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Gina cammina

23 Ott

Dalle sue parti chi sapeva “contare le storie” era uno importante, andava per le case e allora arrivavano anche gli altri di parola in parola. 

Le parti son quelle di Gina, grande narratrice di storie per tutta la vita, mamma dell’autrice che qui la ritrae a nove anni, riprendendo un episodio che le ha sentito più e più volte raccontare: di quando la sua mamma la portò dall’appennino emiliano a Firenze per impiegarla come domestica. Si è in piena Seconda guerra mondiale e nel racconto entran di prepotenza i fascisti, i tedeschi, ma anche i partigiani e la Resistenza. Nel segno forte della fumettista, ecco la paura e il coraggio che la vince, la fame, il sangue dei ribelli, l’organino che fa la musica e le parole che contano e che cantano. E poi quei momenti in cui pensi che tutto sia possibile.

Di Antonella Toffolo scrivono e ricordano i Topipittori ogni 21 febbraio in post come questo, a cui non c’è altro da aggiungere. Le siamo debitori di tanta bellezza, a cominciare da quel Il fazzoletto bianco sempre attuale, sempre toccante, sempre caro. Ed è bello, così bello, che questo fumetto, pubblicato per la prima volta nel 2005 da Schizzo Presenta, marchio editoriale del Centro Fumetto Andrea Pazienza, sia tornato e sia qui, con la sua magistrale paginetta in cui l’autrice presenta il suo fumetto e dice della Resistenza quel che è importante rileggere e ridire e che suona importante e urgente oggi più che mai.

Antonella Toffolo, Gina cammina, Topipittori 2018, 72 p., euro 16

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Il trasloco del giardino

20 Set

Che cosa è un giardino? È la pianta in un vaso. La pianta che uno starnuto agita come una tempesta e che “vista da vicino sembra un albero altissimo in mezzo al prato”. È “una forma sbilenca, ritagliata da muretti: un sorbo, un piccolo prato e uno stradino che porta a casa”. È il parco di una maestosa villa nel quale è possibile perdersi. È fatica: un giardino ha bisogno di qualcuno che lo curi e la cura prevede arare, zappare, piantare, potare, innaffiare. E osservare: ogni giorno guardarlo per capirlo perché le piante sanno di cosa hanno bisogno. È piantare alberi da bacche in modo che a tanti uccelli venga voglia di far una visita. È coltivare l’amicizia. Un giardino è bellezza per gli occhi e per l’animo.

Il trasloco del giardino, nuovo titolo della collana di Topipittori PiNOPremio Andersen come Miglior progetto di divulgazione nel 2017 – ci racconta l’incanto e la felicità nel prendersi cura di un giardino. E lo fa – tratto distintivo della collana – intrecciando testo poetico, informazioni scientifiche e illustrazioni. Le pagine poetiche ci raccontano giardini differenti e la ricchezza che ognuno racchiude. I protagonisti della narrazione – al lettore immaginare chi possano essere – scoprono la gioia di partecipare alla vita di un giardino. Ascoltando i loro desideri, traslocano più volte se stessi e le piante alla ricerca del pezzo di terra di cui hanno bisogno. La loro è una ricerca fatta di entusiasmo, passione e sperimentazione. Ogni giardino è accompagnato da approfondimenti tecnici che con un linguaggio chiaro e accessibile insegnano, per esempio, a conoscere i momenti migliori per seminare, a trasportare e a innaffiare una pianta. Le illustrazioni in tecnica mista, dalle linee essenziali e dai pochi colori dialogano e ben si amalgamo con entrambi i testi: partecipano all’incanto delle pagine poetiche e conferiscono ritmo alle pagine più descrittive. Leggere Il trasloco del giardino fa venir voglia di immergersi nel verde, di osservarlo e di provare a prendersene cura.

Il trasloco del giardino è il quarto titolo della collana PiNO. I precedenti sono Sei zampe e poco più (Geena Forrest, 2016), Vagabonde! (Marianna Merisi, 2017) – qui la recensione pubblicata su questo blog – e L’albero (Silvana D’Angelo e Studio Fludd, 2017).

Federico Novaro e Stefano Olivari – ill. Christel Martinod, Il trasloco del giardino. Guida pratico poetica all’invenzione del paesaggio, Topipittori 2018, p. 32, euro 14

Non ero iperattivo, ero svizzero

11 Giu

Conosco Manuel Rossello e Maria Teresa Araya, a cui il libro è dedicato, per via di un coso di aggiornamento che coinvolge ogni anno docenti e bibliotecari di Lugano e dintorni. Un momento di incontro e di confronto molto intenso e molto produttivo, a cui i partecipanti si preparano leggendo per mesi e si dimostrano dei veri appassionati della lettura e della sua promozione.

Non avevo dubbi che questa raccolta di pensieri di bambini incontrati durante gli anni di insegnamento sarebbe stata curata, attenta e sagace. Quel che viene regalto al lettore è una serie di istantanee, di fermi immagine che raccontano le infanzie appena vissute eppure già lontanissime (ben rimarca Paolo Di Stefano, nella sua introduzione, l’uso del passato remoto) a dire di una vita già ben fondata su episodi e ricordi a tratti quasi epici, a volte traumatici, sovente esilanti come le righe che danno titolo al libro.

Si possono leggere come racconti brevi che aprono sipari su interni famigliari, aule scolastiche, momenti traumatici o ridicoli, episodi quasi segreti, sogni e incubi. Nascono da un progetto scolastico sull’autobiografia, affrontato in seconda media, di cui l’autore dà conto nella postfazione, fornendo anche spunti per chi volesse riprendere un’attività di questo tipo. Rossello ne sottolinea l’ironia, dice di come in molte di queste piccole storie buffe si sia sentito di recuperare il tempo e finire dritto nei panni dei suoi alunni, che regalano semi di storie da cui i potrebbero far scaturire narrazioni ben più ampie.

La copertina è di Fulvia Monguzzi.

Manuel Rossello, Non ero iperattivo, ero svizzero, Topipittori 2018, 115 p., euro 10

La festa e altre storie

7 Apr

Sergio Ruzzier prepara per il lettore proprio una festa, come nel titolo del suo nuovo albo illustrato uscito da Topipittori e a giorni disponibile anche da Chronicle Books: un’uscita da festeggiare per il formato, perché dentro ci sono tre brevi storie, perché è un fumetto dedicato ai primi lettori, perché alla descrizione dell’amicizia tra i protagonisti e del loro mondo è sottesa una raffinata ironia che ci fa sperare in prossime avventure della coppia.

Fox e Chick sono ovviamente una volpe e un uccellino, che condividono un mondo fatto di amici – talpe, topi, rane, di avventure e di battibecchi che finiscono sempre con un sorriso. Almeno da una delle due parti. Ci ricordano Lester e Bob, anche se Fox ha per l’amico uno sguardo più bonario e paterno e meno malizioso rispetto a Lester. Si prendono molto sul serio e sovente alla lettera: come quando Chick dà una festa nel bagno dell’amico dopo avergli chiesto il permesso di usarlo o come quando si incaponisce nel spiegargli che le volpi non mangiano carote, ma scoiattoli, cavallette, talpe, persino… uccellini! Inutile dire che alla fine è ben contento che di gustarsi la zuppa di verdure, almeno per quella sera…

Davvero un buon libro da tenere in considerazione sia per i lettori alle prime armi, che si soddisferanno con questa giusta misura e con l’ironia contenuta nelle storie. Sarà poi l’occasione anche, per chi non li conoscesse, per andare a recuperare gli altri titoli in catalogo sempre da Topipittori: Stupido Libro, Due topi, Una lettera per Leo.

Sergio Ruzzier, Fox + Chick.La festa e altre storie, Topipittori 2018, 56 p., euro 15

Rosmarino

27 Dic

C’è un pagina senza testo in questo albo in cui Cneut immagina la passeggiata nel bosco della protagonista come un’avanzare tra varietà differenti di fiori in cui lei si addentra arrivando quasi a confondersi tra loro, grazie al colore del suo vestito e nello stesso tempo spicca in qualche modo, decisa come il suo carattere. Rosmarino è una fata che vive come tutte le fate in un castello dalle torri dorate, dove tutte indossano abiti sui toni del rosso e del rosa e cappelli a punta e seguono regole ben precise di super buona educazione (niente briciole, niente schizzi, niente pattini a rotelle). Rosmarino non ci sta e decide di essere strega; nonostante gli avvertimenti della mamma, parte per il bosco delle streghe e ci si trova benissimo. sono gentili, le insegnano un sacco di trucchi e le prestano pure i pattini. E mica si annoia, come la mamma nel suo castello; del resto lei è Rosmarino e basta: un giorno mette il cappello tondo e un altro quello a cono; un giorno fa visita al castello, un altro un giro in barca. Non è tutta nera come le streghe né tutta leziosa come le altre fate: è se stessa e basta.

Un albo per pensare alla libertà di fare le cose che ci si sente di fare, per affermare se stessi.

Brigitte Minne – Carl Cneutt – adattamento di Giovanna Zoboli, Rosmarino, Topipittori 2017, 48 p., euro 24

Questa notte ha nevicato

16 Nov

Questa-notte-ha-nevicatoQualche notte fa ha nevicato. Ben prima che la neve arrivasse su Bologna e si prendesse i titoli del telegiornale, qui ha nevicato. Per parecchie notti e appena a ridosso dei giorni vissuti con la paura degli incendi. Ha nevicato così tanto che la stagione dello sci è felicemente cominciata in anticipo laddove tutti, fino a una manciata di giorni prima, lamentavano la grande siccità.

Ha nevicato anche in questo libro di Ninamasina che, con un delicato accostamento di fotografie e illustrazioni, racconta l’incanto della città che si sveglia ammantata, tutti i rumori attutiti, gran parte delle forme nascoste e azzerate dal bianco che uniforma, una sorta di immobilismo magico, quasi un incantesimo calato sull’intorno. La voce è quella di una bambina che deve andare a scuola, a piedi ovvio, e vive la scoperta del nuovo paesaggio, tra il reale e l’immaginario: ecco le impronte e poi lupi e guardiani di neve e cose di tutti i giorni improvvisamente trasformate, a cui da re nuovo significato. Una passeggiata dell’immaginazione, che va e galoppa, mentre gli stivali lasciano tracce che una nuova neve cancellerà presto.

L’autrice racconta qui com’è nato questo libro e come ha preso forma. Se poi avete voglia di dare un’occhiata a quel che Ninamasina fa, potete – tra gli altri – sbirciare qua e . E qui e .

Ninamasina, Questa notte ha nevicato, Topipittori 2017, 64 p., euro 18

Il campanellino d’argento

14 Set

C’è un pezzo di me che è fatto di Sardegna, ereditato per “affetto di terra” dai miei genitori, e che si sposa perfettamente con la terra occitana e con le Alpi che si fanno mare tra Piemonte, Liguria e Francia che ho avuto in dono alla nascita. E forse spiega anche il rapporto profondo che ho con le isole e l’isolanità (qualcuno direbbe anche con l’isolamento). E nella mia Sardegna c’è Maria Lai: a chi non conosce a fondo la sua storia e la sua opera, forse tornano comunque le fiabe intrecciate o le storie cucite, oggetti dove la trama della narrazione si fa trama fisica di fili, ricami, punti che legano. Io ho con lei un debito di vita legato alla strada delle capre cucite, un po’ per le capre, un po’ per quel 1992 in cui ha creato quest’opera.

Le capre – e finalmente esco dal personalismo e vado al dunque – sono stati animali molto amati dall’artista che si definiva “bambina antichissima” ed ecco che una capretta è protagonista di questa storia, ripresa da una leggenda tradizionale sarda, raccontata a Maria da Salvatore Cambosu e da lei riscritta con un finale diverso. Racconta di un pastore e della sua capretta magica, del ritrovamento di un immenso tesoro da cui i due prelevano solo un campanello d’argento che li rende liberi – l’animale di allontanarsi tranquillo, il ragazzo di disegnare e perdersi nel paesaggi senza tener gli occhi fissi sulla bestiola – e poi del ripensamento. Il pensiero di potersi far ricco spinge il pastore a sogni di stanze e castelli, a minacciare la capra se non ritroverà il tesoro e infine a perderla. Ma Maria Lai fa fare un passo in più alla storia, ricorda al pastore la sua ansia di infinito, il gusto degli spazi e della libertà, dà un ritmo ritrovato al suo cuore e fa nascere musica.

È magia la narrazione ed è magia la serie di illustrazioni che Gioia Marchegiani con maestria le cuce addosso, restituendo al lettore non solo i personaggi della storia, ma la natura tutta dell’isola e la sua cultura: il vento, i sassi, le salite, i cardellini e l’elicriso, i telai e le maschere tipiche del Carnevale sardo. Sono le ombre e i tratti  a farsi materia e a dare il senso del tempo, il ritmo della donna che munge e del’uomo che ara, il soffio del vento… c’è un’immagine spettacolare – un peccato forse che sia “rotta” dalla piega della rilegatura – dove un albero scosso dal vento si fa volto e capigliatura intrisa di brezza o forse il contrario. C’è il nero del baratro nel ritrovamento del tesoro che fa da contrappeso alla “grande luce” di cui parla il testo. C’è l’intreccio, semplice e così efficace, del pastore e della sua capra, quando il cuore del primo ritrova l’accordo col suono del campanello.

Se poi vi va di camminare nei luoghi e nelle opere di Maria Lai, andate alla Stazione dell’arte, a Ulassai, e ditevi che un museo su di lei, sul suo modo di concepire i legami e il legame dell’arte col paesaggio non poteva certo avere forma migliore di questa.

Maria Lai – Gioia Marchegiani, Il campanellino d’argento, Topipittori 2017, 64 p., euro 16

Vagabonde

5 Mag

Vagabonde Libro che fin dal titolo è un invito all’avventura. Vaga-bonde, piccola guida pratica per esploratori botanici, si rivolge ai bambini con suggestioni tra scienza e storia, con l’interesse per la conoscenza a fare da filo conduttore.

L’albo si propone di indagare le piante pioniere, comunemente definite “erbacce” che crescono ai margini degli ambienti urbani, insinuandosi, poco apprezzate, tra crepe e fessure, anche in luoghi poco ospitali. Ognuna è presentata da una tavola con il nome scientifico di appartenenza e ne sono indagate caratteristiche, comportamento e alcune curiosità storiche, mitologiche, aneddotiche o culinarie. Per ciascuna è sottolineato un aspetto nobilitante o curioso, con il vantaggio di rendere tutta l’opera affascinante, non un semplice elenco ma un insieme di spunti che aprono la riflessione a posteriori sui concetti di bello, utile, banale, scontato, imprevedibile.

L’invito rivolto ai bambini è di attrezzarsi per vivere un’autentica avventura da esploratori in città per cogliere aspetti insoliti della natura proprio lì dove sono meno evidenti. Per conoscere, scoprire e magari classificare in un erbario piante che tutti i giorni vediamo, piante non nobili e dalla storia curiosa, che non troveremo in un negozio di fiori, ma per strada, a ridosso di un muro.

Il libro fa parte della collana PiNo, Piccoli Naturalisti Osservatori, e segue l’apprezzato Sei zampe e poco più, scritto e illustrato da Geena Forrest, edito lo scorso anno.

Marianna Merisi, Vagabonde. Una guida pratica per piccoli esploratori botanici, Topipittori 2017, 32 p., euro 14

Un grande giorno di niente

24 Dic

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La bravura assoluta sta nel dire le cose piccole, il quotidiano, il niente. Sta nel dirlo con semplicità, riuscendo a mettere sulla pagina – in questo caso in mix perfetto di parole e di accuratezza delle immagini – la sensazione della noia. Beatrice Alemagna si fa “maestra del sapere di dire” più del solito in questo albo e mi piace pensare che sia un punto alto in un percorso del parlare al lettore con essenzialità.

Questo albo parla di quel niente che è la noia, per di più la noia di un giorno di pioggia, nella solita casa delle vacanze di cui si conosce già tutto, mentre la mamma scrive al computer come sempre, come probabilmente fa anche a casa. Il protagonista si fa una cuccia sul divano, gli incollati allo schermo del videogioco. E intanto pensa a suo padre, a tutte le meraviglia che gli avrebbe mostrato fuori di lì. Non sappiamo altro di suo padre, non sappiamo se non ci sia perché è da un’altra parte o perché sia morto; sappiamo però quel che leggeva nella natura, nel paesaggio intorno, nel tempo: meraviglie. Che non appaiono esattamente così al bambino, quando la mamma lo mette fuori casa e la pioggia continua a scosciare sui suoi occhiali e sulla mantella arancione, con tutta la noia del mondo lì convenuta. Sono passi pesanti e persi i primi che muove e le illustrazioni fanno percepire benissimo a chi legge l’umidità, le pietre scivolose, l’odore dei funghi nella pioggia: ecco intanto la scoperta, le mani affondate nella terra, la paura, il capitombolo e tutto che sembra come nuovo. Il sole che torna e la sensazione di libertà che viene dal viverla , quella natura, dal rotolarcisi dentro. Perché la noia è libertà ed è infangata, fradicia, luccicosa e piena di schizzi di una pozzanghera. E non ha bisogno di parole né di racconti; a volte il conforto di uno sguardo che sorride complice – da uno specchio come sopra una tazza di cioccolata bollente – è sufficiente.

Qui Beatrice Alemagna parla di come è nato questo libro, del titolo che è venuto prima di tutto, della paura bambina che non è mai senza speranza, di una certa illustrazione che…

Beatrice Alemagna, Un grande giorno di niente, Topipittori 2016, 48 p., euro 20

Non sappiamo se festeggiate natale o qualche ricorrenza lungo l’anno o anche nessuna; non sappiamo se contiate l’inizio di un nuovo anno sulla base dell’anno solare, del calendario scolastico, cominciando dal vostro compleanno oppure da un giorno per voi particolarmente significativo. Comunque sia, vi auguriamo di avere tanti magici giorni di niente, tanti giorni liberi in cui perdersi, avere paura, sentire speranza e provare stupore. Vi auguriamo anche la fortuna di avere accanto persone che non fanno mille domande, a cui non sia necessario render conto o spiegare quel che non san vedere né godere. Vi auguriamo la fortuna del silenzio che parla, della condivisione muta fatta semplicemente di gesti e di sorrisi.

Due ali

1 Apr

Due ali

Ci sono persone che camminano, che corrono, che salutano, che tengono gli occhi sulle pagine del quotidiano, che guardano in basso, che fumano tranquille; ci sono quelli sereni, quelli un po’ addormentati, quelli ingrugniti. Stanno sulle carte di guardia di questo bell’albo, e poi dentro, tra le pagine, tra le strade del quartiere, sull’autobus, al bar. Poi c’è il signor Guglielmo, con la sua aria rotonda, i baffi e gli occhiali e il ritmo del pensionato che si alza presto la mattina e guarda fuori.

Ha un piccolo giardino, il signor Guglielmo, e ha anche la saggezza di chi sa guardare e di chi sa prendersi cura delle cose: le nota subito, quelle ali ai piedi del pesco: pensa che qualcuno le abbia poggiate, dimenticate e chiede intorno, facendosi prendere in giro. Poi capisce che sono spuntate come fossero un bulbo e che le loro radici stanno nel medesimo punto in cui, bambino, ha nascosto una scatola del tesoro piena di piccole cose allora importanti. Frullano i ricordi nella testa del signor Guglielmo, seduto su un gradino di casa col gatto ai piedi, a rivedersi la propria vita. Quindi le ali sono sue e se ne prende cura: le annaffia con lo spruzzino come si fa coi fiori delicati, ne immagina i germogli, le carezza fischiettando un motivetto. E ovviamente, con l’occhio attento del giardiniere che sa l’arte della pazienza, conosce l’attimo esatto in cui sono “mature”, pronte per essere raccolte e per farlo volare.

Allora indossa e vola sopra le case, le teste, le storie. Con una serenità che lo fa persino cantare. E tutta la poetica del testo si traduce in immagini di altrettanta poesie che richiamano, nei tratti e nelle sfumature utilizzate da Maria Chiara Di Giorgio, la stessa delicatezza di cui è capace il protagonista della storia, che si alza in volo a lavoro finito, lasciando tutto in ordine. Le illustrazioni sono una gioia per gli occhi di chi sfoglia questo albo: potete leggere le espressioni, i particolari, lo sbocciare della primavera, intuire altre storie, altri sussurri, altre parole.

Il blog dell’illustratrice che qui racconta come è stato illustrare questo testo e quanto c’è del suo quartiere nei disegni che ha realizzato.

Cristina Bellemo – Mariachiara Di Giorgio, Due ali, Topipittori 2016, 32 p., euro 20