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Capriole sotto il temporale

26 Mar

Ancora una volta Katherine Rundell costruisce per il lettore un personaggio femminile che cattura, che lascia il segno e che non passerà. Dopo Sophie e Feo, ecco Wilhelmina detta Will, che vive felice e spensierata in Zimbabwe, andandosene libera per il bush in compagnia di un cavallo e di una scimmia e dei ragazzi che lavorano nella fattoria del capitano Browne, di cui il padre è il fattore. Will è una ragazzina molto amata (ce lo dice il fatto che ha tanti soprannomi e nomignoli, come Scintilla e Saltarupe ad esempio), che è cresciuta libera di muoversi, di sperimentare, di uscire il mattino di casa e tornarci la sera impolverata come piace a lei. Il suo mondo è fatto di fischi che possono esprimere tutta la gamma delle emozioni, di polvere e pioggia che significano fango (“il fango è pieno di possibilità”), della meraviglia della natura in cui è immersa. È un mondo prevalentemente maschile: il padre, il capitano, i ragazzi della fattoria; un mondo in cui non manca nulla, un mondo di cui, in qualche modo, è regina: lei così esuberante, testarda, selvaggia, onesta e sincera. Quando una donna entra nel suo mondo lo fa nel peggiore dei modi: è una giovane vedova che mira a sposare il capitano, e ci riuscirà, segnando per sempre – dopo la morte del padre – la vita di Will che viene spedita in un collegio in Inghilterra. Will non è mai andata a scuola, non conosce maglioni, regole, imposizioni e cieli grigi e la rabbia e la tristezza che sente la spingono a scappare,  vagare per lo zoo, a nascondersi nel garage di un nuovo improvviso amico. Qui compare un altro personaggio, un cammeo imperdibile: la terribile nonna del ragazzo, che si rivela ben diversa da come sembra: crede nell’ascoltare le storie degli altri e nell’importanza di accorgersi delle cose; sa del coraggio, della forza e della pazienza che la vita richiede. Sa che il sorriso di Will può scavare buchi nel ghiaccio: appartiene a una ragazzina straordinaria che saprà tornare a far danzare la propria vita.

Ancora una volta l’autrice si dimostra capace di una scrittura alta e poetica, questa volta dividendo in due parti la storia, entrambe assolutamente credibili ed entrambe alla stessa altezza: quella africana e quella inglese, quella solare e quella grigia, quella felice e quella ombrosa in cui però si intravede comunque il diradarsi delle nubi, in un finale che è giusto così e che riesce a essere coerente fino in fondo.

Questo è il romanzo d’esordio di Katherine Rundell, ambientato appunto in Zimbabwe, dove lei stessa è cresciuta: ha messo nella storia di Will un po’ del suo vissuto, della libertà del periodo africano e del dramma che ha vissuto quando, a quattordici anni, la sua famiglia si è trasferita in Belgio. Qui racconta della sua vita e della sua scrittura.

Katherine Rundell, Capriole sotto la pioggia (trad. di Mara Pace), Rizzoli 2018, 267 p., euro 15

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Lost & Found

26 Gen

Tillie gira per i corridoi della sua scuola con una macchina fotografica al collo, una reflex bella grande e pesante che la aiuta nel tentativo di essere invisibile e le serve da lasciapassare insieme alla sua zoppia. Reduce da un grave incidente d’auto all’età di sette anni, ne porta come conseguenza una evidente difficoltà di movimento e una madre ossessivamente protettiva; come risultato, nessuna vita sociale e tante immagini: i volti dei genitori, gli armadietti e le facce dei compagni. Grazie alla sua capacità di osservazione, ricostruisce passaggi e logicità attraverso le fotografie ed è nota come “Ufficio Oggetti Smarriti” da tutti i ragazzi che le chiedono aiuto. Hanno smarrito cuffiette, bigliettini, libri della biblioteca; poi arriva Jake che ha perso il padre e tutto cambia. Tillie e Jack si mettono insieme sulle tracce, la prima corazzata di diffidenza e voglia di farcela da sola senza farsi aiutare manco a portare uno zaino, la lingua tagliente pronta a confezionare frasi mirate sul suo essere zoppa; il secondo ossessionato dall’idea di ritrovare un padre che descrive come il suo migliore amico e smanioso di riavere un mondo familiare identico a come lo ha sempre conosciuto.

Il lettore sa benissimo cosa è successo al padre di Jake, la scelta che ha fatto e sa anche che Tillie è così in parte perché a casa da anni ha un padre che, sentendosi responsabile dell’incidente e della sua condizione, non la guarda e non la vuole vedere per quella che è. Intanto però segue i tentativi un po’ matti e a volte maldestri della strana coppia di mettere insieme indizi; li guarda zoppicare entrambi nella vita in cui si stanno districando; li segue mentre faticano con la verità: ad accettarla e a farla accettare agli altri. Li vede arrabbiarsi per le taciute verità degli adulti, per la loro incapacità di dire e di guardare in faccia, di ammettere errori e di perdonare. “Perché gli adulti sono così stupidi, Jake?” chiede Tillie a un certo punto. Già perché complicano tutto e non sanno dire? Anche i due ragazzi hanno bisogno di dire a se stessi e la scena in cui si urlano con rabbia quello che pensano dell’altro è un concentrato di voler bene e di tentativo di far sì che ciascuno di loro si veda davvero per quello che è e quello che vale. E poi ridono, i due; ridono tantissimo, anche senza volerlo, anche se non l’hanno mai fatto prima, stupiti di una complicità naturale e della bellezza di saper essere leggeri: Jake sa prendere in giro le difficoltà fisiche di Tillie nel modo migliore che ci possa essere e quando le offre il bastone magico di Gandalf come appoggio non dimentica di indossarne la barba così “sembreremo strani tutti e due”.

Brigit Young poi, con l’ottima complicità del traduttore Alessandro Peroni, costruisce un romanzo fatto anche di bella lingua: i suoi protagonisti usano con proprietà e fierezza parole non comuni come “desueto” e la loro autrice vi regala immagini come “muovendosi piano, alla velocità di un sabato sonnolento”. Si sente una cura linguistica che si incastra perfettamente nell’andamento della narrazione, capace di dire con una certa poesia di fondo (lieve e calda uno di quei sorrisi un poco tristi tipici del papa di Tillie) tutto quel che va detto.

Un gran bel romanzo basato sull’importanza del guardare, del guardarsi, del guardarsi in faccia e del saper vedere.

Un altro libro in cui la fotografia è fondamentale: ricordiamo recentemente Ferma così, L’uomo del treno e il fumetto La guerra di Catherine, fresco di premio ad Angoulême. Un altro romanzo in cui alla protagonista serve guardare il mondo attraverso un filtro: lo era anche la videocamera per Blue in Un altro giorno imperfetto in paradiso, titolo che vale la pena di riprendere in mano nonostante la copertina strizzi l’occhio a lettori più giovani di quelli per cui è indicato.

Brigit Young, Lost & Found (trad. di Alessandro Peroni), Feltrinelli Up 2018, 190 p., euro 14

Victoria sogna

2 Nov

Ho incontrato questo libro quando è uscito francese, prima sulla rivista Je Bouquine e poi per Gallimard con le illustrazioni di François Place, immagini di libri coi loro personaggi che si srotolavano sui vari lati della copertina. Ci sono finita dentro per via del suo autore, perché di De Fombelle mi piace la poesia cruda con cui dice i fatti, il modo in cui corrono i personaggi dei suoi libri e il fatto che – anche quando al lettore non sembra o se lo è perso per strada – c’è sempre un motivo ben certo per quella corsa, e un traguardo che merita, anche quando è difficile da dire.

In questo romanzo c’è Victoria, che sogna una vita folle, piena di avventure, una vita più grande di lei. Una vita certo ben diversa da quella del paesino in cui frequenta scuola media e biblioteca e in cui non capita mai nulla, un po’ come nella sua famiglia, dove gli unici sussulti possono essere le lamentazioni della sorella persino quando è via in gita scolastica e l’euforia del padre per la nuova produzione di paté in tubetto nella sua ditta. Victoria sogna nutrendosi di libri, tenendoci il naso dentro, tenendo alto il filo di quelle avventure persino quando non le legge: mica a caso la mensola carica di libri che corre sulle pareti della stanza viene da lei stessa definita “l’orizzonte”, come se solo quello fosse possibile, quello delle vite che stanno tra le pagine. Ma improvvisamente i libri cominciano a sparire, come i tre pellerossa e c’è un cowboy in auto col padre. E il piccolo Jo, che salta da una classe all’altra tanto è intelligente, dice di saperne qualcosa, di avere degli indizi. E allora via, sulle tracce di una storia, questa volta molto più reale e vicina: ha a che fare con suo padre, con gli strani vestiti che indossa di nascosto, con quel che si fa fatica a dire, con la realtà dei giorni di crisi e con la possibilità forse di aggiustare tutto, grazie alle storie, quelle – come dice la protagonista a Jo – “che ci sono tra di noi”.

Per l’edizione italiana, Terre di Mezzo ha scelto un formato con un po’ più di respiro rispetto all’originale, copertina rigida, e ha affidato le illustrazioni a Mariachiara Di Giorgio che ci ha messo la leggerezza degli acquarelli e certi blu e tocchi di rosso che ti portano dritto al fianco di Victoria.

Quando leggo un libro in originale e mi permetto di sognarlo in italiano perché merita, allora aspetto e mi immagino come sarà. Ecco, a questo giro, per questo arrivo e questa riuscita, dico grazie a chi ha lavorato perché fosse così.

Timothée de Fombelle e Mariachiara Di Giorgio incontreranno i lettori a Milano, nell’ambito di Bookcity sabato 18 novembre prossimo in un incontro dal titolo Tra sogno e avventura.

Timothée de Fombelle – ill. Mariachiara Di Giorgio, Victoria sogna (trad. di Maria Bastanzetti), Terre di Mezzo 2017, 103 p., euro 12,90

Quando sarò grande

11 Ott

Ettore e il suo papà sono in riva al mare e guardano le rondini che si preparano a migrare; il bambino incuriosito chiede se anche lui andrà lontano quando sarà grande. Persino più lontano delle rondini, risponde il babbo. Ecco allora un dialogo serrato in cui Ettore fa domande su tutti le situazioni o i pericoli che possono presentarsi, ricevendo una risposta pronta e fiduciosa. Il papà infatti ricorda che il vento si calma, che le onde che bagnano son poi solo acqua, che se ci si annoia ci si può sorprendere e che quando si cade è permesso – se non auspicabile – piangere prima di rimettersi in piedi e in cammino.

Le immagini delicate di Pauline Martin accompagnano con colori pastello dal sapore di caramella o ghiacciolo (anice, giallo pallido, rosa confetto) la passeggiata dei due e danno forma ai diversi stati d’animo che Ettore immagina. Certamente è un libro che piacerà ai grandi innanzitutto e che, per qualcuno, suonerà un po’ di frase fatta zuccherosa: in realtà si enunciano le piccole verità sulla vita che si vorrebbe tenere a mente sempre, come la capacità – ne scegliamo una tra tutte – di non permettere alla paura di vincere.

Ci piace metterlo in vetrina perché rappresenta un bel dialogo e un buon confronto tra grande e piccolo (il titolo originale dell’albo è “Ce que papa m’a dit”), dove il bambino viene considerato, come ribadisce sempre Alain Serres, un interlocutore valido fin da subito. Ci piace perché alle domande fatte si risponde. Ci piace che stia in vetrina proprio oggi in cui sui social postate la vostra a proposito della circolare che impedisce ai ragazzi fino a 14 anni di percorrere da soli il tragitto casa-scuola; questo papà invece sospinge il suo bimbo nel mondo, gli dà una spinta per il momento con le parole, ma si intravede benissimo che non avrà remore a lasciargli andare la mano e a guardarlo da lontano.

Astrd Desbordes – Pauline Martin, Quando sarò grande, La Margherita 2017, 36 p., euro 12

La balena nella tempesta in inverno

8 Ott

Per chi ha amato il precedente albo, ecco tornare Nico, il suo papà e anche la balena che – salvata dalla tempesta – era stata riaccompagnata in mare. Nico ne ha nostalgia, sente quella mancanza forte e insieme tenera che a furia di durare ti fa immaginare di vedere la sagoma di chi ti manca ad ogni dove, e ogni volta invece ti sbagli. Ma l’amica balena sa tornare, proprio quando il bambino ha bisogno d’aiuto, uscito di notte tra i ghiacci dell’inverno a cercare il babbo partito per l’ultima pesca della stagione.

Benji Davies ripropone i suoi personaggi e la sua grazia, quella lieve con cui dice dei legami forti, del quotidiano di un padre e di un figlio, delle piccole cose di ogni giorno che si fanno imprese di una notte e che poi rimangono nei ricordi, nei discorsi come momenti condivisi che fondano i fili che non si possono scindere, anche quando si è lontani.

E si può giocare con i due albi per scoprire gli stessi paesaggi in stagioni diverse, per riconoscere forme sotto la coltre di neve.

Benji Davies, La balena nella tempesta (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2017, 32 p., euro 15

 

Cercando Juno

25 Set

C’è un che estremamente luminoso in questo testo, e par quasi un ossimoro definire in questo modo un libro dai temi tosti. Si narra infatti di Joseph, padre a tredici anni, che non ha mai visto la sua bambina data in affido, che ha perso la sua ragazza e che è finito in riformatorio. La sua storia viene raccontata da Jack, che ha un anno di meno ed è l’unico figlio della famiglia che accetta di prendere in affido il ragazzo e di portarlo a vivere nella fattoria biologica che porta avanti nel Maine. Joseph tiene alta la guardia, non sopporta di essere toccato, si mette spalle al muro appena fiuta il pericolo ed è ovviamente bersaglio dei ragazzi più grandi a scuola come del preside, che pensa che da quelli come lui on se ne cavi nulla. Invece trova una famiglia che non lo giudica e non lo forza, alcuni professori che intuiscono le sue potenzialità e Jack, appunto, che è dalla sua parte fin dal primo giorno di scuola, quando decidono di non prendere lo scuolabus, visti i modi dell’autista, ma di farsi a piedi la strada nel gelo mattutino. E dalla sua parte rimane, facendo a botte a scuola, concedendogli il tempo del silenzio nonostante la curiosità, stando ad ascoltare quando finalmente Joseph racconta.

È pieno di neve questo racconto, di temperature sotto zero che bloccano il respiro e gelano il fiume tanto che puoi pattinarci tranquillamente; è pieno di freddo, come quello che entra di notte dalla finestra mentre Joseph cerca di vedere Giove, il suo pianeta preferito, quello che ha dato il nome anche alla figlia ( a proposito, il titolo originale è un evocativo “Orbiting Jupiter”). Il freddo che a tratti fa venire anche la storia, quando dice di adulti che non comprendono e non danno possibilità, quando sottolinea lo strappo netto del dolore che lacera. Ma nel contempo è anche il freddo di quando le temperature scivolano di parecchio sotto lo zero dopo aver nevicato per molti giorni e il meteo regala giornate da brivido, ma terse e serene, luminose appunto: così anche il libro dà al lettore la stessa bellezza, quella di un autore che sa raccontare la vita senza sbrodolature, in una prosa asciutta ed essenziale, in una storia dalla misura perfetta che ci fa pensare alle migliori collane che han fatto la storia italiana della letteratura per ragazzi (magari l’autore poteva risparmiarci il finale che ha scelto e chiuderla prima).

Ah, il libro che Joseph si porta costantemente dietro è “La storia stupefacente  di Octavian Nothing traditore della nazione” pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2008. Purtroppo in italiano c’è solo il primo volume…

Gary D. Schmidt, Cercando Juno (trad. di Maurizio Bartocci), Piemme I Vortici 2017, 167 p., euro 12 [secondo la quarta di copertina è disponible anche la versione ebook, a oggi non rintracciata on line… magari tra un po’?]

Color fuoco

30 Gen

color-fuocoChe Jenny Valentine sia brava davvero i lettori ormai lo sanno: Io sono nessuno (Piemme 2015) è un romanzo imprescindibile e La signora nella scatola (Rizzoli 2008), il suo esordio italiano, ne aveva ben rivelato le doti. Anche questa volta, l’autrice costruisce una narrazione che scava nell’intimo del protagonista, regalando un finale da fuochi d’artificio: inatteso e perfetto; ancora una volta, sul finale scarta e regala la possibilità di stupore e di sorpresa, e anche – in questo caso – un bel sorriso a chi legge: proprio la dimostrazione che la vendetta è un piatto che si serve ben freddo… 😉

La scrittura è veloce e si fa leggere in un attimo; si ricostruisce, attraverso il flusso di pensieri della protagonista, la sua adolescenza, il ritorno in Inghilterra dagli Stati Uniti, l’incontro con il padre di cui non ha ricordi. Iris ha sedici anni e vive con la madre e il patrigno, ex modella e  attore fallito dediti alla vodka e alle truffe, in un mondo in cui tutto è solo apparenza apparecchiata per chi li guarda dall’esterno. La sua difesa è il fuoco, il piacere che provoca ad accendere fiammiferi, a osservare le fiamme; il suo ossigeno è Thurston, spiantato senza casa che da due anni è il suo migliore amico, le legge Vonnegut ad alta voce, le parla di arte, la trascina in giro per la città interrogandosi con lei sulla vita e sulla morte. All’ennesimo fuoco appiccato, questa volta a scuola, con tanto di ricovero in ospedale, la madre la trascina in Inghilterra a conoscere il padre, ricco collezionista di quadri di gran valore e per questo nel mirino dei due truffatori ormai al verde e pieni di debiti. Lo scenario che si trovano davanti è totalmente diverso: nella silenziosa casa di campagna lontana da tutto, il padre sta morendo, perfettamente consapevole della sua situazione e nel contempo di aver ritrovato la figlia cercata per anni. Allora Iris scopre che non tutto è come sembra o come le è sempre stato raccontato: l’uomo che riesce a pronunciare lentamente le parole, che fa i conti col dolore quotidiano, tesse per lei la trama dei giorni passati: la storia della casa e della sua famiglia, la sua irriverente sorella Margot, il matrimonio con la madre e la cura per la figlia amatissima sottrattagli a quattro anni. Ernest è un fine osservatore anche dal suo letto di malato terminale: sa vedere, sa valutare, sa seminare e avere cura anche per il momento in cui non ci sarà più. La medesima cura che ha avuto nel comporre una delle collezioni di quadri più ricca al mondo è la stessa che ha impiegato per cercare Iris, la stessa con cui disegnerà il suo capolavoro finale, svelato proprio nel momento in cui per lui le luci si sono spente.

Un’intervista all’autrice.

Jenny Valentine, Color fuoco (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2017, 221 p., euro 16, ebook euro 8,99

Mio padre è un orso polare

5 Gen

mio-padre-e-un-orso-polareUn racconto breve, da condividere anche in lettura ad alta voce, basato sull’esperienza di Morpurgo e del fratello quando videro per la prima volta il loro papà e lo videro in televisione. L’autore adatta la sua vicenda personale sui due protagonisti, Andrew che narra in prima persona e suo fratello maggiore Terry, una passione per il teatro e la recitazione. È proprio Terry a mostrare al fratello il proprio padre, in una fotografia scattata sul palcoscenico in cui interpreta un orso polare in “La regina delle nevi” e sarà sempre Terry a chiedere alla zia di accompagnarli per Natale a teatro e ad intrufolarsi nei camerini. In casa loro, l’argomento “papà” è tabù; la mamma non ne parla mai e loro portano sia il cognome del genitore naturale che quello del secondo marito della madre. I due ragazzi però non smettono di pensare al padre e non lo dimenticano, riuscendo a ritrovarlo, a vederlo a teatro e a stringere un legame più forte dell’oceano che li separa.

La delicata storia è accompagnata dalle illustrazioni di Felicita Sala che ne scandiscono i passaggi e regalano ulteriori aperture verso possibili riflessioni, come nella scena dell’ombra sul muro lungo il marciapiede.

Il sito di Morpurgo. Il blog di Felicita Sala.

Michael Morpurgo – ill. Felicita Sala, Mio padre è un orso polare (trad. di Alessandra Valtieri), Lapis 2016, 64 p., euro 10

Un grande giorno di niente

24 Dic

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La bravura assoluta sta nel dire le cose piccole, il quotidiano, il niente. Sta nel dirlo con semplicità, riuscendo a mettere sulla pagina – in questo caso in mix perfetto di parole e di accuratezza delle immagini – la sensazione della noia. Beatrice Alemagna si fa “maestra del sapere di dire” più del solito in questo albo e mi piace pensare che sia un punto alto in un percorso del parlare al lettore con essenzialità.

Questo albo parla di quel niente che è la noia, per di più la noia di un giorno di pioggia, nella solita casa delle vacanze di cui si conosce già tutto, mentre la mamma scrive al computer come sempre, come probabilmente fa anche a casa. Il protagonista si fa una cuccia sul divano, gli incollati allo schermo del videogioco. E intanto pensa a suo padre, a tutte le meraviglia che gli avrebbe mostrato fuori di lì. Non sappiamo altro di suo padre, non sappiamo se non ci sia perché è da un’altra parte o perché sia morto; sappiamo però quel che leggeva nella natura, nel paesaggio intorno, nel tempo: meraviglie. Che non appaiono esattamente così al bambino, quando la mamma lo mette fuori casa e la pioggia continua a scosciare sui suoi occhiali e sulla mantella arancione, con tutta la noia del mondo lì convenuta. Sono passi pesanti e persi i primi che muove e le illustrazioni fanno percepire benissimo a chi legge l’umidità, le pietre scivolose, l’odore dei funghi nella pioggia: ecco intanto la scoperta, le mani affondate nella terra, la paura, il capitombolo e tutto che sembra come nuovo. Il sole che torna e la sensazione di libertà che viene dal viverla , quella natura, dal rotolarcisi dentro. Perché la noia è libertà ed è infangata, fradicia, luccicosa e piena di schizzi di una pozzanghera. E non ha bisogno di parole né di racconti; a volte il conforto di uno sguardo che sorride complice – da uno specchio come sopra una tazza di cioccolata bollente – è sufficiente.

Qui Beatrice Alemagna parla di come è nato questo libro, del titolo che è venuto prima di tutto, della paura bambina che non è mai senza speranza, di una certa illustrazione che…

Beatrice Alemagna, Un grande giorno di niente, Topipittori 2016, 48 p., euro 20

Non sappiamo se festeggiate natale o qualche ricorrenza lungo l’anno o anche nessuna; non sappiamo se contiate l’inizio di un nuovo anno sulla base dell’anno solare, del calendario scolastico, cominciando dal vostro compleanno oppure da un giorno per voi particolarmente significativo. Comunque sia, vi auguriamo di avere tanti magici giorni di niente, tanti giorni liberi in cui perdersi, avere paura, sentire speranza e provare stupore. Vi auguriamo anche la fortuna di avere accanto persone che non fanno mille domande, a cui non sia necessario render conto o spiegare quel che non san vedere né godere. Vi auguriamo la fortuna del silenzio che parla, della condivisione muta fatta semplicemente di gesti e di sorrisi.

Icaro nel cuore di Dedalo

12 Nov

icaro-dedaloIn un testo essenziale e ritmato, Chiara Lossani restituisce al lettore il mito di Dedalo e Icaro incentrandolo sulla figura paterna e sul rapporto tra padre e figlio, ripensato da quest’ultimo in tarda età. Dedalo si rivolge direttamente al figlio richiamando il momento in cui fu chiuso insieme a lui da Minosse nel labirinto, come punizione per aver aiutato Teseo a fuggirne svelandogli segreti che conosceva essendo colui che lo aveva progettato. Nell’isolamento del labirinto, mentre si dispera per essere prigioniero di se stesso, Dedalo viene preso per mano dal figlio: quel gesto gli consente di abbassare lo sguardo di considerare il ragazzo di cui fino a quel momento non ha aveva avuto cura. È Icaro a guidarlo verso il cortile centrale, è lui a spronarlo ad inventare un gioco, e sarà lui a rompere le regole del volo precipitando in mare.

Dedalo racconta da padre ferito e pieno di sensi di colpa, ma anche da genitore che col tempo ha trovato la misura del perdono, una dimensione di vita che è fatta di ricordo e di nuove invenzioni. Le illustrazioni di Pacheco danno corpo e materia; i suoi blu sottolineano particolari, riempiono gli spazi nei corpi statuari dei tori, sfumano le ali nella splendida tavola del volo congiunto del padre e del figlio, scolpiscono il dolore nel volto di Dedalo che si fa quasi pietra.

Il sito dell’illustratore.

Chiara Lossani – Gabriel Pacheco, Icaro nel cuore di Dedalo, Arka 2016, 32 p., euro 16