Archive by Author

Thomas e le gemelle

2 mar

thomas e le gemelleUn racconto lungo di Lucarelli che si presta anche a una lettura condivisa ad alta voce, ben calibrata tra le descrizioni dei protagonisti e del loro ambiente e il meccanismo del giallo, in un’incalzante infilata di poche pagine quadrate (l’ormai noto formato dei Quaderni Quadroni dell’editore Rrose Sélavy) intervallate dalle illustrazioni di Cicarè.

Due gemelle al primo anno di asilo e un vicino di casa di dieci anni condividono un angolo di meditazione a gambe incrociate nei giardinetti del quartiere. Con lo spirito d’osservazione che le contraddistingue le due bambine, poco loquaci e costantemente con la bocca occupata dal ciuccio, fanno notare a Thomas che qualcosa non va nel tragitto segnato dalle cacche di Congo, temuto cane dell’ingegnere che abita in fondo al viale. Thomas dal canto suo è alle prese con strane luci che lo tengono sveglio di notte e lo spaventano. Decide così di seguire la traccia, incuriosito anche dai frammenti di discussione che ha carpito nel giardino della villa dell’ingegnere, e di scoprire cosa succeda davvero la notte nel cantiere vicino. Non è affatto uno strano mostro che soffia, ma ce n’è di che mettere in pericolo la salute di tutti gli abitanti della zona.

Un’unica nota: il testo dice che Congo è un cane nero. Nelle illustrazioni ha un bel pelo marrone. Provate a legger che è nero e a farlo vedere marrone: chi vi ascolta – o legge da solo la storia – noterà subito la discrepanza… sono attentissimi, i lettori! Come leggere “Abbaia, George!” e far loro credere – specie se sono bambini abituati alle fattorie e ai bovini – che quella che il veterinario tira fuori dalla pancia del cane sia davvero una mucca…

Il sito dell’illustratore.

Carlo Lucarelli – ill. Mauro Cicarè – introduzione di Grazia Verasani, Thomas e le gemelle ovvero la strana faccenda del mostro con gli occhi di luce gialla, Rrose Sélavy 2015, 32 p., euro 14

Atlante della natura

28 feb

atlante della natura (2)

Questo grande libro quadrato non può non affascinare con la grazia e la bellezza leggera delle sue illustrazioni che introducono alle caratteristiche delle stagioni e ai cambiamenti che esse portano al paesaggio e ai comportamenti animali (bestie, bestiole e umani, tutti compresi).

Partendo dalla primavera, il testo segue l’andamento delle stagioni osservando le peculiarità di ciascuna in otto ambienti differenti (giardino, orto, bosco, fattoria, campo, stagno, frutteto e strada di città) e sottolineando alcune caratteristiche per ciascuna combinazione tempo/luogo, tanto che l’indice diventa una sorta di schema, di tabella dove gli incroci danno le risultanti di queste combinazioni. Un breve testo accompagna le immagini, a loro volta affiancate da didascalie che incuriosiscono, spiegano, sfidano i lettori a tenere bene aperti gli occhi, ma anche a drizzare le orecchie e affinare l’odorato per cogliere appieno quel che succede intorno.

Si scopre così dove stanno andando i rospi che vediamo attraversare la strada in primavera; si seguono le indicazioni per scovare ciuffi di pelo impigliati nei cespugli; si guardano crescere i semi e si raccolgono i frutti dell’orto; si va al mercato, nel frutteto, in letargo. Ci sono inviti a coprirsi bene e poi lanciarsi per fare l’angelo di neve, ma anche per scoprire chi abita lo stagno o per interrogarsi sui bernoccoli che spuntano sui rami. Insomma, ci sono occasioni per farsi attenti, per farsi curiosi, per condividere giochi e scoperte, per mettere il naso fuori, proprio adesso che la primavera comincia ad annunciarsi in cieli tersi e prime gemme sul lillà.

Peccato solo per il corsivo del carattere con cui sono scritte le didascalie che di certo non facilità la lettura di tutti.

Il sito dell’illustratrice e il suo blog.

Kay Maguire – Danielle Kroll, Atlante della natura (trad. di Milena Archetti), Electa Kids 2015, 79 p., euro 16,90

Con il vento verso il mare

27 feb

con il vento verso il mareTorna nuovamente Polleke, la ragazzina a cui Guus Kuijer affida le grandi domande della vita e qualche tentativo di risposta con la naturalezza dei suoi pochi anni che spiazzano, con il suo vissuto quotidiano e con il suo sentire di poeta, il mestiere che lei vorrebbe fare da grande, grazie al quale semina lungo le pagine brevi versi che condensano le sue riflessioni e le sue aspettative.

Il lettore l’ha conosciuta a undici anni, in Per sempre insieme, amen, dove ci raccontava del suo mondo: i nonni, gli amici Caro e Mimun, la mamma fidanzata col maestro, il papà appena uscito di prigione; poi ha seguito le sue avventure in Mio padre è un PPP e Un’improvvisa felicità, apprezzandone le “primizie”, come lei stessa definisce quegli attimi lampanti di rivelazione, e lo sguardo sul mondo, spesso dissacrante. Polleke affronta argomenti come la morte, la crescita, la religione, il credere o meno in qualcosa, l’amore, la difficoltà dell’amicizia.  In questo nuovo romanzo è alle prese col matrimonio della mamma e del maestro, con la nuova versione religiosa del padre che ha aperto un centro di meditazione e va in giro indossando una tunica, con l’interrogativo se rimettersi o meno con Mimun e soprattutto con la malattia del nonno e le certezze, tristi e inevitabili, che porta con sé.  Ci racconta di come siano facili all’offesa gli adulti e a volte incapaci di dire la semplice verità; di come si possa pregare anche se non si crede davvero in nulla; di come si possa tenacemente camminare e sperare anche quando non si sa più nulla.

E ripete anche un concetto che torna più volte nelle sue avventure: qui ricorda agli adulti di avere solo dodici anni, che sono tanti ma anche pochi in alcuni casi; qualche libro fa ripeteva “Ho solo undici anni, non mi dispiacerebbe avere ragione meno spesso”: cari adulti, pensateci.

Guus Kuijer – ill. Alice Hoogstad, Con il vento verso il mare (trad. di Valentina Freschi), Feltrinelli kids 2015, 105 p., euro 9, ebook euro 6,99

L’atomica

24 feb

atomicaIl prologo di questo libro, che racconta della costruzione della bomba atomica e della lotta tra Stati Uniti, Germania e Unione Sovietica al possesso dell’arma più potente al mondo come se fosse un romanzo, è da urlo. Un inizio perfetto che incolla alla pagina e fionda il lettore all’interno delle dinamiche che portarono alla corsa scientifica all’atomica, intrecciando sulle pagine i diversi fronti impegnati e illustrando sia il percorso degli scienziati che i movimenti dei servizi segreti per lo scambio di informazioni che le scelte politiche che portarono poi all’utilizzo della bomba e alla distruzione delle città giapponesi.

Tra le pagine ci sono Roosevelt e Truman, Hitler e Stalin; ci sono Einstein, Robert Oppenheimer (il padre della bomba atomica che testi scolastici di qualche anno fa descrivevano liricamente con la specificazione “tre lauree, otto lingue e un fascino irresistibile”…), Enrico Fermi, ma anche i resistenti norvegesi che sabotarono la centrale di approvvigionamento di acqua pesante dei tedeschi, le spie sovietiche e i cittadini statunitensi che entrarono a far parte della rete del Kgb fornendo preziose informazioni sullo sviluppo del progetto. Con l’avanzare del racconto, il testo si fa a tratti denso di nomi, di specificazioni e può non essere semplicissimo districarsi tra specifiche scientifiche e fronti diversi su cui l’azione si sviluppa, ma possiede di certo il pregio di essere una narrazione che regge la tensione e che regala volti e sfumature quotidiane a un evento che spesso è considerato nei suoi risvolti scientifici o storici. Mostra l’impegno nella sfida e l’esultanza di fronte ai risultati della comunità scientifica riunita a Los Alamos, l’aura di segreto che avvolgeva tutta l’operazione, le tecniche delle spie, le scelte dei singoli che si rivelarono fondamentali, i dubbi e le domande che molti cominciarono a farsi. Mostra come un gruppo di menti eccellenti fosse appunto impegnato in una sfida scientifica e come l’esaltante risultato ottenuto, impensabile fino a pochi anni prima, abbia avuto un’applicazione pratica immediata e una devastazione umana e ambientale a cui molti – esaltati dal risultato scientifico e su di esso concentrati – non erano pronti.

Corredato da fotografie che danno un volto ai protagonisti della storia e da una bibliografia finale specifica, quella su cui l’autore si è basato per ricostruire minuziosamente i pochi anni che cambiarono la storia del mondo.

Il sito dell’autore che con questo libro ha ottenuto numerosi premi tra il 2012 e il 2013.

Steve Sheinkin, L’atomica. La corsa per costruire (e rubare) l’arma più pericolosa del mondo (trad. di Nello Giugliano), Il Castoro 2015, 294 p., euro 15,50

Fuochi d’artificio

23 feb

Fuochi d Artificio_Sovra.indd

Premessa necessaria: i luoghi in cui è ambientato questo libro fanno parte del mio orizzonte e le storie e le vicende della Resistenza di cui furono teatro fanno parte della storia della mia famiglia. Sono cresciuta con le voci dei partigiani che raccontano, con la voce di Nuto Revelli che accenna piano “Addio belle ragazze di Mesce e Casterino”, con le suggestioni dei passi delle 181ª Brigata  Garibaldi nei sentieri sulla collina di casa (quei sentieri che oggi fanno parte del progetto Memoria delle Alpi). Se domandavo una storia, era facile che parlasse di masche oppure di partigiani, inanellando nomi di battaglia a quelli di Galimberti, dei Bianco ecc. E se, dalla casa di Torre Pellice in cui nel 1944 stavano i Jervis guardo la prospettiva della strada di fronte, non posso non pensare a Lucilla Rochat che riceve la conferma della morte di Willy. Insomma, di fronte a questo romanzo mi ci sentivo dentro fino al collo :-)

La storia della Resistenza è vista dagli occhi della tredicenne Marta che ha lasciato Torino per trovare rifugio a casa dei nonni e lì riprendere una normalità di vita (la scuola, l’amicizia con Sara) insieme al fratello maggiore. Un altro fratello combatte già tra le fila partigiane, anche il padre è impegnato con il CLN e la madre è costretta a rimanere presso la famiglia d’origine in Svizzera, dopo che è stato scoperto che aiutava famiglie ebree a scappare oltre confino. Ecco, la figura della madre di Marta permette all’autore, come anche in altre occasioni, di accennare a diverse componenti di quel particolare momento storico e offrire suggestioni e spunti. Incontriamo Marta nell’aprile del 1944, nel momento in cui si rende conto che il suo aspetto ancora bambino può facilitarla di fronte ai soldati: può passare in qualche modo inosservata, suscitare al massimo simpatia nella somiglianza coi figli dei militari tedeschi e può darle carta bianca; proprio su questo puntano lei, il fratello Davide e gli amici Sara e Marco che si inseriscono tra le maglie della resistenza, interpretando i messaggi da recapitare e cercando di dare il loro apporto, non senza ingenuità e senza pericoli.

La narrazione segue l’inverno di attesa e la primavera del ’45 con la ripresa delle ostilità, i rastrellamenti e la lotta che si fa decisiva fino alla festa di aprile. Segue anche la crescita di Marta col suo spirito ribelle, gli imprevisti, il dolore della morte, la fatica, la paura di sbagliare e di non farcela; segue il suo essere indomita, i suoi incontri con le diverse bande partigiane, con le famiglie degli amici, con i montanari che la nascondono e la soccorrono e di ciascuno mostra la visione di quei mesi e i risvolti al termine della lotta, nel tentativo di rendere prossimo ai giovani lettori un momento fondamentale della nostra storia.

Vista la premessa iniziale, mi permetto un’annotazione a margine: se la valle in cui è ambientata la storia è – come scrive l’autore – “idealmente collocata in quella fascia di Alpi piemontesi dalla val di Susa in giù, dette anche valli occitane, tra le quali vi sono la val Pellice e Germanasca (…) e le valli del cuneese”, ecco allora i montanari, i pastori che la protagonista incontra, quelli che vivono in alta montagna e che la accolgono o la incrociano per un tratto del cammino, non possono parlare quel piemontese riportato nel libro e nemmeno appellarla come “fiola”, che suona al massimo ossolano. Parlano occitano, nelle diverse sfumature, nelle differenze che caratterizzano le valli, ma occitano è.

Il blog dell’autore. L’illustrazione di copertina è di Cesare Reggiani.

Andrea Bouchard, Fuochi d’artificio, Salani 2015, 312 p., euro 14,90, ebook euro 9,99

Il diavolo e la gubana

20 feb

diavolo e la gubanaSabato 21 febbraio si celebra la Giornata Internazionale della Lingua Madre ed è – per me che non sopporto le giornate dedicate – l’unica celebrazione a tema sostenibile. Ci sono tante iniziative, tra cui quella che invita a twittare per una giornata solamente nell’idioma d’origine per dar cittadinanza sul web anche a quelle lingue che solitamente poco vi compaiono: anche un modo per ricordarsi come suonano nella lingua originaria di ciascuno di voi, nella lingua del cuore sperando che ne abbiate una, termini che siamo abituati a utilizzare in forma o in derivazione straniera, inglese per lo più. Ad esempio, se dovessi invitarvi a twittare e a parlare, chiacchierare, ciarlare nel mio occitano vi direi di piular (sì, proprio il pigolio dei pulcini!), charlar, charamlar, babìar, insomma menar la lenga :-)

Per l’occasione mettiamo in vetrina questa pubblicazione curata dalla Biblioteca civica di Cividale del Friuli, con testo trilingue: italiano, sloveno e friulano. Si racconta la leggendaria origine della gubana, il dolce tradizionale delle valli del Natisone, nella cui nascita mise lo zampino il diavolo. In effetti proprio lui aveva deciso di manomettere, maledicendoli, tutti i forni per impedire di cuocere le focacce dolci che ogni famiglia preparava per poi scambiarle con amici, vicini e parenti la domenica di Pasqua. Peccato che dimenticasse il mulino di Michele Foramitti, generoso e buono che invitò tutti i compaesani a unire gli ingredienti rimasti per impastare un dolce da condividere insieme.

Un libro che riprende la tradizione, occasione per riscoprire altre leggende simili, altri dolci, altre storie dove il diavolo mette lo zampino.

Il sito di Chiara Carminati. Il sito di Pia Valentinis e il suo blog.

Chiara Carminati – Pia Valentinis, Il diavolo e la gubana (trad. in sloveno a cura di Michele Obit e Tjaša Gruden; trad. in friulano a cura di Priscilla De Agostini), Sinnos 2014, 36 p., euro 12

 

In piedi nella neve

19 feb

9788866562368

Attraverso gli occhi di una ragazzina questo libro ripercorre i mesi successivi all’Operazione Barbarossa voluta da Hitler nel 1941, con l’invasione nazista dell’Ucraina, la resistenza partigiana per le vie di Kiev, la riduzione dei civili ucraini in “sub-umani” al servizio dei tedeschi, il massacro degli ebrei uccisi a freddo e gettati nel Babij Jar ai margini della città, la fuga verso Odessa e la salvezza per chi poteva permetterselo.

Sasha non è però una ragazzina qualsiasi, bensì la figlia di Nicolai Trusevyč, il portiere della Dynamo Kiev, la squadra più forte del Paese. La incontriamo nel 1942, nei mesi finali del suo anno scolastico che sta scivolando verso le vacanze estive; la sua famiglia vive in un alloggio di fortuna, dopo aver perso la casa durante i primi attacchi nazisti e suo padre lavora nel panificio sottostante: insieme ai compagni di squadra, ha combattuto nelle file della Resistenza per difendere la propria città, è stato catturato dai tedeschi e rinchiuso nel campo di Danzica, da cui è uscito solo dopo aver firmato una dichiarazione di lealtà al regime nazista ed ora è un prigioniero di guerra. Impasta e inforna ogni giorno accanto ai compagni di squadra, assunti da un grande tifoso convinto di poter far rinascere la squadra di calcio, anzi iscriverla al campionato cittadino organizzato dagli invasori.

Il libro racconta la settimane che precedono le partite, quegli incontri che i giocatori ucraini dovrebbero sistematicamente perdere per aver salva la vita, ed in particolare il match del 9 agosto, quando i giocatori sfidarono a viso aperto il regime, scendendo in campo con le divise rosse come la bandiera del loro Paese, gridando “Fitzcult Hurà!” (“Viva la cultura fisica” con quell’ “Hurà” che ricorda il grido dei soldati dell’Armata Rossa) anziché fare il saluto nazista. Parallelamente racconta il punto di vista della protagonista, il suo desiderio di giocare a calcio nonostante sia una femmina, i divieti, le paure, la grande amicizia con una coetanea di origine ebraica, la fatica di crescere, la scoperta del primo amore.

Una buona lettura che invita i giovani lettori a conoscere episodi storici di cui sicuramente poco conoscono, un modo per spostare il baricentro dell’analisi della Seconda Guerra Mondiale rispetto ai temi e alle aree geografiche che di solito vengono trattati coi ragazzi; sono tanti i temi che l’autrice mette in testa e intorno alla sua protagonista, forse in alcuni casi avrebbero meritato un respiro più ampio per coinvolgere maggiormente il lettore senza lasciare molto detto solo in superficie.

La “partita della morte” ha ispirato diversi lungometraggi, tra cui il celebre Fuga per la vittoria (1981) che stravolge però ambientazione e cronaca storica e il più recente e controverso film russo Match, uscito nel 2012.

L’illustrazione di copertina è di Iacopo Bruno.

Nicoletta Bortolotti, In piedi nella neve, Einaudi Ragazzi 2015, 181 p., euro 1

Allora, litighiamo?

18 feb

litighiamoNel titolo dell’edizione originale il protagonista di questa storia è il re della bagarre e ben rende la sua passione per la zuffa in ogni sua sfumatura: colpi, risse improvvisate, schiaffi, pugni, battaglie, litigi e tafferugli. Una passione che condivide con amici e compagni di scuola, con cui si batte seguendo le regole: niente strangolamenti né morsi, nessun calcio in faccia o dove faccia particolarmente male, attenzione a chi porta gli occhiali. Il problema sono i grandi: la zuffa affatica le madri, fa urlare le maestre, genera punizioni anche quando il bernoccolo è causato non dai compagni, ma dall’aver dato una zuccata scivolando contro il muretto in cortile.

Insomma, il protagonista e i suoi amici dicono che ci si può divertire in una leale partita di superspinte e che sarebbe importante che a scuola, tra le tante materie, insegnassero anche a cadere bene. Lui fa un corso di judo e prova le mosse con suo fratello (peccato per le doghe del letto, ma insomma…); conosce anche la bellezza della corsa, di lanciare l’energia in una corsa sfrenata che sembra dover durare fino a “quando sarò diventato una persona grande” e la bellezza di cascare la sera sfiancato e felice nel letto, regolando il respiro e fingendo di dormire mentre il papà gli rimbocca le coperte.

Accompagnano il testo le illustrazioni di Marc Boutavant, ricomponendo la coppia autrice-illustratore che i lettori conoscono già dalle avventure di Tartattà pubblicate da La Nuova Frontiera junior: ecco, in queste pagine vediamo sfilare i fratelli minori di quei protagonisti, visto che le risse si svolgono alla scuola primaria e ai lettori che cominciano a leggere spigliatamente è adatto il libro.

Il libro fa parte della collana Leggimi! che utilizza la font appositamente creata per facilitare nella lettura chi fatica e in particolare chi è dislessico.

A proposito di Boutavant.

Béatrice Fontanel – ill. Marc Boutavant, Allora, litighiamo? (trad. di Marianna Bellettini), 59 p., euro 8,50

La fabbrica delle meraviglie

17 feb

la-fabbrica-delle-meraviglieAtmosfere vittoriane e londinesi, una protagonista alla Jane Eyre e l’avvento della scienza a metà Ottocento in termini di vapore, meccanismi, giroscopi, invenzioni che possono cambiare i destini degli uomini e delle nazioni: ecco gli ingredienti per questo romanzo narrato in prima persona che porta il lettore al seguito della protagonista, alla scoperta di un mondo a parte e diverso da ogni cosa riesca a immaginarsi. Katharine, diciassettenne orfana e senza rendita, vive in balia della zia Alice e del cugino Robert dalla cui eredità di famiglia dipende anche il suo futuro. Un futuro che la ragazza intravede ben misero, in quanto non possiede nulla di suo, non ha possibilità di mantenersi se non quella di rimanere a servizio della parente e – a dir di tutti – non ha nemmeno la minima bellezza per aspirare al matrimonio. Proprio per vegliare sull’eredità del cugino, viene inviata a Strawyne Keep, residenza dell’unico fratello ancora in vita di suo padre, che pare stia compromettendo il patrimonio di famiglia, dilapidandolo a causa della sua presunta pazzia.

L’accoglienza è fredda, ostile e quel che Katharine scopre è del tutto inaspettato: la residenza è decisamente trascurata, la maggior parte delle stanze è chiusa, i domestici si contano sulle dita di una mano e sono pronti a tutto per difendere il signor Tully, il quale vive in un laboratorio dove costruisce automi e giroscopi, dove carica decine di orologi dai mille ingranaggi e dove segue un ritmo tutto suo. La malattia dello zio lo rende fragilissimo, deve essere guardato a vista e assecondato, ma tutto questo non ne impedisce la genialità nel fabbricare complicati meccanismi, pesci meccanici, automi che raffigurano le persone che hanno segnato la sua vita né di fare a mente operazioni matematiche con numeri sempre più grandi. Il tutto contenuto in un mondo a sé, pensato dalla madre per proteggere il figlio e dargli la possibilità di una vita serena e ispirato a un luogo reale, Welbeck Abbey, dove il Duca di Portland fece costruire una serie di stanze sotterranee alla sua residenza e una centrale a gas; anche il mondo dello zio Tully è quasi autosufficiente: affiancano il palazzo due villaggi in cui vivono gli operai che si occupano della centrale del gas, i fabbri, quelli che guidano le chiatte sul fiume, scelti a centinaia dagli ospizi dei poveri di Londra, insomma, la proprietà è un vero e proprio microcosmo che procede agli ordini del signor Tully e insieme lo protegge.

Arrivata per constatare la follia dello zio e farlo internare, Katharine decide di darsi un mese di tempo per studiare la situazione, per far breccia nell’ostilità dei domestici e degli abitanti del villaggio, per capire come può effettivamente riuscire a salvare quanto a Strawyne Keep è stato creato. Dovrà vedersela con l’inaspettato, con chi finge per rubare i segreti scientifici dell’officina dello zio, con chi è disposto a ogni cosa pur di difendere la serenità di quell’angolo di terrà. Imparerà a pattinare lungo i corridoi, a parlare con un bambino muto; dubiterà della sua sanità mentale; si scoprirà bella, coi capelli in disordine e gli occhi che brillano. E inevitabilmente, pur rimandando di giorno in giorno, si troverà di fronte alla zia Alice a decidere cosa davvero salvare.

Una storia che regge il ritmo fino alla fine, che intriga perché il lettore assume il punto di vista della ragazza e scopre novità ad ogni pagina, che insieme racconta di come la diversità sia vissuta in serenità, ma in un mondo a parte, costruito su misura da una madre lungimirante, dove il massimo pericolo viene proprio dall’esterno: chi arriva porta la visione comune che vuole i pazzi, i diversi internati in un istituto di cura, quando non in un manicomio e incontra invece una realtà che parla di possibilità.

Il libro, pur autoconcluso, ha un seguito di cui aspettiamo la traduzione per conoscere l’evoluzione della storia, ma anche cosa le invenzioni di Tully abbiano potuto produrre oltreoceano, nella sfida tra Francia e Inghilterra.

Il sito dell’autrice. L’efficace copertina combina, tra gli altri elementi, le illustrazioni, di Giulia Ghigini.

Sharon Cameron, La fabbrica delle meraviglie (trad. di Valentina Daniele), Mondadori 2015, 312 p., euro 17, ebook euro 6,99

Mio nonno

16 feb

mio_nonnoCi sono un nonno e un bambino per mano, sul frontespizio di questo albo giocato sui toni del verde, del nero e del rosso con altre occasionali incursioni colorate. Li vediamo di schiena e intuiamo da cappucci e ombrelli che sono usciti di casa mentre minaccia pioggia e che se ne vanno tranquilli, forse chiacchierando o magari in uno di quei silenzi che stanno bene così, quando non c’è bisogno di dir nulla.

La storia ci viene raccontata dal nipotino: un ritratto del nonno fatto da un punto di vista particolare, affiancandolo cioè nelle sue azioni quotidiane al vicino di casa. Il dottor Sebastiano è sempre indaffarato e il ritmo giornaliero è scandito dal suo mestiere, mentre il nonno è in pensione e ha tempo da dedicare a passioni e hobby diversi. Il libro procede così, dicendo di come ciascuno fa diversamente le medesime cose (mangiare, fare movimento, scrivere lettere d’amore,…); è interessante ritrovare entrambi i personaggi in uno stesso momento, ciascuno intento a portare avanti la propria vita.

Un albo che dice anche della differenza che esiste tra comprare il quotidiano e leggere le notizie oppure di come sia possibile andare a Parigi molto sovente: chi per lavoro viaggiando fin là, chi dilettandosi grazie a libri e immagini, rimanendo nella poltrona di casa.

Il testo è in stampatello maiuscolo.

Il sito dell’autrice, che ha vinto il Premio Internazionale d’Illustrazione 2014. Qualche pagina da sfogliare sul sito dell’editore. Il booktrailer.

Catarina Sobral, Mio nonno (trad. di Marta Silvetti), La Nuova Frontiera junior 2015, 40 p., euro 14

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 6.416 follower