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La giovane scrittrice, la star e l’assassino

7 Mar

Chély Campyon odia talmente il suo nome da volerlo cambiare: risponde solo se la si interpella come Cheyenne, il nuovo nome che ha scelto dalla passione per gli Indiani d’America. Ha quindici anni, ha dipinto di nero i muri della sua stanza , ha ucciso il suo coniglio per mancanza di cure, si abbuffa in continuazione a dispetto di una madre che la vorrebbe magra e salutista, non uscirebbe mai di casa. Insomma, come dice lei stessa, una ragazza “inadeguata alla vita”. Certamente diversa dalle aspettative dei genitori, certo lontana dalle idee chiare sul futuro dei due fratelli. E soprattutto decisa a farla finita. Per mettere in atto il suo piano, è riuscita ad ottenere di rimanere a Parigi da sola, mentre la famiglia parte in vacanza. E come primo gesto ha appeso una corda in centro al soffitto della sua stanza e preparato il cappio. Poi ha cominciato a ingozzarsi di cibi-schifezza, a ignorare le telefonate della madre, a spiare le finestre di fronte.

È agosto, la città è vuota nel grande caldo, in tv si parla del cadavere di un bambino di dieci anni in un bosco fuori città, nelle cui tasche è stata trovata la foto di una nota attrice, come recita il verbale di polizia che apre il romanzo. L’attrice è l’inquilina fantasma dell’alloggio di fronte e nel suo giardino Cheyenne ha visto un uomo seppellire un cadavere. L’uomo, un ragazzo poco più grande di lei in realtà, segnato dalla zoppia e dalle ferite di una vita travagliata, è il custode della casa della star che ad un certo punto nota quella ragazza trascurata che spia dai vetri oltre il cortile. Ce n’è di che costruire un poliziesco; Caroline Solé, autrice apprezzata dagli adolescenti francesi, tesse più che altro un intreccio psicologico intorno all’incrociarsi dei destini di tre ragazzi in realtà estranei ai fatti di cronaca, dando voce a chi vive e/o si sente ai margini, a chi riconosce nell’altro le proprie stesse ferite o certe fragilità, a chi si sente fatto della stessa stoffa, costruito dello stesso legno “che ha preso umidità, che si è crepato, che rifiuta di esser buttato nel fuoco”.

Caroline Solé, La giovane scrittrice, la star, e l’assassino (trad. di Lodovica Cima), Pelledoca 2018, 144 p., euro 15

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Io e te come un romanzo

15 Feb

Bene, adesso che questo romanzo è tra i finalisti dell’edizione 2018 del Premio Mare di Libri, mandiamo on line la recensione. L’ho scritta felice che arrivasse in libreria un nuovo romanzo di Cath Crowley, di cui bisogna invitare i ragazzi a leggere Graffiti Moon, uscito per Mondadori nel 2011 e di una luminosità rara, che si riflette anche in questo libro. Ancora una volta, l’autrice dà prova della sua bravura nello scrivere storie a due voci, riuscendo a far vedere al lettore talvolta la stessa scena da due punti di vista differenti. Nel caso di “Io e te come un romanzo”, poi, l’intreccio di storie si amplifica ulteriormente per la scelta narrativa di ambientare la storia in una libreria dell’usato in cui esiste una sezione detta “la Biblioteca delle lettere”: i libri non sono in vendita, i clienti possono leggerli, sottolineare le parti che ritengono belle, importanti, scrivere note a margine, lasciarci dentro messaggi: ecco allora che i libri diventano anche una sorta di fermo posta tramite cui ci si scambiano lettere.

Proprio una lettera mai letta è all’origine del silenzio che per tre anni ha separato due grandi amici come Henry, figlio del proprietario della libreria, e Rachel, la protagonista che allora si era trasferita lontano con madre e fratello. Rachel torna a vivere in città, tacendo a tutti la morte del fratello e quel che ne è venuto dopo (la bocciatura, la rottura col suo ragazzo, la mancanza di senso di qualunque cosa). Torna leggera, cercando di lasciarsi dietro ogni cosa; in realtà cammina pesante del non detto, di quel che non riesce a rielaborare, del mare che le manca e in cui lei, campionessa di nuoto, non riesce più a entrare perché ci è annegato Cal. Il romanzo parla un capitolo per bocca di Rachel e uno per tramite di Henry, ma dentro ci trovate anche le storie delle loro famiglie, dei loro amici, lo splendido addomesticamento tra George, la sorella minore di Henry, e Martin, il nuovo commesso della libreria. Ci trovate la forza delle parole, di lettere singole o di epistolari nel tempo, di dediche e di discorsi fatti in testa che non si riesce a pronunciare. Ci trovate tante citazioni letterarie e consigli di lettura; una buona trama, credibile e densa; una riflessione veritiera sull’utilità delle parole e sull’importanza del dire.

Ah, il romanzo merita proprio, la copertina è tremenda. La piantate di mandare in libreria romanzi con copertine che pensiate strizzino l’occhio alle adolescenti? L’unico risultato che ottenete è una grafica orribile, una copertina banale visto il tasso di altre simili sugli scaffali delle librerie e pure che i lettori maschi manco ci si avvicinino. Questa è l’originale e valeva un bel po’ di più. Andava bene anche così.

Cath Crowley, Io e te come un romanzo (Valentina Zaffagnini), DeA 2017, 349 p., euro 14,90, ebook euro 6,99

L’ultima lezione di miss Bixby

30 Nov

Qualcuno di voi penserà che questo romanzo è l’ennesimo dove una malattia o una morte la fanno da fattore scatenante o, a un certo punto, che stanno succedendo davvero troppe cose in poche ore perché sia credibile. La storia in breve è quella di tre compagni di classe, due amici da sempre più un terzo aggiunto da poco in seguito a un trasloco, e della giornata in cui cercano di rendere memorabile e perfetto l’ultimo giorno della loro insegnante preferita, che sta per essere trasferita in un ospedale più lontano per tentare una cura per il cancro che l’ha colpita e di cui lei stessa ha dato notizia ai ragazzi. Poco tempo prima aveva chiesto agli alunni di immaginarsi il loro ultimo giorno sulla terra e aveva descritto il suo come un picnic al parco, con vino, cheesecake, patatine fritta, musica, amici e risate. La storia è quindi la cronaca dei preparativi dei tre per realizzare questo desiderio; le loro voci si alternano nei capitoli e così il lettore li conosce più da vicino: chi è informatissimo su statistiche, numeri e probabilità e soffre la perfezione della sorella maggiore; chi vive una situazione complessa a casa e condivide un segreto con l’insegnante; chi scopre con sorpresa che il suo talento è stato silenziosamente notato. Poi c’è Miss Bixby ed è lì che la storia in qualche modo vi frega, se non vi ha catturato con la trama, e vi ferma: l’insegnante con le ciocche rosa in testa e il sogno bambino di diventare una grande illusionista, è una persona che sa ascoltare con tutte se stessa chi ha davanti, che mette la giusta dose di anticonformismo in quello che fa, che sa dire le cose per quel che sono e il cui sorriso è così intenso che “avevi la sensazione che l’avesse riservato proprio per te, che quel sorriso portasse effettivamente il tuo nome sopra”. Ha una citazione adatta per ogni occasione, ma anche la consapevolezza che ci sono occasioni in cui innanzitutto serve un silenzio vivo. E legge ai suoi alunni alcune pagine de “Lo Hobbit” ogni mattina: da quello che i ragazzi dicono è una lettura così intensa e partecipata che è impensabile non finire quel libro insieme. Miss Bixby è una che rimane, per quanto gli anni, il tempo, la vita possano passare. Miss Bixby, ho pensato, avrebbe potuto essere una Stargirl o una Ida B. cresciuta, non credete?

Comunque, se non volete leggerlo per la storia in sé, leggetelo per la descrizione che fa degli insegnanti, divisi qui in sei tipi, ciascuno con descrizione e esempi. Sono pochi i libri in cui la classe insegnante fa degna figura: mi vengono in mente lo splendido ritratto del professore in Un pesce sull’albero  e poi un’altra insegnante fantastica che a Miss Bixby sarebbe piaciuta: la professoressa Olinsky de Un sabato di gloria di E. L. Konigsburg (chissà che prima o poi non torni in catalogo).

L’illustrazione di copertina è di Benedetta C. Vialli. Il sito dell’autore.

John David Anderson, L’ultima lezione di miss Bixby (trad. di Maurizio Bartocci), Mondadori 2017, 250 p., ero 16, ebook euro 8,99

Sai fischiare, Johanna?

23 Nov

Che meraviglia le giuste misure. Che meraviglia la possibilità di dare in mano una buona storia a un lettore di sette, otto anni, età per cui a volte si fatica a trovare testi non in serie che davvero meritino. Qui la penna poi è quella di Ulf Stark che utilizza lo stesso umorismo che conosciamo dalle storie di Ulf e Percy e da quell’imperdibile romanzo che rimane “Il paradiso dei matti”. Non solo umorismo, ma anche lo sguardo sulla vita che permette di dire con grazia lieve quel che succede, comprese – in questo caso – la vecchiaia e la morte. Il tutto ad altezza di settenne, perché questa è l’età dei due protagonisti, Ulf e Bertil detto Berra, amici per la pelle alla ricerca di un nonno per Berra che sia divertente almeno quanto quello del compare. La casa di riposo è piana di vecchietti: quale posto migliore per trovarne uno? Berra adotta il signor Nils: si assomigliano tantissimo, visto che ognuno ha un cerotto sul mento (uno è caduto dall’altalena, l’altro si è tagliato radendosi) e si piacciono a vicenda e a vicenda si sorprendono. Nils porta i bambini all’aperto e costruisce con loro un aquilone con un foulard di seta appartenuto alla moglie, Berra gli organizza un compleanno coi fiocchi. In mezzo ci sono i racconti di una vita, le carinerie dei piccoli (un fiore di calendula spampanato in regalo, il sapore delle girandole alla cannella) e la realtà: Nils perde la memoria, il suo cuore non funziona molto bene e il suo tempo non è più molto. E poi c’è Nils che insegna a fischiare al suo nipotino: è difficile e bisogna esercitarsi per farsi sentire. Ma quando ci si riesce, si può fischiare un’intera canzone, proprio mentre si alza il vento, e salutare per bene, quasi in festa, chi ce lo ha insegnato.

Sono quattro brevi capitoli, buffi e profondi, che parlano per voce di Ulf e che si prestano perfettamente per la lettura ad alta voce. Una storia che sicuramente toccherà anche i grandi, che potranno leggerla come sguardo onesto e lieve sulla vita: non a caso da questo premiato libro è stato tratto un film che ogni anno la televisione svedese ripropone con successo a Natale. Magari qualcuno lo ha già letto: uscì in Italia nel 1997 per Piemme, nella prima serie azzurra de Il Battello a Vapore.

Ulf Stark – ill. Olof Landström, Sai fischiare, Johanna? (trad. di Laura Cangemi), Iperborea 2017, 60 p., euro 9

Fantasmi

31 Ott

Raina Talgemeier ha la capacità di saper sempre prendere spunto da vicende familiari o comunque a lei vicine e di farne storie a fumetti universali che parlano di legami. In questo caso torna ancora una volta sul legame tra sorelle, sulla condivisione e sulla gelosia, sul desiderio di chi è grande di proteggere, ma anche di avere uno spazio tutto proprio, specie se si ha a che fare con una sorella la cui malattia prende tanto posto nelle decisioni e nel tempo famigliare. I genitori di Cat infatti decidono di trasferirsi nella nebbiosa Bahía de Luna perché è vicina al mare e ventosa: un clima ideale per i problemi respiratori di Maya, nata con la fibrosi cistica. La sorellina minore  però anche un vortice irrefrenabile di voglia di fare e di scoprire, si entusiasma facilmente e non perde l’occasione per gettarsi in nuove avventura, anche se potrebbero essere pericolose. Così non perde tempo a stringere amicizia con il figlio dei vicini di casa e a trascinare la sorella nel tour dei fantasmi e nella tradizionale festa notturna per il Día de los Muertos, che permette al lettore di ripercorrere la tradizione messicana con personaggi come la Catrina, di immergersi nell’atmosfera allegra che festeggia i defunti, in una notte magica dove vivi e fantasmi ballando e cantano insieme.

Questo fumetto raccoglie una sottile e profonda riflessione sulla morte, quella all’ordine del giorno, quella che persone come Maya citano normalmente e a cui pensano con una naturalezza quotidiana che imbarazza i più. Ed è una bella riflessione sull’arte del saper respirare: se Maya conosce il valore dell’inspirare ed espirare, se i fantasmi hanno bisogni di un po’ di respiro bambino per sentirsi in forze, Cat ha un sacco di paure che le bloccano l’aria nei polmoni e la fanno sentire insicura. Dovrà imparare invece a godersela un po’ e basta.

L’autrice sarà ospite d’onore al Lucca Comic & Games, dal 1° al 5 novembre, dove le sarà dedicata anche una mostra, la sua prima personale in Italia.

Raina Telgemeier, Fantasmi (trad. di Laura Bortoluzzi), Il Castoro 2017, 239 p., euro 15,50

Un bacio e addio

25 Ott

Ogni albo di Jimmy Liao è per tutti, perché a ciascuno – indipendentemente dall’età – sa parlare e dire un che di appropriato, in sintonia con la propria storia, con echi di qualcosa che si è conosciuto o che si sta vivendo. La sua capacità di trattare con immensa lievità temi importanti e forti, che tanti temono e che molti autori alla fine banalizzano o trattano con ridondanza di luogo comune, ha una sua materica concretezza nel modo in cui le immagini si rincorrono sulla pagina e i colori vanno a comporre un mosaico pressoché perfetto, con una scelta da maestro delle diverse sfumature (in questo libro, ve ne potete accorgere ad esempio, in una delle prime immagini, dove un treno giallo sfila davanti a una città di case dai tetti declinati in blu).

Chi ha avuto la possibilità di incontrarlo e di ascoltarlo, sa che Liao è una di quelle rare persone che parlano semplicemente della vita, senza alcuna remora e senza alcun velo su quel che ci capita. Nello stesso modo, senza fare filtri, e con lo stesso magnetismo dà la parola in questo albo a un bambino rimasto orfano che viaggia in treno verso la casa del nonno, dove continuerà a crescere e a crescere bene, come gli è stato raccomandato e come in sogno tanti animali gli continuano a suggerire. Ha una valigia piena di ricordi e di oggetti, non sa più dov’è la chiave della casa che ha lasciato e manco da dove arriva il cane che lo accompagna, si interroga sulle nuvole e sulle stelle, sul ritrovare i suoi genitori guardando in su e sull’esprimere desideri. Il viaggio che sta compiendo, il senso del treno che viaggia in paesaggi quasi magici è il percorso di chi affronta un grande dolore, barcamenandosi tra l’autunno e  la primavera dell’animo, tra i ricordi che fanno male e che accompagnano e il futuro che si affaccia fuori dal finestrino.

Jimmy Liao dice, semplicemente, e ci dice che tutto si può dire ad alta voce. Che hanno dignità la mancanza del vento, i baci nei sogni, il riso che cresce pian piano senza che ce ne accorgiamo e fa verde il mondo. E che la capacità di immaginare e di dire è immensamente salvifica.

Jimmy Liao, Un bacio e addio (trad. di Silvia Torchio), Camelozampa 2017, 100 p., euro 22

Gli ottimisti muoiono prima

14 Giu

Petula è una cinica pessimista con un solo credo: a pensar il peggio ci azzecchi sempre. Scontrosa e solitaria, paranoica al limite dell’assurdo, protettiva all’eccesso nei confronti anche dei genitori, la sedicenne sconta in questo modo il senso di colpa che porta dentro. È convinta infatti di aver causato la morte della sorellina, soffocata da un bottone che lei stessa aveva cucito su un costume fatto insieme alla sua migliore amica Rachel. Il dolore e la rabbia che ne è nata hanno fatto sì che rompesse i ponti con l’amico, coi compagni e si creasse una sorta di bolla protettiva da cui esce a scuola o nei casi in cui è obbligata, ad esempio nella partecipazione agli incontri di arteterapia insieme a un manipolo di singolari ragazzi. Finché arriva Jacob, che offre un altro punto di vista: la trova anticonformista e fatalista (diciamo che lui è un gran ottimista, in questo caso!). Jacob ha una mano artificiale, un incidente d’auto ha segnato la sua vita, non compare su nessun social, ha la passione per il cinema e vuole diventare un bravo regista. Sarà proprio un lavoro insieme a scuola a dare il via alla loro complicità, fatta di scontri, parole e silenzi, che coinvolgerà tutto il gruppo di arteterapia, ciascuno dei cui componenti svelerà pian piano se stesso.

Lo stile di Nielsen è sempre estremamente scorrevole, complice anche la traduzione ovvio, si legge speditamente e ti fa venir voglia che tanti altri romanzi abbraccino il lettore con la stessa facilità e con la stessa semplicità parlino della vita. Ancora una volta si ritrova il gioco letterario che l’autrice si diverte a fare anche nei suoi precedenti romanzi: tanti rimandi letterari e tante citazioni di libri, letti dai protagonisti oppure amati quando erano più piccoli, a cominciare da “Nel paese dei mostri selvaggi” fino a “Cime tempestose” che la fa da padrone. Le lettrici affezionate a Harriet apprezzeranno la sintesi che Petula fa di “Professione? Spia!”, recentemente ripubblicato da Mondadori: “Professione? Spia! è soltanto il miglior libro per ragazzi mai scritto nella storia. Louise Fitzhugh ha dato al mondo un genere di protagonista femminile completamente nuovo. Un tipo risoluto, saccente e a volte perfino cattivo”. Complice il padre di Petula e la sua sterminata collezione di vinili, a questo giro si aggiungono tante chicche musicali che il lettore potrà scoprire. E grazie a Jacob, una miriade di film da andare a vedere. Insomma, piatto ricco!

Il lavoro di gruppo che Petula e Jacob presentano in classe a proposito di “Cime tempestose” è un gattadattamento: alcune scene del romanzo vengono riadattate e girate mettendo in costume i gatti di casa. Il professore non apprezza (e fa veramente una pessima figura), ma i compagni, il preside e il popolo del web sì. Ah, se non amate i gatti, vi avvertiamo che questo libro ne è pieno, di felini e peli connessi. Vi potrebbero quindi dare qualche problema (di certo, cari adulti, molto più della narrazione della prima volta dei protagonisti, o altro, che invece ci sta proprio bene, detta così).

Il sito dell’autrice. Gli altri suoi libri pubblicati in Italia che abbiamo recensito: Lo sfigato, Stecco, Caro Geroge Clooney, puoi sposare la mamma?, Siamo tutti fatti di molecole. L’autrice sarà presente al Festival Mare di Libri a Rimini nei prossimi giorni. Sul sito dell’editore, Susin Nielsen in dieci risposte.

Susin Nielsen, Gli ottimisti muoiono prima (trad. di Claudia Valentini), Il Castoro 2017, 264 p., euro 15,50

Fuori di testa, dritto al cuore

5 Apr

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Travis Coates ha perso la testa, alla lettera: a causa di una grave malattia, quando aveva sedici anni i medici gliel’hanno tagliata e chiusa in un freezer, in attesa dei progressi della scienza. Dopo cinque anni Travis può sperimentare il ritorno alla vita, in un futuro però molto diverso da quello che aveva immaginato.

Infatti, anche se lui è (più o meno) sempre lo stesso, intorno a Travis tutto è cambiato: i suoi genitori hanno ridipinto la sua stanza e regalato i suoi vestiti, il suo migliore amico è diventato un estraneo, e soprattutto Cate, la sua ragazza, ha un nuovo fidanzato. In questo mondo in subbuglio, però, Travis è deciso a riconquistarla. A sostenerlo c’è un’unica certezza: si vive solo due volte. (Sinossi dal sito dell’editore)

Sempre più spesso con i libri per giovani adulti ci troviamo di fronte a titoli e/o copertine fuorvianti. In questo caso il titolo originale “Noggin”, indica in termini colloquiali la testa (capoccia, zucca) e certo non è un titolo invitante, ma il titolo scelto da Mondadori ci porta ancor più fuori strada. Come già è accaduto per altri titoli (mi viene in mente “Sei passi per conquistare una ragazza“), il rischio è che questi libri non vadano poi in mano ai loro possibili lettori e vengano relegati nel genere romanzi “rosa”. E sarebbe un peccato, perchè di storie come questa con protagonisti maschili che parlano di sentimenti e di emozioni e che affrontano dubbi e paure, non ce ne sono poi tantissimi.

Il romanzo si colloca a metà tra una storia di formazione, o meglio di educazione sentimentale,e una di fantascienza alla Philip K. Dick, dove il ricorso al genere è un espediente per portare riflessioni di carattere più ampio. Il finale non è assolutamente  banale, come non lo è l’evoluzione del protagonista che passa da una visione semplicistica ed egoista della vita ad una concezione più ampia e aperta.

John Corey Whaley, Fuori di testa, dritto al cuore (trad. S.Marcolini),Mondadori 2016, pp.342 ,€ 17, (eBook €8,99)

L’uomo montagna

21 Feb

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La levità del tratto di Amélie Flechais accompagna una storia di scoperta, un viaggio per partire e per lasciar andare. Il piccolo protagonista è abituato a viaggiare col nonno, il quale però gli spiega che sta per arrivare al suo ultimo viaggio, in cui il nipote non può accompagnarlo. Il nonno è “vissuto” e le immagini della natura che usa per descrivere la sua età e la consapevolezza della vicinanza della morte (serena, come chi è abituato a viaggiare sa che esiste un momento in cui bisogna andare) sono poetiche: tutti gli anni passati e le esperienze fatte sono grandi montagne cresciutegli sulle spalle; la fronte porta i solchi dei sentieri seguiti; nella voce il rombo della terra percorsa; negli occhi l’acqua dei mari visti.  Il nonno è stanco, i piedi pesanti e il vento non ce la fa più a portarlo. Il nipote allora parte alla ricerca della montagna più alta e del vento più forte che lì sopra abita.

Il viaggio diventa un’iniziazione: è il primo che il bambino compie da solo, forte della fiducia del nonno e della missione scelta ed è un susseguirsi di incontri, dove agli elementi della natura viene affidato il compito di dire com’è la vita, di parlare di radici, di condivisione, di senso. Un albero, tre sassi e uno stambecco accompagnano il bambino dando risposte e ponendo a loro volta domande; poi è il vento a sostenerlo nella scoperta più dolorosa: il nonno non ha atteso il suo ritorno, ma gli ha dato la possibilità di cominciare a crescere, di riconoscere le radici a cui tornare e di cui sentirsi forte.

Una delicata quanto intensa parabola sulla vita e sulla morte, sull’andare e sul partire. Non mancatela.

Il tumblr di Flechais e il suo blog.

Séverine Gauthier – Amélie Fléchais, L’uomo montagna (trad. di Stefano Andrea Cresti), Tunué 2017, 42 p., euro 14,90

Color fuoco

30 Gen

color-fuocoChe Jenny Valentine sia brava davvero i lettori ormai lo sanno: Io sono nessuno (Piemme 2015) è un romanzo imprescindibile e La signora nella scatola (Rizzoli 2008), il suo esordio italiano, ne aveva ben rivelato le doti. Anche questa volta, l’autrice costruisce una narrazione che scava nell’intimo del protagonista, regalando un finale da fuochi d’artificio: inatteso e perfetto; ancora una volta, sul finale scarta e regala la possibilità di stupore e di sorpresa, e anche – in questo caso – un bel sorriso a chi legge: proprio la dimostrazione che la vendetta è un piatto che si serve ben freddo… 😉

La scrittura è veloce e si fa leggere in un attimo; si ricostruisce, attraverso il flusso di pensieri della protagonista, la sua adolescenza, il ritorno in Inghilterra dagli Stati Uniti, l’incontro con il padre di cui non ha ricordi. Iris ha sedici anni e vive con la madre e il patrigno, ex modella e  attore fallito dediti alla vodka e alle truffe, in un mondo in cui tutto è solo apparenza apparecchiata per chi li guarda dall’esterno. La sua difesa è il fuoco, il piacere che provoca ad accendere fiammiferi, a osservare le fiamme; il suo ossigeno è Thurston, spiantato senza casa che da due anni è il suo migliore amico, le legge Vonnegut ad alta voce, le parla di arte, la trascina in giro per la città interrogandosi con lei sulla vita e sulla morte. All’ennesimo fuoco appiccato, questa volta a scuola, con tanto di ricovero in ospedale, la madre la trascina in Inghilterra a conoscere il padre, ricco collezionista di quadri di gran valore e per questo nel mirino dei due truffatori ormai al verde e pieni di debiti. Lo scenario che si trovano davanti è totalmente diverso: nella silenziosa casa di campagna lontana da tutto, il padre sta morendo, perfettamente consapevole della sua situazione e nel contempo di aver ritrovato la figlia cercata per anni. Allora Iris scopre che non tutto è come sembra o come le è sempre stato raccontato: l’uomo che riesce a pronunciare lentamente le parole, che fa i conti col dolore quotidiano, tesse per lei la trama dei giorni passati: la storia della casa e della sua famiglia, la sua irriverente sorella Margot, il matrimonio con la madre e la cura per la figlia amatissima sottrattagli a quattro anni. Ernest è un fine osservatore anche dal suo letto di malato terminale: sa vedere, sa valutare, sa seminare e avere cura anche per il momento in cui non ci sarà più. La medesima cura che ha avuto nel comporre una delle collezioni di quadri più ricca al mondo è la stessa che ha impiegato per cercare Iris, la stessa con cui disegnerà il suo capolavoro finale, svelato proprio nel momento in cui per lui le luci si sono spente.

Un’intervista all’autrice.

Jenny Valentine, Color fuoco (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2017, 221 p., euro 16, ebook euro 8,99