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La povera gente

5 Ott

la-povera-gente-9788832070149L’albo che segna l’esordio editoriale dell’illustratrice Chiara Ficarelli incanta: la profondità del buio, il modo che la luce ha di illuminare rughe e pieghe, impreziosiscono sicuramente il testo di Lev Tolstoj che condensa in poche righe, senza alcuna volontà di insegnamento o di moraleggiamenti, il concetto quanto mai attuale di solidarietà.

Jeanne è la moglie di un pescatore che attende il suo ritorno; ha riempito le ore con i gesti quotidiani, ma quando è sceso il buio e con lui la tempesta ha cominciato a temere il peggio. Teme la miseria per lei e per i bambini, se rimanesse vedova, ma teme soprattutto lo spezzarsi del loro legame e la perdita del reciproco amore. L’angoscia per la sorte di Paul le richiama alla mente (o forse potremo dire, non cancella il pensiero per) la vicina ammalata che però trova morta; si fa carico allora dei due bambini e li porta a casa, col pensiero costante della reazione del marito a quel suo gesto immediato e spontaneo.

Come già detto è la luce a sottolineare tutto, a dare voce anche a quel che non è detto: una finestra illuminata nella notte, una candela che rivela, il calore del camino, l’alba su tutto.

Lev Tolstoj – ill. Chiara Ficarelli, La povera gente (trad. di Igor Sibaldi), Orecchio Acerbo 2019, 36 p., euro 15

L’occhio di vetro

21 Mag

La collana “Pulci nell’orecchio” di Orecchio Acerbo riserva sempre delle gradite sorprese nella scelta dei racconti accompagnati dalle illustrazioni di Fabian Negrin. Qui è il caso di un racconto del padre del noir Cornell Woolrich, perfetto per essere letto ad alta voce ai ragazzi: sia perché mette sulla pagina le diverse fasi dell’investigazione e risoluzione di un mistero (e quindi potrà cadere a fagiolo per chi sta proponendo un percorso sul giallo) sia perché mantiene altissima la tensione fino alla fine e quindi sarà un piacere condurre chi ascolta fino alla pagina finale dove si stemperano timori e paure cresciuti via via lungo le pagine. In più Frankie racconta in prima persona per cui… alta la voce! Figlio di un poliziotto declassato che rischia il posto, ha deciso di trovare un’occasione in cui il padre possa mettersi in buona luce e riscattarsi. Serviebbe proprio avere tra le mani un bel caso di omicidio… Frankie comincia a riflettere, a osservare, a dedurre e poi in prima persona si avventura nel buio della notte e di una casa dalle imposte chiuse in cui si imbatte in un cadavere. Il tutto a partire da un occhio di vetro che ha ottenuto barattando una palla da baseball; una cianfrusaglia, dice l’amico che glielo ha passato, ma quando Frankie scopre che l’occhio stava nel risvolto di un paio di pataloni mandati in lavanderia, allora comincia a immaginare come possa esserci finito: indaga, cerca informazioni, pedina e si ritrova faccia a faccia con l’assassino da catturare.

Cornell Woolrich – ill. Fabrian Negrin, L’occhio di vetro (trad. di Mauro Boncompagni), Orecchio Acerbo 2019, 92 p., euro 12,50

Oltre il giardino

4 Feb

Ho incontrato Chiara Mezzalama a Parigi, nel dicembre 2015; da poco era uscito per e/o il suo romanzo “Il giardino persiano” in cui raccontava l’estate del 1981 quando, con la madre e il fratello, raggiunse il padre diplomatico, nominato nel novembre precedente ambasciatore d’Italia a Teheran. La sua famiglia materna ha origine a pochi chilometri da dove son cresciuta e, quando le storie che conosci tornano e si fanno scritte, è sempre interessante vederle andare per il mondo.

Quella storia vera torna ora in un’edizione per bambini, una forma breve illustrata da Régis Lejonc e già vincitrice in Francia del Prix Sorcières 2018 nella categoria Carrement Beau Maxi. Sono gli anni successivi alla destituzione dello Scià, la rivoluzione islamica incombe, come la guerra con l’Irak. La nuova casa ha un grande giardino che diventa il palcoscenico delle giornate di Chiara e del fratello; è il dentro, un’oasi di pace e di bellezza, rispetto al fuori, una città nera di uomini barbuti armati fino ai denti. La contrapposizione tra dentro e fuori segue nelle pagine, dove grazie ai colori emerge ancora di più il contrasto che i bambini si trovano a vivere. Poi da fuori qualcuno si affaccia: un bambino scavalca il muro, salta nel giardino e tende la mano. Èil segno di quel che c’è fuori, ma è anche il segnale che non si possono mescolare le due parti di mondo che il muro separa.

Questa storia arriva oggi, in tempi di altri muri, con frasi corti e una limpidità narrativa che dice al lettore che le stesse sensazioni potrebbero essere applicate anche in altri tempi, in altri luoghi. Lejon sceglie vignette che danno ordine al testo e illustrazioni che rimandano giustamente alla cultura persiana, con cui delinea un regno quasi incantato, il regno di due bambini intorno a cui infuria la violenza della tirannide.

Chiara Mezzalama & Régis Lejonc, Oltre il giardino (trad. di Paolo Cesari), Orecchio Acerbo 2019, 32 p., euro 15

La diga

24 Dic

Nella mia valle, su in alto intorno ai 1600 metri, c’è un lago artificile bellissimo, nato intorno agli anni ’40 del Novecento per alimentare una centrale idroelettrica. Da bambini, suggestionati da racconti di tragedie, immaginavamo come sarebbe stato salvarsi dalla rottura della diga, noi e pochi altri nei tre villaggi a monte. Il lago è suggestivo, circondato da boschi i cui alberi si specchiano nell’acqua, da cascate di ghiaccio celebri, da pascoli. Per la sua costruzione, è stata distrutta una frazione del comune in cui ha sede: quando fa particolarmente caldo e il livello dell’acqua si abbassa o quando puliscono il findo come successo di recente, è possibile camminare tra i resti delle case, vedere i tracciati delle fondamenta, intuire la posizione del campanile. Così puoi camminare e pensare alle figure che ti sono state raccontate: le case lasciate da chi ha subito accettato i patti; le case mai difese perché da anni nessuno dei loro abitanti tornava dalla Francia dove era emigrato; le posizioni ferme di chi non si è lasciato piegare finché l’acqua non ha cominciato a entrare in cortile e a bagnare gli zoccoli dei suoi animali.

Anche la storia che racconta David Almond è vera: un lago artificiale nel Northumberland settentrionale terminato nel 1981; a fargliela conoscere un cantautore e una cantante folk all’epoca bambina e l’autore sceglie proprio la musica come filo conduttore delle sue parole. Non c’è una vena eccessivamente negativa, piuttosto l’eco del ricordo, del fare memoria di quello che è stato (case, paesaggi, animali) e di tramandarlo attraverso le tradizioni che vengono mantenute vive, in primis appunto la musica che permette di stare insieme, di cantare, di ballare, di far risuonare dentro i ricordi.

Le illustrazioni di Levi Pinfold ben lo accompagnano: sfumano nei toni dell’ocra a cui aggiungono tocchi di azzurro e si declinano in formati diversi, a piena pagina sì ma anche in quadrati e rettangoli che fanno pensare a fotografie, flash catturati da portare nel cuore. Belo il gesto del padre che porta la bambina a fare una ricognizione, a osservare i fiori, le pecore , a entrare nelle case ormai disabitate perché li possa custodire e tramandare e quindi tenerli vivi comunque.

David Almond – ill. Levi Pinfold, La diga (trad. di Damiano Abeni), Orecchio Acerbo 2018, 32 p., euro 16

Il sentiero

15 Ott

L’anziana signora Tasso ogni domenica parte dalla sua casa e sale sulla montagna vicina. Lungo il sentiero saluta gli amici, raccoglie funghi o frutti, dà una mano a chi ne ha bisogno, si gode i passi e il paesaggio. Finché una domenica, in apparenza uguale a tutte le precedenti, nota che il piccolo Lulù la osserva e lo invita a condividere la sua giornata. Lulù è convinto di essere troppo piccolo, ma si sente comunque sostenuto e incoraggiato. Settimana dopo settimana, i due camminano a fianco: con un bastone adatto e seguendo le indicazioni, il piccolo comincia ad appassionarsi e a prenderci gusto: impara ad ascoltare, a vedere, a intervenire in caso di bisogno, a cantare quando le forze vengono meno (perché il morale della truppa è importante!), a scegliere, a fermarsi per prendere fiato. E quando finalmente si arriva in cima, ecco il silenzio dello stupore.

Delicata metafora della vita, l’albo racconta – con il tratto tipico di Marianne Dubuc – l’avvicendarsi nei ruoli e la capacità di Lulù di essere vicino alla signora Tasso anche quando lei non può più camminare e di prenderne il testimone, sapendo scoprire nuovi sentieri e andando all’avventura seguendo i consigli dell’amica. Dice anche la capacità di un grande di spronare e crescere un piccolo lasciandolo libero di andare. Dice  – molto concretamente! – l’iniziazione alla montagna: di quando ti dicono che la meta è lì, proprio dietro la curva; di quando ti insegnano i nomi degli alberi, i tipi di fungo, le orme degli animali; di quando ti cantano o ti raccontano una storia perché il tuo pensiero non si fissi sui tuoi piedi troppo stanchi.

E poi questo albo ha per me una ridente sorpresa: la montagna a cui è affezionata la signora Tasso si chiama Pan di Zucchero. Il Pan di Zucchero esiste davvero: ci sono diversi luoghi al mondo con questo nome ed è anche una montagna del gruppo del Monviso, nelle Alpi Cozie, e quando risali il Colle dell’Agnello dal versante francese te lo vedi lì, con quella forma un po’ appuntita, come se qualcuno avesse davvero appena rovesciato il sacchetto dello zucchero e ne avesse fatto una montagnola!

Marianne Dubuc, Il sentiero (trad. di Paolo Cesari), Orecchio Acerbo 2018, 76 p., euro 17,50

Tre in tutto

14 Set

Sulla copertina di questo albo si incrociano gli sguardi: c’è una donna vestita di nero al centro che guarda avanti e altre due che guardano i bambini tra di loro. Si tengono per mano questi protagonisti, a dire l’unità oltre la distanza, il legame di affetto anche quando non è di sangue, il filo che rimane per tutta la vita come quando si è fatto un importante tratto di cammino insieme, non importa se lungo o corto. Uno dei ragazzini però si volta verso il lettore, quasi a chiedergli se non abbia voglia di scoprire questa storia.

Un invito allora, questo albo, a scoprire una storia vera, nel caso in cui non la conosceste già: quella dei circa settanta mila bambini che tra il 1945 e il ’52 partirono dalla Ciociaria, da Roma, dalla Campania e dalla Puglia verso il Nord Italia e furono ospitati da donne e famiglie che li nutrirono, li sfamarono e offrirono loro una possibilità di riparo e rinforzo dopo i danni delle guerra.

Scoprirono al Nord la loro povertà, facendo confronti e scoprendo cose che non conoscevano. Partirono su treni e videro tanto mare e poi la neve che credevano essere ricotta e il viaggio pareva non finire mai. Quando finì, c’era ad esempio l’Emilia Romagna, come nel caso dei due fratelli protagonisti del libro, l’angoscia di essere separati e la sorpresa di ritrovarsi a vivere a pochi metri, ospiti delle famiglie di due sorelle. Il testo di Davide Calì – essenziale e lirico il giusto, come in Mio padre il grande pirata – si accompagna alle illustrazioni di Isabella Labate che ancora una volta, grazie alle sfumature della grafite qui virata in seppia come a sfogliare un vecchio album fotografico, riesce calare il lettore a spettatore di quel che accadde nel quotidiano. Ci sono i volti, quelli che sorridono bonari guardando i nuovi arrivati, quelli spaventati dei bambini che non vogliono fare il bagno per paura dei comunisti che dei piccini fan sapone come  minacciava il parroco dall’altare prima della partenza, quelli beati al sapore di un nuovo cibo. Ci sono le mani,che prendono misure per gli abiti, chiudono i tortelli, incidono il pane. E ci sono i treni, chiamati “della felicità” che all’inizio portavano via i bambini dalla loro terra e alla fine li riportano, triste per quello che lasciano. La felicità se ne sta lì, nel gesto dell’accogliere, nell’idea di creare un legame tra terre lontane, nel riconoscere adulti la fortuna che si ha avuto.

Se volete saperne ancora di quel progetto del dopoguerra voluto dall’Unione Donne Italiane e dal Comitato per la salvezza dei bambini del partito Comunista, potete guardare Pasta nera, documentario di Alessandro Piva presentato a Venezia nel 2011, oppure Gli occhi più azzurri, altro film documentario di Simona Cappiello e Manolo Turri Dall’Orto con le animazioni di Marino Guarnieri (2018): a questo si accompagna un libro edito da La città del Sole che raccoglie le testimonianze, i documenti dell’Archivio UDI, gli articoli dei giornali dell’epoca.

Poi, se la graficte di Labate vi ha incantato, andatevi a riprendere il suo Lungo il cammino (Orecchio Acerbo, 2015) e perdetevi in quela storia lì.

Davide Calì – ill. Isabella Labate, Tre in tutto, Orecchio Acerbo 2018, 36 p., euro 15

La bilancia dei Balek

28 Mar

Non è così semplice, i bibliotecari lo sanno, far uscire in prestito i libri della collana Pulci nell’orecchio di Orecchio Acerbo illustrata da Fabian Negrin. La si può prendere come una sfida allora, visto che sono sovente chicche di grandi autori classici che ritraggono l’infanzia in racconti brevi. E si può puntare su quanto incuriosiscono caratteristiche che a prima vista possono sembrare svantaggiose, ma non lo sono: formato piccolo (libri da mettere in vista, affinché non si perdano tra gli scaffali), una copertina su cui campeggia la sola illustrazione mentre le informazioni base sono in quarta, una misura “veloce” che ben si adatta alla lettura ad alta voce.

Si presta appunto ad essere condiviso in lettura il racconto di Böll in cui si dice di un villaggio in cui si vive di gramolatura del lino, dove il lavoro dei bambini è andare nei boschi a raccogliere erbe, funghi, timo e fiori da fieno, e dove la sola bilancia  per pesarli e per calcolare la ricompensa è quella dei Balek, che detta legge sul peso. Arriva l’anno 1900, il Kaiser fa nobili i Balek che per festeggiare regalano ad ogni famiglia del villaggio un pacco da centoventicinque grammi di caffè. Incaricato di ritirarne quattro, il protagonista scopre l’inganno della bilancia, facendosi chilometri a piedi prima di arrivare dal farmacista di una cittadina, unico possessore di un’altra bilancia. Certo della scoperta, il ragazzo denuncia l’inganno, il villaggio si ribella, pagando col sangue e tramandando poi la storia della giustizia a cui mancava un decimo.

Heinrich Böll ill- Fabian Negrin, La bilancia dei Balek (trad. di Lea Ritter Santini), Orecchio Acerbo 2018, 40 p., euro 8,50

Il maestro

27 Mag

il maestroA cinquant’anni dalla morte di don Milani, se ne scrivono e se ne dicono tante; si pubblica, si dibatte, si fanno incontri. Orecchio Acerbo pubblica un albo in cui le parole di Silei raccontano l’esperienza di Barbiana accennandola nell’esperienza di un ragazzino che finisce alla scuola del “prete matto” portato dal padre, che non sa né leggere né scrivere. Lì, quel prete che “mastica bambini e [li] sputa uomini” insegna a nuotare e a pensare, a discutere e a leggere il giornale, e poi a stare insieme e a scrivere anche quel che si pensa e di quel che va difeso.

Ecco, in questo anniversario in cui se ne scrivono e se ne dicono tante, mi piacerebbe che, per condividere coi ragazzi di oggi l’esperienza e il lascito di Barbiana, si guardassero insieme le illustrazioni di questo libro, in cui Simone Massi fa vedere in concreto. I suoi giochi di bianco e di nero mi rimandano ancora una volta alla realtà cruda, bellissima e terribile insieme: qui sono campagne lavorate con fatica, case senza luce elettrica, sonni di bambini ammassati in un solo letto, arroganza dei padroni, discussioni tra pari all’aria aperta. Qui ci sono i volti degli uomini e i musi degli animali, così come gli animali c’erano in Il topo sognatore di Franco Arminio. In quell’albo essi dicevano meglio di ogni parola la solitudine dei paesi abbandonati, il silenzio delle strade vuote, il chiedersi cosa sarebbe venuto. Qui le illustrazioni dove compaiono don Lorenzo e i suoi ragazzi stagliano le figure nitide, coi loro gesti, siano pugni alzati o volti muti di fronte alla consapevolezza della morte e della vita; quelle dove compaiono paesaggi hanno un respiro largo, un orizzonte lungo, e questo credo che meglio di ogni altra parola possa dire della forza dell’esperienza dei ragazzi di don Milani. I graffi del tratto di Simone Massi sono rughe e crucci sul volto del padre del protagonista, vessato dal padrone latifondista; sono solchi arati nei campi; sono sguardi di consapevolezza di chi fa resistenza al pensiero unico, orgoglio di chi guadagna consapevolezza, leggendo, dei propri diritti.

Un illustrato per i più grandi, per fare leva sulla forza dell’illustrazione, per convincerci ancora di più che sì, questo è proprio un formato giusto anche per i lettori dagli otto anni in su, mica solo per i piccoli, come stereotipo vorrebbe.

Il sito dell’illustratore.

Fabrizio Silei – Simone Massi, Il maestro, Orecchio Acerbo 2017, 48 p, euro 15

Canituccia (e le altre Pulci nell’Orecchio)

4 Apr

Canituccia ha per amico un maiale, il suo unico e più caro amico, il compagno da cercare fino allo sfinimento quando lo si perde, quello con cui fantasticare nelle ore di libertà e con cui condividere i borbottii della pancia vuota. Canituccia viene dalla penna di Matilde Serao e arriva nelle mani dei lettori grazie a una nuova collana, curata per Orecchio Acerbo da Fabian Negrin: sono le “pulci nell’orecchio” ovvero delle storie che saltando in testa lasceranno il prurito contagioso della lettura e il gusto della scrittura di autori classici che raccontano di bambini a misurarsi col mondo adulto.

Accanto a Canituccia ecco, in queste prime uscite, Rex di Lawrence, col racconto di un indomito fox terrier affidato a una famiglia per ricevere la giusta educazione, e l’imperdibile storia narrata in Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa di Saroyan nella traduzione di Vittorini col ragazzino che ascolta un racconto strabiliante nella bottega del barbiere che gli sta per tagliare i lunghi capelli.

I racconti sono accompagnati, in apertura e chiusura, da due immagini a doppia pagina di Negrin, che racchiudono il testo, ciascuna a sua volta presentata anche da un particolare ingrandito, che segue nel primo caso e precede nel secondo, l’illustrazione di riferimento. Le scelte sono azzeccate e sicuramente l’editore fa un gran regalo a chi cerca testi brevi e pregnanti che possano catturare e creare condivisione nella lettura nel tempo breve di un incontro. Non aiuta forse il formato, specie se pensiamo ad una biblioteca, dove i libri, date le dimensioni ridotte (11 x 18 cm), rischiano di perdersi a scaffale e dove bisogna addomesticare il giovane lettore alla copertina scevra di parole e dotata di immagine a tutto campo, mentre autore e titolo seguono in quarta. Basterà avere pazienza di farli vedere, questi libri, di metterli in vetrina, di farne apprezzare le storie. Del resto, la scelta della copertina risulterà positiva perché può incuriosire, addirittura inchiodare: è così per Canituccia, splendida e regale nel suo sguardo che pare lontano mentre in realtà è ignaro di chi la guarda, lettore o adulto della sua storia, e ben fisso sul maiale Ciccotto, l’unico che merita la dignità velata di lacrime che traspare da quegli occhi azzurri.

Matilde Serao – ill. Fabian Negrin, Canituccia, Orecchio Acerbo 2017, 40 p., euro 8,50

D. H. Lawrence – ill. Fabian Negrin, Rex (trad. di Damiano Abeni), Orecchio Acerbo 2017, 40 p., euro 8,50

William Saroyan – ill. Fabian Negrin, Lo zio del barbiere e la tigre che gli mangiò la testa (trad. di Elio Vittorini), Orecchio Acerbo 2017, 40 p., euro 8,50

’45

30 Mar

Potrei aspettare il vento di aprile e l’avvicinarsi alla festa del 25 di quel mese per parlarvi di questo libro, ma non c’è motivo di far aspettare la bellezza  di una graphic novel senza parole che narra i mesi della guerra partigiana in un omaggio che Quarello fa innanzitutto ai nonni e poi alla Brigata Autonoma Monferrato di cui racconta le gesta e  la sua parte nella liberazione di Torino il 26 aprile ’45. Un racconto diviso in sei capitoli e narrato attraverso gli occhi di una coppia che vive nella cascina dove Maria rimane con le galline e il pensiero al figlio alpino di cui non ha notizie e dove il marito torna tra un’azione partigiana e l’altra. Tutto viene evocato: gli agguati ai tedeschi, i rastrellamenti, le azioni per liberare i compagni prigionieri, l’insurrezione e la liberazione con il tricolore che sventola al posto delle bandiere naziste. Nei mesi che corrono verso la primavera, tra il grigio dell’inverno senza speranza e il rifiorire della vita esattamente come sull’albero nelle carte di guardia, c’è posto per lo spavento all’arrivo di due tedeschi che cercano cibo e Maria mima  una gallina per far capire che può fare una frittata; c’è lo spavento fatto prendere ai repubblichini imprigionati nella cella da cui si sono appena fatti evadere i compagni; c’è la gioia di ritrovarsi dopo tanto tempo, dopo nessuna notizia.

Ci sono gli sguardi, a fare il racconto, e i gesti: quelli con cui Maria spiega al tedesco la famiglia ritratta nelle foto, quelli con cui si dà avvio ad un attacco, quelli con cui si distruggono prove, quelli con cui si festeggia. E i gesti quotidiani: una frittata girata in padella, il bucato steso al sole, le legna da spaccare, la zuppa da mescolare, a dire della vita di tutti i giorni, in famiglia, in quei mesi di guerra. Un capolavoro che non ha bisogno di parole, che racconta e che condensa tante storie di Resistenza. E che, come ogni testo senza parole, può parlare a un pubblico molto più ampio, abbattendo le barriere linguistiche, utilizzando la potenza delle immagini.

C’è un’immagine, verso il fondo, una delle tante che raccontano dell’esultanza dei partigiani che sfilano tra le strade di Torino, in cui compare la scritta “Alì”, come il nome di battaglia di Mario Caniggia che della sua brigata ha raccontato nel volume “Eroi senza storia”. Ci dice che ogni volto che vediamo tra le pagine ha una storia e probabilmente un nome, un ruolo ben preciso. Per me gli uomini protesi nella notte dalla collina per tendere l’agguato al camion tedesco somigliano a King, a Edelweiss, a Nuto, alle facce che a me hanno raccontato la loro Resistenza. Mi piace pensare che chiunque abbia ascoltato dalla voce dei partecipanti i racconti di quei mesi e la loro testimonianza possa ritrovare i gesti, gli sguardi, indovinare i pensieri tra i tratti di Quarello.

Il sito dell’autore.

Maurizio A.C. Quarello, ’45, Orecchio Acerbo 2017, 96 p., euro 19