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Fantasmi

31 Ott

Raina Talgemeier ha la capacità di saper sempre prendere spunto da vicende familiari o comunque a lei vicine e di farne storie a fumetti universali che parlano di legami. In questo caso torna ancora una volta sul legame tra sorelle, sulla condivisione e sulla gelosia, sul desiderio di chi è grande di proteggere, ma anche di avere uno spazio tutto proprio, specie se si ha a che fare con una sorella la cui malattia prende tanto posto nelle decisioni e nel tempo famigliare. I genitori di Cat infatti decidono di trasferirsi nella nebbiosa Bahía de Luna perché è vicina al mare e ventosa: un clima ideale per i problemi respiratori di Maya, nata con la fibrosi cistica. La sorellina minore  però anche un vortice irrefrenabile di voglia di fare e di scoprire, si entusiasma facilmente e non perde l’occasione per gettarsi in nuove avventura, anche se potrebbero essere pericolose. Così non perde tempo a stringere amicizia con il figlio dei vicini di casa e a trascinare la sorella nel tour dei fantasmi e nella tradizionale festa notturna per il Día de los Muertos, che permette al lettore di ripercorrere la tradizione messicana con personaggi come la Catrina, di immergersi nell’atmosfera allegra che festeggia i defunti, in una notte magica dove vivi e fantasmi ballando e cantano insieme.

Questo fumetto raccoglie una sottile e profonda riflessione sulla morte, quella all’ordine del giorno, quella che persone come Maya citano normalmente e a cui pensano con una naturalezza quotidiana che imbarazza i più. Ed è una bella riflessione sull’arte del saper respirare: se Maya conosce il valore dell’inspirare ed espirare, se i fantasmi hanno bisogni di un po’ di respiro bambino per sentirsi in forze, Cat ha un sacco di paure che le bloccano l’aria nei polmoni e la fanno sentire insicura. Dovrà imparare invece a godersela un po’ e basta.

L’autrice sarà ospite d’onore al Lucca Comic & Games, dal 1° al 5 novembre, dove le sarà dedicata anche una mostra, la sua prima personale in Italia.

Raina Telgemeier, Fantasmi (trad. di Laura Bortoluzzi), Il Castoro 2017, 239 p., euro 15,50

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Un bacio e addio

25 Ott

Ogni albo di Jimmy Liao è per tutti, perché a ciascuno – indipendentemente dall’età – sa parlare e dire un che di appropriato, in sintonia con la propria storia, con echi di qualcosa che si è conosciuto o che si sta vivendo. La sua capacità di trattare con immensa lievità temi importanti e forti, che tanti temono e che molti autori alla fine banalizzano o trattano con ridondanza di luogo comune, ha una sua materica concretezza nel modo in cui le immagini si rincorrono sulla pagina e i colori vanno a comporre un mosaico pressoché perfetto, con una scelta da maestro delle diverse sfumature (in questo libro, ve ne potete accorgere ad esempio, in una delle prime immagini, dove un treno giallo sfila davanti a una città di case dai tetti declinati in blu).

Chi ha avuto la possibilità di incontrarlo e di ascoltarlo, sa che Liao è una di quelle rare persone che parlano semplicemente della vita, senza alcuna remora e senza alcun velo su quel che ci capita. Nello stesso modo, senza fare filtri, e con lo stesso magnetismo dà la parola in questo albo a un bambino rimasto orfano che viaggia in treno verso la casa del nonno, dove continuerà a crescere e a crescere bene, come gli è stato raccomandato e come in sogno tanti animali gli continuano a suggerire. Ha una valigia piena di ricordi e di oggetti, non sa più dov’è la chiave della casa che ha lasciato e manco da dove arriva il cane che lo accompagna, si interroga sulle nuvole e sulle stelle, sul ritrovare i suoi genitori guardando in su e sull’esprimere desideri. Il viaggio che sta compiendo, il senso del treno che viaggia in paesaggi quasi magici è il percorso di chi affronta un grande dolore, barcamenandosi tra l’autunno e  la primavera dell’animo, tra i ricordi che fanno male e che accompagnano e il futuro che si affaccia fuori dal finestrino.

Jimmy Liao dice, semplicemente, e ci dice che tutto si può dire ad alta voce. Che hanno dignità la mancanza del vento, i baci nei sogni, il riso che cresce pian piano senza che ce ne accorgiamo e fa verde il mondo. E che la capacità di immaginare e di dire è immensamente salvifica.

Jimmy Liao, Un bacio e addio (trad. di Silvia Torchio), Camelozampa 2017, 100 p., euro 22

Gli ottimisti muoiono prima

14 Giu

Petula è una cinica pessimista con un solo credo: a pensar il peggio ci azzecchi sempre. Scontrosa e solitaria, paranoica al limite dell’assurdo, protettiva all’eccesso nei confronti anche dei genitori, la sedicenne sconta in questo modo il senso di colpa che porta dentro. È convinta infatti di aver causato la morte della sorellina, soffocata da un bottone che lei stessa aveva cucito su un costume fatto insieme alla sua migliore amica Rachel. Il dolore e la rabbia che ne è nata hanno fatto sì che rompesse i ponti con l’amico, coi compagni e si creasse una sorta di bolla protettiva da cui esce a scuola o nei casi in cui è obbligata, ad esempio nella partecipazione agli incontri di arteterapia insieme a un manipolo di singolari ragazzi. Finché arriva Jacob, che offre un altro punto di vista: la trova anticonformista e fatalista (diciamo che lui è un gran ottimista, in questo caso!). Jacob ha una mano artificiale, un incidente d’auto ha segnato la sua vita, non compare su nessun social, ha la passione per il cinema e vuole diventare un bravo regista. Sarà proprio un lavoro insieme a scuola a dare il via alla loro complicità, fatta di scontri, parole e silenzi, che coinvolgerà tutto il gruppo di arteterapia, ciascuno dei cui componenti svelerà pian piano se stesso.

Lo stile di Nielsen è sempre estremamente scorrevole, complice anche la traduzione ovvio, si legge speditamente e ti fa venir voglia che tanti altri romanzi abbraccino il lettore con la stessa facilità e con la stessa semplicità parlino della vita. Ancora una volta si ritrova il gioco letterario che l’autrice si diverte a fare anche nei suoi precedenti romanzi: tanti rimandi letterari e tante citazioni di libri, letti dai protagonisti oppure amati quando erano più piccoli, a cominciare da “Nel paese dei mostri selvaggi” fino a “Cime tempestose” che la fa da padrone. Le lettrici affezionate a Harriet apprezzeranno la sintesi che Petula fa di “Professione? Spia!”, recentemente ripubblicato da Mondadori: “Professione? Spia! è soltanto il miglior libro per ragazzi mai scritto nella storia. Louise Fitzhugh ha dato al mondo un genere di protagonista femminile completamente nuovo. Un tipo risoluto, saccente e a volte perfino cattivo”. Complice il padre di Petula e la sua sterminata collezione di vinili, a questo giro si aggiungono tante chicche musicali che il lettore potrà scoprire. E grazie a Jacob, una miriade di film da andare a vedere. Insomma, piatto ricco!

Il lavoro di gruppo che Petula e Jacob presentano in classe a proposito di “Cime tempestose” è un gattadattamento: alcune scene del romanzo vengono riadattate e girate mettendo in costume i gatti di casa. Il professore non apprezza (e fa veramente una pessima figura), ma i compagni, il preside e il popolo del web sì. Ah, se non amate i gatti, vi avvertiamo che questo libro ne è pieno, di felini e peli connessi. Vi potrebbero quindi dare qualche problema (di certo, cari adulti, molto più della narrazione della prima volta dei protagonisti, o altro, che invece ci sta proprio bene, detta così).

Il sito dell’autrice. Gli altri suoi libri pubblicati in Italia che abbiamo recensito: Lo sfigato, Stecco, Caro Geroge Clooney, puoi sposare la mamma?, Siamo tutti fatti di molecole. L’autrice sarà presente al Festival Mare di Libri a Rimini nei prossimi giorni. Sul sito dell’editore, Susin Nielsen in dieci risposte.

Susin Nielsen, Gli ottimisti muoiono prima (trad. di Claudia Valentini), Il Castoro 2017, 264 p., euro 15,50

Fuori di testa, dritto al cuore

5 Apr

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Travis Coates ha perso la testa, alla lettera: a causa di una grave malattia, quando aveva sedici anni i medici gliel’hanno tagliata e chiusa in un freezer, in attesa dei progressi della scienza. Dopo cinque anni Travis può sperimentare il ritorno alla vita, in un futuro però molto diverso da quello che aveva immaginato.

Infatti, anche se lui è (più o meno) sempre lo stesso, intorno a Travis tutto è cambiato: i suoi genitori hanno ridipinto la sua stanza e regalato i suoi vestiti, il suo migliore amico è diventato un estraneo, e soprattutto Cate, la sua ragazza, ha un nuovo fidanzato. In questo mondo in subbuglio, però, Travis è deciso a riconquistarla. A sostenerlo c’è un’unica certezza: si vive solo due volte. (Sinossi dal sito dell’editore)

Sempre più spesso con i libri per giovani adulti ci troviamo di fronte a titoli e/o copertine fuorvianti. In questo caso il titolo originale “Noggin”, indica in termini colloquiali la testa (capoccia, zucca) e certo non è un titolo invitante, ma il titolo scelto da Mondadori ci porta ancor più fuori strada. Come già è accaduto per altri titoli (mi viene in mente “Sei passi per conquistare una ragazza“), il rischio è che questi libri non vadano poi in mano ai loro possibili lettori e vengano relegati nel genere romanzi “rosa”. E sarebbe un peccato, perchè di storie come questa con protagonisti maschili che parlano di sentimenti e di emozioni e che affrontano dubbi e paure, non ce ne sono poi tantissimi.

Il romanzo si colloca a metà tra una storia di formazione, o meglio di educazione sentimentale,e una di fantascienza alla Philip K. Dick, dove il ricorso al genere è un espediente per portare riflessioni di carattere più ampio. Il finale non è assolutamente  banale, come non lo è l’evoluzione del protagonista che passa da una visione semplicistica ed egoista della vita ad una concezione più ampia e aperta.

John Corey Whaley, Fuori di testa, dritto al cuore (trad. S.Marcolini),Mondadori 2016, pp.342 ,€ 17, (eBook €8,99)

L’uomo montagna

21 Feb

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La levità del tratto di Amélie Flechais accompagna una storia di scoperta, un viaggio per partire e per lasciar andare. Il piccolo protagonista è abituato a viaggiare col nonno, il quale però gli spiega che sta per arrivare al suo ultimo viaggio, in cui il nipote non può accompagnarlo. Il nonno è “vissuto” e le immagini della natura che usa per descrivere la sua età e la consapevolezza della vicinanza della morte (serena, come chi è abituato a viaggiare sa che esiste un momento in cui bisogna andare) sono poetiche: tutti gli anni passati e le esperienze fatte sono grandi montagne cresciutegli sulle spalle; la fronte porta i solchi dei sentieri seguiti; nella voce il rombo della terra percorsa; negli occhi l’acqua dei mari visti.  Il nonno è stanco, i piedi pesanti e il vento non ce la fa più a portarlo. Il nipote allora parte alla ricerca della montagna più alta e del vento più forte che lì sopra abita.

Il viaggio diventa un’iniziazione: è il primo che il bambino compie da solo, forte della fiducia del nonno e della missione scelta ed è un susseguirsi di incontri, dove agli elementi della natura viene affidato il compito di dire com’è la vita, di parlare di radici, di condivisione, di senso. Un albero, tre sassi e uno stambecco accompagnano il bambino dando risposte e ponendo a loro volta domande; poi è il vento a sostenerlo nella scoperta più dolorosa: il nonno non ha atteso il suo ritorno, ma gli ha dato la possibilità di cominciare a crescere, di riconoscere le radici a cui tornare e di cui sentirsi forte.

Una delicata quanto intensa parabola sulla vita e sulla morte, sull’andare e sul partire. Non mancatela.

Il tumblr di Flechais e il suo blog.

Séverine Gauthier – Amélie Fléchais, L’uomo montagna (trad. di Stefano Andrea Cresti), Tunué 2017, 42 p., euro 14,90

Color fuoco

30 Gen

color-fuocoChe Jenny Valentine sia brava davvero i lettori ormai lo sanno: Io sono nessuno (Piemme 2015) è un romanzo imprescindibile e La signora nella scatola (Rizzoli 2008), il suo esordio italiano, ne aveva ben rivelato le doti. Anche questa volta, l’autrice costruisce una narrazione che scava nell’intimo del protagonista, regalando un finale da fuochi d’artificio: inatteso e perfetto; ancora una volta, sul finale scarta e regala la possibilità di stupore e di sorpresa, e anche – in questo caso – un bel sorriso a chi legge: proprio la dimostrazione che la vendetta è un piatto che si serve ben freddo… 😉

La scrittura è veloce e si fa leggere in un attimo; si ricostruisce, attraverso il flusso di pensieri della protagonista, la sua adolescenza, il ritorno in Inghilterra dagli Stati Uniti, l’incontro con il padre di cui non ha ricordi. Iris ha sedici anni e vive con la madre e il patrigno, ex modella e  attore fallito dediti alla vodka e alle truffe, in un mondo in cui tutto è solo apparenza apparecchiata per chi li guarda dall’esterno. La sua difesa è il fuoco, il piacere che provoca ad accendere fiammiferi, a osservare le fiamme; il suo ossigeno è Thurston, spiantato senza casa che da due anni è il suo migliore amico, le legge Vonnegut ad alta voce, le parla di arte, la trascina in giro per la città interrogandosi con lei sulla vita e sulla morte. All’ennesimo fuoco appiccato, questa volta a scuola, con tanto di ricovero in ospedale, la madre la trascina in Inghilterra a conoscere il padre, ricco collezionista di quadri di gran valore e per questo nel mirino dei due truffatori ormai al verde e pieni di debiti. Lo scenario che si trovano davanti è totalmente diverso: nella silenziosa casa di campagna lontana da tutto, il padre sta morendo, perfettamente consapevole della sua situazione e nel contempo di aver ritrovato la figlia cercata per anni. Allora Iris scopre che non tutto è come sembra o come le è sempre stato raccontato: l’uomo che riesce a pronunciare lentamente le parole, che fa i conti col dolore quotidiano, tesse per lei la trama dei giorni passati: la storia della casa e della sua famiglia, la sua irriverente sorella Margot, il matrimonio con la madre e la cura per la figlia amatissima sottrattagli a quattro anni. Ernest è un fine osservatore anche dal suo letto di malato terminale: sa vedere, sa valutare, sa seminare e avere cura anche per il momento in cui non ci sarà più. La medesima cura che ha avuto nel comporre una delle collezioni di quadri più ricca al mondo è la stessa che ha impiegato per cercare Iris, la stessa con cui disegnerà il suo capolavoro finale, svelato proprio nel momento in cui per lui le luci si sono spente.

Un’intervista all’autrice.

Jenny Valentine, Color fuoco (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2017, 221 p., euro 16, ebook euro 8,99

I nostri cuori chimici

19 Dic

nostri-cuori-chimicHenry Page e i suoi immacolati diciassette anni: nulla da dichiarare rispetto all’esuberante adolescenza della sorella maggiore (condita da arresti e espulsioni a scuola), traguardo in vista per essere il caporedattore dell’anno della rivista scolastica, nessuna storia d’amore alle spalle. Harry Page che si sfracella contro il migliore e peggiore folle amore che avrebbe potuto immaginare: Grace Town, la nuova arrivata in classe: in ritardo, vestita di abiti maschili troppo grandi, nessuna cura per il proprio aspetto fisico, un bastone che la sostiene nella zoppia. Eppure in qualche modo Grace lo attrae: è una questione di chimica, ma anche del suo spiazzante modo di fare, del suo silenzio, della sua faccia tosta. Grace ha un dolore fresco e profondo che ha minato la sua vita, si impone altro dolore come a voler ripagare una colpa, è lontana anni luce dalla luminosa ragazza che appare nelle fotografie del suo profilo Facebook.  Henry arranca, si lascia stupire dalle poesie e dai posti magici che la ragazza conosce, si innamora perdutamente, travisa sapendo benissimo quel che sta facendo e in qualche modo tacendolo a se stesso.

Henry racconta in prima persona del suo nuovo modo di guardare il mondo, degli amici di sempre, della famiglia, di come va l’ultimo anno di scuola superiore e di come va la vita. Racconta di come si metta su un numero del giornale scolastico e di come si violino le regole, delle notti passate coi piedi nell’acqua fredda di una vasca piena di pesci; snocciola canzoni e libi e poesie, dando tanti spunti al lettore.

Volete un romanzo per giovani adulti ben scritto e ben tradotto, che coinvolge con la voce dal narratore e spinge a svelare il suo punto di vista? Volete un romanzo che dica le cose come stanno, i fallimenti, i fraintendimenti, la bellezza allo stato puro, l’amore assoluto che forse c’è ma non è da vivere in quel momento lì? Eccolo, crudo e bello. Astenetevi se non sopportate il linguaggio del pane al pane, qualche parolaccia e quei passaggi che sembrano un concentrato di “vita. istruzioni per l’uso”: non sono istruzioni, è piuttosto che – se ci pensate – capiti che vada così, e non stiamo parlando solo del personaggio di Henry: l’autrice riesce a delineare un microcosmo di ritratti e di sfumature di vita non da poco.

Il sito dell’autrice. Il film che verrà tratto dal libro è in lavorazione.

Krystal Sutherland, I nostri cuori chimici (trad. di Cristina Proto), Rizzoli 2016, 335 p., euro 17, ebook euro

La volpe e la stella

11 Nov

la_volpe_e_la_stellaÈ molto difficile parlare di questo libro perché è innanzitutto una festa per gli occhi: è un libro per prima cosa da guardare, nella bellezza delle cui illustrazioni perdersi. Ha scritto giustamente Lauren Child sul Guardian “incornicerei ogni pagina” e non penso possa esserci troppo altro da dire se non mandarvi in libreria o in biblioteca a sfogliarlo, per rendervi conto della cura e dell’attenzione che Coralie Bickford-Smith ha per il lavoro che fa, per la rilegatura, per l’arte serigrafica. La resa dei cieli stellati, del bosco e di ogni piccolo elemento della natura che sceglie di rappresentare sulla pagina raggiunge il suo massimo nelle due tavole in cui la volpe è acciambellata nella tana o in cui si scopre un messaggio da leggere tra il tappeto di foglie: vorremo goderle a pagina intera, senza rilegatura “di disturbo”.

Anche la storia però non è certo da meno: si narra di una volpe piccola e intimidita che avrebbe paura anche ad allontanarsi dalla tana se non fosse per la presenza costante di una stella che rischiara il sentiero, accompagna, illumina. Fino al giorno in cui scompare. Comincia allora un periodo buio e disperato, di vana ricerca prima di Stella e poi di una spiegazione su dove sia andata. Volpe si lascia andare, abbandona ogni reazione per molto tempo, fino a quando non risponde ai morsi della fame e a bisogno di cercare una risposta. Fino a quando non alza gli occhi verso l’alto e riparte con la fiducia di non essere comunque solo.

La poesia del testo e delle immagini fanno di questo albo un piccolo gioiello che parla del dolore della perdita, dell’elaborazione di un lutto, della presa di coscienza di quel che può cambiare e di quel che comunque rimane a fare compagnia. Parla della vita, vestita del muso e degli occhi di Volpe.

Il sito dell’autrice, dove potete avere una panoramica delle splendide pluripremiate copertine di libri che ha realizzato per Penguin Books e non solo…

Coralie Bickford-Smith, La volpe e la stella (trad. di Monica Romanò), Salani 2016, 64 p., euro 23

L’isola del nonno

14 Ott

isola-del-nonnoUn viaggio che diventa per sempre, un albo che dice in modo delicato della morte, del salutarsi, ma anche del rapporto speciale che rimane comunque. Il nonno di Syd abita in una casetta in fondo al giardino e i particolari che Benji Davies regala all’abitazione e alle varie stanze sono indizi della sua personalità e delle sue passioni tra cui il lettore si divertirà a curiosare: è un marinaio, ha viaggiato molto, ama dipingere e occuparsi di piante e fiori; insomma, tutto dice che questo nonno è una persona che sa prendersi cura: di se stesso, della natura intorno, dei ricordi e degli altri. Sa prendersene così cura che è capace di abbassarsi, di farsi piccolo fino all’altezza del nipote per prenderlo per mano e portarlo in un viaggio che comincia dalla soffitta dove Syd non è mai salito e che conserva tutto quello che il nonno ha portato a casa dai suoi viaggi: sono pronti zaini e valigie, un cappello con piuma colorata da mettersi in testa e via, la grande porta di metallo rivela una nave pronta a salpare verso un’isola da scoprire insieme, ricca di meraviglie, un posto quasi perfetto dove non serve manco il bastone a cui appoggiarsi. Lì il nonno rimane per sempre, rimandando a casa Syd: non è una rotta dolce sotto un cielo terso, come all’andata; è un ritorno burrascoso sotto nuvoloni cupi, tra onde grandi e minacciose che dicono perfettamente del dolore, della rabbia e anche di quel che non si capisce quando muore qualcuno. La tempesta che Syd affronta è la tempesta interiore e la casa silenziosa è il vuoto che si sente dentro: eppure c’è una busta, c’è un’immagine di quell’isola che dà di nuovo colore a tutto.

Del resto poi bisogna sempre fare attenzione ai particolari: se confrontate le pagine in cui compare la soffitta, quella prima della partenza e quella un po’ desolata in cui Syd è solo senza nonno e senza porta metallica, vedrete che il nonno non si è portato via tutto, ma ha lasciato al nipote un oggetto preciso. A ricordargli il tempo passato insieme e – mi piace pensare – a tenergli a mente che possiamo sempre portare la nave a casa, sana e salva, anche se le onde la fanno sobbalzare, anche se il cappello che portiamo in testa sembra ancora troppo grande per la nostra piccola esperienza.

Il sito di Davies. Sulla pagina Fb di Giralangolo trovate il booktrailer del libro.

Benji Davies, L’isola del nonno (trad. di Anselmo Roveda), Edt Giralangolo 2016, 36 p., euro 15

Ti darò il sole

16 Giu

ti darò il soleAmmetto di aver faticato ad ingranare con questo romanzo, che invece, almeno nella mia ottica di lettura, ha poi una folle accelerata di bellezza nella sua parte finale che forse è quel che ci si aspetterebbe distribuito su tutto l’arco della narrazione. Forse una certa difficoltà deriva dagli inserti molteplici della massime tratte dalla bibbia di nonna Sweetwine, la nonna dei protagonisti, e dai capitoli che presentano un andirivieni temporale sull’arco di tre anni: a capitoli alterni infatti seguiamo le vicende di Noah dai 13 ai 14 anni e quelle della gemella Jude tre anni più tardi, ricostruendo così le vicende della loro famiglia.

Noah e Jude sono legatissimi e assolutamente diversi, negli atteggiamenti come nel carattere: ombroso e solitario, lui, solare e ribelle lei. Il lettore li conosce per come ciascuno parla di sé in prima persona nei propri capitoli e per come vede l’altro, partendo dall’estate in cui la madre decide di migliorare ulteriormente la loro preparazione in vista dell’iscrizione a una prestigiosa accademia artistica; Jude sa che è il fratello ad avere i numeri, ad essere un genio del disegno, ma contemporaneamente lo vede privilegiato dalla madre e ne è gelosa: la sua forma di ribellione si legge negli abiti che indossa, nel trucco che utilizza, nei continui battibecchi che la contrappongono alla madre, mentre Noah si innamora di Brian, il nuovo sorprendente vicino di casa. Tre anni dopo tutto è cambiato: la madre è morta in un incidente d’auto, il padre è tornato a vivere a casa, Jude frequenta l’accademia, mentre Noah non ci ha mai messo piede e quasi sembra aver dimenticato la sua dimensione artistica. La rabbia di Jude, il tentativo di riparare gli sbagli che vengono confessati pian piano, la portano nello studio di un celebre scultore, suo tutor per il nuovo progetto scolastico, un uomo inquieto, dal passato tormentato e misterioso, per la cui casa si aggira un affascinante ragazzo inglese.

Tutta la narrazione è incentrata sul tema dell’arte, sulla propensione artistica dei protagonisti, sulla forza che scaturisce dalla scultura, dall’illustrazione, dall’osservazione della realtà, dalla capacità di fare arte partendo da quel che si sente, da quel che si vive o da quel che si nasconde nel più profondo di sé.

Il sito dell’autrice.

Jandy Nelson, Ti darò il sole (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2016, 485 p., euro 17,50, ebook euro 8,99