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L’uomo del treno

23 Gen

uomo-del-trenoL’attacco è di quelli che ti fanno venir voglia di metterti a leggere ad alta voce; ti dà il senso rotondo di una storia che ti avvolge; ti presenta l’Orso, la figura che metterà in moto tutta la storia, descrivendola con un tono che premette un che di epico. Probabilmente perché lo conosciamo sempre come l’Orso, il proprietario della falegnameria Mazzanti ha in sé qualcosa di leggendario che ben si confà alla sua figura: schivo, rispettato e solitario, attento alle vicende politiche e a quel che gli capita intorno, è lui a rendersi conto che i treni che transitano accanto alla sua ditta non portano solo più assi di legno per i tetti delle case o le bare dei soldati, ma uomini. Ci sono occhi tra le fessure delle assi dei vagoni, ci sono voci che si rincorrono a presagire scenari orribili, c’è una bambina che un giorno salta giù e subito viene ricacciata dentro sotto la minaccia di un mitra puntato. Allora l’Orso coinvolge i suoi uomini più fidati nella costruzione di un vagone da scambiare con l’ultimo di uno di quei treni, per salvare delle vite: e poco importa che dentro ci sia un uomo solo, un professore che sta cercando di raggiungere la moglie e la figlia catturate durante il rastrellamento del ghetto di Roma. Intorno all’Orso, operai fedeli, ragazzi che scelgono di essere liberi nel pensare, partigiani, ma anche chi cerca di far profitto dalla situazione di guerra e dalla prigionia degli ebrei, famiglie che temono per i propri figli al fronte. E poi Giuliana, appena assunta come contabile, a cui l’Orso affida una macchina fotografica chiedendole di esercitarsi.

Proprio la fotografia – con i modi di vedere attraverso un’obiettivo, la scelta di avere immagini come testimonianza – costituisce un secondo asse narrante del romanzo: Giuliana impara e riflette, sceglie un proprio modo di guardare a quel che sta succedendo, di salvare almeno i volti quando non è possibile le vite. E insieme alla fotografia gli occhi, quelli dei vivi, quelli che guardano attraverso le assi dei vagoni, quelli da attaccare ai manichini perché abbiano una parvenza umana.

La figura dell’uomo ebreo, unico occupante del vagone, è ispirata a Karol Borsuk, matematico polacco che, durante l’occupazione nazista inventò un gioco da tavolo, costruendone artigianalmente alcune copie per la sua famiglia, poi successivamente pubblicato: nel 2009, Super Farmer ha vinto il premio Side Award per il Miglior Gioco per Famiglie dei Best of Show assegnato da Lucca Games.

L’illustrazione di copertina è di Gianni De Conno. Il sito dell’autore.

Fabrizio Altieri, L’uomo del treno, Piemme 2017, 304 p., euro 15, ebook euro 6,99

Verdad

3 Mag

VerdadL’utopia è parte profonda di Verdad fin dalla sua infanzia, dalla sua storia familiare: sua madre ha vissuto a Monte Verità, la comune libertaria nata sul Lago Maggiore a inizio Novecento con l’ambizione di creare individui liberi, umanità nuova. Per la bambina quel luogo è un nome sul retro di una fotografia che la nonna dispera di non aver bruciato, ora che è sola in un villaggio dei Pirenei con quella nipote, figlia a suo dire del peccato. Ma l’utopia di un mondo più giusto e migliore sostiene Verdad anche nelle scelte adulte di combattere contro il franchismo nelle file delle Brigate Internazionali e successivamente, perso un braccio in un’azione e volta al peggio la guerra, di non fuggire in Francia, ma di restare, esiliata sulla montagna in una scelta solitaria dettata non solo da motivi politici quanto piuttosto dalla condizione fisica, dal sentirsi ai margini perché quello che conta agli occhi altrui è quel che non riesci a fare e non la fatica a fare qualsiasi cosa.

A poco più di vent’anni Verdad è una donna scavata che si condanna alla solitudine per poi trovare un barlume di speranza in un indirizzo conservato su un pezzo di carta; è una donna sceglie ancora, fedele alo spirito combattivo che le è stato trasmesso col sangue. La sua storia è narrata attraverso il segno di Lorena Canottiere che, da abbozzo di linee, dà corpo a persone e natura declinandosi nella scelta di poche cromie che perfettamente si adattano al contenuto del fumetto. Una narrazione che tocca la parte più intima della protagonista e la ribalta storica del suo Paese, che procede per ricordi e per rimandi: la ragazza racconta se stessa bambina, poi l’incontro con Enrique, il paese di origine, Barcellona, la guerra, la scelta della montagna; il tutto cucito attraverso una leggenda locale della sua valle, quella della vecchia volpe, una storia di predatori e prede esattamente come lo sono la sua storia personale e la Storia del suo Paese in quel preciso momento storico. Ma la figura della volpe, esattamente come la storia di Verdad, ricorda che c’è e resiste comunque chi non vuole credere che sia tutto inutile e che l’idea di un mondo migliore, più libero passa attraverso le singole scelte che una persona fa nel quotidiano più proprio come di fronte agli avvenimenti che la coinvolgono nella società.

Qui le undici tracce di Verdad, la bella colonna sonora a cura di Stefano Risso che potete ascoltare on line o scaricare per accompagnare la lettura.

A proposito di Monte Verità, oggi è visitabile la parte museale.

Il blog di Lorena Canottiere dove potete leggere le strisce di  ça pousse.

Lorena Canottiere, Verdad, Coconino Press – Fandango 2016, 157 p., euro 19

Partigiano Rita

21 Apr

partigiano ritaDal 1938 al 1944 le vicende italiane narrate attraverso il quotidiano di una ragazza triestina, Rita Rosani, di famiglia ebraica benestante, arrivata da anni dalla Moldavia e perfettamente integrata in città dopo aver italianizzato il proprio cognome ed avere ottenuto la cittadinanza. Rita è nata in Italia, l’italiano è la sua lingua, le persecuzioni vissute in patria dai genitori fanno solamente parte di una storia di famiglia che pare lontana; lei pensa alle vacanze, ai vestiti, all’amore che verrà. La sua storia, una storia vera narrata da Paola Capriolo, diventa la narrazione dei mesi in cui l’Italia cambia, arrivano le leggi razziali, il confino per gli ebrei che non avevano cittadinanza, l’insinuarsi della certezza che anche la libertà per chi riesce a salvarsi è una concessione del destino che può essere revocata da un momento all’altro.

Il lettore che apprezza “storie vere” troverà tra queste pagine la carrellata di mesi e di anni che maturano e mutano Rita e la descrizione delle scelte che deve prendere, della lotta personale prima ancora che civile che intraprende, fedele all’idea delle eroine bibliche, descritte come molto più forti e coraggiose degli uomini. Maestra alla scuola ebraica, poi in fuga per proteggere i genitori, facendo “finta di nulla” come sempre dice la madre per passare inosservati, matura accanto all’uomo della sua vita la scelta di unirsi alla banda partigiana da lui fondata, pretendendo di essere riconosciuta come membro effettivo e combattente, prima che come femmina e donna del capo. Ed è un riconoscimento che al momento della sua uccisione, quando i fascisti arriveranno di soppiatto a colpire i partigiani sul monte Comune, che  le riconosceranno parimenti il compagno, che proseguirà la lotta col nome di “Comandante Rito”, e il tenente che l’ha uccisa; alla domanda dei suoi risponde che quella che ha finito sparando a bruciapelo “non era una donna, ma un bandito”.

Il romanzo ha il pregio di riprendere la storia di una partigiana, offrendo nel contempo uno spaccato quanto mai veritiero delle vicende italiane dal 1938, viste dalla parte di chi, ebreo, vede progressivamente cambiare la propria situazione, prima con incredulità, poi prendendo coscienza della tragica e assurda realtà che si trova a vivere.

A proposito di Rita Rosani, leggi la sua scheda sul sito dell’ANPI. La sua  storia ha ispirato Col sole in fronte, un disco e uno spettacolo teatrale del gruppo Regina Mab, scritto da Paolo Ragni e adattato da Franco Manzini: guardatene un pezzetto qui.

Paola Capriolo, Partigiano Rita, Einaudi Ragazzi 2016, 144 p., euro 11

L’argine

18 Apr

l-argineL’argine come terrapieno che contiene e acque di un fiume, come riparo, come difesa, ma anche in un certo senso come confine. L’argine che dà titolo a questo fumetto prezioso è quello del fiume Senio, che nasce in Toscana e va a buttarsi nel Reno, qui nel suo tratto nella bassa ravennate, vicino a Cotignola, nel preciso momento storico dell’aprile 1945. Da una parte il paese e dall’altra i campi; da una parte gli abitanti rimasti e le case abbandonate e dall’altra il fronte della guerra che non avanza, gli Alleati che non passano e mandano aerei a bombardare. Ma l’argine può anche essere inteso come atto di resistenza, come argine contro la violenza e l’assurdo (nel gesto estremo di un prete e un capo partigiano uniti da un lenzuolo bianco per chiedere di risparmiare gli abitanti sopravvissuti ai precedenti bombardamenti), come difesa a favore della vita: non si raccontano solo la guerra, gli scontri, la fucilazione dei partigiani, ma anche la generosa ospitalità della comunità di Cotignola che nascose  e salvò tanti ebrei, grazie al coinvolgimento corale orchestrato da Vittorio Zanzi, macellaio antifascista che ricopriva il ruolo di commissario prefettizio.

La storia della comunità cotignolese viene raccontata attraverso gli occhi di un bambino, il piccolo Frazchì che deve attraversare l’argine con la capra Ninetta, unica ricchezza della famiglia, per portarla a ingravidare qualche chilometro più in laà, lungo l’argine appunto, e che si porta appresso i segnali che coglie, le minacce fasciste, il segreto degli ebrei nascosti. Ed è un altro bambino ad ascoltare, il nipote a cui il nonno Frazchì racconta l’episodio dell’infanzia, la grande paura, mediandolo attraverso la tradizione di paese della festa della Segavecchia, carnevale di Quaresima.

La particolarità del fumetto, che ne segna una felice riuscita grafica e narrativa, è la capacità di mescolare due stili differenti: quello morbido, dai colori leggeri di Marina Girardi, e quello dalle linee nette di Rocco Lombardi, quasi a segnare aspetti diversi del quotidiano di Frazchì, l’irrompere della violenza (quella quotidiana della lotta vicina, fatta di minacce e di fucilazioni, di parole e di spari, e quella improvvisa dei bombardamenti), la scelta di mescolare realtà e sogno. Ne nasce un racconto che avvolge il lettore come la nebbia col piccolo protagonista e le tavole dove i due stili si intersecano sono davvero imperdibili.

Arrivate fino in fondo alla lettura, fino alla postfazione di Massimiliano Fabbri del Museo Civico Luigi Varoli, che sottolinea, ricorda, fa memoria e insieme dice anche dell’utilizzo del linguaggio del fumetto, del linguaggio grafico, della possibilità di sguardi e linguaggi plurimi anche nel fare memoria.

Il blog di Marina Girardi. Il blog di Rocco Lombardi.

Marina Girardi  – Rocco Lombardi, L’argine, Becco Giallo 2016, 135 p., euro 15

I passi del padre

14 Set

passi del padre

Ha quasi quattordici anni Venanzio, testa piena di ricci ribelli e giornate da tuttofare, aiutando dove c’è bisogno, in particolare nel podere di Oreste, per guadagnare la giornata. Vive in un piccolo paese del Friuli, dove conosce i nomi di tutti, umani e bestie, e quando non li sa ne attribuisce lui stesso, come il tenero frutine alla bimba impulsiva dalle trecce bionde. La narrazione in prima persona è fatta di quadri; ad ogni capitolo ne corrisponde uno, che trasporta il lettore sul filo del tempo, con un mese preciso e un personaggio che spicca. Dal settembre 1943 all’agosto 1944 Venanzio racconta il suo paese, i personaggi caratteristici, il matto di turno, i compagni d’avventura, la guerra che invade, che prende il volto di fascisti e tedeschi, i partigiani poco lontani e le staffette che pedalano sulle loro biciclette. Venanzio racconta la madre, il contadino Oreste, lo zio Bepi che gli parla del mondo, della giustizia e gli racconta e gli fa leggere le grandi storie, da Ulisse ad Achab passando per Huck Finn. Si richiamano la guerra di Spagna, le barricate di Parma del ’22, gli echi della Resistenza, fino a sfociare nell’arrivo dei cosacchi nelle terre friulane e nella strage di Torlano che si fa viva, in tutta la sua crudeltà, sotto gli occhi del lettore.

I quadri che si susseguono non compongono solamente un’evocazione di fatti storici, ma restituiscono il ritratto e il gusto di un’epoca, permettendo a chi legge di conoscere piccole sfumature della quotidianità di quegli anni. Con evocative descrizioni che segnano l’importanza nella vita del protagonista della natura: la terra, gli animali, gli eventi atmosferici tutto fa parte del suo mondo; lo spaventapasseri, il frusciare delle foglie di granoturco, gli alberi, gli occhi della volpe, il vento, le mucche o i gatti da chiamare per nome sono elementi fondamentali quanto gli uomini e le donne che circondano Venanzio, a tratti forse più.

L’illustrazione di copertina è di Nino Cammarata. A proposito di Alfredo Stoppa.

Alfredo Stoppa, I passi del padre. Quando l’allodola smise di cantare, Euno 2015, 138 p., euro 10, ebook euro 5,99

Stivali a Monte Sole

26 Ago

Cover Casarini Montesole:Layout 1Torna in nuova edizione un testo edito nel 2008 da Falzea, ora riproposto da Pendragon. Lo segnaliamo perché ci sembra un buon modo per proporre vicende storiche e per raccontare ai ragazzi una tragedia come l’eccidio di Monte Sole, consumatosi tra il 29 settembre e il primo ottobre 1944, accanto a vicende simili recentemente riprese dall’editoria per ragazzi (tra le altre, il rogo di Stazzema dell’omonimo libro di Annalisa Strada e Gianluigi Spini).

In questo caso, la vicenda delle lotta partigiana sull’appenino bolognese, dei rastrellamenti nazisti e delle stragi che videro la morte di più di 700 persone in quella manciata di giorni d’autunno, è narrata dal singolare punto di vista di una lupa solitaria che scruta i modi degli uomini e pone domande e dubbi ad un asino di cui si è fatta amica. La sua voce fa così da descrizione alle azioni della Brigata Stella Rossa, guidata da Mario Musolesi che scelse Lupo appunto come nome di battaglia, ma anche alla vita in tempo di guerra di chi è rimasto a vivere nei piccoli centri sull’Appenino seguendo dal bosco per mesi le vicende che poi sfociano nell’assurdo gesto di cui l’animale è testimone.

Accompagnano il testo le illustrazioni di Antonio Ferrara, che ci siamo abituati più di recente a considerare come autore; può essere questa occasione per andare a recuperare il suo lavoro d’illustratore, sia nei testi da lui composti sia in quelli in cui ha lavorato su narrazioni altrui, come in Io sono così, di Fulvia Degl’Innocenti (Settenove, 2014) recentemente insignito del Premio Andersen 2015 come miglior libro fatto ad arte.

Questo è il sito del Parco storico regionale di Monte Sole.

Giulia Casarini – ill. Antonio Ferrara, Stivali a Monte Sole, Pendragon 2015, 77 p., euro 13 

Il segreto di Espen

26 Mar

segreto di espen

Quando la Germania nazista invade la Norvegia, nel 1940, Espen ha quattordici anni e vede rapidamente cambiare il suo quotidiano fatto di scuola, squadra di calcio e famiglia. Il libro lo segue per i cinque anni successivi, in cui la sua crescita procede di pari passo con l’acuirsi della situazione interna (l’arresto di milletrecento insegnanti, razionamento del cibo, torture, pestaggi, delazioni) e con il suo impegno nel movimento di resistenza che lo vede dapprima distribuire giornali e messaggi clandestini, poi assumere incarichi sempre più importanti e pericolosi. Intorno tutto cambia: viene sciolto il movimento degli Scout e a Espen viene confiscata la divisa; chi possiede una radio può incappare nella pena di morte, gli ebrei sono deportati nei campi di concentramento in Germania e viene introdotto il Servizio di Lavoro Obbligatorio. Come tante altre famiglie norvegesi, anche quella di Espen si rifiuta di giurare fedeltà al partito nazista e si adopera per combattere il nemico, ciascun membro a suo modo: gli sguardi, i gesti dei genitori e dei figli valgono più di tante parole e descrivono un affiatamento di intenti che non ha bisogno di sottolineature o di proclami.

La guerra entra di prepotenza anche nelle amicizia, anche negli affetti; non è semplice per il protagonista accettare che gli amici, i compagni di squadra parteggino per i nazisti ed entrino a far parte delle loro organizzazioni; parimenti lo sorprendono però i gesti di solidarietà e di coraggio che non si aspetta: la sorella che ruba tessere annonarie per nutrire i prigionieri, la ragazza amata che lo nasconde in casa, un’anziana sul treno che gli si fa complice, un soldato nazista che finge di non vedere. La narrazione permette di mostrare ai lettori gli anni della Seconda Guerra mondiale da un’angolatura poco frequente: quella di un altro Paese nella sua quotidianità. Permette di parlare di quel che significa resistere ogni giorno e di come un intero popolo possa schierarsi con azioni minuscole che rendono però visibile la propria posizione e rafforzano così la possibilità di sperare nel cambiamento; azioni minime come possono essere indossare un berretto rosso o un paio di calze del colore inviso ai nazisti, scegliere di non tagliare – nessuno degli alunni – il traguardo della gara di sci resa obbligatoria dal regime e anzi fermarsi pochi metri prima e intonare l’inno nazionale, portare addosso un fiore nel giorno del compleanno del re esiliato, andare in giro con una graffetta sul bavero, dei fiammiferi nei nastri dei cappelli, l’orologio al contrario: piccoli gesti per farsi insieme spavaldi. E , su tutti, la figura di Tante Marie, che guida, insegna, suggerisce, spinge Espen a essere più furbo e più intelligente del nemico, a non farsi vincere dalla rabbia e a seguire la luce, sempre.

Il sito dell’autrice. Come spiega la nota finale, questa storia è nata dai racconti che i genitori di Margi Preus, che parteciparono alla resistenza norvegese, ed è in particolare ispirata alla vicenda di Erling Storrusten: qui potete leggere la sua diretta testimonianza.

Margi Preus, Il segreto di Espen (trad. di Aurelia Martelli), EDT Giralangolo 2015, 290 p., euro 14

Cantalamappa

20 Mar

cantalamappa

Il bibliotecario di Fessacchiopoli presenta al lettore Adele e Guido Cantalamappa, due viaggiatori esperti di lungo corso, che guidano una Autopesce e che si portano dietro un enorme Librone dei Viaggi, in cui rendicontano le loro avventure e i luoghi che hanno visitato. Proprio dal librone sono tratte le quindici storie che si susseguono in questo libro, ciascuna accompagnata da una mappa e da immagini che ritraggono i due viaggiatori oppure i protagonisti dei racconti che riportano. Ci sono alcune nazioni e città inventate, ma molte sono reali e permettono quindi di condividere le mappe coi lettori e di prendere spunto per andare a cercare notizie in più, per approfondire, per fare altri viaggi (attraverso le ricerche, attraverso i libri o magari mettendosi davvero lo zaino in spalla). Alcune storie hanno trovato spazio sulle pagine dei giornali come notizie curiose, come il cinema nel deserto del Sinai o come l’Isola di Plastica che semina paperelle e altri animali di gomma sulle coste del Canada, dell’Islanda, degli Stati Uniti; altre ci riportano ad avventure in terre inospitali come la vicenda dell’isola-vulcano di Tristan da Cunha; altre ancora riprendono vicende storiche, come le spedizioni di Bottego in Africa o il disastro del Vajont.

Che narrino storie reali o che raccontino la realtà affidandola a nomi fantasiosi di popoli e nazioni, che si rifacciano a protagonisti letterari o che omaggino Tavo Burat riprendendo la vicenda resistente di Dolcino e Margherita e del Monte Rubello,  Wu Ming fa, attraverso la geografia, storia e testimonianza di resistenza, di possibilità, di utopie, di quel che può nascere dagli incontri.

Il libro nasce da un esperimento precedente: i laboratori condotti in biblioteche e scuole da Wu Ming raccontando ai bambini le cartografie del libro Mappe, pubblicato da Electa (Premio Andersen 2013). Potete leggere a proposito del progetto questa intervista apparsa il 4 marzo sui giornali del consorzio Quotidiano Nazionale.

Il blogdei Wu Ming. Il sito di Paolo Domeniconi.

Wu Ming – ill. di Paolo Domeniconi, Cantalamappa. Atlante bizzarro di luoghi e storie curiose, Electa Kids 2015, 125 p., euro 14,90

Fuochi d’artificio

23 Feb

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Premessa necessaria: i luoghi in cui è ambientato questo libro fanno parte del mio orizzonte e le storie e le vicende della Resistenza di cui furono teatro fanno parte della storia della mia famiglia. Sono cresciuta con le voci dei partigiani che raccontano, con la voce di Nuto Revelli che accenna piano “Addio belle ragazze di Mesce e Casterino”, con le suggestioni dei passi delle 181ª Brigata  Garibaldi nei sentieri sulla collina di casa (quei sentieri che oggi fanno parte del progetto Memoria delle Alpi). Se domandavo una storia, era facile che parlasse di masche oppure di partigiani, inanellando nomi di battaglia a quelli di Galimberti, dei Bianco ecc. E se, dalla casa di Torre Pellice in cui nel 1944 stavano i Jervis guardo la prospettiva della strada di fronte, non posso non pensare a Lucilla Rochat che riceve la conferma della morte di Willy. Insomma, di fronte a questo romanzo mi ci sentivo dentro fino al collo 🙂

La storia della Resistenza è vista dagli occhi della tredicenne Marta che ha lasciato Torino per trovare rifugio a casa dei nonni e lì riprendere una normalità di vita (la scuola, l’amicizia con Sara) insieme al fratello maggiore. Un altro fratello combatte già tra le fila partigiane, anche il padre è impegnato con il CLN e la madre è costretta a rimanere presso la famiglia d’origine in Svizzera, dopo che è stato scoperto che aiutava famiglie ebree a scappare oltre confino. Ecco, la figura della madre di Marta permette all’autore, come anche in altre occasioni, di accennare a diverse componenti di quel particolare momento storico e offrire suggestioni e spunti. Incontriamo Marta nell’aprile del 1944, nel momento in cui si rende conto che il suo aspetto ancora bambino può facilitarla di fronte ai soldati: può passare in qualche modo inosservata, suscitare al massimo simpatia nella somiglianza coi figli dei militari tedeschi e può darle carta bianca; proprio su questo puntano lei, il fratello Davide e gli amici Sara e Marco che si inseriscono tra le maglie della resistenza, interpretando i messaggi da recapitare e cercando di dare il loro apporto, non senza ingenuità e senza pericoli.

La narrazione segue l’inverno di attesa e la primavera del ’45 con la ripresa delle ostilità, i rastrellamenti e la lotta che si fa decisiva fino alla festa di aprile. Segue anche la crescita di Marta col suo spirito ribelle, gli imprevisti, il dolore della morte, la fatica, la paura di sbagliare e di non farcela; segue il suo essere indomita, i suoi incontri con le diverse bande partigiane, con le famiglie degli amici, con i montanari che la nascondono e la soccorrono e di ciascuno mostra la visione di quei mesi e i risvolti al termine della lotta, nel tentativo di rendere prossimo ai giovani lettori un momento fondamentale della nostra storia.

Vista la premessa iniziale, mi permetto un’annotazione a margine: se la valle in cui è ambientata la storia è – come scrive l’autore – “idealmente collocata in quella fascia di Alpi piemontesi dalla val di Susa in giù, dette anche valli occitane, tra le quali vi sono la val Pellice e Germanasca (…) e le valli del cuneese”, ecco allora i montanari, i pastori che la protagonista incontra, quelli che vivono in alta montagna e che la accolgono o la incrociano per un tratto del cammino, non possono parlare quel piemontese riportato nel libro e nemmeno appellarla come “fiola”, che suona al massimo ossolano. Parlano occitano, nelle diverse sfumature, nelle differenze che caratterizzano le valli, ma occitano è.

Il blog dell’autore. L’illustrazione di copertina è di Cesare Reggiani.

Andrea Bouchard, Fuochi d’artificio, Salani 2015, 312 p., euro 14,90, ebook euro 9,99

La fine del cerchio

9 Dic

fine del cerchio

Vi ricordate di Bambini nel bosco, della sua capacità lieve di dire cose essenziali, dei protagonisti Tom, Hana e gli altri bambini che tentavano di scappare dalla Base in cui erano rinchiusi dopo il disastro che ha mutato il pianeta, imparando a conoscere il mondo? Ecco, in questo nuovo romanzo di Beatrice Masini si è fatto un passo in avanti nel tempo ed è arrivato il momento di provare a ricominciare, di riorganizzare la vita sulla Terra. Forti dell’esperienza dei primi (voci fuori campo che punteggiano la trama, si interrogano e osservano) e supportati da regole precise, da un manuale e dall’addestramento ricevuti prima della partenza, gruppi di bambini guidati da un Vecchio vengono inviati in particolari punti del pianeta per riavviare la vita. Il lettore ha modo di seguirne tre, uno quasi standard rispetto all’idea di chi li ha pensati, gli altri due un po’ anomali perché – si sa – gli imprevisti possono sempre capitare. Inviati rispettivamente in una località di villeggiatura in riva al mare, su un’isola nel cuore dell’Africa e in una lussuosa villa settecentesca totalmente affrescata, i bambini imparano il mondo: il mare, l’acqua che sgorga dai rubinetti, la scuola, i semi da piantare, il sapore e la consistenza dei cibi diversi. Imparano la pazienza e le sbucciature, la condivisione e la morbidezza dei materassi, la curiosità e gli animali. Imparano ad essere autonomi, a lasciar andare quando è il momento i  vecchi che li hanno guidati sperando e tentando, ad accogliere chi arriva e sembra all’apparenza diverso. A fare futuro vivendo il presente.

La copertina è Sarah J. Coleman.

Beatrice Masini, La fine del cerchio, Fanucci 2014, 160 p., euro 12, ebook euro 9,99 (in questo momento in promozione a euro 2,99)