Tag Archives: rizzoli

Il secondo lavoro di Babbo Natale

22 Nov

Che cosa succederebbe se Babbo Natale perdesse il lavoro? Lui è abituato a stare in vacanza da gennaio a novembre per poi affannarsi un mese solo; è un tipo tranquillo che si propone sempre di andare in palestra e non lo fa mai e ha solo due renne perché le altre le noleggia con l’avvicinarsi della festa. Eppure capita proprio questo nel racconto scritto da Michele D’Ignazio: le Poste Internazionali hanno i conti in rosso per cui decidono che al posto delle letterine si può fare una wishlist sul tablet e che i regali verranno consegnati dai droni. Babbo Natale viene licenziato; gli tocca rispondere agli annunci lavorativi e scoprire quanto è arduo trovare un lavoro adatto a lui. Finisce a fare il netturbino, condividendo raccolta differenziata e pulizia delle strade con la collega Befana e incappando nelle letterine di una vicina di casa, a cui non ha mai risposto.

Se cercate una storia a tema natalizio che possa funzionare in lettura ad alta voce, eccovi accontentati. Non dimenticatevi però di mostrare anche le illustrazioni di Sergio Olivotti, il cui tratto sembra davvero essere perfetto per accompagnare queste pagine.

Michele D’Ignazio – ill. Sergio Olivotti, Il secondo lavoro di Babbo Natale, Rizzoli 2019, 83 p., euro 15

Il posto magico

15 Nov

Mi piace molto poter consigliare albi adatti ad essere letti ad alta voce, anche romanzi più corposi, immaginando che si possa leggere a puntate, in un appuntamento giornaliero fisso in classe o a casa prima di dormire, ritagliarsi del tempo per gustare una storia. Eccone allora un altro, di quelli che fanno ridere e parteggiare, spingere la protagonista nella fuga e sperare che ai cattivi di turno succeda qualcosa. Ecco Clementine vestita di stracci che vive in uno scantinato della Grande Città Nera, che non esce di casa né può guardare fuori, che passa il tempo a far da sguattera o ringhiusa nello scantinato dai due che chiama zii. La coppia zia Vermilia e zio Rufus non può non ricordare gli Sporcelli di Dahl o anche Bella Yaga e Mandragora di Diana Wynne Jones: sono perfidi, malvagi, facili all’insulto e pasticcioni come i primi, hanno in casa una bambina che ritengono al loro servizio come i secondi. In questo caso l’hanno rapita neonata: Clementine non lo sa; conserva del passato solo vaghi ricordi a cui attribuisce lo status di sogno (un “posto magico” dai colori vividi, prati, ruscelli, animali) finché in soffitta trova un coniglio di peluche che le fa riaffiorare anche la sensazione del calore umano di una famiglia. I due sono abili ladri e truffatori, hanno due stanze piene di tutto quel che serve per i travestimenti e hanno strabilianti trovate per ogni situazione (calamite, braccia in più, baffi finti); non sanno però che un giovane pittore, fratello di Clementine, da mesi è in città per ritrovarla. E non sanno che il loro gatto Gilbert è estremamente intelligente.  Ma soprattutto non sanno che Clementine non ha mai perso la capacità di sperare, alimentata da uno scorcio di cielo che può vedere se infila la testa nella canna fumaria e dalla meraviglia che il suo posto magico che le fa crescere dentro ogni volta che ci pensa, anche quando scopre che la città è una distesa di tetti e comignoli, grigia di fumo e fuliggine.

Un libro dal ritmo di un classico, con descrizioni che vanno in crescendo (fughe, infilate di insulti, pioggia di oggetti lanciati), che faranno sorridere e ridere i lettori, che faranno prendere parte. Accompagnato dalle illustrazioni dell’autore stesso, non nuovo al pubblico italiano. (vedi “Dinosaurium” e “Planetarium”, sempre Rizzoli).

Chris Wormell, Il posto magico (trad. di Eleonora Dorenti), Rizzoli 2019, 296 p., euro 17, ebook euro 7,99

L’isola schifosa

6 Nov

isola schifosaC’era una volta un’isola bruttissima: tutto era schifoso e terribile, dalla lava dei vulcani alle painte sbilenche e spinose, dal mare infestato da creature orribili al gelo che ogni notte ghiacciava ogni cosa. Gli animali godevano ad avvelenare e danneggiare i loro simili, erano vanitosi e invidiosi. Finché non spuntò un fiore, e poi un altro e un altro ancora: anziché godersi la sua bellezza, cominciarono ad accuarsi a vicenda, a sintonarsi, a perdere la trebisonda. E fu la guerra Così sparirono, piovve e l’isola divennne splendida.

Pubblicato nel 1969 e subito nominato dal “Boston Globe” Miglior Albo illustrato dell’Anno, l’albo condensa l’arte di Steig, offrendo al lettore un’ampia parte di illustrazioni che, con i loro colori, fanno quasi da contrappeso alla violenza e all’orrore descritto dal testo. Come sottolinea Balke nella prefazione dove racconta in sintesi come Steig lavorava, sembra quasi che l’autore si sia fatto prendere dall’urgenza dell’illustrazione, concentrandosi nel disegno e sul colore, come un bambino assorbito dalla storia a cui sta lavorando. Riuscendo così a creare un contrasto che funziona perfettamente e che arriva dritto al punto, nel suo crescendo di sostantivi e aggettivi che gonfiano la bruttura descritta.

E poi è difficile che compaia in un testo una delle mie parole preferite (urfido), e allora trovarla qui è bellissimo. Urfidamente bellissimo.

William Steig – con prefazione di Quentin Blake, L’isola schifosa (trad. di Daniela Magnoni e Mara Pace), Rizzoli 2019, 48 p., euro 16

L’albero al centro del mondo

26 Set

Essere il fratello di mezzo non è semplice, specie se come Marnus non brilli come il tuo fratello maggiore, asso del rugby circondato da ragazzine adoranti, e il minore, piccolo genio fuori dal comune. Marnus viene costantemente preso in giro e costretto a sobbarcarsi i lavoretti in casa che gli altri due schivano; i suoi tredici anni non gli sembrano nulla di che. Fino al giorno in cui una ragazzina si presenta alla porta chiedendogli di firmare una petizione e lo trascina a vedere l’oggetto della sua battaglia: un grande albero nel parco che gli addetti del comune hanno ordine di abbattere. Così, improvvisamente, Marnus si trova a passare le giornate sull’albero e a dormici ai piedi, finisce sulle pagine del giornale locale e abbraccia una causa che pian piano conquista sempre più persona. Ma sull’albero impara a conoscere Leila, o almeno ci prova, e il motivo per cui quell’albero per lei tanto conta. E dall’albero ha una nuova prospettiva, un nuovo punto di vista sui suoi genitori, sui meccanismi che governano il mondo, su certe battaglie che per alcuni sono piene di passioni e per altri occasioni da sfruttare a proprio vantaggio.

Un libro breve, che si legge facilmente e si svolge nell’arco di una manciata di giorni, e che porta in Italia Jacobs, il più prolifico autore afrikaner per ragazzi.

Jaco Jacobs, L’albero al centro del mondo (trad. di Marina Mercuriali), Rizzoli 2019, 192 p., euro 15, ebook euro 7,99

L’esploratore

6 Set

esploratore rundellA differenza dei suoi precedenti romanzi dove spicca e brilla una protagonista, Rundell presenta questa volta una narrazione corale, dipingendo l’avventura amazzonica di quattro bambini e un adulto. Il punto di partenza e l’intero svolgimento hanno uno sfondo tragico: i quattro bambini sopravvivono, a differenza del pilota, allo schianto di un’aereo in piena foresta amazzonica. Due di loro, Lila e Max, stanno raggiungendo i genitori in una città brasiliana; Fred e Con invece dovrebbero rientrare in Inghilterra. Non si conoscono e la dura realtà che si para davanti a loro li spinge gioco forza a cercare di piacersi: sono soli, persi nella giungla, devono sopravvivere e avvicinarsi il più possibile a una città. Fred è il maggiore e adora gli esploratori, ha letto tantissimi libri e ritagli di giornali su di loro; Lila invece è appassionata di scienze, di botanica come la sua mamma e di animali. Poi c’è Con, scontrosa e diffidente e geniale nel ricostruire le mappe grazie alla sua memoria visiva, e Max che ha solo cinque anni, il moccio al naso e una grande intraprendenza. L’autrice racconta i tentativi di cibarsi, di ingegnarsi per partire in zattera lungo il fiume, ma anche di adattarsi l’uno all’altro e di fare i conti con le paure e le speranze, proprie e altrui. Racconta di come si trasformino in gruppo, in banda e di come incontrino inaspettatamente un uomo, un solitario che vive in un luogo magico, sconosciuto al resto del mondo. Entra così nel romanzo una riflessione sulla bellezza da preservare, sulla tendenza degli umani a fare massa anche poco critica, un discorso sulla bellezza e sulla fragilità del pianeta. Ma è anche un ragionare sul rapporto tra adulti e bambini: quell’uomo così burbero e scontroso ha, come i ragazzini, motivi nascosti che hanno plasmato il suo sguardo e il suo stare al mondo, ma è anche capace di costruire con loro un rapporto che, con Fred in particolare, è da pari: li considera “interlocutori validi”, parla con loro senza mezzi termini, ha cura di loro senza farsi notare, li spinge a essere curiosi, a porsi domande, a crescere nel modo di ragionare e di vedere il mondo. Propone le sue idee, controbatte, ascolta e onestamente dice della vita, delle paure, della speranza, dell’amore. Dice che esplorare è porre la massima attenzione possibile, e che non serve essere nella giungla per essere esploratori. Insegna anche come si possa fare un passo indietro, rinunciare alla visibilità del mondo e alla celebrità che verrebbe da una scoperta per aver cura di ciò che davvero merita; cosa significa scegliere.

Con la grazia che la contraddistingue nella persona e nella scrittura, Rundell tesse un romanzo che trabocca di vita: quella della natura – dalle formiche alle api, dagli animali pericolosi a quelli più utili, quella degli umani che trovano spazio sulle pagine e che si fanno caleidoscopio di situazioni e sentimenti diversi. Solo alla fine il lettore scoprirà ad esempio quanti anni ha Fred e non è dato di sapere quando questa vicenda sia esattamente ambientata: non c’è bisogno di certi dettagli perché la scrittura colpisce forte, immergendo il lettore in argomenti importanti senza darlo a vedere. E ovviamente, come nei romanzi precedenti, qua e là perle di saggezza e immagini poetichee.

Katherine Rundell, L’esploratore (trad. di Mara Pace), Rizzoli 2019, 330 p., euro 17, ebook euro 8,99

Nella bocca del lupo

4 Set

Come sempre, Michael Morpurgo offre al suo lettore ottime occasioni per conoscere fatti realmente accaduti, ambientati in importanti periodi storici e dando spunti per ventuali approfondimenti; riesce sempre a immergere chi legge in quanto racconta, a far sentire presenti fatti lontani nel tempo. In questo libro parla della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza in Francia e del ruolo degli agenti segreti inglesi addestrati per coordinare i rifornimenti, i lanci, le azioni di contatto.

L’autore è dentro il racconto ancora più del solito: il protagonista infatti è suo zio e quindi cuce ricordi e sensazioni ascoltati, con tanto di album fotografico e note storiche finali; c’è una certa patina celebrativa (Francis ricorda i meriti dei compagni, il loro eroismo, la loro inventiva) che forse appanna la cruda realtà dei fatti, ma è comunque consona alla struttura narrativa scelta e sovente utilizzata da Morpurgo: un uomo anziano ricorda il suo passato e richiama a sé, nel buio di una notte che segue alla festa del suo novantesimo compleanno, le persona che ha amato e stimato, quelle con cui ha condiviso le scelte di un certo periodo della sua vita. Il ritratto del protagonista è quello diu un uomo grato per la vita che ha avuto, di cui non cela i grandi dolori e le decisioni difficili; racconta con grande franchezza i rapporti famigliari e i suoi sentimenti e parla della professione che ha sempre fatto per vocazione: quella di insegnante a bambini da incuriosire e da curare, che ha imparato nel tempo a coinvolgere, ad ascoltare, a fare pari.  La scelta vincente del testo è l’accompagnamento lungo tutte le pagine delle illustrazioni di Barroux: spigoli che il bianco e nero, con il suo gioco di ombre, enfatizza, rende cupi o rischiara a seconda del momento.

Come già detto, sono indicati i nomi e le persone che hanno tessuto le vicende narrate: alcuni di loro (come Paul Héraud e la luminosa Christine Granville) sono veri e propri eroi della Resistenza francese ed è possibile riscoprire la storia del loro maquis e le vicende della guerra nelle Hautes-Alpes o appssionarsi all’essenziale ruolo degli operatori radio nella Francia occupata grazie alla figura di Auguste Floiras.

Michael Morpurgo – Barroux, Nella bocca del lupo (trad. di Bérénice Capatti), Rizzoli 2019, 165 p., euro 17, ebook euro 8,99

Run

6 Ago

Arriva in libreria il secondo romanzo della serie dedicata da Reynolds all’atletica e cominciata con Ghost, vincitore del Premio Andersen nella categoria Miglior libro oltre i 12 anni, e conferma le capacità dell’autore: nel far parlare in prima persona i suoi protagonisti, nell’immedesimarsi nella loro vita e nel loro sentire e permettere al lettore di fare lo stesso, nel costruire una narrazione fluida, forse meno del precedente, ma che scorre dritta e avvolgente.

La protagonista è Patina, che fa parte della squadra dei Defenders, ne è la ragazza più veloce: perché non corre solo per correre, non corre solo per se stessa, ha un saco di motivi per tagliare per prima il traguardo e nelle sue gambe filano rapide le gambe di altri che non possono provare il paicere di correre. Patina ha una storia famigliare diversa da quelle delle compagne della scuola esclusiva che frequenta: il papà è morto, la mamma diabetica ha un serrato piano ospedaliero e lei e la sorella minore abitano con gli zii. C’è un’organizzazione giornaliera ben stabilita, a cui la ragazza aggiunge il fatto di sentirsi in dovere di occuparsi della sorellina e gli allenamenti. La pressione è alta: si somma il non detto, il sentirsi a lato rispetto al gruppo di compagne, lo scotto di quando non si arriva primi. Ma Patina sa che deve correre a testa alta e i motivi in più che la spingono a correre possono davvero fare la differenza. Bello il finale che lascia aperto il risultato della gare più importante; belle le pagine che raccontano di come gli allenatori preparano le ragazze a correre la staffetta, a mettersi in sintonia, a sentirsi squadra davvero.

Jason Reynolds, Run (trad. di Francesco Gulizia),Rizzoli 2019, 252 p., euro 16, ebook euro 8,99

Jefferson

2 Lug

Amo molto la scrittura di Jean-Claude Mourlevat e sono quindi contenta che arrivi anche in traduzione italiana questo suo libro dove dà prova di una bella capacità umoristica e di invenzione. la prte forte del libro sta proprio qui: nell’inventare un mondo dove animali e uomini vivono in città non troppo distanti l’una dall’altra e frequentano i rispettivi mondi, non senza timori e pregiudizi stereotipati.

Il protagonista è ujn tranquillo e felice porcospino a cui la vita si ribalta in un solo attimo: recatosi dal barbiere per farsi accorciare il ciuffo, lo scopre sul pavimento del negozio, in un lago di sangue, con un paio di forbici piantate nel petto. la capra che sta dormendo della grossa sotto il casco, con i bigodini in testa, lo crede l’assassino e allora jefgferson fugge nel bosco per scoprirsi poco dopo primo indiziato, quasi colpevole certo. Allora, in compagnia del fido amico Gilbert, intraprende un viaggio nella città degli uomini per cercare di scoprire l’assassino e rendere evidente la propria innocenza. la nipote del barbiere infatti ha parlato delle improvvise, periodiche assenze dello zio e ha consegnato a Jefferson una cartolina che forse è un indizio e che suggerisce che gli umani c’entrano eccome.

A essere originale non è sicuramente la parte del giallo, in qualche modo facilmente prevedibile, né gli intenti di riflessione a proposito del consumo di carne e delle condizioni in cui gli animali vengono condotti al macello, quanto piuttosto la riflessione che l’autore propone riguardo allo status degli animali: gli uomini – si sottolinea infatti – non li trattano tutti allo stesso modo, ma fanno delle differenze a seconda che si tratti di animali domestici, selvatici e o d’allevamento. Il romanzo prosegue spedito grazie alla dose di ironia sapientemente inserita specie nella prima parte, sicuramente la meglio riuscita.

Jean-Claude Mourlevat – ill. , Jefferson (trad. di Bérénice Capatti), Rizzoli 2019, 222 p., euro 15, ebook euro 7,99

On the come up

26 Giu

Con The Hate U Give Angie Thomas ci ha abituati a una scrittura caratterizzata dalla capacità di rendere al meglio la realtà che racconta e che evidentemente conosce molto bene, senza mai cadere nello stereotipo e nel banale. Ci riesce anche in questo secondo romanzo che, mi pare, fatiche un po’ di più a decollare rispetto al precedente, ma che poi coinolvgte appieno il lettore nel suo ritmo. Già, signori, perché qui si tratta di rap e non si scherza. Bri è figlia di una leggenda dell’hip hop underground, ma il padre è morto in un regolamento di conti tra bande e la madre non vuole saperne della passione che la ragazza ha evidentemente ereditato insieme alla bravura. Bri sa di essere brava: lo sa nella fragilità e nella forza dei suoi sedici anni, che la fanno rispondere senza pensarci, mettere tutta la rabbia nei versi, pensare di poter raggiungere la fama a ogni costo per fare soldi e rendere migliore la vita di madre e fratello. Bri sa infatti quanto può essere dura la vita quando non si hanno i soldi per le bollette, quando bisogna far la fila alla mensa dei poveri per mangiare, quando si rinuncia ai propri sogni pur di assumersi le proprie responsabilità come fanno i suoi cari. Sa anche quando è sottile il confine tra legalità e illegalità nei quartieri in cui vive e quanto brucia la discriminazione a cui sei costantemente sottoposto perché sei nero.

L’autrice riesce ancora una volta a rendere molto molto bene sulla pagina la condizione dei ragazzi neri rispetto ai loro coetanei bianchi, le differenze, le accortezze di comportamento che imparano fin da subito. La chieve di riuscita del romanzo sta nella veridicità della protagonista (una sedicenne di cui vediamo la rabbia della forza, ma anche le inscertezze di fronte al primo amore, alle decisioni della vita) e degli altri personaggi: nessuno – nemmeno l’ipocrita nonna o la zia che spaccia per tenere in piedi la famiglia – è mai ridotto a macchietta, ma + sempre verosimile, con tocchi di ironia che rendono la lettura assai gustosa.

Un apprezzamento per la traduzione di Giuseppe Iacobaci che, bravo come sempre, in questo caso ha dovuto confrontarsi con la traduzione di tutti i testi rappati dalla protagonista, rendendoli davvero in modo efficace.

Angie Thomas, On the come up (trad. di Giuseppe Iacobaci), Rizzoli 2019, 426 p, euro 18, ebook euro 8,99

La montagna più alta

20 Apr

Menzione speciale del Bologna Ragazzi Award 2018 nella categoria Opera Prima questo albo sulla montagna che mi è piaciuto poter segnalare la scorsa estate sul monografico di Andersen dedicato appunto alla montagna nelle sue varie sfaccettature. Ora è in traduzione italiana, affidata a Enrico Brizzi. Pierre Zenzius, specializzato in animazione cinematografica, ha scelto di raccontare l’ascesa di de Saussure alla vetta del Monte Bianco nel 1787: il titolo originale dell’opera è appunto “L’ascension de Saussure” perché al centro c’è quell’uomo raffigurato in codino e giacca rossa, mentre la montagna se ne sta sorniona sullo sfondo, a guardare, a lascirsi prendere, a lasciar raccontare l’impresa da una voce originale visto che l’autore sceglie di affidare la descrizione della salita al cane che trotta fedele accanto al geologo svizzero che si fregiò di essere il primo ufficialmente a conquistare quell’agognata cima. Il cane descrive, intuisce, si stupisce anche – visto che da lassù bisogna ancora scendere – del suo padrone che scoppia di felicità: quella che ti prende quando arrivi in alto, quando arrivi al punto che ti sei prefissato, quando realizzi un sogno. Le tavole dalle grandi dimensioni raccontano degli uomini: faticano, tengono lo sguardo alto, talvolta lo abbassano sulle mappe, ognuno ha il suo ruolo, ciascuno serve alla riuscita finale; parallelamente raccontano la montagna, protagonista silenziosa e incombente.

La storia però racconta tra le righe anche un altro tratto distintivo di molte imprese di montagna: la rivalità, la voglia di primato che – come in altri campi – rende gli uomi disposti a tutti. De Saussure, a cui chi ama la montagna e l’arco alpino in particolare deve molto per la sua monumentale opera “Viaggio sulle Alpi”, non fu in realtà il primo a raggiungere la cime del Monte Bianco; l’anno precedente infatti il medico di Chamonix, Michel Paccard, insieme all’esperto Jacques Balmat riuscì in un’impresa ancora più grande: toccò la vetta senza l’ausilio di corde, picozze o scale, pagando però l’alto prezzo della perdita parziale della vista a causa del riverbero della neve. Fu il denaro di Saussure a mettere in dubbio l’impresa, comprando Balmat perché dichiarasse falsa la versione di Paccard. Questo è ricordato nella prefazione di Brizzi e riporta a tante corse per arrivare in cima, a tante liti su versione diverse (si pensi al bello spettacolo di Roberto Anglisani su quell’altra epica storia che è a conquista del Cervino). Se poi volete ricordare le donne sul Monte Bianco, riprendete Una ragazza in cima.

Pierre Zenzius, La montagna più alta (trad. di Enrico Brizzi), Rizzoli 2019, 48 p., euro 18