Tag Archives: padri e figli

Color fuoco

30 Gen

color-fuocoChe Jenny Valentine sia brava davvero i lettori ormai lo sanno: Io sono nessuno (Piemme 2015) è un romanzo imprescindibile e La signora nella scatola (Rizzoli 2008), il suo esordio italiano, ne aveva ben rivelato le doti. Anche questa volta, l’autrice costruisce una narrazione che scava nell’intimo del protagonista, regalando un finale da fuochi d’artificio: inatteso e perfetto; ancora una volta, sul finale scarta e regala la possibilità di stupore e di sorpresa, e anche – in questo caso – un bel sorriso a chi legge: proprio la dimostrazione che la vendetta è un piatto che si serve ben freddo… 😉

La scrittura è veloce e si fa leggere in un attimo; si ricostruisce, attraverso il flusso di pensieri della protagonista, la sua adolescenza, il ritorno in Inghilterra dagli Stati Uniti, l’incontro con il padre di cui non ha ricordi. Iris ha sedici anni e vive con la madre e il patrigno, ex modella e  attore fallito dediti alla vodka e alle truffe, in un mondo in cui tutto è solo apparenza apparecchiata per chi li guarda dall’esterno. La sua difesa è il fuoco, il piacere che provoca ad accendere fiammiferi, a osservare le fiamme; il suo ossigeno è Thurston, spiantato senza casa che da due anni è il suo migliore amico, le legge Vonnegut ad alta voce, le parla di arte, la trascina in giro per la città interrogandosi con lei sulla vita e sulla morte. All’ennesimo fuoco appiccato, questa volta a scuola, con tanto di ricovero in ospedale, la madre la trascina in Inghilterra a conoscere il padre, ricco collezionista di quadri di gran valore e per questo nel mirino dei due truffatori ormai al verde e pieni di debiti. Lo scenario che si trovano davanti è totalmente diverso: nella silenziosa casa di campagna lontana da tutto, il padre sta morendo, perfettamente consapevole della sua situazione e nel contempo di aver ritrovato la figlia cercata per anni. Allora Iris scopre che non tutto è come sembra o come le è sempre stato raccontato: l’uomo che riesce a pronunciare lentamente le parole, che fa i conti col dolore quotidiano, tesse per lei la trama dei giorni passati: la storia della casa e della sua famiglia, la sua irriverente sorella Margot, il matrimonio con la madre e la cura per la figlia amatissima sottrattagli a quattro anni. Ernest è un fine osservatore anche dal suo letto di malato terminale: sa vedere, sa valutare, sa seminare e avere cura anche per il momento in cui non ci sarà più. La medesima cura che ha avuto nel comporre una delle collezioni di quadri più ricca al mondo è la stessa che ha impiegato per cercare Iris, la stessa con cui disegnerà il suo capolavoro finale, svelato proprio nel momento in cui per lui le luci si sono spente.

Un’intervista all’autrice.

Jenny Valentine, Color fuoco (trad. di Lia Celi), Rizzoli 2017, 221 p., euro 16, ebook euro 8,99

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Mio padre è un orso polare

5 Gen

mio-padre-e-un-orso-polareUn racconto breve, da condividere anche in lettura ad alta voce, basato sull’esperienza di Morpurgo e del fratello quando videro per la prima volta il loro papà e lo videro in televisione. L’autore adatta la sua vicenda personale sui due protagonisti, Andrew che narra in prima persona e suo fratello maggiore Terry, una passione per il teatro e la recitazione. È proprio Terry a mostrare al fratello il proprio padre, in una fotografia scattata sul palcoscenico in cui interpreta un orso polare in “La regina delle nevi” e sarà sempre Terry a chiedere alla zia di accompagnarli per Natale a teatro e ad intrufolarsi nei camerini. In casa loro, l’argomento “papà” è tabù; la mamma non ne parla mai e loro portano sia il cognome del genitore naturale che quello del secondo marito della madre. I due ragazzi però non smettono di pensare al padre e non lo dimenticano, riuscendo a ritrovarlo, a vederlo a teatro e a stringere un legame più forte dell’oceano che li separa.

La delicata storia è accompagnata dalle illustrazioni di Felicita Sala che ne scandiscono i passaggi e regalano ulteriori aperture verso possibili riflessioni, come nella scena dell’ombra sul muro lungo il marciapiede.

Il sito di Morpurgo. Il blog di Felicita Sala.

Michael Morpurgo – ill. Felicita Sala, Mio padre è un orso polare (trad. di Alessandra Valtieri), Lapis 2016, 64 p., euro 10

Un grande giorno di niente

24 Dic

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La bravura assoluta sta nel dire le cose piccole, il quotidiano, il niente. Sta nel dirlo con semplicità, riuscendo a mettere sulla pagina – in questo caso in mix perfetto di parole e di accuratezza delle immagini – la sensazione della noia. Beatrice Alemagna si fa “maestra del sapere di dire” più del solito in questo albo e mi piace pensare che sia un punto alto in un percorso del parlare al lettore con essenzialità.

Questo albo parla di quel niente che è la noia, per di più la noia di un giorno di pioggia, nella solita casa delle vacanze di cui si conosce già tutto, mentre la mamma scrive al computer come sempre, come probabilmente fa anche a casa. Il protagonista si fa una cuccia sul divano, gli incollati allo schermo del videogioco. E intanto pensa a suo padre, a tutte le meraviglia che gli avrebbe mostrato fuori di lì. Non sappiamo altro di suo padre, non sappiamo se non ci sia perché è da un’altra parte o perché sia morto; sappiamo però quel che leggeva nella natura, nel paesaggio intorno, nel tempo: meraviglie. Che non appaiono esattamente così al bambino, quando la mamma lo mette fuori casa e la pioggia continua a scosciare sui suoi occhiali e sulla mantella arancione, con tutta la noia del mondo lì convenuta. Sono passi pesanti e persi i primi che muove e le illustrazioni fanno percepire benissimo a chi legge l’umidità, le pietre scivolose, l’odore dei funghi nella pioggia: ecco intanto la scoperta, le mani affondate nella terra, la paura, il capitombolo e tutto che sembra come nuovo. Il sole che torna e la sensazione di libertà che viene dal viverla , quella natura, dal rotolarcisi dentro. Perché la noia è libertà ed è infangata, fradicia, luccicosa e piena di schizzi di una pozzanghera. E non ha bisogno di parole né di racconti; a volte il conforto di uno sguardo che sorride complice – da uno specchio come sopra una tazza di cioccolata bollente – è sufficiente.

Qui Beatrice Alemagna parla di come è nato questo libro, del titolo che è venuto prima di tutto, della paura bambina che non è mai senza speranza, di una certa illustrazione che…

Beatrice Alemagna, Un grande giorno di niente, Topipittori 2016, 48 p., euro 20

Non sappiamo se festeggiate natale o qualche ricorrenza lungo l’anno o anche nessuna; non sappiamo se contiate l’inizio di un nuovo anno sulla base dell’anno solare, del calendario scolastico, cominciando dal vostro compleanno oppure da un giorno per voi particolarmente significativo. Comunque sia, vi auguriamo di avere tanti magici giorni di niente, tanti giorni liberi in cui perdersi, avere paura, sentire speranza e provare stupore. Vi auguriamo anche la fortuna di avere accanto persone che non fanno mille domande, a cui non sia necessario render conto o spiegare quel che non san vedere né godere. Vi auguriamo la fortuna del silenzio che parla, della condivisione muta fatta semplicemente di gesti e di sorrisi.

Icaro nel cuore di Dedalo

12 Nov

icaro-dedaloIn un testo essenziale e ritmato, Chiara Lossani restituisce al lettore il mito di Dedalo e Icaro incentrandolo sulla figura paterna e sul rapporto tra padre e figlio, ripensato da quest’ultimo in tarda età. Dedalo si rivolge direttamente al figlio richiamando il momento in cui fu chiuso insieme a lui da Minosse nel labirinto, come punizione per aver aiutato Teseo a fuggirne svelandogli segreti che conosceva essendo colui che lo aveva progettato. Nell’isolamento del labirinto, mentre si dispera per essere prigioniero di se stesso, Dedalo viene preso per mano dal figlio: quel gesto gli consente di abbassare lo sguardo di considerare il ragazzo di cui fino a quel momento non ha aveva avuto cura. È Icaro a guidarlo verso il cortile centrale, è lui a spronarlo ad inventare un gioco, e sarà lui a rompere le regole del volo precipitando in mare.

Dedalo racconta da padre ferito e pieno di sensi di colpa, ma anche da genitore che col tempo ha trovato la misura del perdono, una dimensione di vita che è fatta di ricordo e di nuove invenzioni. Le illustrazioni di Pacheco danno corpo e materia; i suoi blu sottolineano particolari, riempiono gli spazi nei corpi statuari dei tori, sfumano le ali nella splendida tavola del volo congiunto del padre e del figlio, scolpiscono il dolore nel volto di Dedalo che si fa quasi pietra.

Il sito dell’illustratore.

Chiara Lossani – Gabriel Pacheco, Icaro nel cuore di Dedalo, Arka 2016, 32 p., euro 16

Chiedimi cosa mi piace

22 Ott

chiedimi-cosa-mi-piaceC’è da chiedersi cosa sia venuto prima in questo libro, se il testo o le illustrazioni, dato che la protagonista è inevitabilmente sorella di quella che abbiamo conosciuto negli albi precedenti di Suzy Lee e intanto cammina in accordo perfetto col testo, in un’interpretazione danzante che fonde quel che viene detto e il modo in cui è rappresentato, per non dire poi dei giochi di rimandi tra il testo e quel che viene suggerito nella pagina. Tutto sembra accordarsi perfettamente senza stonare, in un albo che mi verrebbe da dire è semplicemente naturale o naturalmente semplice perché riprende con specchiata fedeltà il rapporto tra un papà e la sua bambina: lei scanzonata e incalzante nelle sue domande, lui che ben volentieri si presta al gioco del ripetere le domande che gli vengono suggerite perché la piccola possa dire ad alta voce quel che ha in mente.

Il tempo è quello della condivisione di una passeggiata in un’atmosfera autunnale dove i rossi e i gialli la fanno da padrone regalando scorci naturalistici di pura bellezza, grazie anche ai cambi di prospettiva e di punti di vista. Il tempo è quello dell’affetto che permette il ritmo del gioco; quello del dialogo che asseconda dicendo così l’affetto, la bellezza dello stare insieme che basta a se stessa. Al lettore vengono regalate una serie di suggestioni che partono appunto da quel che alla bambina piace: un elenco fatto di orsi, stelle marine, bestioline luminose,storie; un elenco in cui c’è posto per la voce di entrambi e per dire anche il piacere di sentir raccontare.fullsizerender

Per un’analisi più approfondita del libro e del lavoro sia di Waber che di Lee, vi rimando al post di Carla Ghisalberti su Lettura Candita; io mi limito ad invitarvi a prendere in mano questo albo che mi è particolarmente caro perché sa di casa e di affetto: sono stata una bambina ciarliera che tanta natura ha condiviso col suo papà, che ha imparato i nomi degli alberi, ha osservato bestie grandi e piccole e ascoltato i segreti delle stagioni e delle piante. Per cui non posso non amare la veste di alta qualità nelle illustrazioni e nelle parole che viene data riprendendo fedelmente la spontaneità di un momento di affetto condiviso e non forzando in nulla la situazione, ma semplicemente restituendo al lettore la forza vivida del quotidiano, il punto di vista del piccolo, il mettersi a livello in modo intelligente dell’adulto. E intanto guardo dalla finestra i medesimi colori.

Il sito dell’autore. Il sito dell’illustratrice.

BernardWaber – ill. di Suzy Lee, Chiedimi cosa mi piace (trad. di Davide Musso), Terre di Mezzo 2016, 40 p., euro 15

Il mio cuore e altri buchi neri

3 Ago

il mio cuore e altri buchi neri

Va bene, potete dire che è l’ennesimo libro per adolescenti che parla di suicidio, che vede protagonisti un ragazzo e una ragazza che finiscono comunque per innamorarsi o quanto meno passarci vicino, che adotta una narrazione coinvolgente (qui un diario giornaliero scritto dalla protagonista contando i 26 giorni che mancano all’ora X; altrove un’alternarsi delle due voci e dei loro punti di vista). Ditelo, così vi possiamo ribattere che è l’ennesimo romanzo di questo tipo costruito, scritto e tradotto davvero bene .

La storia si apre su un giorno di marzo: mentre la primavera bussa alle porte la sedicenne Aysel cerca un compagno di suicidio sul sito Dipartite Serene; pare quasi impossibile, visto che una delle clausole per lasciar questo mondo in compagnia è che si viva a breve distanza, eppure c’è qualcuno, a pochi chilometri in un angolo sperduto del Kentucky, che ha lo stesso obiettivo. Roman si sente responsabile della morte della sorellina, annegata mentre era affidata a lui un pomeriggio di un anno prima; non esce da mesi, è guardato a vista dai suoi genitori e ha rinunciato a tutto, compresa la carriera di giocatore di basket. Aysel invece non ha un posto suo: vive con la famiglia della madre da quando il padre è in prigione per aver assassinato, in un attimo di follia, un brillante studente dal promettente futuro sportivo. Tutti la guardano, la indicano e lei fugge, temendo di portare in sé il germe della pazzia paterna e cercando di allontanare gli altri dalla proprio tristezza.

Concepire e dettagliare i piani di un suicidio significa doversi incontrare, parlare, in qualche modo scoprire; significa mettere tempo nell’ascolto e nell’osservazione dell’altro e poi finire – chissà – a vedersi con gli occhi di quella persona e a intravedere una luce, una speranza nei propri occhi, una postura più fiera di quella che ci si è cuciti addosso. Tutto il tempo che il lettore passa insieme ai protagonisti è attraversato e accompagnato da elementi di fisica, la materia preferita di Aysel. Come il professore chiede agli alunni di fotografare i concetti studiati in classe nel quotidiano, così la ragazza applica le teorie a quel che sente e vede intorno, in particolare quella delle relatività, ma anche il fatto che l’energia viaggia e viene trasmessa quando la gente presta attenzione. Forse l’amore non è allora che coinvolgimento che spinge a prestare attenzione, trasformando così l’energia potenziale dell’altro in energia cinetica. Il modo in cui Roman disegna Aysel sul suo blocco fa scoccare la scintilla: la ragazza sulla carta ha qualcosa in sé che Aysel non ha mai immaginato di portare in sé, di poter sentire finché non è stato lui a leggerglielo addosso.

Un finale non negativo, ma nemmeno scontato ricorda che il romanzo intreccia molti temi importanti: il rapporto con la famiglia e quello con le proprie origini (i genitori di Aysel vengono dalla Turchia, ma la madre fa di tutto per cancellare il passato), l’ambiente scolastico, l’idea che ci si fa di se stessi, la paura di travolgere chiunque con la tristezza, la necessità di essere visti davvero.

Il sito dell’autrice che sostiene #WeNeedDiverseBooks, associazione che si batte per la pluralità (di argomenti, generi, editori,…) nella letteratura per ragazzi. Il romanzo è tradotto ad oggi in 22 Paesi e i diritti cinematografici sono già stati opzionati dalla Paramount: non male per un esordio, no? La copertina originale ci piace assai perché non strizzava l’occhio a uscite passate (Green e simili) e a film, ma lascia che il testo sia semplicemente se stesso.

Jasmine Warga, Il mio cuore e altri buchi neri (trad. di Lorenzo Borgotallo), Mondadori 2015, 279 p., euro 17, ebook euro 6,99

Girasole

28 Lug

girasole

Non so come raccontare questo romanzo che apre la collana Giunti “Bestseller dal mondo” perché forse il modo migliore per darne un’idea sarebbe leggerne ad alta voce alcune righe. Solo così credo sarebbe possibile rendere l’atmosfera quasi senza tempo che avvolge la storia. Il tempo storico in realtà è ben chiaro: si svolge negli anni della Rivoluzione Culturale cinese e comincia proprio con la costruzione, nei pressi di un piccolo villaggio, di una Scuola per Quadri di quelle volute da Mao in cui quadri del partito insieme a scrittori e artisti, provenienti da grandi città anche molto lontane, svolgevano lavori manuali. Al seguito del padre, scultore e pittore inviato alla scuola, arriva anche una bambina di nome Girasole, orfana di madre, che perderà successivamente anche il papà e verrà affidata ad una famiglia del villaggio, una delle più povere, che la sceglie e la integra alla perfezione.  Girasole diventa inseparabile dal fratello Bronzo, che ha perso la parola, non frequenta la scuola, gira in groppa ad un bufalo e che tutti apostrofano come “il muto”. Attraverso di loro il lettore conosce lo scorrere delle stagioni, la fatica di trovare cibo e denaro, gli affetti famigliari, la vita del villaggio, il far fronte alle avversità.

A colpire però è la narrazione tessuta da Cao Wenxuan che ha il sapore di una fiaba a partire dai nomi dei villaggi citati – Campodigrano, Risofragrante – fino alle descrizioni della natura e alle avventure che i ragazzini si trovano a vivere e che sembrano in qualche modo le avventure o le prove dei personaggi di una fiaba. Ne deriva un racconto sospeso: sappiamo benissimo che è legato a un tempo reale, ma l’insieme del paesaggio a tratti quasi magico e delle situazioni lo cristallizza nella bellezza dell’acqua, della pioggia, del mattino che sorge che l’autore descrive e fa prendere parte nelle dispute con Pescerauco, nelle punizioni ingiuste che i fratelli subiscono per coprirsi a vicenda, nei viaggi e nelle imprese più grandi di loro che intraprendono per tentare di aiutare economicamente la loro famiglia. Su tutto emerge la figura delle nonna, la dignità e la saggezza che le sono proprie e che si estendono a tutte la famiglia: la sua capacità di considerare il nipote muto senza differenze, l’amore con cui accoglie Girasole (come una nipote tornata dopo tempo), la dignità appunto con cui vive la sua condizione misera e la forza con cui cerca i mezzi per garantire la frequenza della scuola e una vita migliore ai bambini. Nonostante la vita non sia facile, la famiglia rimane insieme, parla, scherza e guarda al futuro in modo positivo: il loro carro è malridotto, ma solido; è lento, ma – dice il testo – ha davanti a sé una meta e intorno un paesaggio. La lieve bellezza non solo della trama, ma proprio del modo in cui è detto questo romanzo ne fa un classico pronto a passare da lettore a lettore senza perdere fascino.

N.B. la narrazione è lenta, soprattutto all’inizio i ragazzi abituati ad altri ritmi potrebbero fare fatica, ma vale la pena insistere!

A proposito dell’autore.  L’illustrazione di copertina è di Giulia Orecchia.

Cao Wenxuan, Girasole (trad. di Paolo Magagnin), Giunti 2015, 311 p., euro 10

Il volo del riccio

2 Lug

il volo del riccioLe letture estive chissà perché sono considerate tradizionalmente meno impegnative. In effetti tendiamo a leggere i grandi classici russi d’inverno e la chick lit d’estate. E questo libro mi è arrivato con un biglietto che lo descrive come “una lettura leggera per l’estate”. Che si tratti di un libro che si legge facilmente non solo perchè è scritto e illustrato bene, ma anche perchè è ad alta leggibiità, un grandissimo pregio della casa edtrice Biancoenero, è fuori di dubbio, che il tema sia leggero invece no.
La narrazione di Eugenia racconta di quel giorno in cui torni a casa e ti accorgi che c’è qualcosa di anomalo, che il papà all’improvviso non ha più un lavoro. All’inizio è bello, c’è il tempo per fare le cose che si sono sempre rimandate, per dedicarsi agli hobby, poi si inizia a scalpitare e volere riprendere l’attività lavorativa, non solo per una questione economica (che pure è toccata nel libro), quanto per definire sè stessi, per non sentirsi vecchi e inutili solo perché si hanno 50 anni.
La perdita del lavoro di un genitore è un tema delicato ma che dobbiamo affrontare perché riguarda molte delle persone che ci circondano. Questa narrrazione si può fare in tanti modi, la bellezza di questo libro risiede, però, nel far sì che sia il padre a perdere il lavoro, la tradizionale figura del breadwinner, che la narrazione avvenga dal punto di vista del bambino che non avverte tanto le difficoltà economiche quanto il vissuto emotivo paterno,  perchè in realtà per nessuno di noi il lavoro, anche il più viutperato, è solo un lavoro, ma è parte importante della costruzione del sè.
Ma ognuno di noi ha risorse speciali che lo rendono unico, così è proprio Eugenia a segnalare al suo papà che è bravo a creare e ora “ha un po’ di tempo libero”, (come se ci fosse da vergognarsi a dire che si è disoccupati), un concorso della scuola. E allora anche chi pensava di essere al capolinea scopre che sono state solo le circotsanze a metterlo all’angolo e nota la bellezza delle cose che sa fare. Perché non è da tutti inventarsi un riccio che vola.
Ho amato tantissimo la narrazione del processo creativo guidato dal padre durante il suo incontro con la classe della figlia, una scoperta del pensiero laterale, che è anche il momento catartico in cui il padre inizia a uscire da se stesso definito solo nel suo ruolo di manovale e inizia a vedersi con occhi diversi, con la consapevolezza di essere un inventore.
E anche se il primo premio non verrà vinto, la storia ha comunque un lieto fine.
Dedico questo post ai tanti amici e genitori che si sono trovati senza un lavoro, augurando loro di trovare il prima possibile il proprio riccio che vola.

Il premio del concorso a cui partecipa la classe di Eugenia è una visita alla Cité de l’Espace di Tolosa: se siete appassionati dello spazio approfittatene anche voi! Poi magari proseguite verso nord per coprire le meraviglie del Futuroscope.

Il sito dell’illustratore.

Agnès de Lestrade – ill. Umberto Mischi, Il volo del riccio (trad. di Flavio Sorrentino), Biancoenero 2015, 46 p., euro 8

Fai finta che io non ci sia

18 Giu

rosoff

C’è un ingrediente magnetico, quasi ipnotico, nella storia di Mila che non ti lascia abbandonare le pagine fino a che non sei arrivato all’ultima, cercando di comprendere cosa ci sia alla base della scomparsa dell’amico di famiglia, aspettandoti forse chissà che e ritrovandoti a pensare all’umanità, complessa e insieme semplicemente imperfetta.

Mila ha dodici anni, lo stesso nome di un cane di famiglia e del terrier ha anche il fiuto e la determinazione; si ritiene davvero in gamba nel risolvere enigmi, nel dedurre, nel tracciare linee tra gli indizi e anche nell’aver cura di suo padre, con cui sale su un aereo che da Londra la porta negli Stati Uniti per trascorrere le vacanze di Pasqua con la famiglia del miglior amico del padre. Pochi giorni prima della partenza, però, la moglie di Matthew avvisa della sua scomparsa. Mila e Gil partono comunque, spinti in qualche modo dalla sensazione che lo ritroveranno, che non si può sparire così proprio quando sai che arriva qualcuno importante per te. Eppure Mila si trova di fronte a un vuoto che si percepisce in casa, nel muoversi di un cane e di un bambino, ed è un vuoto voluto, di un uomo che scrive in un messaggio, come unica traccia, di non essere da nessuna parte.

Il viaggio verso una casa che Matthew possiede nei boschi del nord diventa un immergersi nella natura, nella bufera di neve di aprile, ma anche nel passato: inattesi incontri, svelamenti su episodi che hanno segnato ciascuno e occhi nuovi con cui guardare la situazione e gli adulti che la circondano. Insieme Mila parla di sé, della fatica di crescere, dell’amicizia con Catlin così forte in passato così in bilico ora, della sua famiglia, di quell’intreccio di affetti dove si è comunque in tre, anche quando non si è tutti insieme, e delle famiglie degli altri. Trovando sempre nuovi angoli nascosti, nuove rivelazioni, nuove cose, proprio come esplicita: Stiamo cercando Matthew, ma continuiamo a trovare altre cose.

È un flusso continuo quello che l’autrice (complice anche una superba traduzione) offre al lettore: Mila parla in prima persona e inanella i suoi pensieri e i dialoghi con chi la circonda spesso senza segni che li identifichino immediatamente come tali, creando un attimo di spaesamento a cui poi ci si abitua, prendendo il ritmo della narrazione e accordando il proprio passo a quello della dodicenne. Oltre tutti gli altri argomenti sfiorati tra le pagine, il romanzo offre una fantastica riflessione sulla lingua e sull’arte del tradurre: Gil, il padre della protagonista, è infatti un traduttore dal portoghese all’inglese e spesso la figlia (di cui tutti negli States amano l’accento e lei non capisce il motivo) inserisce dei passaggi in cui riflette sulle lingue, sulle persone che non hanno una madrelingua, arrivando a porre in parallelo quel che sta vivendo. Rendendosi conto che il padre sa più di quello che dice, Mila vorrebbe che le traducesse la storia di Matthew e delle persone che hanno incontrato, scritta in una lingua che lei non capisce, ben sapendo che la situazione più faticosa di tutte è quella in cui la storia viene da un posto in cui il traduttore – per quanto si sforzi di camminare accanto all’autore – non riesce ad andare.

Qualche giorno fa vi dicevo della miglior lettura dell’anno fino ad ora; ecco, questo romanzo le si siede subito vicino e sgomitano, quanto sgomitano. La poesia racchiusa nel modo in cui Meg Rosoff dà voce a Mila è penso senza pari.

Il sito dell’autrice.

Meg Rosoff, Fai finta che io non ci sia (trad. di Stefania Di Mella), Rizzoli 2015, 250 p., euro 15, ebook euro 6,99

La balena nella tempesta

23 Mag

9788859207351_balena nella tempestaSulla copertina di questo albo ci sono una balena arenata e un bambino che si guardano un po’ persi, dopo la tempesta che ha lasciato sulla spiaggia quell’insolito regalo; la solitudine del cetaceo e quella di Nico, che passa le giornate a casa mentre il papà è al largo sulla sua barca da pesca, diventa avventura in cui il piccolo si getta a capofitto: trasportare in casa la balena, sistemarla nella vasca da bagno, darsi da fare perché si senta bene, raccontarle lunghe storie, farle carezze. E poi mantenere l’eccitazione del segreto anche a cena, camminare in punta di piedi per portarle cibo per … essere scoperto dal babbo che insieme si rende conto di essere tanto assente e si china verso il figlio per spiegare che è il mare il posto adatto alla balena. Il papà rimane accanto in silenzio mentre la barca scivola nella notte, mentre la balena scivola tra le onde, mentre la tristezza del separarsi scivola addosso stemperandosi nella certezza del pensiero che mantiene il legame. Perché la balena rimane nei disegni di Nico, nei suoi pensieri, nel tenere ben alto lo sguardo verso l’orizzonte per cercarla e trovarla ancora, rimane con lui anche quando è lontana dalla costa perché Nico sa che lei c’è e questo basta: anche pensarla forte, pensarla ogni giorno è avere cura di lei.

Benji Davies regala poesia lieve, illustrazioni quasi materiche (maglioni di lana che vien voglia di accarezzare, vento che si intuisce nell’incresparsi dell’erba e del mare, musi di gatti che spuntano qua e là), particolari preziosi. Il suo tratto susciterà sicuramente passioni improvvise: per fare scorpacciata di bellezza, l’editore italiano si è prodotto in una doppia uscita che affianca a questo albo anche Sulla collina, col testo di Linda Sarah, di cui parleremo tra qualche giorno.

Il sito dell’autore. Guarda le sue animazioni su vimeo. Questo albo ha vinto l’Oscar’s First Book Prize.

Benji Davies, La balena nella tempesta (trad. di Anselmo Roveda), EDT Giralangolo 2015, 28 p., euro 13,50

P.s.: a proposito di balene, non mancate Barriga da baleia, un albo di António Jorge Gonçalves legato a uno spettacolo teatrale.