Tag Archives: Anselmo Roveda

La balena nella tempesta in inverno

8 Ott

Per chi ha amato il precedente albo, ecco tornare Nico, il suo papà e anche la balena che – salvata dalla tempesta – era stata riaccompagnata in mare. Nico ne ha nostalgia, sente quella mancanza forte e insieme tenera che a furia di durare ti fa immaginare di vedere la sagoma di chi ti manca ad ogni dove, e ogni volta invece ti sbagli. Ma l’amica balena sa tornare, proprio quando il bambino ha bisogno d’aiuto, uscito di notte tra i ghiacci dell’inverno a cercare il babbo partito per l’ultima pesca della stagione.

Benji Davies ripropone i suoi personaggi e la sua grazia, quella lieve con cui dice dei legami forti, del quotidiano di un padre e di un figlio, delle piccole cose di ogni giorno che si fanno imprese di una notte e che poi rimangono nei ricordi, nei discorsi come momenti condivisi che fondano i fili che non si possono scindere, anche quando si è lontani.

E si può giocare con i due albi per scoprire gli stessi paesaggi in stagioni diverse, per riconoscere forme sotto la coltre di neve.

Benji Davies, La balena nella tempesta (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2017, 32 p., euro 15

 

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L’isola del nonno

14 Ott

isola-del-nonnoUn viaggio che diventa per sempre, un albo che dice in modo delicato della morte, del salutarsi, ma anche del rapporto speciale che rimane comunque. Il nonno di Syd abita in una casetta in fondo al giardino e i particolari che Benji Davies regala all’abitazione e alle varie stanze sono indizi della sua personalità e delle sue passioni tra cui il lettore si divertirà a curiosare: è un marinaio, ha viaggiato molto, ama dipingere e occuparsi di piante e fiori; insomma, tutto dice che questo nonno è una persona che sa prendersi cura: di se stesso, della natura intorno, dei ricordi e degli altri. Sa prendersene così cura che è capace di abbassarsi, di farsi piccolo fino all’altezza del nipote per prenderlo per mano e portarlo in un viaggio che comincia dalla soffitta dove Syd non è mai salito e che conserva tutto quello che il nonno ha portato a casa dai suoi viaggi: sono pronti zaini e valigie, un cappello con piuma colorata da mettersi in testa e via, la grande porta di metallo rivela una nave pronta a salpare verso un’isola da scoprire insieme, ricca di meraviglie, un posto quasi perfetto dove non serve manco il bastone a cui appoggiarsi. Lì il nonno rimane per sempre, rimandando a casa Syd: non è una rotta dolce sotto un cielo terso, come all’andata; è un ritorno burrascoso sotto nuvoloni cupi, tra onde grandi e minacciose che dicono perfettamente del dolore, della rabbia e anche di quel che non si capisce quando muore qualcuno. La tempesta che Syd affronta è la tempesta interiore e la casa silenziosa è il vuoto che si sente dentro: eppure c’è una busta, c’è un’immagine di quell’isola che dà di nuovo colore a tutto.

Del resto poi bisogna sempre fare attenzione ai particolari: se confrontate le pagine in cui compare la soffitta, quella prima della partenza e quella un po’ desolata in cui Syd è solo senza nonno e senza porta metallica, vedrete che il nonno non si è portato via tutto, ma ha lasciato al nipote un oggetto preciso. A ricordargli il tempo passato insieme e – mi piace pensare – a tenergli a mente che possiamo sempre portare la nave a casa, sana e salva, anche se le onde la fanno sobbalzare, anche se il cappello che portiamo in testa sembra ancora troppo grande per la nostra piccola esperienza.

Il sito di Davies. Sulla pagina Fb di Giralangolo trovate il booktrailer del libro.

Benji Davies, L’isola del nonno (trad. di Anselmo Roveda), Edt Giralangolo 2016, 36 p., euro 15

Ricker Racker Club

27 Giu

ricker racker clubFare parte di un club segreto può essere meraviglioso: permette di condividere mille avventure, danze e parole d’ordine  e di sentirsi coraggiosi accanto agli altri, quando magari da soli si ha fifa. Ogni club però ha le sue regole, in questo caso si richede di essere maschi e di fare una cosa incredibilmente coraggiosa o gentile almeno una volta alla settimana. Il club è stato fondato dai fratelli Max e Ollie, che imbarcano un nuovo membro – ovviamente maschio – ogni settimana, mentre alla loro amica Poppy è concesso farne parte solo al martedì.

L’albo segue le settimane di attività nel club, con un ritmo cadenzato, incalzante e in crescendo che vede arrivare nuovi protagonisti, apparire il temibile Lupo Sonnacchioso e fioccare azioni gentili da parte di Poppy, che ovviamente gli altri danno quasi per scontate. ma quando serve un intervento decisivo per salvare la tartaruga Albert, mascotte del club,  dalle grinfie del lupo, ecco che Poppy entra in azione e non importa se non è martedì. Così non solo viene ammessa nel club, ma nominata sua regina, per sempre.

L’albo, che dice di quanto siano sciocche certe posizioni contrapposte maschi-femmine e quanto lo siano altrettanto certe regole, si presta particolarmente per la lettura condivisa ad alta voce , coinvolgendo chi ascolta nel crescendo delle azioni, ma anche nell’atmosfera, grazie ai luoghi citati: il Fiume Spaccaossa, la Collina degli Ululati, , la Roccia del Coraggio, il Ponte Buccia di Banana e via così. Poi alla fine, mi raccomando, tutti a scatenarsi nell’allegra strampalata danza del Ricker Racker Club!

Il sito dell’illustratore.

Patrick Guest – Nathaniel Eckstrom,Ricker Racker Club (trad. di Anselmo Roveda), Edt Giralangolo, 42 p., euro 15

L’albo ha una copertina morbida, come anche l’altra nuova uscita Giralangolo illustrata da Benji Davies, con testo di Pamela Duncan Edwards: Povero Winston! segue le vicende di un cane che si sente sfortunatissimo e che ha una spina nella zampa, sicuramente la cosa peggiore che possa capitare. Lamentandosi in continuazione, non si accorge che tutti gli altri cani che incontra e a cui lo racconta sono messi molto peggio di lui.

Con la testa tra le nuvole

8 Dic

con la testa fra le nuvoleDa qualche anno questo grande albo Gautier-Languereau abita la casa in montagna, arrivato da un qualche viaggio oltralpe non solo per il fascino delle sue illustrazioni, ma colpo di fulmine per il titolo, per quei trampoli rossi che veste il protagonista, per la bellezza elegante di quel legno di pioppo rosso che lo distingue da tutti gli altri e che nel contempo lo rende capace di abbassarsi al momento giusto.

Nella traduzione italiana, la città di Maraicume diventa una Maranabò dal suono evocativo: è costruita sull’acqua, le case sono poggiate su palafitte e gli abitanti si spostano su trampoli per non bagnarsi. Quelli più alti e più belli appartengono a Leopoldo, che si libra più in alto di tutti, interessandosi più alle cose del cielo che non alla sua città e sentendosi a suo agio nell’amicizia con una gazza, visto che a loro due basta uno sguardo per capirsi. Sordo ai richiami dei propri concittadini, un po’ sognatore un po’ malinconico nelle sue altezze, Leopoldo scopre dalla gazza della Grande Festa d’Inverno e, nella notte in cui vorticano lievi fiocchi di neve, prova a scendere fino a riconoscere l’importanza di quel momento di festa e a sacrificare il legno che lo sostiene perché possa aver luogo il falò che contraddistingue l’evento.

La narrazione volta all’imperfetto dà al testo il tono del racconto evocativo, quasi della leggenda, rendendolo particolarmente adatto – e qui anche il grande formato del libro aiuta – alla lettura condivisa ad alta voce. Peccato solo la traduzione del titolo, che perde gli originali trampoli rossi per puntare sulla presunta “testa tra le nuvole” del protagonista, a costo di travisarne un poco il senso. Le immagini di Puybaret però, le sue evocative gradazioni del blu che dall’azzurro chiaro vira nei toni dei verdi oppure si fa scuro per declinare tutte le sfumature della notte, sono tanto affascinanti da sorprendere, tanto più che ad un certo punto il libro regala un’uscita a sorpresa dallo sfogliare orizzontale consueto e raggiunge anche nella fisicità della pagina le altezze consone a Leopoldo.

Éric Puybaret, Con la testa tra le nuvole (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo, 28 p., euro 15.

Sulla collina

25 Giu

9788859207344_sulla collina

La collina del titolo è il luogo dove si svolgono le avventure dei protagonisti di quest’albo, bambini abituati a giocare in libertà selvatica, a disporre del loro tempo e ad accordarlo con la propria inventiva trasformando la scatola di cartone che ciascuno si porta dietro in una nave di pirati, un destriero, un’astronave. Uto e Leo sono grandi amici da sempre e sanno stare bene in baldoria ed in silenzio. Un giorno però sulla collina arriva Samu: li ha osservati da lontano e per parecchio tempo, ha capito che per entrare a far parte della banda serve uno scatolone che si è prontamente procurato e probabilmente si è armato di tutto il coraggio che ha per chiedere ai due di poter giocare con loro. Ma mentre Leo è gentile e disponibile, Uto patisce il nuovo arrivato, un po’ si sente escluso, un po’ si esclude da sé e la gelosia vince su tutto.

Gelosia, ma anche nostalgia dei giochi con Leo, fino a quando gli viene offerta un’opportunità tutta nuova: gli amici lo solleticano non con uno scatolone, ma con una sorta di mega macchina speciale e dotata di ruote su cui si può giocare a lanciarsi nello spazio, a proiettarsi verso il cielo e persino bere limonata. Insomma, gioco nuovo e modo nuovo: il ritmo a due diventa ritmo a tre e Uto ben si accorda a ciò che è – appunto – cosa nuova, amicizia diversa rispetto alla precedente, senza necessità di confronti, ma pronta a essere vissuta per quel che è, piena di nuove avventure.

Il sito dell’illustratore, autore dell’albo La balena della tempesta, sempre Edt Giralangolo, il cui tratto ritrovate anche in una recente uscita Emme Edizioni: “Orazio Maisazio” col testo di Elli Woollard, storia di un gigante deciso a mangiarsi qualche bambino che dovrà ripiegare su una succulenta torta.

Linda Sarah e Benji Davies, Sulla collina (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2015, 34 p., euro 13,50

La balena nella tempesta

23 Mag

9788859207351_balena nella tempestaSulla copertina di questo albo ci sono una balena arenata e un bambino che si guardano un po’ persi, dopo la tempesta che ha lasciato sulla spiaggia quell’insolito regalo; la solitudine del cetaceo e quella di Nico, che passa le giornate a casa mentre il papà è al largo sulla sua barca da pesca, diventa avventura in cui il piccolo si getta a capofitto: trasportare in casa la balena, sistemarla nella vasca da bagno, darsi da fare perché si senta bene, raccontarle lunghe storie, farle carezze. E poi mantenere l’eccitazione del segreto anche a cena, camminare in punta di piedi per portarle cibo per … essere scoperto dal babbo che insieme si rende conto di essere tanto assente e si china verso il figlio per spiegare che è il mare il posto adatto alla balena. Il papà rimane accanto in silenzio mentre la barca scivola nella notte, mentre la balena scivola tra le onde, mentre la tristezza del separarsi scivola addosso stemperandosi nella certezza del pensiero che mantiene il legame. Perché la balena rimane nei disegni di Nico, nei suoi pensieri, nel tenere ben alto lo sguardo verso l’orizzonte per cercarla e trovarla ancora, rimane con lui anche quando è lontana dalla costa perché Nico sa che lei c’è e questo basta: anche pensarla forte, pensarla ogni giorno è avere cura di lei.

Benji Davies regala poesia lieve, illustrazioni quasi materiche (maglioni di lana che vien voglia di accarezzare, vento che si intuisce nell’incresparsi dell’erba e del mare, musi di gatti che spuntano qua e là), particolari preziosi. Il suo tratto susciterà sicuramente passioni improvvise: per fare scorpacciata di bellezza, l’editore italiano si è prodotto in una doppia uscita che affianca a questo albo anche Sulla collina, col testo di Linda Sarah, di cui parleremo tra qualche giorno.

Il sito dell’autore. Guarda le sue animazioni su vimeo. Questo albo ha vinto l’Oscar’s First Book Prize.

Benji Davies, La balena nella tempesta (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2015, 28 p., euro 13,50

P.s.: a proposito di balene, non mancate Barriga da baleia, un albo di António Jorge Gonçalves legato a uno spettacolo teatrale.

Il grande libro dei mestieri

17 Nov

grande libro dei mestieriIl libro di Puybaret, che procede per grandi illustrazioni in grande formato, è un catalogo di mestieri che passa dalla scuola allo spazio, dalle pasticcerie al mare, dai palcoscenici alla strada. Un catalogo ricco di particolari tra cui perdersi per dire che ogni risposta ala noiosa e fatidica domanda adulta del “cosa vuoi fare da grande?” è possibile. Ed è possibile andando al di là del sessismo linguistico, in questo albo che non a caso fa parte della collana Sottosopra di cui abbiamo già più volte parlato in altri post, che si propone proprio di pubblicare storie a proposito di identità di genere e contro gli stereotipi. Per cui alla domanda di cui sopra è possibile rispondere con qualsiasi mestiere del mondo, sia quando è declinabile al maschile e al femminile (come ballerino o ballerina) sia quando c’è un solo sostantivo ad indicarlo, come cosmonauta.

Come già detto, il catalogo è ricco di particolari ed è un invito a cercare tra le pagine altre professioni che non sono enunciate nel breve testo che le accompagna: ci si può inventare assaggiatori, astronomi, musicisti, surfisti e anche ladri. Oppure guidare un elefante o partire per un viaggio intorno al mondo, in sottomarino, guardando lontano e scoprendo novità.

Éric Puybaret on Pinterest. Un’intervista.

Éric Puybaret, Il grande libro dei mestieri (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2014, 28 p., euro 13,50

Nati liberi

13 Ott

nati liberiIo non dovrei parlare di questo libro. Secondo la regola di casa per cui non si ostenta e non si celebra quel che si fa e visto che la regola si estende anche a quel che è prossimo e vicino, non dovrei parlarvi di questo libro. Perché l’ho visto crescere, farsi trama nel senso quasi concreto della parola, dove trama non è l’insieme delle vicende che la storia racconta, ma piuttosto l’insieme dei fili che fanno un tessuto. L’ho visto farsi esattamente come si vede procedere un lavoro a maglia, come si crea una stoffa: mi si è fatto sotto gli occhi, parole raccontate, parole a video o a voce proprio come il tessuto da un telaio, brani che si rincorrevano nel freddo dell’inverno quasi avessi un abbonamento punico che dava vita ad una storia.

Siccome però qui si parla di libri buoni, di storie da proporre e consigliare, allora eccolo, proprio perché è uno di quei romanzi che piaceranno anzitutto ai ragazzini di fine scuola primaria che hanno passione per la storia e sarà il modo per proporre loro un racconto che inserisce al suo interno parti di spiegazioni storiche senza appesantire affatto la narrazione.

Siamo al tempo della seconda Guerra punica, la storia comincia nel 222 d.C. sulla costa sud-occidentale della Sardegna dove c’è sempre il vento che muove il mare e dove spesso giocano due fratelli, Bostare e Giscone, a tirar sassi, a rincorrersi. Sono sardi solcitani e vivono sotto la dominazione di Roma, sostituitasi a Cartagine. Ma sulle loro coste compaiono spesso i pirati, che fanno razzie di tutto, persone comprese: è Bostare a essere rapito a quattordici anni, venduto a un mercante di schiavi numide e poi a un cavaliere romano. In nome del giuramento fatto – di cercarsi ovunque e comunque e ritrovarsi – il fratello parte: è un viaggio attraverso terre, popoli e lingue, da Tharros a Cartagine, sui Pirenei e sulle Alpi nell’esercito di Annibale, scendendo verso il Trebbia e poi Genua e Sulki a chiudere il cerchio di una libertà ritrovata. Un viaggio di sensazioni  (il vento addosso, la poltiglia della neve che fa scivolare, il ghiaccio delle montagne), di racconti e di incontri tra persone provenienti da luoghi diversi e da condizioni differenti che segnano a modo loro la strada che realizza la promessa.

Il sito e il blog dell’autore. Il sito dell’illustratore.

Anselmo Roveda – illustrazioni Sandro Natalini, Nati liberi, Fatatrac 2014, 96 p., euro 5,90

Il trattore della nonna

21 Mar

9788859205500Avete presente il momento in cui vi rendete conto che alcune parole che fanno parte del vostro vocabolario quotidiano, della lingua che si parla in casa o del lessico familiare usato tra pochi, non sono universali e non significano nulla per altre persone? La mia esperienza di bambina ne ricorda due in particolare, che mi hanno fatto capire come il significato rotondo dell’occitano e del piemontese non aveva senso in quel momento se non alle mie orecchie: le persone intorno non sapevano che il “Charamaio!” gridato con gli occhi volti alla finestra voleva semplicemente indicare che aveva cominciato a nevicare e il bambino con cui stavo giocando a macchinine non capiva la richiesta di passarmi il tamagnùn.

In piemontese il tamagnùn è il carro a rimorchio del trattore; è anche un’unità di misura che indica alcune tonnellate, ma in questo albo diventa un nome proprio, dato proprio al carro, mentre il trattore rosso a cui viene attaccato è la Signora Berta. Chi li saluta la mattina chiamandoli per nome è una nonna rotonda, sorridente, che in una luminosa giornata autunnale sale sul suo grande trattore e va in raccolta: pere, mele, fichi, mirtilli e funghi (vuoi non fare un giro nel bosco quando arriva il sole dopo la pioggia?!?). Intanto a casa il nonno fa la lavatrice, cucina, stende il bucato, parla via radio con gli amici.

Chi l’ha detto infatti che fare una crostata sia cosa da donne e guidare un mezzo agricolo cosa da maschi? Qui ognuno svolge i compiti che più gli si addicono e preferisce, in coerenza con l’obiettivo della collana Sottosopra, di cui vi abbiamo parlato anche qui, che si propone di evitare stereotipi di genere.

In più potete lasciare spaziare la vista tra colline dolci e profili di montagne, curiosare nella cucina del nonno, immaginare i versi di oche in parata, mucche e maiali, il sapore dei mirtilli e la croccantezza delle mele. E anche l’aria frizza della mattina quando i nonni aprono le finestre su un paesaggio dove – come si dice dalle mie parti – “non c’è  nulla che offenda lo sguardo”.

Il sito e il blog di Anselmo Roveda. Il sito e il blog di Paolo Domeniconi.

Anselmo Roveda – Paolo Domeniconi, Il trattore della nonna, EDT Giralangolo 2014, 28 p., euro 12

Per una letteratura senza aggettivi

19 Mar

andruetto

Se penso a quando ho letto i testi narrativi di María Teresa Andruetto scopro che per me sanno di primavera perché è sempre questa la stagione in cui li ho assaporati, in giornate di sole nuovo, in notti tiepide e stellate. Mi piace particolarmente quindi la copertina che Peppo Bianchessi ha disegnato per questa raccolta di saggi, una collina di alberi giovani ancora così ordinati che puoi immaginare le linee lungo le quali sono stati piantati, ben prima che lo sguardo curioso di un bambino si affacciasse a guardarli.

Sono semi anche questi saggi critici che fanno riflettere sulla letteratura, sulla lettura, sull’azione di chi scrive e in particolare su quel che si scrive destinandolo a bambini e ragazzi: l’autrice infatti costruisce buona parte del pensiero qui raccolto intorno all’idea che questa letteratura è letteratura e basta, senza necessità di aggettivi o specificazioni, pari alle altre, e conduce il lettore attraverso tematiche decisamente attuali, come l’interrogarsi sulla dubbia qualità di una certa produzione per ragazzi, ma anche sulla mancanza di spazi e critica che l’hanno resa possibile, sui libri scritti a tema e quelli a comando, su quelli “vuoti” e su quelli brutti che vogliono insegnare a tutti i costi qualcosa. Portando la sua esperienza di autrice, ma anche di chi ha scelto testi per organizzare una collana di qualità per ragazzi e raccontando dell’editoria della sua Argentina, Andruetto allarga lo sguardo alla figura dello scrittore, alla necessità di esercitare lo sguardo, di non essere legato a un genere o a una tipologia, alla predisposizione all’incertezza che deve avere, allo scrivere per scrivere e basta, alla ricompensa che non si può comprare e che arriva solo dal lettore.

Una riflessione che si allarga a tutti coloro che si occupano di lettori, di ragazzi e di lettura per cui scrive: “Un bambino, un ragazzo, ha il diritto di diventare un lettore, ma questo diritto, se veramente vorremo sostenerlo, ha bisogno di molteplici occasioni e di tanti luoghi di incontro, come ha detto anni fa Graciela Montes (quantità, persistenza e continuità, d’altra parte, possibili solo con mediatori qualificati e progetti a lungo termine, mai con azioni occasionali che producono solamente effetti mediatici ingannevoli), e include l’accessibilità a una gran quantità di buoni libri e alla qualità e diversità di voci che i buoni libri di una cultura possono offrire” (p. 65).

Non è sempre semplice concentrarsi su una raccolta di saggi che spezzano in più parti argomenti così intensi e fondamentali per chi di questo si occupa; molti di quelli raccolti in questo libro sono però stati scritti per essere presentati in occasioni pubbliche di incontri, convegni, seminari: portano in sé la passione contagiosa e la forza del pensiero di chi li ha pensati e pronunciati; sembra di ascoltarla, María Teresa Andruetto, di essere seduti davanti a lei, o meglio con lei, in una dimensione più intima che porta a condividere e a fare proprio quel che ci dice. Prendete questa raccolta come una busta di semi e lasciate che trovino terra fertile in questo inizio di primavera.

Il saggio sarà presentato in Fiera a Bologna, martedì 25 marzo prossimo (Sala Melodia, Centro Servizi, Blocco B, ore 10,30).

Il sito dell’autrice, vincitrice dell’Hans Christian Andersen Awards 2012. Della sua produzione per ragazzi, Mondadori ha pubblicato La bambina, il cuore, la casa e un nuovo lungo racconto è atteso nelle prossime settimane.

María Teresa Andruetto, Per una letteratura senza aggettivi (trad. di Paola Donatiello, a cura di Gabriela Zucchini, contributi di Anselmo Roveda e Grazia Gotti), Equilibri 2014, 128 p., euro 16