Tag Archives: Seconda Guerra Mondiale

Haiku siberiani

9 Dic

Meraviglia meraviglia. Un’interessantissima scelta grafica da parte di Lina Itagaki per dare forma alle parole con cui Jurga Vilé racconta di suo padre, il tredicenne Algis Mieli, e della sua famiglia. Racconta di “tempi tumultuosi”, di quando la Germania invase la Polonia e la Lituania fu presa dall’Unione Sovietica e di come tutti quelli che non festeggiarono l’invasore furono considerati invisi al potere, messi su carri bestiame e inviati in Siberia. Questa è la sorte che tocca ad Algis e alla sua famiglia, la sorella Dalia che ama lavorare a maglia, la mamma dolce e muta dopo la morte di un’altra figlia, il padre capo villaggio rispettato e amato da tutti, la zia appassionata del Giappone. La vita di un ragazzino vira bruscamente: addio al villaggio, alle api allevate con cura insieme al papà, all’inseparabile papero Martino che viene ucciso da un soldato. Addio anche al padre, caricato su un altro convoglio, e spazio al viaggio in treno verso una sorte avversa e una terra gelida, dove si è stranieri insultati e vessati, dove si vive in baracche, dove si conosce per la prima volta la fame.

Il racconto, per brevi capitoli tematici, non nasconde nulla della crudeltà e della durezza dell’esperienza di Algis, che tornerà con il “treno degli orfanelli” insieme ad alcuni di quelli con cui è partito. Non nasconde le privazioni, la crudeltà gratuita dei soldati o dei coetanei russi, i patimenti, le morti, la disperazione. Ma nel contempo racconta la coraggiosa capacità dei bambini e di alcuni adulti di cercare la poesia e la gioia, per quanto possibile, nel quotidiano: cantare insieme in un coro, mandare haiku ai prigionieri giapponesi del campo accanto, allevare pulcini, mettersi un vestito un tempo elegante, fare musica. E serbare il ricordo caro del proprio paese: sono le mele la chiave del ricordo, quelle mele che il padre di Algis gli consegna in un secchio (“In Siberia non crescono le mele”), che essiccate diventano cibo prezioso, i cui semi piantati nello stesso secchio germogliano come la speranza di tornare. E poi ci sono gli animali: le lucciole, le api, i pulcini, persino i pidocchi. E quello sguardo, quello che il padre ha da sempre insegnato in famiglia: “Ci insegna a essere attenti, a osservare le meraviglie del mondo” dice il ragazzino che proprio con lo stesso spirito d’osservazione racconta quel che succede.

Davvero un bel modo di fare Memoria e di offrire ai lettori una finestra su una pagina di storia che magari non conoscono.

Ospiti nei giorni scorsi di BilBolBul a Bologna, dove hanno allestito un ufficio postale, le autrici sono in lizza con questo titoli al prossimo festival di Angoulême nella categoria Jeunes Adultes in compagnia di altre meraviglie, tipo “Spirou, l’espoir malgré tout” e la trasposizione in fumetto del romanzo di Xavier-Laurent Petit “Le fils de l’Ursari”.

Jurga Vilé – Lina Itagaki, Haiku giapponesi (trad. di Adriano Cerri), Topipittori 2019, 240 p., euro 16

Nella bocca del lupo

4 Set

Come sempre, Michael Morpurgo offre al suo lettore ottime occasioni per conoscere fatti realmente accaduti, ambientati in importanti periodi storici e dando spunti per ventuali approfondimenti; riesce sempre a immergere chi legge in quanto racconta, a far sentire presenti fatti lontani nel tempo. In questo libro parla della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza in Francia e del ruolo degli agenti segreti inglesi addestrati per coordinare i rifornimenti, i lanci, le azioni di contatto.

L’autore è dentro il racconto ancora più del solito: il protagonista infatti è suo zio e quindi cuce ricordi e sensazioni ascoltati, con tanto di album fotografico e note storiche finali; c’è una certa patina celebrativa (Francis ricorda i meriti dei compagni, il loro eroismo, la loro inventiva) che forse appanna la cruda realtà dei fatti, ma è comunque consona alla struttura narrativa scelta e sovente utilizzata da Morpurgo: un uomo anziano ricorda il suo passato e richiama a sé, nel buio di una notte che segue alla festa del suo novantesimo compleanno, le persona che ha amato e stimato, quelle con cui ha condiviso le scelte di un certo periodo della sua vita. Il ritratto del protagonista è quello diu un uomo grato per la vita che ha avuto, di cui non cela i grandi dolori e le decisioni difficili; racconta con grande franchezza i rapporti famigliari e i suoi sentimenti e parla della professione che ha sempre fatto per vocazione: quella di insegnante a bambini da incuriosire e da curare, che ha imparato nel tempo a coinvolgere, ad ascoltare, a fare pari.  La scelta vincente del testo è l’accompagnamento lungo tutte le pagine delle illustrazioni di Barroux: spigoli che il bianco e nero, con il suo gioco di ombre, enfatizza, rende cupi o rischiara a seconda del momento.

Come già detto, sono indicati i nomi e le persone che hanno tessuto le vicende narrate: alcuni di loro (come Paul Héraud e la luminosa Christine Granville) sono veri e propri eroi della Resistenza francese ed è possibile riscoprire la storia del loro maquis e le vicende della guerra nelle Hautes-Alpes o appssionarsi all’essenziale ruolo degli operatori radio nella Francia occupata grazie alla figura di Auguste Floiras.

Michael Morpurgo – Barroux, Nella bocca del lupo (trad. di Bérénice Capatti), Rizzoli 2019, 165 p., euro 17, ebook euro 8,99

Katitzi e il piccolo Swing

30 Lug

Ecco il secondo volume della serie/saga dedicata a Katitzi e alla sua famiglia che i lettori hanno già imparato a conoscere nel precedente libro in cui la protagonista ha dovuto affrontare il difficile passaggio dall’orfanotrofio al campo rom; è tornata infatti a vivere con la famiglia d’origine (il padre, i fratelli, un terribile matrigna chiamata La Signora) scoprendone meccanismi, modi e tradizioni e dovendosi adattare. In questo nuovo libro, le vicende si svolgono nella Svezia del 1940 e viaggiano su un doppio binario: l’ambito famigliare e quello che invece considera il momento storico e sociale. Katitzi scopre l’amore: l’affetto di suo padre, il rapporto stretto con le sorelle e il fratello, in particolare con Rosa che di fatto le fa da madre, il matrimonio di Rosa con un cugino, l’amore “romantico” in un film al cinema, il ricordo del legame con quella che considerava la nonna e che – sorpresa! – è ancora viva e lei vorrebbe rivedere (qui il romanzo si chiude, lasciando intravedere quel che verrà). Dall’altra parte la riflessione sulla condizione di una famiglia rom in Svezia nel primo periodo della Seconda Guerra Mondiale: è significativa la prima parte in cui l’autrice riesce al meglio nel suo intento di descrivere umiliazioni, discriminazioni e preconcetti che nessuno dovrebbe subire: Katitzi e la sorella Lena vengono inviate in città per alcune settimane, a vendere ciotole porta a porta. Vengono descritte le diverse reazioni da parte delle persone che incontrano (chi aiuta, chi rispetta la dignità delle bambine, chi insulta, chi chiude le porte in faccia) come esempi delle diverse possibilità e prese di posizioni che si potevano avere in quel frangente, e non solo vista l’attualità del tema…

Non lascitevi ingannare dal titolo: il piccolo Swing, il grazioso cagnolino di Katitzi, non è che un marginale personaggio che compare accanto alla ragazzina, che si perde e si fa cercare, ma che non è certo il centro della narrazione. Per i lettori appassioanti: la serie conta ancora altri undici libri, li aspettiamo!

Katarina Taikon – ill. Joanna Hellgren, Katitzi e il piccolo Swing (trad. di Samantha K. Milton Knowles), Iperborea 2019, 184 p., euro 15

Flamingo Boy

3 Giu

La grande passione di Morpurgo per la storia e la sua capacità narrativa ne fanno un grande trasmettitore di fatti storici che riesce spesso a mettere sotto gli occhi del lettore dei momenti poco conosciuti, ma molto interessanti. Lo scrittore utilizza di libro in libro degli escamotages diversi che spesso però puntano sul racconto da un adulto a un ragazzo, da un testimone del tempo a un giovane (un nipote sovente) tramite narrazioni o diari o lettere. In questo caso la cornice narrativa è data da un giovane inglese di nome Vincent che intraprende un viaggio nel Sud della Francia, sui luoghi vissuti da Van Gogh la riproduzione di un cui quadro campeggia sul suo letto fin da quando è bambino. Complice un colpo di calore o un malore mentre si ritrova nei dintorni di Aigues-Mortes viene soccorso da un uomo e si risveglia in una casa dove quest’uomo di poche parole vive con un cane e una donna: sarà lei a vegliare sulla convalescenza di Vincent e a riempire le ore di immobilità con il racconto della sua vita: Kezia è di origine nomade; i suoi genitori erano giostrai la cui giostra di legno intagliato e il cui organetto allietavano chi passava sulla piazza del paese della Camargue. Proprio grazie alla giostra la sua famiglia ha stretto amicizia con quella Lorenzo, un bambino capace di comunicare con gli animali e di curarli, affascinato dai fenicotteri, ma molto meno a suo agio con gli umani e considerato diverso. L’intreccio delle loro storie, il legame forte che i due bambini stringono ha come sfondo la Seconda Guerra Mondiale, l’arrivo dei tedeschi nella Francia di Vichy, la distruzione della giostra, le delazioni. Morpurgo mette tra le righe il clima di quegli anni, le leggi razziali e le deportazioni, il destino dei rom (citando qui il campo di Saliers in cui erano internati appunto i rom nella Francia del Sud), ritraendo la forza dei genitori di Lorenzo e kenzia e la figura di un tedesco amico. Su tutto – e non poteva essere diversamente visto il luogo pieno di fascino in cui è ambientato il libro – c’è la natura: le saline, i voli dei fenicotteri, il prfilo di quella terra così bella che è la Camargue. E la musica di “Sur le pont d’Avignon”. Non so se conoscete i posti, ma per me un po’ sono casa e allora vale in questo romanzo sapere che – prima ancora dell’ambientazione storica – Morpurgo è riuscito a rendere sulla pagina perfettamente i toni, i colori, i suoni della Camargue, il senso delle tradizioni, le Saintes-Maries-de-la-Mer, Arles e Aigues-Mortes. Insieme racconta il senso del viaggio come destino, la forza che viene dall’avere una storia e delle radici che non per forza ancorano alla terra, ma che sicuramente offrono una dimensione del sé che dà sicurezza, che permette di andare nel mondo e scegliere, seguendo le curve della strada, come si dice nel libro fin dalla prima pagina.

Michael Morpurgo, Flamingo Boy (trad. di Marina Rullo), Piemme 2019, 237 p., euro 16, ebook euro 6,99

La guerra di Ada

15 Mag

Ada ha dieci anni, ma non lo sa, esattamente come non sa che le stagioni cambiano e colorano diversamente le foglie degli alberi, che ci sono prati pieni di erba, che il mondo è grande. Ada è nata con un piede equino ed è la vergogna della sua mamma, come le ripete costantemente la donna, che non perde occasione per bollara come rifiuto e scarto e per tenerla segregata in casa, sovente addirittura chiusa in uno stipetto per punizione. Quando il fratellino viene fatto partire coi treni speciali che portano in campagna i bambini di Londra per sottrarli ai possibili bombardamenti tedeschi – siamo agli inizi della Seconda Guerra Mondiale – Ada si trascina di nascosto alla stazione e parte con lui verso il Kent. Lo stupore per un mondo sconosciuto fa da bilancia al dolore del camminare (Ada è abituata a strisciare per spostarsi) e …. di non essere scelti da nessuna famiglia del villaggio; saranno affidati a una donna anziana che vive in una grande casa e pare triste. L’ultima cosa che Susan vorrebbe è avere due orfani di cui occuparsi; sta ancora piangendo la perdita della donna con cui ha vissuto e quei due ragazzini sono malmessi, denutriti e così diversi da lei, abituati a essere picchiati e insultati. La donna accetta di prendersene cura e l’addomesticamento reciproco e quello a una vita normale per i ragazzi passano anche attraverso il rapporto tra Ada e un vecchio pony che diventa il suo tramite per aprirsi al mondo.

Kimberly Brubaker Bradley costruisce una storia che non cade mai nel patetico o nello stereotipo, arrivando a ben illustrare sulla pagina i sentimenti dei protagonisti: la tristezza e la risolutezza di Susan, una donna che ha frequentato l’università e ha fatto scelte di vita non gradite alla famiglia d’orgine; la fatica di Ada, che combatte con i fantasmi del passato, che scopre che il suo piede si sarebbe potuto aggiustare da neonata mentre è evidente che sua madre non l’ha mai voluta curare, che non accetta che qualcuno le voglia bene e la consideri per quello che è; la rabbia cieca della madre, che non voleva quei figli e che trasforma il suo risentimento in cattiveria e violenza. Poi c’è la guerra, il razionamento, il campo di aviazione vicino a casa, le bombe, i soldati feriti. Eppure in questo romanzo aleggia una grazia costante, dovuta alle immagini prese dalla natura, alla descrizione dei legami che nascono, al quotidiano. Ada imparerà a farsi valere e a sottolineare come il suo piede malato sia ben lontano dal cervello, a essere imperiosa come Susan quando raddrizza le spalle. Già, “imperiosa”: questa storia è sostenuta da una traduzione che regala parole preziose, che magari il lettore non usa abitualmente e che potranno arricchire il suo lessico.

Kimberly Brubaker Bradley, La guerra di Ada (trad. d Maurizio Bartocci), Piemme 2019, 300 p., euro 14

Il coraggio salpa a mezzanotte

24 Apr

Della resistenza norvegese all’invasore nazista aveva già parlato ai lettori Margi Preus ne Il segreto di Espen (Edt Giralangolo) raccontando di come azioni minime potessero essere segno e inforndere coraggio, ad esempio indossare qualcosa di rosso, colore inviso al nemico. Così, tra le pagine del romanzo di Atzori, Haakon spiega la moneta che porta al collo e l’emblema del re che viene dipinto sui muri, stampato sui volantini, ricamato nei maglioni e nei guanti di lana. Sono gesti non certo minori, come non lo è il voler prendere parte di questi tre ragazzi che stringono amicizia dopo l’iniziale diffidenza: Calum e Agatha, che si conoscono da sempre e che vivono Lerwick, sulle Shetland, e il nuovo arrivato insieme alla sua famiglia e ad altri ragazzi dalla Norvegia. Il libro infatti vuole porre l’attenzione tra il 1941 e la fine del 1942 e sulla vicenda dello Shetland Bus, operazione che tentava di portare in salvo verso l’arcipelago chi rischiava in Norvegia: un viaggio di un giorno intero tra i pericoli del mare e quelli dei nazisti. Prima servizio quasi improvvisato, poi strutturato come unità militare speciale, si serviva di pescherecci che potessero in qualche modo ingannare almeno a prima vista i nazisti. Proprio al recupero di un vecchio peschereccio si dedicano i tre ragazzi che vogliono fare la loro parte, spronati da Haakon che ha una sorta di conto in sospeso col migliore amico del padre, morto durante un’azione in Norvegia, che ora è a capo dei tentativi di salvataggio.

Il romanzo racconta dell’amicizia tra i ragazzi, della famiglia di Haakon e del loro essere profughi in un Paese straniero, della convivenza tra gli abitanti delle Shetlend, i norvegesi, i soldati. Mette in scena Agatha, intraprendente ragazza che ha imparato nell’officina paterna a montare e rimontare motori e che adora fare il meccanico, nonostante quello che gli altri possano pensare.

Uno sguardo sulla Resistenza europea, per non dimenticarsi delle forme che assunse, dei risultati a cui portò.

Andrea Atzori, Il coraggio salpa a mezzanotte, Einaudi Ragazzi 2019, 179 p., euro 11

Il giro del ’44

12 Apr

Tra il 1941 e il ’45 il Giro d’Italia non venne organizzato a causa della guerra; nell’originale scelta narrativa di Nicola Cinquetti però ecco il giro del ’44 tappa per tappa: lo realizza Martino, il protagonista che il lettore conosce in un prologo datato 1940 quando a otto anni, in compagnia del nonno e del signor Romolo, sta a bordo strada sulla salita dell’Abetone pronto a veder la maglia azzurra di Bartali passare per prima. Invece è in grigio il ciclista che si affaccia: un quasi sconosciuto Fausto Coppi da Castellania, che va a prendersi la prima vittoria e la prima maglia rosa. Un’epifania per Martino che da allora, in sella alla bici della cugina Assunta, si immagina di essere il Campionissimo e pedala, pedala, pedala.

La sua fervida immaginazione servirà da àncora anche quattro anni dopo quando, dopo il bombardamento della cittadina toscana in cui vive, si trasferisce in un paesino sull’Appennino con nonno, mamma e zia. La casa dello zio Orazio è un po’ fuori paese e i monelli della zona, in banda compatta e irriverente, prendono subito di mira il cittadino in camicia bianca e bicicletta. Scherzi non da poco, scaramucce, scontri e quella ragazzina così pungente che un giorno, in un casotto dei cacciatori, racconterà finalmente di sé. Non c’è scuola, ma la mamma ha portato libri e quaderni: Martino finge di studiare, costruendo una geografia tutta sua che corre lungo l’itinerario di un ipotetico Giro d’Italia che il ragazzino immagina e interpreta pensando al suo eroe Coppi. Intanto fuori c’è la guerra, le sue ristrettezze, le sue tragedie, le parti diverse per cui propendere, i ribelli della montagna che lo zio aiuta. Uno sguardo su un momento storico mediato da un ragazzino che sta crescendo, che si confronta con la mancanza del padre, con il potere delle bugie, con la forza della fantasia. Bella riuscita.

Nicola Cinquetti, Il Giro del ’44, Bompiani 2019, 208 p., euro 13

L’anno in cui imparai a raccontare storie

1 Giu

Se è vero che un romanzo che cattura il lettore dalle prime righe, poi non si fa lasciare più, questo libro ci riesce. Poi Lauren Wolk continua a mantenere alta la scrittura e la tensione, fino a regalare un finale onesto e perfetto, amaro eppure pieno di luce.

Nella piccola cittadina della Pennsylvania in cui vive Annabelle, la Seconda Guerra mondiale in corso in Europa si manifesta nelle stelle che ricordano i compaesani morti al fronte, negli echi della paura per quello che verrà, nell’odio verso gli abitanti di origine tedesca con cui ci si conosce da sempre. Il quotidiano della ragazzina viene destabilizzato dall’improvviso arrivo di una nuova compagna di classe, l’ “incorreggibile” Betty mandata in campagna dai nonni nel tentativo di farne qualcosa di buono. Il percorso a piedi verso la scuola, le ore nell’aula affollata da una quarantina di alunni di tutte le età diventano un supplizio per le angherie e le botte a cui Betty la sottopone. Annabelle inizialmente tace e comincia a mentire; l’arte della bugia si affinerà man mano che in paese gli avvenimenti prenderanno una brutta piega: un incidente a una compagna, poi la scomparsa di Betty stessa e la facile accusa di tutti verso Toby, uomo taciturno e solitario arrivato dal nulla, che ama la fotografia e la bellezza della natura, che porta su di sé profonde ferite risalenti alla partecipazione alla Grande Guerra.

Annabelle crede nella verità, ha fiducia nella possibilità di spiegare, di poter liberamente dire e difende con passione la giusta causa. Anche se significa dover mentire, costruire castelli di bugie e di sottesi, arrivare al vero dalla strada secondaria e sperare che tutti possano fare quel che a lei capita coi cervi al margine del bosco: che se ne stanno lì perfettamente visibili mentre non li noti.

In un paesaggio che diventa anch’esso protagonista del romanzo, ecco il ritratto di una dodicenne molto più matura e coerente di tanti adulti che la circondano, che per amore della verità non conosce mezze misure, che sa cogliere le bellezza semplice che la circonda come farsi carico del peso del vissuto che a lei, solo a lei, Toby riesce a raccontare. Il libro dice del dolore, del modo di guardare gli altri, della facilità con cui si può giudicare chi è diverso anche solo all’apparenza. Dice anche del valore dell’onestà e della verità, incastonando splendide figure come i genitori della ragazzina o come quel Guscio di Tartaruga, che sarà un sasso ma racconta e racchiude ben più di una mera pietra.

Un romanzo da non perdere; è solo giugno, si è appena svolta la consegna dei Premi Andersen e negli ultimi due mesi si sono già inanellate uscite editoriali notevoli: scegliere, il prossimo anno, sarà uno splendido dilemma! Peccato solo per il titolo italiano: l’originale è “Wolf Hollow” dal nome della valle vicina al paese in cui un tempo venivano catturati i lupi; quello italiano vuole giocare sul significato di “storie” anche come “bugie”, che però non rende appieno.

Lauren Wolk, L’anno in cui imparai a raccontare storie (trad. di Alessandro Peroni), Salani 2018, 278 p., euro 14,90

Léonie si sposa

22 Mag

Un albo giocato principalmente sul bianco e nero mette in scena una ragazzina in bicicletta che corre al matrimonio di un’amica più grande. Sono poche righe eppure si capisce subito che è tempo di guerra: ecco gli aerei degli Alleati che fanno piovere volantini sulla campagna, ecco l’elmetto di un soldato tedesco che sbuca tra le spighe mentre la bambina si china a prendere uno dei fogli, caduti come lucciola di speranza, da portare in dono agli sposi.

Le illustrazioni e il tratto caratteristico di Sonia Maria Luce Possentini sono perfette per questo breve testo: con la loro resa fotografica sembrano proprio giuste per accompagnare una storia vera, un attimo di Storia vissuta dalla nonna dell’autrice che, come viene ricordato, lo raccontava con tanta emozione. Si emozionerà anche il lettore per le pagine di Storia che si fanno quotidianità, per la semplicità esatta e spontanea dei gesti (la mano tesa del soldato, la corsa in bicicletta, la gioia negli occhi della sposa), per il colore che torna lento nelle pagine finali, piano piano, fino all’esplosione del campo di grano: cosa c’è in natura che prorompa in gioia quanto un campo di grano maturo contro il cielo, all’improvviso dietro una curva, proprio come qui appare al voltare della pagina?

Il testo dice appunto di un singolo momento privato all’interno dei grandi giochi della Seconda Guerra Mondiale; sarà prezioso per chi racconta oggi questo periodo storico e la Resistenza: permette di dire il punto di vista del quotidiano, il come gli ingranaggi si muovano nei momenti di ogni giorno e i biglietti che annunciano la Liberazione e la libertà abbiano avuto un senso grande per ciascuno di coloro che – più o meno inconsapevolmente – aspettava. Per questo mi piace il gesto della bambina che porta il volantino fra i denti mentre riprende a pedalare verso la cerimonia; mi fa pensare agli animali che portano in bocca i loro cuccioli, mi dà un senso di cura infinita, di preziosità di quel che viene portato: un annuncio, una speranza, un segno tangibile della svolta vicina, il miglior regalo che si possa portare ad una festa.

Il libro è stato pubblicato con il contributo dell’ISTORECO (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea) di Reggio Emilia.

Isabelle Wlodarczyk – Sonia Maria Luce Possentini, Léonie si sposa (trad. di Andrea Casoli), Corsiero 2018, 28 p., euro 16

I figli del lupo

10 Mag

Molto spesso le narrazioni che trattano grandi periodi storici, come la Seconda Guerra Mondiale, si fermano alla fine delle guerra e poche volte raccontano, o almeno accennano, al dopo. Ecco invece che Dowswell del dopo ne fa un romanzo intero: è la tarda primavera del 1945 e Berlino vive lo sbando seguito alla caduta del Reich, tra macerie e occupazione dei soldati dell’Armata Rossa. Otto e Anna sono a capo di un gruppo di ragazzini che vive nei sotterranei di un ospedale: con loro Ulrich, fratello minore di Otto, che sogna di unirsi ai Lupi Mannari, ancora fedeli agli ideali nazisti, i gemelli Klaus e Erich, che si divertono a far esplodere granate e ordigni ritrovati per caso, e la piccola Hanna, una bambina che ha perso i genitori. I ragazzi cercano ogni giorno di sopravvivere, facendo la fila per l’acqua, cercando cibo, razziando le case abbandonate per trovare merce da scambiare con qualche alimento al mercato nero. C’ chi li aiuta, chi li studia individuandoli come facile preda, ci sono i soldati statunitensi che arrivano e la divisione della città nelle zone sotto le diverse influenze. C’è la miseria, la fatica di anni di guerra, la certezza della morte di alcuni famigliari e la speranza della sopravvivenza di altri, c’è il futuro che viene avanti e si fa piano piano.

Dowswell costruisce il romanzo come i precedenti, sulla base di una solida documentazione storica che restituisce al lettore una realtà viva e una lettura ben comprensibile e realistica di quei mesi. Peccato però che la narrazione sembri arrivare da un prima che il lettore quasi si sente di dover conoscere (pare a tratti che di quei personaggi sia astato narrato in precedenza) mentre così non è.

L’autroe sarà a Torino al Bookstock Village del Salone del Libro venerdì 11 maggio.

Paul Dowswell, I figli del lupo. Berlino 1945: sopravvivere non è un gioco (trad. di Chicca Galli), Feltrinelli Up 2018, 256 p., euro 15,00, ebook euro 8,99