citati proprio nelle illustrazioni, come nei manifesti e nei particolari che compaiono nelle pagine. Al fondo c’è un elenco che vi aiuta, ma il bello sta nel provarci e nel prendere questo libro anche come occasione per far scoprire Liao a qualche appassionato di cinema che magari non lo ha ancora scoperto.

Jimmy Liao, L’arcobaleno del tempo (trad. di Silvia Torchio), Terre di Mezzo 2018, 168 p., euro 18

Ragazze con i numeri

22 Mar

Editoriale Scienza, che da tempo si occupa del ruolo della donna nella scienza grazie alla fortunata collana Donne nella scienza, manda in libreria un azzeccato volume che parla di quindici scienziate di epoche e interessi diversi, per farne scoprire la storia e la passione.

Il testo è costruito in modo che la vita di ciascuna venga raccontata in prima persona, focalizzandosi su un momento o un episodio particolare, a cui si affianca una pagina finale che ne ripercorre le tappe per date fondamentali e riassume in pochi, chiari punti perché la si può considerare una figura fondamentale per la scienza. Si parla di matematica, vulcanologia, ecologia, botanica; si passa dal Premio Nobel al mancato riconoscimento; si va nello spazio o si torna indietro al Settecento. Non c’è un andamento cronologico, ma il semplice racconto di esperienza da cui traspare principalmente la passione, insieme al sostegno che queste persona hanno avuto, e si dice delle difficoltà, delle incomprensioni, delle delusioni, anche. La scelta grafica di Giulia Sagramola, che gioca coi toni del rosso e del blu, arricchisce indubbiamente il volume e cattura l’occhio del lettore  che sarà incuriosito senz’altro anche dalla scelta che è stata fatta: le figure presentate infatti vanno da nomi noti come Rita Levi Montalcini ad altri che sicuramente non sono conosciuti ma che meritano: con Laura Conti si parla di Seveso e diossina; con Wangari Maathai si va in Kenia e si dice dell’importanza di piantare alberi; con Maria Sibylla Merian si parla dell’importanza del disegno e del disegno dal vero. Ed è bello trovare figure come Maryam Mirzakhani e Katia Krafft, scienzate vicine nel tempo, al cui coraggio la scienza deve davvero molto.

Un volume di questo tipo non poteva che venire da Editoriale Scienza che, come poi Sinnos, ha da tempo cominciato a presentare figure femminili che hanno segnato la storia, molto prima che diventasse una tendenza dell’editoria per ragazzi a cui molti poi si sono accodati, non sempre con esiti così apprezzabili. Le scelte di forma, di formato e di grafica danno come risultato un testo davvero piacevole da leggere e da presentare, per il valore scientifico che viene sottolineato, prima ancora che per il fatto che siano storie al femminile. Sono davvero convinta infatti che diventeremo “grandi” quando sapremo presentare ai lettori testi che raccontino delle scelte, del coraggio, della passione che hanno mosso molte persone riuscite in imprese che parevano impossibili e che – magari nel silenzio – hanno raggiunto conquiste importanti per tutti; testi che saranno accomunati appunto dalla passione che ci hanno messo, dagli argomenti che hanno toccato donne e uomini di cui, senza distinzione di sesso, verranno raccontate le vite.

Vichi De Marchi – Roberta Fulci – ill. Giulia Sagramola, Ragazze con i numeri. Storie, passioni e sogni di 15 scienziate, Editoriale Scienza 2018, 201 p., euro 18,90

Olla scappa di casa

20 Mar

Abbiamo un debole per le protagoniste ragazzine, scanzonate e disarmanti che dicono le cose come stanno e, mentre ti fanno ridere da morire, ti svolgono davanti agli occhi la vita tutta intera. A Ida B., Lena, Penelope Pepperwood, Polleke, Olivia e tutta la banda vanno ad aggiungersi adesso due tipe niente male che – guarda caso – vengono pure loro dal Nord Europa. Non è mica un caso, in realtà, ma una semplice conferma di come gli autori nordici sappiano andare spesso dritti al punto, con la giusta ironia e con quel pizzico di poesia che sta negli occhi e nelle definizioni dei più piccoli. Inguun Thon costruisce una narrazione in cui il lettore sa benissimo cosa sta succedendo, capisce i meccanismi delle situazioni e le ragioni dei grandi, ma in cui il punto di vista è sempre e comunque quello della protagonista: la rabbia, le reazioni improvvise, la spensieratezza e la paura, tutto è visto ad altezza di Olla, dieci anni.

Olla è un’inventrice, sa creare un congegno spazzola-denti partendo da un frullino ed è la felice proprietaria di un ombrello luminoso, utilissimo per leggere la notte sotto le coperte. Vive con la sua mamma, il fratellino di cinque mesi (troppo piccolo per essere una persona intera) e il padre di quest’ultimo, che lei reputa noioso e ficcanaso. Soprattutto Olla ha un’amica del cuore con cui è cresciuta, l’impareggiabile Grego, coraggiosissima e sempre pronta all’avventura, mentre lei non riesce manco a dormire con la porta chiusa. Nello spazio di qualche mese, il romanzo racconta le loro peripezie: sfidando un divieto, scoprono nel bosco una casa abitata da una donna bizzarra che passa il tempo a raccogliere la posta che non arriva a destinazione e a catalogarla. Tra quei faldoni pieni di storie, Olla scopre delle cartoline destinate a lei: le ha scritte il padre, mai conosciuto e di cui nessuno parla, e vengono da ogni angolo del mondo. E visto che a casa si sente esclusa, che la sua mamma non è più tutta per lei, che fervono i preparativi di un matrimonio, la ragazzina si mette in testa di raggiungere il babbo e di abbandonare tutti quelli che non si interessano più a lei, amica compresa.

Come già dicevamo, la narrazione scorre veloce con picchi esilaranti che vi faranno ridere e ridere ancora, a volte un po’ amaramente, a volte di cuore. Olla e Grego sono personaggi a cui ci si affeziona, anche perché le loro avventure sono talmente inserite nella quotidianità che sembra siano giusto lì, nel giardino accanto, o che sfreccino fuori dalla porta sul loro trabiccolo.

Inguun Thon, Olla scappa di casa (trad. di Alice Tonzig), Feltrinelli kids 2018, 192 p., euro 13, ebook euro 8,99

Ninna nanna di stoffa

18 Mar

Quando Louise Bourgeois raccontava della sua arte, non perdeva mai occasione di sottolineare come tutto avesse preso spunto dalla sua infanzia. Eccola allora l’infanzia dell’arista, raccontata attraverso un albo illustrato premiato lo scorso anno alla Fiera di Bologna come miglior libro d’arte, che narra attraverso un testo scritto in stampatello maiuscolo, ma soprattutto attraverso le illustrazioni di Isabelle Arsenault di cui ormai i lettori italiani hanno imparata a riconoscere il tratto.

Si racconta dell’infanzia tra Choisy-Le-Roy e Antony, nella valle della Marna, e della famiglia della madre, da generazioni restauratori di arazzi. Si parla di intrecci, di stoffe, di ricami e di riparazioni di storie sfrangiate e poi di Parigi e dell’università dove Louise studia matematica. Si parla della madre, che diventerà centrale nella sua arte con le grandi sculture di ragni chiamate Maman e di come tutto sia ricondotto a quel lavoro di riparare le cose rotte: gli arazzi da un lato, la tela del ragno dell’altro. E di come tutto – la magia, il mistero e il dramma dell’infanzia – torni appunto nell’arte.

L’albo diventa allora un modo per presentare quest’artista anche ai più piccoli, per cominciare un lavoro di approccio e analisi della sua opera, del suo modo di procedere, del suo modo di riflettere in essa tutta se stessa, e insieme un modo per chiedersi come si diventa ciò che si è, come i pezzi d’infanzia si riflettano sugli adulti che si diventa. Un albo intimo e intimista che evoca gli strappi e le ricuciture, le gioie e le lacrime che hanno forgiato la personalità dell’artista, i cui colori sempre presenti nell’opera – il rosso, il blu, il rosa – vengono giustamente ripresi e riproposti da Arsenault.

Amy Novesky – Isabelle Arsenault, Ninnananna di stoffa. La vita tessuta di Louise Bourgeois (trad. di Chandra L. Candiani), Mondadori 2018, 40 p., euro 16

Storia di Fiordaliso

15 Mar

Frescura e Tomatis si confermano ancora una volta capaci a tessere storie che sono intrise di storia, non solo come fondo su cui si muovono i personaggi, ma prendendo a prestito figure reali, da episodi storici realmente accaduti. In questo caso la figura principale viene dritta dalla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Berlino del 1936, la bambina che porge a Hitler un mazzo di fiordalisi, immortalata in Olympia, il lungo documentario girato da Leni Riefensthal. Gli autori immaginano che si chiami Ester, sia una giovane campionessa di ginnastica ritmica, la cui allenatrice è una donna piena di passione per lo sport. Attraverso la vicenda di Ester, una mishling, figlia di padre ebreo e mamma ariana, e della sua squadra si dipana una narrazione che ha il merito di affrescare la vita quotidiana in Germania tra la metà degli anni trenta e gli anni Quaranta. Attraverso la sua figura, quella dell’amica Brigit, dell’insegnante Linzie e del suo innamorato Julius si parla della persecuzione degli ebrei, della Notte dei Cristalli, delle difficoltà per ottenere documenti per emigrare, ma anche del piano di eliminazione di bambini come mongoloidi come il fratellino di Brigit o ancora del progetto Lebernsborn per generare neonati ariani perfetti da allevare germanizzati e indottrinati.

La finzione a cui i protagonisti sono costretti diventa una farsa grottesca da proiettare sul grande schermo; proprio la regista Riefensthal decide infatti di girare un documentario sulla vita quotidiana della perfetta famiglia ariana, scegliendo come protagonista quella che ormai pare una famiglia: Linzie e Julius, che ha cambiato il nome in Otto, Ester e Brigit vivono in un villaggio modello costruito a Stoccarda dai nazisti. Linzie insegna ginnastica, Julius lavora come autista e le bambine vanno a scuola e frequentano la Lega delle ragazze tedesche dove inneggiano a Hitler e omaggiano la bandiera con la svastica. La finzione non può ovviamente durare per sempre; il tentativo di fuga e il finale salvifico, per quanto amaro, permette ancora una volta di seguire le possibilità diverse che l’emigrazione e il dopoguerra potevano offrire.

L’immagine di copertina è di Sonia Maria Luce Possentini.

Loredana Frescura – Marco Tomatis, Storia di Fiordaliso, Giunti 2018, 183 p., euro 12

Uno come Antonio

13 Mar

Basterebbe l’incipit a dare il senso dell’albo. ” Antonio è molto più di quel che sembra. Certo, a vederlo così, senza niente intorno, è un bambino e basta”. Il testo poi va a descriverne caratteristiche e comportamenti a seconda di come lo si guarda e delle persone con cui si trova: Antonio è figlio, nipote di nonni e di zii, fratello, cugino, amico, cittadino, due volte a settimana nuotatore che preferisce perder subito la cuffia così non ci pensa più.

Sulla scorta del sempre affascinante Come funziona la maestra, Susanna Mattiangeli costruisce con la consueta grazia il ritratto di un bambino, definendolo per tutti i diversi ruoli e le diverse parentele che può assumere, arrivando – per bocca dell’amico del cuore – a vederlo semplicemente come Antonio, prisma che riflette ogni postura lui possa assumere e che ne mette in luce la particolarità di singolo, dell’essere proprio quel bambino lì, unico. A questo ritratto Mariachiara Di Giorgio regala la sostanza delle immagini, costruendo una galleria di istantanee che arrivano, in alcuni punti di eccellenza, a dire persino di più del testo, a rivelare nel silenzio pieno di quel che si vede anche ciò che c’è oltre, anche quello – carattere, sogni, modo di essere – che non ha concretezza da disegnare. Alcune pagine, come l’iniziale ritratto di Antonio poggiato a un tronco, come il suo varcare la soglia dell’armadio all’avventura, come il lanciarsi nell’ignoto (ignoto per il lettore, perché lui sa benissimo quel che ha davanti), lo definiscono perfettamente e incantano.

E poi c’è una pagina-prato, quel prato su cui lui si immagina di volare, senza esser più figlio o alunno o cittadino o nessuno: è una pagina verde, ma di tanti verdi diversi, di tante varietà e sfumature e presenze, che segna giusta giusta la bellezza dell’essere ciascuno sé, differente, unico e parte di un tutto.

Susanna Mattiangeli – Mariachiara Di Giorgio, Uno come Antonio, Il Castoro 2018, 28 p., euro 13,50