Tag Archives: padri e figli

Il nostro albero

23 Lug

Per molto tempo nei percorsi di lettura mi ha accompagnato “Il campione”, un romanzo di Mal Peet edito da Piemme nel 2007 su un portiere imbattibile cresciuto ai bordi della foresta amazzonica. Mi fa molto piacere che la voce e la bravura descrittiva di questo autore torni in un racconto illustrato da Emma Shoard, secondo il formato che Uovonero ha già utilizzato per Il pavee e la ragazza: un racconto destinato ai grandi, breve ma denso, illustrato, grande respiro sulla pagina, copertina morbida, insomma tutto quel che serve per conquistare lettori quando si presenta un formato simile. Ancora una volta il contenuto è di peso: si parla di famiglia, di una famiglia che si trasferisce felice in una nuova casa e la cui armonia si spezza nel giro di un anno; del rapporto stretto tra un padre e un figlio, rinserrato dalla complicità del condividere un posto speciale – la casa sull’albero che il babbo ha costruito in giardino non a caso chiamata Il Nido – e il tempo: a sentire i rumori della notte, a osservare la natura, ad ammirare un panorama che sembra estendersi a vista d’occhio e poi, irrimediabilmente, silenzi, rabbie, declino.

Un uomo passa per caso davanti alla casa in cui hai vissuto bambino, l’anno tra i suoi nove e dieci anni: non ci torna dall’epoca del trasloco e si indigna perché la casa sull’albero è abbandonata, nessuno se n’è preso cura. Salgono i ricordi e la rabbia, i conti mai fatti con quella vicenda: l’allontanamento dei genitori, una nuova persona nella vita della madre, il padre che esilia in quel rifugio sospeso, lasciando il lavoro e perdendo ogni interesse, fino a diventare come appare la casa ora: desolato, abbandonato, piegato dagli eventi. Forse non è un caso se l’uomo si ritrova adulto davanti a un luogo importante, per quanto doloroso, dell’infanzia: deve mettere a fuoco, far emergere i ricordi, fare i conti. L’albero veglia, guarda, custodisce. Fa venire in mente un albo letto di recente in cui si parla di padri e figli e alberi; fa venire in mente un’altro romanzo di un bel po’ di tempo fa (lo trovate ancora tra gli scaffali in biblioteca) dove una casa sull’albero aveva una grande importanza nel rapporto padre-figlio e nella possibilità di ricordare, sentirsi vicin, riuscire a dire: è “Scotty e il bandito gitano” di David Winkler (Feltrinelli kids. Sbuk 2003) che sarebbe bello venisse ripubblicato.

Mal Peet – ill. Emma Shoard, Il nostro albero (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2019, 90 p., euro 15

 

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Il terzo figlio del signor John

17 Lug

Non so che albero si usi piantare nella vostra famiglia quando nasce un bambino. Nella mia noci e noccioli e a me è toccato un noce, che nella cultura di questa terra è una pianta preziosa. Anche nella tradizione famigliare del signor John si piantano degli alberi quando nascono i bambini e così fa lui per i suoi tre figli e – siccome siamo in una storia – addirittura pianta i semi che crescono insieme ai suoi ragazzi: un abete per il primo, una quercia per il secondo e poi per il terzo un seme di non si sa cosa che dà un albero senza forma di cui John si vergogna tanto da spostarlo sul retro della casa. Gli alberi crescono  insieme ai loro corrispettivi ragazzi: un abete verde e dritto per un bambino felice che ride e urla e si arrampica; una quercia folta e tonda per un ragazzino intraprendente che fischetta, sega e martella costruendo nidi per uccelli e case tra i rami; quel tronco storto (quasi un salice piangente molto piegato e molto piangente!) il cui bambino canta e recita poesie sottovoce.

Poi il tempo passa, i figli crescono e i primi due prendono le loro strade: il papà è molto orgoglioso di loro, anche se si sente solo senza le risate e il martellare: è allora che sente la voce del terzo e scopre dietro casa un albero bellissimo che non somiglia a nulla che a se stesso; è allora che si sente orgoglioso.

Un albo per dire che non sempre gli alberi (e i bambini) crescono nella direzione che si era immaginata o che si desidererebbe; per dire della bellezza della scoperta e dell’accettare la forma e il destino di ognuno. Nadine Brun-Cosme ci ha abituato alla delicatezza con cui sa dire la vita fin dalla trilogia di Lupo & Lupetto, qui è affiancata da Christine Davenier, altrettanto brava a far delicatezza col suo tratto.

Un albo da non mancare.

Nadine Brun-Cosme – Chstine Davenier, Il terzo figlio del signor John, Clichy 2019, 32 p., euro 17

In viaggio con lo zar

9 Gen

La collana Libri corsari di Solferino si rivela ancora una volta di giusta misura per catturare il lettore nell’avventura, grazie al formato illustrato, alla scelta del romanzo breve, a una grande avventura che si presta molto bene ad essere letta ad alta voce. Pierdomenico Baccalario infatti ci mette dentro la giusta cadenza ritmata della narrazione orale e fa venir voglia davvero di farla suonare a voce alta, la storia del viaggio di Jakov Jurovsky e del giovane zar Nicola.

Siamo in Russia, nel maggio del 1891 e Jakov è un ragazzo cresciuto lontano dala sua città d’origine, insieme ai nomadi e al signor Potocki, per cui caccia preziose pellicce e che è quel di più vicino a un padre abbia mai avuto. L’abilità di Potocki e la sua conoscenza del territorio fa sì che l’uomo venga scelto per accompagnare da Vladivostok verso San Pietroburgo lo zar Nicola, in segreto, seguendo rotte che possano tenerlo lontano da chi sta complottando per ucciderlo. Il cacciatore accetta a patto di portarsi dietro il ragazzo e così comincia l’avventura a tre, l’addomesticamento, i guai. Toccherà a Jacov portare in salvo lo zar riconoscente; toccherà a lui, quasi trent’anni dopo, portare a compimento la tragica profezia di uno sciamano.

Come negli altri volumi, un’appendice di approfondimento e alcune pagine (qui di Guido Sgardoli) che dicono come gli elementi inventati dall’autore si innestino sulla storia vera e come le rivoluzioni tornino, ripresentino il conto, siano molto diverse. Tra i momenti migliori della storia, le parti in cui si descrive il rapporto tra Jacov e Potocki, gli insegnamenti, le parole importanti, i modi di fare che rimangono incisi anche nei modi di fare e di essere del ragazzo.

Pierdomenico Baccalario – ill. Rosalia Radosti, In viaggio con lo zar, Solferino 2018, 87 p., euro 10

Oltre il sentiero

30 Dic

Un racconto lungo, illustrato, in una bella edizione con copertina cartonata il cui formato dà respiro alle immagini e anche al teesto, che si distende sulla pagina in caratteri agevoli. Parlare di questo libro è l’occasione per mettere in luce la collana “I diamantini” di De Agostini apprezzabile proprio per queste caratteristiche; a prima vista i suoi libri assomigliano ad edizioni con copertina rigida di parecchi anni fa e bosogna dire che la scelta pare davvero buona anche quando il contenuto può essere diretto a lettori un po’ più grandi di quelli a cui la confezione potrebbe far pensare.

Questo romanzo breve di Sgardoli infatti parla di un ragazzo alle prese con l’imprevisto: una gita in montagna col padre si trasforma per Alberto nella necessità di far appello alle proprie risorse nascoste, al proprio coraggio, alla capacità di saprsela cavare da solo, di essere lui il “grande” della situazione. Il padre è scivolato e non può muoversi; tocca proprio ad Alberto rifare il percorso all’indietro, cercare la giusta direzione, non farsi ingannare da facili paure e rumori sospetti per andare a cercare aiuto. L’autore sintetizza in maniera efficace e reale la bellezza e il pericolo della montagna anche quando sei un esperto, la meraviglia della natura, il timore per quel che non conosci. Ad impreziosire la narrazione ci sono le illustrazioni di Alessandro Sanna che aggiungono poesia e fascino; una volta letto il libro, anche il lettore può tornare indietro e provare a gustarselo guardando solamente le immagini, per coprire quanto dicono, quanto efficace sia la dissolvenza del tratto per dire di alberi, di albe, di tramonti, di cieli alti e rocce.

Guido Sgardoli – ill. Alessandro Sanna, Oltre il sentiero, DeAgostini 2018, 92 p., euro 15,90, ebook euro 6,90

Ghost

27 Ago

È bravo Reynolds a far parlare in prima persona i suoi protagonisti e a creare un flusso di parole che prende il lettore e lo porta lì, al centro dell’azione, al fianco dei personaggi. Lo si era intuito da Niente paura Little Wood uscito a maggio per Terre di Mezzo ed ecco la conferma: il primo libro di una track series, quattro libri che seguono ciascuno un personaggio, tutti membri della squadra di atletica dei Defenders.

Ghost sa di essere bravo a correre, lo ha imparato la notte che sua madre lo ha trascinato fuori di casa per impedire al padre di colpirli con una pallottola, ma il suo sport è il basket. Si mette a correre solo per sfidare uno dei novellini della squadra che guarda allenarsi. Il coach ne intuisce il potenziale e convince la madre a permettergli di seguire gli allenamenti, in cambio di una buona condotta scolastica. Castle, o Ghost come si chiama tra sé e sé, trova sempre un valido motivo per finire in presidenza; il più delle volte reagisce alle prese in giro dei compagni per il suo abbigliamento non alla moda, per il quartiere periferico e degradato in cui vive. Anche se sulle prime la cosa non lo convince, si scopre bravo, appassionato e parte di un gruppo. Gli altri tre novellini hanno anche loro dei segreti che ne hanno segnato la vita, come lo stesso allenatore, come il negoziante che gli vende ogni giorno i semi di girasole. Ghost corre, anche quando sbaglia, anche quando rischia di perdere tutto, perché sa che non si può scappare da chi si è, piuttosto è possibile correre verso chi vuoi essere.

Un romanzo che si legge veloce quanto corrono i suoi protagonisti, che dipinge una bella unione e amicizia tra i ragazzi e tratteggia la figura di un adulto – l’allenatore – che conosce i suoi ragazzi, sa leggere i loro gesti e le loro espressioni, sa esattamente quello che serve loro e, anche quando deve punirli, li appoggia e li incoraggia.

Jason reynolds, Ghost (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2018, 196 p., euro 16, ebook euro 8,99

La stanza del lupo

30 Mag

Con uno stile essenziale e asciutto, capitoli brevi e ritmati, Clima ricostruisce la figura di un adolescente e della sua grande rabbia che lo oppone ai genitori, a volte anche agli amici; che lo fa sentire incompreso e fuori posto. Una rabbia che prende la forma di un lupo che il ragazzo è convinto di vedere e i cui attacchi presunti corrispondono ai momenti in cui la furia lo acceca.

Nico ha una ragazza di nome Claudia che lo capisce, o almeno ci va vicino la maggior parte delle volte e quando lui le permette di farlo. Con lei gioca a fare il passanuvole, rimanendo immobile a guardare nel cielo un punto fermo mentre i cirri si muovono e l’occhio vorrebbe andarci dietro. Un punto fermo, ecco di che il ragazzo avrebbe bisogno; perlomeno di vedersi riconosciuta una sua passione, quella artistica, che nella rabbia lo porta a disegnare i muri della sua stanza, mentre il padre li  fa sistematicamente ricoprire di vernice bianca in un botta e risposta che li pone costantemente su barricate contrapposte. Quando però nella stanza entra Dalì, il professore di arte, i muri diventano belli: ecco una figura che si mette dal punto di vista di Nico, che offre spiragli di luce e di possibilità.

Un romanzo in cui molti ragazzi potranno riconoscersi, almeno in alcuni tratti, in alcuni momenti. All’autore va riconosciuta l’onestà con cui, nella nota finale, riconosce quanto di autobiografico c’è nel romanzo. Qui racconta il suo romanzo.

Gabriele Clima, La stanza del lupo, San Paolo 2018, 188 p., euro 14,50

Best della grande palude

23 Apr

Quando uscì nel 2015, salutammo con gioia Se tu fossi qui per il respiro alto della scrittura di Rondoni, per la prosa asciutta ed essenziale. Vincitore del Premio Andersen quell’anno nella categoria Miglior romanzo oltre i 15 anni, l’autore confermò l’altezza di quel risultato con un discorso, nel momento del conferimento, in cui non si parlava di “libri per ragazzi”, ma di letteratura e basta, come direbbe María Teresa Andruetto.

Ecco ora il seguito di quel romanzo, un testo veloce in cui tornano gli stessi personaggi e in cui si riprende la storia come voltata la pagina finale del precedente: se allora Best e Rosa erano arrivati al faro dove era guardiano il papà del primo, ecco che qui si racconta dei loro giorni al faro, del rapporto padre-figlio e del rapporto tra gli abitanti cane compreso e compresa l’ombra del ritorno necessario. L’idillio del paesaggio e dei giorni trascorsi su quel lembo di terra che guarda il mare, oltre la palude, viene interrotto dall’arrivo di una nave con le vele nere, dal farsi concreto del pericolo annunciato dal vecchio guardiano. Ecco i marinai-contrabbandieri che vengono a chiedere conto degli avvisi dati dal padre di Best alla capitaneria di porto ed ecco anche arrivare, inaspettato, lo zio di Best, che già nel primo romanzo era un’interessante quanto enigmatica figura che ora viene a completarsi, a farsi tonda. Ecco il momento di fare delle scelte, di decidere da che parte stare, di prendersi le conseguenze del voler essere uomini in piedi, decisi a essere giusti e non comodi.

Ancora una volta Rondoni ha, pur forse non con la pregnanza del primo volume, la capacità di creare una narrazione quasi sospesa nel tempo che parla di lontananza, affetti, modi di fare e di essere.

Davide Rondoni, Best della grande palude, San Paolo 2018, 143 p., euro 14,50, ebook euro 9,99

Capriole sotto il temporale

26 Mar

Ancora una volta Katherine Rundell costruisce per il lettore un personaggio femminile che cattura, che lascia il segno e che non passerà. Dopo Sophie e Feo, ecco Wilhelmina detta Will, che vive felice e spensierata in Zimbabwe, andandosene libera per il bush in compagnia di un cavallo e di una scimmia e dei ragazzi che lavorano nella fattoria del capitano Browne, di cui il padre è il fattore. Will è una ragazzina molto amata (ce lo dice il fatto che ha tanti soprannomi e nomignoli, come Scintilla e Saltarupe ad esempio), che è cresciuta libera di muoversi, di sperimentare, di uscire il mattino di casa e tornarci la sera impolverata come piace a lei. Il suo mondo è fatto di fischi che possono esprimere tutta la gamma delle emozioni, di polvere e pioggia che significano fango (“il fango è pieno di possibilità”), della meraviglia della natura in cui è immersa. È un mondo prevalentemente maschile: il padre, il capitano, i ragazzi della fattoria; un mondo in cui non manca nulla, un mondo di cui, in qualche modo, è regina: lei così esuberante, testarda, selvaggia, onesta e sincera. Quando una donna entra nel suo mondo lo fa nel peggiore dei modi: è una giovane vedova che mira a sposare il capitano, e ci riuscirà, segnando per sempre – dopo la morte del padre – la vita di Will che viene spedita in un collegio in Inghilterra. Will non è mai andata a scuola, non conosce maglioni, regole, imposizioni e cieli grigi e la rabbia e la tristezza che sente la spingono a scappare,  vagare per lo zoo, a nascondersi nel garage di un nuovo improvviso amico. Qui compare un altro personaggio, un cammeo imperdibile: la terribile nonna del ragazzo, che si rivela ben diversa da come sembra: crede nell’ascoltare le storie degli altri e nell’importanza di accorgersi delle cose; sa del coraggio, della forza e della pazienza che la vita richiede. Sa che il sorriso di Will può scavare buchi nel ghiaccio: appartiene a una ragazzina straordinaria che saprà tornare a far danzare la propria vita.

Ancora una volta l’autrice si dimostra capace di una scrittura alta e poetica, questa volta dividendo in due parti la storia, entrambe assolutamente credibili ed entrambe alla stessa altezza: quella africana e quella inglese, quella solare e quella grigia, quella felice e quella ombrosa in cui però si intravede comunque il diradarsi delle nubi, in un finale che è giusto così e che riesce a essere coerente fino in fondo.

Questo è il romanzo d’esordio di Katherine Rundell, ambientato appunto in Zimbabwe, dove lei stessa è cresciuta: ha messo nella storia di Will un po’ del suo vissuto, della libertà del periodo africano e del dramma che ha vissuto quando, a quattordici anni, la sua famiglia si è trasferita in Belgio. Qui racconta della sua vita e della sua scrittura.

Katherine Rundell, Capriole sotto la pioggia (trad. di Mara Pace), Rizzoli 2018, 267 p., euro 15

Lost & Found

26 Gen

Tillie gira per i corridoi della sua scuola con una macchina fotografica al collo, una reflex bella grande e pesante che la aiuta nel tentativo di essere invisibile e le serve da lasciapassare insieme alla sua zoppia. Reduce da un grave incidente d’auto all’età di sette anni, ne porta come conseguenza una evidente difficoltà di movimento e una madre ossessivamente protettiva; come risultato, nessuna vita sociale e tante immagini: i volti dei genitori, gli armadietti e le facce dei compagni. Grazie alla sua capacità di osservazione, ricostruisce passaggi e logicità attraverso le fotografie ed è nota come “Ufficio Oggetti Smarriti” da tutti i ragazzi che le chiedono aiuto. Hanno smarrito cuffiette, bigliettini, libri della biblioteca; poi arriva Jake che ha perso il padre e tutto cambia. Tillie e Jack si mettono insieme sulle tracce, la prima corazzata di diffidenza e voglia di farcela da sola senza farsi aiutare manco a portare uno zaino, la lingua tagliente pronta a confezionare frasi mirate sul suo essere zoppa; il secondo ossessionato dall’idea di ritrovare un padre che descrive come il suo migliore amico e smanioso di riavere un mondo familiare identico a come lo ha sempre conosciuto.

Il lettore sa benissimo cosa è successo al padre di Jake, la scelta che ha fatto e sa anche che Tillie è così in parte perché a casa da anni ha un padre che, sentendosi responsabile dell’incidente e della sua condizione, non la guarda e non la vuole vedere per quella che è. Intanto però segue i tentativi un po’ matti e a volte maldestri della strana coppia di mettere insieme indizi; li guarda zoppicare entrambi nella vita in cui si stanno districando; li segue mentre faticano con la verità: ad accettarla e a farla accettare agli altri. Li vede arrabbiarsi per le taciute verità degli adulti, per la loro incapacità di dire e di guardare in faccia, di ammettere errori e di perdonare. “Perché gli adulti sono così stupidi, Jake?” chiede Tillie a un certo punto. Già perché complicano tutto e non sanno dire? Anche i due ragazzi hanno bisogno di dire a se stessi e la scena in cui si urlano con rabbia quello che pensano dell’altro è un concentrato di voler bene e di tentativo di far sì che ciascuno di loro si veda davvero per quello che è e quello che vale. E poi ridono, i due; ridono tantissimo, anche senza volerlo, anche se non l’hanno mai fatto prima, stupiti di una complicità naturale e della bellezza di saper essere leggeri: Jake sa prendere in giro le difficoltà fisiche di Tillie nel modo migliore che ci possa essere e quando le offre il bastone magico di Gandalf come appoggio non dimentica di indossarne la barba così “sembreremo strani tutti e due”.

Brigit Young poi, con l’ottima complicità del traduttore Alessandro Peroni, costruisce un romanzo fatto anche di bella lingua: i suoi protagonisti usano con proprietà e fierezza parole non comuni come “desueto” e la loro autrice vi regala immagini come “muovendosi piano, alla velocità di un sabato sonnolento”. Si sente una cura linguistica che si incastra perfettamente nell’andamento della narrazione, capace di dire con una certa poesia di fondo (lieve e calda uno di quei sorrisi un poco tristi tipici del papa di Tillie) tutto quel che va detto.

Un gran bel romanzo basato sull’importanza del guardare, del guardarsi, del guardarsi in faccia e del saper vedere.

Un altro libro in cui la fotografia è fondamentale: ricordiamo recentemente Ferma così, L’uomo del treno e il fumetto La guerra di Catherine, fresco di premio ad Angoulême. Un altro romanzo in cui alla protagonista serve guardare il mondo attraverso un filtro: lo era anche la videocamera per Blue in Un altro giorno imperfetto in paradiso, titolo che vale la pena di riprendere in mano nonostante la copertina strizzi l’occhio a lettori più giovani di quelli per cui è indicato.

Brigit Young, Lost & Found (trad. di Alessandro Peroni), Feltrinelli Up 2018, 190 p., euro 14

Il ciuccio di Valdemar

19 Dic

Sono i grandi o i piccoli a decidere quando è ora di abbandonare il ciuccio? Nell’albo di Maria Jönsson la questione si risolve con quella che pare proprio una sorta di simpatica presa in giro per il papà di Valdemar, che sembra proprio aver ingaggiato una sorta di guerra con il suo cucciolo, gettandogli via tutti i ciucci (una serie di coloratissimi ciucci, per altro!) mentre la sorellina minore li utilizza ancora. Il padre insiste che il ciuccio si addice ai lupi piccoli e sventaglia tutta una serie di crudeli soluzioni: ne taglia uno, ne getta un altro nel gabinetto. È intransigente, tanto quanto Valdemar è irrecuperabile – secondo il genitore – e ben organizzato invece dal punto di vista di chiunque altro: ha nascosto bene i suoi ciucci e non importa se quello rosso è impolverato, rimane lo stesso adorabile. Ma quando la sorella perde il suo e si esibisce in una lagna insopportabile, Valdemar decide che è il momento in cui può essere grande: cede cavallerescamente il suo e va a sorprendere il papà, quasi infischiandosene della sua reazione meravigliata. I lupi grandi infatti sanno smettere quando vogliono, senza che nessuno gli fracassi le scatole e li tormenti inutilmente.

L’ironia sottile e le illustrazioni decisamente espressive mettono inevitabilmente il lettore dalla parte di Valdemar: non c’è storia!

Maria Jönsson, Il ciuccio di Valdemar (trad. di Laura Cangemi), Beisler 2017, 28 p., euro 13