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Yeti

25 Mag

yetiIn questo albo dal grande formato Taï-Marc Le Than e Rébecca Dautremer tessono una storia di ricerca: ricerca di se stessi, ma anche di quel che ci si chiede se esista davvero (lo yeti del titolo, alquanto metaforico in questo caso) e ancora di qualcosa che – dentro – sappiamo esistere perché ne sentiamo la mancanza o, se preferite, la costante presenza, la certezza in qualche modo di sapere che è lì fuori, che c’è.

La protagonista se ne sta pensosa al balcone, sguardo nel vuoto verso qualcosa di lontano e parimenti rivolto in sé ed ecco che, quando la prospettiva cambia e l’immagine seguente inquadra l’intera schiera di case, notiamo al piano di sotto uno yeti bianco, poggiato alla ringhiera pure lui, che la osserva. Sarà una presenza costante per tutto il viaggio, di cui la ragazza non si accorgerà, pur sentendola, camminando in sostanza verso chi già la accompagna. Il viaggio è lungo, prevede letture, ricerche, cartine, zaini e borse da viaggio. Fa fare incontri con sconosciuti, fidarsi di una guida, dondolare nel vuoto e arrampicarsi verso la cima. E poi, arrivati in alto, ecco il coraggio di voltarsi verso la presenza che si è chinata ancora una volta, quasi a protezione. La caparbietà, unita al sospeso (quella presenza non detta), issa fino alla decisione ultima, alla verità che lascia senza parole e riempie, allo stupore.

Rébecca Dautremer regala alla storia un’ambientazione d’antan, con pettinature, cappellini e abiti anni Venti. Ancora una volta sono i suoi colori forti a tirare il lettore dentro la storia e a lasciare in eredità una sorta di scintillìo: osservate le sfumature di arancio, di viola e di rosso; fate caso alle stoffe o alle declinazioni dei toni del verde e di quelli del blu che accompagnano tutta la storia come un filo, fino a ficcare i vostri occhi negli occhi della protagonista,  che si issa, guanti nella neve, in cima alla montagna. Fate attenzione ai giochi d’ombra, costanti in ogni illustrazione, alle impronte sulla neve, a certe verticalità quasi vertiginose, a tutto quello che le immagini dicono nel loro silenzio pieno di presenze.

Su Lettura Candita Carla Ghisalberti tesse un interessante parallelismo di questo albo con il romanzo “Ciao, tu” di Masini e Piumini.

Il sito di Le Thanh. Il sito di Dautremer.

Taï-Marc Le Than – Rébecca Dautremer, Yeti (trad. di Guia Pepe), Rizzoli, 40 p., euro 24

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Pax

10 Apr

Un riflessione sulla guerra, ma soprattutto sul modo di essere e sulla verità. Nasce dal doppio binario narrativo dovuto all’alternanza, capitolo dopo capitolo, della voce di una volpe – a cui l’autrice cerca di dare materia anche attraverso quel che fiuta, che sente nelle zampe, che percepisce – e di quella di un dodicenne. Da cinque anni Peter e il suo volpacchiotto Pax sono inseparabili, fin da quando l’aver ritrovato quel cucciolo e l’essersene preso cura ha lenito la rabbia per la morte improvvisa della madre. Poi irrompe la guerra e il padre di Peter si arruola, lasciandolo a casa del nonno, non prima di avergli imposto il doloroso abbandono dell’amico. Il senso di colpa però è troppo forte, come forte è il legame e che unisce i due e Peter “scappa per tornare a casa” come gli fa dire l’autrice. Casa è dove si trova Pax, che intanto si guarda intorno, conosce altre volpi, capisce la dinamica dei rapporti con gli umani e l’eccezionalità di quello che gli è toccato in sorte. Complice però un piede fuori uso, Peter incontra Vola, donna dall’accento straniero con una gamba di legno che vive isolata da vent’anni, dopo esser stata lei stessa in guerra. La ruvidezza della donna rimanda alla nuda verità di cui è portatrice: per lei la verità è la regola, il primo dei principi che tiene scritti su schede appese in casa. Alla verità Peter deve piegarsi:il darsi tempo, l’imparare un nuovo ritmo di cammino, l’addomesticarsi reciproco raccontandosi le rispettive storie, l’evidenza della certezza che sta nel profondo dell’animo e che rende sicuri.

Ne viene appunto una riflessione sulla violenza degli uomini, sulle falsità; la guerra sta sullo sfondo: è in qualche modo surreale nella descrizione fatta, specie per bocca degli animali, è un avanzare di uomini armati, ma non se ne conoscono le dinamiche; non è questo evidentemente che importa: resta cacofonia di fondo che staglia sulla scena le figure principali, con i dubbi e i valori che portano con sé. Se Peter è raccontato nel suo divenire e nella sua tenacia, se il padre si rivela figura violenta e chiusa, Vola è un personaggio caustico e pieno di cura, ha la caparbietà ottusa di chi si è costruito una gamba rigida in falegnameria per portarsi fisicamente appresso il peso che sente nell’animo e nel contempo l’ironia splendida e feroce di chi non esita a prestare il proprio arto artificiale serio, quello datole in ospedale, allo spaventapasseri in giardino.

Il sito dell’autrice. Il sito dedicato al libro. Il tumblr di Klassen.

Sara Pennypacker con le illustrazioni di Jon Klassen, Pax (trad. di Paolo Maria Bonora), Rizzoli 2017, 300 p., euro 16, ebook euro 7,99

I lupi di Currumpaw

6 Feb

lupi-di-currumpawIl lupo è da sempre animale sotto i riflettori; ne abbiamo detto in occasione di altri libri sul tema; lo è di nuovo in questi giorni in cui  la Conferenza Stato-Regioni vaglia il nuovo piano nazionale di conservazione che prevede l’abbattimento selettivo, con le scelte diverse delle Regioni e gli appelli da più parti. Di lupi parliamo noi oggi, raccontando una storia vera attraverso la scelta di William Grill di farne parola e immagini, secondo le modalità già sperimentate dai lettori in L’incredibile viaggio di Shackleton.

Anche questa volta, attraverso l’accostamento di testo e di sequenze illustrate che narrano il progredire della storia portando il lettore a leggere tutto ciò che ha sotto gli occhi (sia in forma di parola che di disegno), Grill racconta un’epopea partendo da una storia vera, quella di Ernest Thompson Seton e di Lobo.

Lobo è un lupo di trentacinque chili che a fine Ottocento, a capo di un branco di lupi grigi, semina il terrore tra gli allevatori della valle di Currumpaw, in New Mexico, prendendosi gioco di chi prova a farlo cadere in trappola o ad avvelenarlo. Per Seton, naturalista affermato e cacciatore di lupi, è una sfida: di studio innanzitutto di Lobo e del branco; di strategia poi. Ingannato anche lui, riesce ad avere la meglio quando si accorge che le impronte del capobranco sono precedute da quelle della sua compagna: catturata Blanca, Lobo è completamente disorientato; persa anche la libertà, si lascerà morire, aprendo però in Seton un nuovo modo di vedere. Da quel momento infatti, il naturalista si vota alla causa della difesa dei lupi e della tutela della fauna selvatica in estinzione. Fondò i Woodcraft Indians e poi i Boy Scouts statunitensi.

Il libro riproduce bene la continua contrapposizione tra natura e mondo civilizzato e regala ampie vedute, tramonti mozzafiato, cieli stellati accanto a particolari minimi: la cifra di Grill ancora una volta sta nel ricostruire la storia per fotogrammi che se ne stanno lì uno accanto all’altro, in tondi o quadrati che danno la possibilità a chi legge di ricostruire prendendo parte. Come già nel precedente libro, un nuovo bell’esempio di divulgazione.

Il sito dell’autore. L’organizzazione no profit dedicata a Seton e ispirata alle sue azioni.

William grill, I lupi di Currumpaw (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2017, 88 p., euro 22

Color fuoco

30 Gen

color-fuocoChe Jenny Valentine sia brava davvero i lettori ormai lo sanno: Io sono nessuno (Piemme 2015) è un romanzo imprescindibile e La signora nella scatola (Rizzoli 2008), il suo esordio italiano, ne aveva ben rivelato le doti. Anche questa volta, l’autrice costruisce una narrazione che scava nell’intimo del protagonista, regalando un finale da fuochi d’artificio: inatteso e perfetto; ancora una volta, sul finale scarta e regala la possibilità di stupore e di sorpresa, e anche – in questo caso – un bel sorriso a chi legge: proprio la dimostrazione che la vendetta è un piatto che si serve ben freddo… 😉

La scrittura è veloce e si fa leggere in un attimo; si ricostruisce, attraverso il flusso di pensieri della protagonista, la sua adolescenza, il ritorno in Inghilterra dagli Stati Uniti, l’incontro con il padre di cui non ha ricordi. Iris ha sedici anni e vive con la madre e il patrigno, ex modella e  attore fallito dediti alla vodka e alle truffe, in un mondo in cui tutto è solo apparenza apparecchiata per chi li guarda dall’esterno. La sua difesa è il fuoco, il piacere che provoca ad accendere fiammiferi, a osservare le fiamme; il suo ossigeno è Thurston, spiantato senza casa che da due anni è il suo migliore amico, le legge Vonnegut ad alta voce, le parla di arte, la trascina in giro per la città interrogandosi con lei sulla vita e sulla morte. All’ennesimo fuoco appiccato, questa volta a scuola, con tanto di ricovero in ospedale, la madre la trascina in Inghilterra a conoscere il padre, ricco collezionista di quadri di gran valore e per questo nel mirino dei due truffatori ormai al verde e pieni di debiti. Lo scenario che si trovano davanti è totalmente diverso: nella silenziosa casa di campagna lontana da tutto, il padre sta morendo, perfettamente consapevole della sua situazione e nel contempo di aver ritrovato la figlia cercata per anni. Allora Iris scopre che non tutto è come sembra o come le è sempre stato raccontato: l’uomo che riesce a pronunciare lentamente le parole, che fa i conti col dolore quotidiano, tesse per lei la trama dei giorni passati: la storia della casa e della sua famiglia, la sua irriverente sorella Margot, il matrimonio con la madre e la cura per la figlia amatissima sottrattagli a quattro anni. Ernest è un fine osservatore anche dal suo letto di malato terminale: sa vedere, sa valutare, sa seminare e avere cura anche per il momento in cui non ci sarà più. La medesima cura che ha avuto nel comporre una delle collezioni di quadri più ricca al mondo è la stessa che ha impiegato per cercare Iris, la stessa con cui disegnerà il suo capolavoro finale, svelato proprio nel momento in cui per lui le luci si sono spente.

Un’intervista all’autrice.

Jenny Valentine, Color fuoco (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2017, 221 p., euro 16, ebook euro 8,99

I nostri cuori chimici

19 Dic

nostri-cuori-chimicHenry Page e i suoi immacolati diciassette anni: nulla da dichiarare rispetto all’esuberante adolescenza della sorella maggiore (condita da arresti e espulsioni a scuola), traguardo in vista per essere il caporedattore dell’anno della rivista scolastica, nessuna storia d’amore alle spalle. Harry Page che si sfracella contro il migliore e peggiore folle amore che avrebbe potuto immaginare: Grace Town, la nuova arrivata in classe: in ritardo, vestita di abiti maschili troppo grandi, nessuna cura per il proprio aspetto fisico, un bastone che la sostiene nella zoppia. Eppure in qualche modo Grace lo attrae: è una questione di chimica, ma anche del suo spiazzante modo di fare, del suo silenzio, della sua faccia tosta. Grace ha un dolore fresco e profondo che ha minato la sua vita, si impone altro dolore come a voler ripagare una colpa, è lontana anni luce dalla luminosa ragazza che appare nelle fotografie del suo profilo Facebook.  Henry arranca, si lascia stupire dalle poesie e dai posti magici che la ragazza conosce, si innamora perdutamente, travisa sapendo benissimo quel che sta facendo e in qualche modo tacendolo a se stesso.

Henry racconta in prima persona del suo nuovo modo di guardare il mondo, degli amici di sempre, della famiglia, di come va l’ultimo anno di scuola superiore e di come va la vita. Racconta di come si metta su un numero del giornale scolastico e di come si violino le regole, delle notti passate coi piedi nell’acqua fredda di una vasca piena di pesci; snocciola canzoni e libi e poesie, dando tanti spunti al lettore.

Volete un romanzo per giovani adulti ben scritto e ben tradotto, che coinvolge con la voce dal narratore e spinge a svelare il suo punto di vista? Volete un romanzo che dica le cose come stanno, i fallimenti, i fraintendimenti, la bellezza allo stato puro, l’amore assoluto che forse c’è ma non è da vivere in quel momento lì? Eccolo, crudo e bello. Astenetevi se non sopportate il linguaggio del pane al pane, qualche parolaccia e quei passaggi che sembrano un concentrato di “vita. istruzioni per l’uso”: non sono istruzioni, è piuttosto che – se ci pensate – capiti che vada così, e non stiamo parlando solo del personaggio di Henry: l’autrice riesce a delineare un microcosmo di ritratti e di sfumature di vita non da poco.

Il sito dell’autrice. Il film che verrà tratto dal libro è in lavorazione.

Krystal Sutherland, I nostri cuori chimici (trad. di Cristina Proto), Rizzoli 2016, 335 p., euro 17, ebook euro

Scheletri e Bocche. Animali straordinari come non si sono mai visti

21 Set

scheletriGuardare da un punto di vista particolare; guardare gli animali che sempre interessano i giovani lettori; guardarli e farli apprezzare attraverso due volumi di alta qualità, lussuosi oserei dire dove lusso significa poter avere a portata di mano dei contenuti di qualità all’interno di volumi curati.

“Scheletri” ripropone il meccanismo che già Florence Guiraud aveva utilizzato in I frutti della terra (Gallucci, 2012): informazioni chiare e semplici a doppia pagina, ai sinistra una scheda tecnica con informazioni, curiosità, modi di dire sull’animale in questione, a destra la silhouette della bestia che si solleva per scoprire com’è lo scheletro, con altra didascalia informativa. Giraffe, gatti, passeri, ma anche grifoni, formichieri, razze chiodate, fenicotteri: insomma, sicuramente di che incuriosire gli appassionati, e non solo.

Passa invece attraverso il punto di vista del modo di nutrirsi, “Bocche”, primo volume di una nuova collana edita da portada BOCASKalandraka a cui seguirà “Occhi”, volumi pensati per scoprire le modalità straordinarie che alcuni animali mettono in atto nel loro quotidiano. La prima uscita descrive con attenzione dodici esemplari diversi e dodici strategie di alimentazione, in rapporto all’ambiente in cui vivono, con schede riassuntive finali che raccolgono notizie, dimensioni e curiosità di ciascuno. Anche qui troviamo il formichiere accanto alla megattera, alla zanzara, alla locusta, alla lampreda… tra testo e illustrazioni di  Nicolás Fernández.

Ancora una volta la possibilità di offrire di che bearsi: tra l’altro entrambi i volumi sembrano graficamente e strutturalmente pensati apposta per essere aperti sul pavimento ed essere goduti da lettori spaparanzati a pancia in giù su un morbido tappeto, tuffati tra le notizie e tra le immagini.

Florence Guiraud – Judith Nouvion, Scheletri. Gli animali come non si sono mai visti (trad. di Roberta Cardinali), Rizzoli 2016, 83 p., euro 24

Xulio Gutiérrez – Nicolás Fernández, Bocche. Animali straordinari (trad. di Francesca Massai, Enrico De Donà), Kalandraka 2016, 31 p., euro 17

Chi ha paura della volpe cattiva?

12 Ago

volpe cattivaBenjamin Renner è fumettista e regista, premiato per il film di animazione Ernest e Célestine su testo di Gabrielle Vincent e sceneggiatura di Daniel Pennac; anche questo suo fumetto diventerà un cartone animato prossimamente e pensiamo che il risultato sarà altrettanto esilarante dell’originale. Con ritmo incalzante, Renner racconta della povera volpe che nessuno prende sul serio, anzi che tutti sbeffeggiano e che sempre torna a mani vuote dalla fattoria, o alla meno peggio con un cestino di rape. Sarà per il fatto che ha i muscoli di un’ostrica, mette soggezione quanto una lumaca sotto sale o è feroce come una talpa anemica in pensione? Il lupo non lesina certo complimenti e, di fronte alla nuda verità e all’incapacità della volpe di trarre giovamento dalle sedute di allenamento feroce a cui la sottopone, propone un patto: se è così difficile rubare un pollo oppure una gallina, è forse meglio sottrarre le uova e allevarsi dei grassi pulcini. Ovviamente il lupo è la mente e la volpe il gregario un po’ sfigato, quindi sarà lei a covare i tre ovetti e a essere conseguentemente  identificata come mamma dagli implumi. Nonostante i tentativi di distanza e di terrore, la volpe finisce inevitabilmente per affezionarsi, con conseguenze al limite dell’assurdo quando i pulcini cominciano a frequentare l’asilo – raccontando peraltro ai compagni di essere volpi – e lei, travestita da gallina, viene invitata dalle altre chiocce a partecipare al club per lo sterminio delle volpi.

Tra i vari passaggi, notevole anche quello in cui i pulcini chiedono alla loro ritrovata mamma chioccia di poter allargare la famiglia, con due mamme e con tutte le conseguenze che comporta l’integrazione di una volpe nella comunità del pollaio 😉

Da dove nasce questa storia? Ve lo spiega lo stesso autore qui, ovviamente in fumetto!

Benjamin Renner, Chi ha paura della volpe cattiva? (trad. di Giovanni Zucca), Rizzoli 2016, 190 p., euro 17,50

Ti darò il sole

16 Giu

ti darò il soleAmmetto di aver faticato ad ingranare con questo romanzo, che invece, almeno nella mia ottica di lettura, ha poi una folle accelerata di bellezza nella sua parte finale che forse è quel che ci si aspetterebbe distribuito su tutto l’arco della narrazione. Forse una certa difficoltà deriva dagli inserti molteplici della massime tratte dalla bibbia di nonna Sweetwine, la nonna dei protagonisti, e dai capitoli che presentano un andirivieni temporale sull’arco di tre anni: a capitoli alterni infatti seguiamo le vicende di Noah dai 13 ai 14 anni e quelle della gemella Jude tre anni più tardi, ricostruendo così le vicende della loro famiglia.

Noah e Jude sono legatissimi e assolutamente diversi, negli atteggiamenti come nel carattere: ombroso e solitario, lui, solare e ribelle lei. Il lettore li conosce per come ciascuno parla di sé in prima persona nei propri capitoli e per come vede l’altro, partendo dall’estate in cui la madre decide di migliorare ulteriormente la loro preparazione in vista dell’iscrizione a una prestigiosa accademia artistica; Jude sa che è il fratello ad avere i numeri, ad essere un genio del disegno, ma contemporaneamente lo vede privilegiato dalla madre e ne è gelosa: la sua forma di ribellione si legge negli abiti che indossa, nel trucco che utilizza, nei continui battibecchi che la contrappongono alla madre, mentre Noah si innamora di Brian, il nuovo sorprendente vicino di casa. Tre anni dopo tutto è cambiato: la madre è morta in un incidente d’auto, il padre è tornato a vivere a casa, Jude frequenta l’accademia, mentre Noah non ci ha mai messo piede e quasi sembra aver dimenticato la sua dimensione artistica. La rabbia di Jude, il tentativo di riparare gli sbagli che vengono confessati pian piano, la portano nello studio di un celebre scultore, suo tutor per il nuovo progetto scolastico, un uomo inquieto, dal passato tormentato e misterioso, per la cui casa si aggira un affascinante ragazzo inglese.

Tutta la narrazione è incentrata sul tema dell’arte, sulla propensione artistica dei protagonisti, sulla forza che scaturisce dalla scultura, dall’illustrazione, dall’osservazione della realtà, dalla capacità di fare arte partendo da quel che si sente, da quel che si vive o da quel che si nasconde nel più profondo di sé.

Il sito dell’autrice.

Jandy Nelson, Ti darò il sole (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2016, 485 p., euro 17,50, ebook euro 8,99

Fuga dalla biblioteca di Mr. Lemoncello

6 Mag

 

fuga dalla bibliotecaUn libro sui libri e sulle biblioteche, ma anche un romanzo che dice della bellezza del giocare – con le parole, con l’intelligenza, con tecnica e astuzia – e dell’inventare giochi, siano essi da tavolo o da consolle. Questo fa infatti Luigi Limoncello: inventa giochi da quando era ragazzo e si è costruito un impero che ora gli permette, eccentrico miliardario, di regalare una biblioteca alla cittadina in cui è cresciuto, dove da dodici anni ha chiuso la biblioteca pubblica. Perché alla biblioteca e alla bibliotecaria della sua infanzia Mr. Lemoncello è debitore di tempo, spazio, cura e possibilità che lo hanno portato a diventare l’adulto che è ora, l’inventore di buona parte dei giochi che i ragazzi descritti nel romanzo adorano. Per questo ha deciso di trasformare la vecchia sede di una banca in una tecnologica biblioteca e di dare la possibilità di viverci un’avventura in anteprima a dodici dodicenni cresciuti in città senza poter sperimentare le opportunità di avere una biblioteca a disposizione, scelti tra i tanti che hanno fatto un tema sul nuovo edificio.

Pur avendo infranto le regole, Kyle viene scelto in extremis: adora i giochi, si sfida da sempre coi genitori e coi fratelli maggiori e non vede l’ora di essere coinvolto nella sfida: uscire dalla biblioteca dopo aver raccolto tutti gli indizi che permettono di rintracciare l’unica via di fuga permessa. In una sorta di caccia al tesoro che vede il progressivo decimarsi dei ragazzi, Kyle e i compagni con cui si allea scoprono che tutto è connesso alla lettura e ai libri che ciascuno di loro ha trovato indicati sulla tessera del prestito, nuova fiammante.

La biblioteca piena di schermi e ologrammi potrà a tratti sembrare eccessivamente avveniristica; il continuo riferimento alle categorie Dewey forse potrà essere a tratti pesante per il lettore, ma il romanzo è comunque un inno alle funzioni della biblioteca: la ricerca e l’informazione in primis (come spesso ci si dimentica, a favore della promozione della lettura), la scoperta di  nuovi autori e nuovi libri, il gioco in tutte le sue forme e – certo non ultima – la socialità.

Ovviamente il romanzo è un continuo citare e raccontare libri, quindi si presta anche a ulteriori suggerimenti di lettura, visto che alcuni dei titoli citati sono comunque disponibili in traduzione italiana.

Il sito dell’autore.

Chris Grabenstein, Fuga dalla biblioteca di Mr. Lemoncello (trad. di Maria Concetta Scotto di Santillo), Rizzoli 2016, 340 p., euro 15, ebook euro 6,99

Ombre sulla sabbia

7 Feb

ombre sulla sabbiaSe vivi in un luogo ai margini – in questo caso una piccola isola, intorno alla quale la marea facilita o complica le vie di accesso – chi viene a trascorrere una giornata da turista nei tuoi luoghi ti guarda come un essere alieno, come un animale strano, come qualcuno di un po’ selvatico che non sa rendersi conto di cosa sia la vita. E se quel luogo non lo hai scelto, ma ci sei nato, il desiderio che prima o poi arriva è di andartene, verso la città, verso posti che offrono maggiori possibilità – di incontri, di lavoro, ci divertimento – e che plachino l’irrequietezza verso un’orizzonte che non basta. Questo succede a Kevin con i suoi diciassette anni: andarsene in città, a inseguire Susan, la coetanea che c’è da sempre esattamente come nella sua vita da sempre ci sono le dune di sabbia, i cottage dietro la piazza, le poche persone che popolano l’isola; andarsene per poter scegliere la sua isola, vederla da un’altra prospettiva, sentire quel che davvero è il suo abito, il suo luogo, il suo orizzonte.

Viene tradotto ora in Italia il primo libro di Aidan Chambers, uscito in Gran Bretagna nel 1968, in cui è possibile scorgere in filigrana tutte le caratteristiche della sensibilità e della scrittura dell’autore. Quello che però rende davvero prezioso questo testo, al di là della bellezza della storia, è la nota che lo stesso Chambers scrive per questa edizione italiana: contiene una sorta di inno, di complimento e di applauso ai tanti lettori italiani che ha incontrato in questi anni e che – scrive – lo fanno sentire “più vivo” con il loro interesse, la loro capacità di accoglienza e di intelligenza. Ma soprattutto quelle righe finali raccontano di come sia nato questo libro: Chambers era un giovane insegnante che da tempo sognava di diventare scrittore senza riuscirsi e senza nemmeno riuscire a interessare i suoi allievi alla lettura; allora decise di chiedere ai ragazzi stessi che tipo di testo avrebbero voluto leggere e scrisse pensando a loro,a un pubblico reale, mettendo insieme la sua urgenza di dire e il loro desiderio di leggere comunque; così un testo scritto per gli allievi conquistò un editore e in poco tempo altri testi di Chambers vennero pubblicati.

Leggendo questa nota avrete la chiave del carisma di Aidan Chambers e saprete perché i suoi libri sono tanto belli e tanto apprezzati: potete infatti leggere in trasparenza, nel racconto che fa del suo tentativo di scrittura, l’insegnante che era, lo scrittore che stava per diventare e anche l’editore che sarebbe successivamente stato, una persona fedele a quel che sognava di dire e di essere e insieme estremamente attento a chi aveva davanti, a chi avrebbe letto i suoi libri, alle persone con cui – in presenza o a distanza – dialogava. Ogni volta che lo incontro, che lo ascolto mi fa pensare a un albero, saldo, diritto e curioso di chi ha intorno; è la stessa sensazione che regalano i suoi libri: mentre sei lì davanti a lui, come mentre leggi, hai la sensazione, e insieme la certezza, che l’autore è davvero lì, tutto intero. Questa onestà dell’autore rende quel che dice, quel che scrive di una chiarezza così pura che tocca comunque sempre.

Il sito dell’autore.

Aidan Chambers, Ombre sulla sabbia (trad. di Beatrice Masini), Rizzoli 2016, 155 p., euro 15