Tag Archives: razzismo

On the come up

26 Giu

Con The Hate U Give Angie Thomas ci ha abituati a una scrittura caratterizzata dalla capacità di rendere al meglio la realtà che racconta e che evidentemente conosce molto bene, senza mai cadere nello stereotipo e nel banale. Ci riesce anche in questo secondo romanzo che, mi pare, fatiche un po’ di più a decollare rispetto al precedente, ma che poi coinolvgte appieno il lettore nel suo ritmo. Già, signori, perché qui si tratta di rap e non si scherza. Bri è figlia di una leggenda dell’hip hop underground, ma il padre è morto in un regolamento di conti tra bande e la madre non vuole saperne della passione che la ragazza ha evidentemente ereditato insieme alla bravura. Bri sa di essere brava: lo sa nella fragilità e nella forza dei suoi sedici anni, che la fanno rispondere senza pensarci, mettere tutta la rabbia nei versi, pensare di poter raggiungere la fama a ogni costo per fare soldi e rendere migliore la vita di madre e fratello. Bri sa infatti quanto può essere dura la vita quando non si hanno i soldi per le bollette, quando bisogna far la fila alla mensa dei poveri per mangiare, quando si rinuncia ai propri sogni pur di assumersi le proprie responsabilità come fanno i suoi cari. Sa anche quando è sottile il confine tra legalità e illegalità nei quartieri in cui vive e quanto brucia la discriminazione a cui sei costantemente sottoposto perché sei nero.

L’autrice riesce ancora una volta a rendere molto molto bene sulla pagina la condizione dei ragazzi neri rispetto ai loro coetanei bianchi, le differenze, le accortezze di comportamento che imparano fin da subito. La chieve di riuscita del romanzo sta nella veridicità della protagonista (una sedicenne di cui vediamo la rabbia della forza, ma anche le inscertezze di fronte al primo amore, alle decisioni della vita) e degli altri personaggi: nessuno – nemmeno l’ipocrita nonna o la zia che spaccia per tenere in piedi la famiglia – è mai ridotto a macchietta, ma + sempre verosimile, con tocchi di ironia che rendono la lettura assai gustosa.

Un apprezzamento per la traduzione di Giuseppe Iacobaci che, bravo come sempre, in questo caso ha dovuto confrontarsi con la traduzione di tutti i testi rappati dalla protagonista, rendendoli davvero in modo efficace.

Angie Thomas, On the come up (trad. di Giuseppe Iacobaci), Rizzoli 2019, 426 p, euro 18, ebook euro 8,99

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Solo una parola

18 Gen

Nell’avvicinarsi del Giorno della Memoria, ecco un testo che presenta il tema delle leggi razziali e del razzismo da un punto di vista decisamente originale che permetterà ad ogni lettore di identificarsi in qualche modo nella tragedia vissuta dai protagonisti. Siamo a Venezia, nel 1938, Roberto ha nove anni, due carissimi amici – Alvise e Lucia – con cui condivide la strada verso la scuola e il tempo del gioco, una sorella, una mamma allegra, un papà militare che ama ascoltare il Primo Ministro alla radio. Un primo ministro in camicia nera, pelato come un uovo, con la mascella squadrata. Poi un giorno il governo impone delle nuove regole, delle leggi che discriminano e che segnano la vita di Roberto: non può più frequentare la scuola pubblica, alcuni insegnanti vengono licenziati, ci sono spie e delatori, la famiglia di Alvise fugge in Svizzera dopo che il negozio del padre è stato devastato, Lucia e sua madre sono cattturate e inviate a treni che le porteranno via, la famiglia di Roberto si nasconde in una soffitta.

Il momento storico e le conseguenze di quelle leggi che leggiamo sulla pagina portano naturalmente alle leggi razziali del governo fascista contro gli ebrei, ma la bravura di Matteo Corradini sta nel raccontare leggi che colpiscono gli occhialuti. Tutte le discriminazioni e i divieti sono nei confronti di chi porta gli occhiali, come Roberto e i suoi genitori, Alvise e la sua maestra, la mamma di Lucia. Anche la sorella di Roberto porta gli occhiali e per questo va in fumo il sogno di sposare il fidanzato che non li ha; il papà di Alvise è un ottico e il suo negozio viene immediatamente preso di mira. Il racconto ripercorre i divieti, le ingiustizie, i soprusi e le violenze subite dagli ebrei nell’immediato, appena entrate in vigore le leggi, ed evoca la violenza degli anni successivi; parlare di persone che portano gli occhiali potrà far capire al lettore quanto furono assurde e ignobili quelle leggi; potranno far mettere al posto degli occhialuti chi ha i capelli di un certo colore o altre “normalità” simili intese invece come diversità, per dire la stupidità umana e la violenza e il dolore che si porta dietro.

Al romanzo segue un’appendice con domande e risposte sull’argomento, con parole di testimoni ed esperti tratte dal docufilm 1938- diversi, uscito lo scorso anno per la regia di Giorgio Treves, una testimoniana forte che merita di essere vista. Delle sue tante immagini tengo cara la testimonianza del centenario Bruno Segre e della sua coloratissima cravatta che, mentre lui parlava, diceva anch’essa parole importanti.

Le illustrazioni sono di Sonia Cucculelli.

Matteo Corradini, Solo una parola. Una storia al tempo delle leggi razziali, Rizzoli 2018, 204 p., euro 15

Il pavee e la ragazza

5 Nov

Di Siobhan Dowd abbiamo imparato ad amare la scrittura, la sensibilità ma anche la capacità di dire grazie all’editore Uovonero e alla collana a lei dedicata, a cominciare da quel gioiello che è Il mistero del London Eye. Con questa pubblicazione l’editore offre un’ultima perla alla collana Dowd, consegnando al lettore un racconto lungo egregiamente illustrato dagli acquerelli di Emma Shoard. Nella non semplice misura del racconto, Dowd riesce ancora una volta a essere tremendamente efficace ed essenziale, andando dritta al punto con una poesia cruda e netta quanto il vento che immaginiamo soffiare sulla scogliera evocata. Alla richiesta di scrivere un racconto su un ragazzo rom, l’autrice immagina la condizione di Jim, accampato con la famiglia a Dundray, l’ostilità della città e della scuola, le prese di mira dei bulli, la difficoltà di frequentare una classe in cui non solo non ci si sente a proprio agio, ma dove bisogna anche nascondere che non si è mai imparato a leggere. Ci sono l’indifferenza degli altri, la violenza, ma anche la luminosità della mamma del protagonista, nel suo vestito giallo, che spera che il figlio impari parole per poi regalarle a lei, e quella di Kit, pura e meravigliosa come la sua voce, che imbastisce per Jim l’abc della lettura e dell’amore. E solo Siobhan Dowd poteva definire luminosi i codini alti di una ragazza, in una narrazione che procede secondo la realtà, in un finale amaro dove per sopravvivere bisogna andarsene, scappare, lasciare, addirittura attraversare il mare, portandosi dietro solo la luce dei momenti migliori.

Quando ho recensito Il riscatto di Dond, ho scritto: “C’è un’immagine, nelle prime pagine di questo libro, che assomiglia a quella della copertina e che ritrae la protagonista ferma sul bordo della scogliera, il mantello e la lunga treccia accarezzati dal vento e lo sguardo che intuiamo lontano: sa perfettamente qual è il destino che l’attende, ma è comunque lì, in piedi, vestita della sua dignità di fronte al vento e al precipizio. È così che mi immagino Siobhan Dowd quando ha scelto – negli ultimi giorni della sua vita – di fondare l’organizzazione che porta il suo nome, quando ci ha lasciato delle storie grandiose e potenti che la rendono, ogni volta che vengono lette, voce viva”. Sulla copertina di questo nuovo libro, come in alcune delle immagini interne, se ne stanno in piedi, a guardare l’orizzonte, Jim e Kit: sono due, e mi piace pensare che rappresentino noi lettori che apprezziamo Siobhan Dowd e che non rimaniamo soli, perché abbiamo sempre le sue storie a cui tornare.

Siobhan Dowd – ill. Emma Shoard, Il pavee e la ragazza (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2018, 116 p. euro 15

L’età dei sogni

3 Nov

Tutto questo romanzo è costruito su una vicenda vera, di cui si seguono passo a passo anche le vicende giudiziarie e non solo umane: si racconta dei “nove di Little Rock“, i primi nove ragazzi neri ad essere ammessi in un liceo bianco nell’America degli anni Cinquanta, in piena segregazione razziale, dove avviene l’impensabile, la folla si riversa in strada per impedire loro l’accesso alle aule, minaccia le loro famiglie e il presidente Eisenhower deve mandare l’esercito per garantire a quei ragazzi il loro diritto di frequentare la scuola.

La nota vincente del libro è data dalla narrazione alternata delle voci di due coetanee: Molly Costello (ispirata alla figura di Melba Pattillo) e Grace Anderson, la nera e la bianca, la ragazza che quasi senza accorgersene alza la mano per dirsi disponibile all'”esperimento” e quella che si trova in classe una compagna di colore, quella che tenta di resistere per ribadire i propri diritti e seguire i propri sogni e quella che prende parte e si schiera. Entrambe subiscono le conseguenze delle loro scelte; a entrambe, come dice una delle protagoniste nel testo, vengono rubati i loro sedici anni, la spensieratezza, l’innocenza. Il libro è costruito sulla presa di coscienza di ciascuna: per Molly di cosa significa aver scelto di essere una dei nove studenti dell’esperimento, per Grace quanto è davvero ingiusta la segregazione razziale di fronte a cui fino a quel momento non si è mai rassegnata.

Ci sono molte figure importanti nel testo, come la mamma e la nonna di Molly che la sostengono, come l’attivista per i diritti umani che mette i ragazzi di fronte alle difficoltà e alla necessità di non demordere, come gli amici che voltano le spalle. Non è certo “comodo” leggere della solitudine di Molly, della violenza verbale e fisica che tocca i ragazzi, delle vendette; si resta in silenzio di fronte al silenzio immenso che accompagna l’unico ragazzo nero a ritirare il diploma a fine anni, senza che nessuno lo applauda, senza che nessuno lo consideri. Eppure è un silenzio che fa venire voglia di urlare, di alzarsi in piedi, di rimanere in piedi.

Attenta da sempre ai temi sociali, Annelise Heurtier – conosciuta dai lettori italiani come autrice di Quanta terra serve a un uomo edito da Orecchio Acerbo nel 2015 – costruisce un romanzo credibile e coinvolgente, in crescendo: il lettore infatti si sente sempre più nella vicenda man mano che la vicenda procede, spettatore incredulo e quasi impotente di fronte alle meschinerie, alla violenza e ai divieti assurdi che toccano i protagonisti. Non è facile costruire dei buoni libri basandosi su fatti veri e rifacendosi a temi importanti come quello del razzismo; molte volte ne vengono, lo sappiamo bene, dei testi scontati, banali o moralisti, di fronte ai quali i ragazzi scovano subito l’intento dell’autore che fa un compito a tavolino per seguire un filone o per compiacere le richieste di un editore. In questo caso invece siamo di fronte a una bella riuscita, dove si sente l’urgenza dell’autrice di affrontare certi temi, la sua sincerità e l’onestà verso il suo lettore nel dargli un romanzo di qualità. Un romanzo che, visti i tempi che corrono, risulta necessario: è capace di mettere chi legge di fronte a quello che è successo come se fosse davvero lì, nelle strade di Little Rock, nelle aule del liceo. Lo leggi e ti senti fuori posto, come se volessi entrare dentro la storia e fare qualcosa, come se volessi voltarti verso chi ti sta accanto e dire: “ma non è possibile”. Ti chiama in causa, questo libro, e ben venga, davvero. Ancora una volta possiamo dire che il racconto di un momento storico che ci interroga ancora oggi risulta vivo e pregnante proprio perché è raccontato bene, perché è mediato da una buona scrittura che mette in chiaro sulla pagina tutti gli aspetti della vicenda.

Annelise Heurtier, L’età dei sogni (trad. di Ilaria Piperno), Gallucci 2018, 154 p., euro 12,90, ebook euro 6,99

Bambini nel mondo

9 Mar

Si intitola “Bambini nel mondo” la nuova collana di Giralangolo e ci sembra di buon auspicio, perché sono libri per i bambini che vanno e andranno nel mondo, per i bambini (e i loro adulti) che si guardano intorno e si fanno domande. I quattro albi illustrati parlano di temi grandi come l’immigrazione, la povertà, il razzismo, i conflitti globali: parole “grosse” e scenari complicati che vengono resi a misura di una lettura da fare da soli oppure insieme, resi più vicini dal testo che si rivolge direttamente a chi legge e cerca di interloquire anche con i suggerimenti di approfondimenti on line e altrove (altri testi, altre informazioni da cercare in libreria, in biblioteca) che si trovano a fine volume.

I libri hanno il pregio di aiutare i bambini, e prima di loro sicuramente i grandi a cui si rivolgono chiedendo spiegazioni, a trovare le parole per dire, per riflettere su quel che si coglie in tv, sui media, nelle conversazioni. Si spiega allora la situazione dei rifugiati e l’iter che seguono per essere riconosciuti; si parla di conflitti grandi e piccoli, di forme di razzismo quotidiane, di cosa può determinare la povertà di una famiglia. Si invita a fare: a pensarci su, a farsi un’idea, a essere cittadini attivi nel proprio intorno.

In cosa a questa settimana dove molti si sono interrogati – probabilmente più del solito – su come la pensano le persone intorno e su cosa – paura, rabbia, modo di guardarsi intorno – porti a certi scenari politici, questi libri ci sembrano validi strumenti per provare a guardare insieme ai bambini cosa succede nel mondo, per parlarne e per confrontarsi e così continuare a crescere insieme, nel rispetto, nel confronto.

Tutti e quattro sono illustrati da Hanane Kai.

Ceri Roberts – Hanane Kai, Il razzismo e l’intolleranza (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2018, 32 p., euro 13,50

Louise Salisbury – Hanane Kai, I conflitti globali, (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2018, 32 p., euro 13,50

Louise Salisbury – Hanane Kai, I rifugiati e i migranti, (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2018, 32 p., euro 13,50

Louise Salisbury – Hanane Kai, La povertà e la fame, (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2018, 32 p., euro 13,50

Gli occhi della libertà

20 Nov

Un storia di razzismo ambientata nella primavera e nell’estate del 1963, sullo sfondo la guerra in Vietnam, Martin Luther King, la marcia su Washington e il celebre discorso “I have a dream”. Pip, un orfano tredicenne  che deve il suo nome al protagonista di “Grandi speranze” amato dalla sua mamma, viene comprato in un orfanotrofio e portato in una malmessa fattoria nel Sud degli Stati Uniti non a caso chiamata Dead River. Mister Zachery è secco quanto i venti ettari di terra arida e polverosa che possiede; scorbutico, di pochissime parole, illustra al ragazzo il suo compito: gli serve un tipo robusto che fondamentalmente sappia leggere per aiutare in ogni necessità la moglie Lilybelle, costretta a letto dalla stazza imponente e amante delle storie. Pip arriva alla fattoria con un unico bagaglio: il libro di Dickens che la madre gli ha regalato, e un cumulo di ricordi: quelli della sua famiglia spazzata via in un incidente ferroviario. Scopre una donna enorme confinata in una stanza, ingenua e saggia insieme, una ragazza di origine indiane, muta e sfuggente, che prepara da mangiare e un incubo: il figlio degli Zachery, tornato provato e mentalmente instabile dal Vietnam, individuato dal Ku Klux Klan locale come elemento di facile convincimento, di enorme forza e di istinti violenti. Accanto a loro, in una villetta che dà sulla fattoria, vive un giovane insegnante irlandese, arrivato da un anno per portare avanti una ricerca alla locale università sull’ipnosi come strumento di controllo del dolore. Jack Morrow infatti viene da una famiglia di celebri ipnotisti e sta cercando di mettere a frutto il suo dono non in spettacoli in teatro come i genitori, ma al servizio della scienza. Tutta la vicenda ruota intorno al tema della violenza razzista, riportando episodi reali avvenuti in quei mesi, ponendo l’accento non solo sui divieti e sulla persecuzione della gente di colore, ma anche sui meccanismi sottili della società (il capo di Jack in università è uno dei membri più influenti del Ku Klux Klan e si aspetta che il giovane medico condivida le sue idee, pena la perdita del lavoro).

Anholt adotta l’escamotage del doppio registro narrativo: capitoli in terza persona a cui si affiancano altri in cui la voce  il punto di vista sono quelli del dottor Morrow, occasione anche per dilungarsi sull’ipnosi, sulle sue applicazioni e sulle sue potenzialità. Un punto di vista esterno permette all’autore di descrivere la situazione statunitense – la questione razziale e la guerra in Vietnam – dando informazioni, facendo paragoni con altre realtà, introducendo per bocca del medico tutta l’indignazione, lo sgomento e la paura che prova chi non avrebbe immaginato una situazione simile. La capacità di scrittura è alta e cattura subito il lettore, anche se la seconda parte è meno pregnante: forse l’affastellarsi di avvenimenti, la concitazione e un castello narrativo di incastri molteplici sono faticosi da rendere in modo lineare sulla pagina. Di certo però un romanzo che cala come pochi il lettore in un’epoca precisa, facendogliela assaporare nel quotidiano, grazie anche ad alcune immagini molto poetiche che ritroverete qua e là, quando si parla ad esempio dei genitori di Pip, di Lilybelle o di Pip stesso che scopre la bellezza di Hannah.

La bella illustrazione di copertina è di Lorenzo Conti; questa invece la copertina originale, di sicuro effetto.

Laurence Anholt, Gli occhi della libertà (trad. di Simona Brogli), Mondadori 2017, 300 p., euro 18, ebook euro 9,99

The Hate U Give

6 Ott

La sedicenne Starr vive costantemente divisa in due: da una parte la vita familiare, nel ghetto povero e violento, territorio di scontro tra gang, e la vita scolastica, in un prestigioso istituto a quasi un’ora di auto da casa, dove la maggioranza degli studenti è bianca e ricca e dove i genitori hanno iscritto lei e i fratelli per tentare di sottrarli all’ambiente del quartiere. La ragazza descrive perfettamente il proprio diverso modo di fare a seconda di dove si trovi, l’impossibilità di condividere davvero la propria vita con le amiche e addirittura col suo ragazzo, tutti bianchi e tutti così lontani dal mondo in cui è cresciuta.

Il contrasto esplode quando l’auto su cui l’amico di sempre la sta riportando a casa viene fermata per un controllo da un poliziotto che uccide il ragazzo, credendolo erroneamente armato. Quel che ne segue è vicenda reale e storica: lo spaccarsi dell’opinione pubblica, il ritrarre il ragazzo come uno spacciatore prima di averne le prove, la mancata condanna dell’assassino. Starr vive tutto sulla sua pelle, comprese le rischiose conseguenze della scelta di testimoniare e di dire la verità dei fatti. Il dolore del sentirsi incompresa e inascoltata, di rivivere un’ingiustizia toccata prima di lei a tanti altri nella stessa situazione, di sentirsi inchiodata a stereotipi e pregiudizi mette a nudo i meccanismi dei rapporti, delle amicizie, della convivenza e la necessità di far sentire la propria voce, conscia del rischio che nulla potrebbe cambiare, che la verità potrebbe ancora una volta essere insabbiata semplicemente a causa del colore della pelle delle persone coinvolte.

Angie Thomas riesce perfettamente nel rendere viva la realtà che racconta, permettendo al lettore di sentirsi presente sulla scena e partecipe dei fatti che avvengono; è vero, si parla di un tema attuale e urgente, ma in modo appassionato e non banale, sicuramente in modo sentito da parte dell’autrice, con un grande rispetto e del tema e del lettore: si percepisce che Thomas non scrive per scrivere un romanzo su Black Lives Matter, ma perché è forte in lei l’esigenza di dire una storia che sente propria, che conosce, che rende al meglio sulla pagina.

Il romanzo è ovviamente costellato dall’uso dello slang e da tanti riferimenti: le gang che si spartiscono il territorio, ma anche marche e prodotti statunitensi, e soprattutto film, musica (rap e hip hop su tutto), personaggi storici e organizzazioni che hanno avuto parte fondamentale nel movimento rivoluzionario afroamericano, come le Pantere Nere. Il titolo stesso del libro fa riferimento all’acronimo THUG (The Hate you Give Fucks Everyone) coniato dal rapper e attivista Tupac Shakur per dire che l’odio che si rovescia sui bambini e sui ragazzi tornerà a rivoltarsi contro ciascuno, nella società.

Angie Thomas, The Hate U Give. Il coraggio della verità (trad. di Stefano Bortolussi), Giunti 2017, 410 p., euro 14

Una voce di piombo e oro

3 Apr

Di Kelly Louise Going i lettori italiani di età diverse hanno potuto apprezzare I ragni mi fanno paura (Piemme, 2007, nella serie arancio de Il Battello a Vapore) e Il re degli incantesimi (Piemme Freeway, 2015). La neonata collana Vortici presenta una nuova storia che conferma la capacità dell’autrice di portare il lettore al centro della vicenda e di far sì che cammini a lato dei protagonisti, sentendosi partecipe di quello che vivono e dei loro pensieri. In questo caso la storia è insieme lieve e potente, come sa esserlo la voce di Tia, che sogna di diventare una cantante famosa e che ancora non si rende esattamente conto del dono che possiede.

Vive a New Orleans e canta in un coro gospel in cui è una delle poche ragazze bianche. Passa gran parte del tempo con la sua amica Keisha e con lei condivide duetti, sogni e speranze. Il romanzo conduce fisicamente il lettore tra le strade di New Orleans, facendogli saggiare la differenza tra i diversi quartieri, la pericolosità di certe strade, la dimensione sociale. Intanto si avanza anche nella vita della protagonista, si conoscono le invidie e le dinamiche tra i ragazzi che fan parte del coro, la forza e la lungimiranza della loro insegnante, le sfumature delle loro vite. Quella di Ti e della made, cassiera in un supermercato che la condanna a turni massacranti, nasconde un secreto: il papà è in prigione da quando Tia è molto piccola e lei non ricorda nulla né conosce i particolari perché in casa è un argomento tabù. Sarà la violenza urbana che porta all’uccisione per strada di un bambino a scoperchiare il vaso dei segreti, svelando cosa è successo davvero nella notte in cui il padre è stato arrestato e quale sia il peso che la madre di Tia si porta appresso, motivo per cui non accompagna mai la figlia in pubblico e cerca di evitarle ogni contatto col passato. Inevitabilmente la sete di sapere si fa forte nella ragazzina, che si scontra con i pregiudizi altrui e anche con quelle differenze – il colore della pelle, le persone che frequenta – che per lei non hanno mai avuto alcuna importanza.

Il romanzo si legge d’un fiato; ha pagine importanti in cui Tia osserva gli altri e si interroga sul dolore, sul senso del dolore immenso e della vita, su come si reagisce alla vita che succede.

Il sito dell’autrice.

K.L. Going, Una voce di piombo e oro (trad. di Gloria Pastorino), Piemme 2017, 216 p., euro 12, ebook euro 6,99

I ragni mi fanno paura

28 Mag

Tra i vincitori del recente premio Andersen, c’è questo bel libro di K.L. Going pubblicato lo scorso anno: I ragni mi fanno paura è un libro duro e delicato insieme, come inevitabilmente lo sono i suoi temi. L’anno è il 1976, in Georgia: il governatore Jimmy Carter è in lizza per la Casa Bianca contro Gerald Ford e il protagonista, Gabriel, ha appena cominciato le sue vacanze estive. Purtroppo l’inizio delle vacanze segna la fine delle scuole elementari e l’avvicinarsi dello spettro più temibile: le scuole medie e i bulli che, sicuramente, se la prenderanno ancora una volta con lui. Il migliore amico di Gabriel è una ragazza nera, Frita Wilson, incontenibile, coraggiosa e con una grande idea: “Devi scrivere un elenco delle cose di cui hai paura. E poi le affronteremo una ad una”. Si comincia con i ragni e si finisce con… il Ku Klux Klan. In questo libro ci sono gli anni ’70. Walter Cronkite, il Watergate, Martin Luther King, il razzismo. Ma è sopratutto una storia di amicizia vera: quella che fa fare cose impossibili e poi fa arrabbiare, che ti manda in mille pezzi ma anche ti mette le ali, che dice che “la paura scompare se hai qualcuno da amare”.

Il sito dell’autrice: www.klgoing.com

K.L. Going, I ragni mi fanno paura, Piemme junior, Il battello a vapore. Serie arancio, 2007, 217 p., euro 7,50.