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Finché siamo vivi

19 Lug

bondouxAnne-Laure Bondoux ha abituato i suoi lettori alla sospensione del tempo narrativo: “Le lacrime dell’assassino” ad esempio avrebbe potuto – se non per qualche minimo particolare – essere ambientato in qualsiasi epoca storica; questo nuovo romanzo narra di avvenimenti che si potrebbero definire reali senza dar loro una collocazione precisa nel tempo e intrecciandoli con elementi magici. In questo modo l’autrice crea delle narrazioni che si prestano al vero senso del narrare (sembrano in qualche modo storie che vengono da un altro tempo, perfette per essere dette ad alta voce, per essere condivise, per lasciare un segno) e che veicolano, attraverso la poesia della parola, temi essenziali che attraversano la storia degli uomini.

Nella struttura circolare di questo romanzo trovano posto infatti la potenza dell’amore, la forza dell’accoglienza, ma anche il potere distruttivo della guerra e dei piccoli dubbi che si insinuano e che diventano presto fuoco che brucia, come la diffidenza verso l’estraneo, verso lo straniero di cui non si conosce nulla e a cui è facile allora e quasi immediato attribuire colpe di disastri, di crisi, di tempi bui. Il fuoco è elemento portante della storia, la storia che comincia ai tempi della Fabbrica, unica rimasta in città, dove si produce incessantemente materiale bellico tra fragore e sudore. Lì entra, con andatura disinvolta, Bo, un fabbro che arriva da non si sa dove, e subito, improvviso scocca l’amore con Hama, operaia dal turno diverso. Basta un attimo per ricordare a chi lavora in fabbrica che il fuoco con cui hanno a che fare nei forni è lo stesso che può bruciare nelle vene; basta una giacca colorata su un monumento grigio a dire la gioia della vita. La tragedia è dietro l’angolo: lo scoppio della Fabbrica, Hama che perde le mani, i sospetti e le violenze degli abitanti: Bo e Hama sono costretti a partire e a vagare tra i boschi, fino ad incontrare una strana famiglia dove tutti i fratelli si chiamano secondo il loro numero d’ordine di apparizione al mondo, ultimi rimasti di un popolo a sua volta cacciato e inseguito. Nel loro mondo sotterraneo cresce Tsell, la figlia di Bo e Hama; nella loro fucina, Bo forgia mani di metallo per la moglie e un’intelaiatura per contenere le forme molteplici che la figlia proietta come ombra, un dono particolare, forse una maledizione; dalla loro casa, la famiglia parte per raggiungere una penisola dove crescere Tsell che nulla sa fino all’adolescenza, del passato: sarà ancora una volta la partenza e il percorrere a ritroso i passi dei genitori a farglielo scoprire, in una circolarità che ricorda i momenti decisivi della vita, e come andare avanti sia saper lasciare andare, sia in qualche modo perdere per acquistare, esattamente come avviene crescendo. Di come le ombre possano svelare, di come sia bello correre per il solo fatto di essere vivi, di come  voler bene davvero sia il numero più difficile e azzardato del mondo.

Confesso la mia passione per la scrittura di Anne-Laure Bondoux; ho letto questo romanzo in francese e devo dire che il lavoro di traduzione è ottimo, anche se ovviamente non è stato possibile mantenere il sottile gioco di parole che c’è tra Dodici, il personaggio che accoglie la venuta al mondo di Shell, che pur essendo uomo è “sage-femme”, che in francese significa ostetrica.

Il sito dell’autrice. La copertina è di Hélène Druvet, colorata rispetto all’originale che forse rendeva un po’ di più.

Anne-Laure Bondoux, Finché siamo vivi (trad. di Simona Brogli), Mondadori 2016, 313 p., euro 16, ebook euro 7,99

Mio fratello rincorre i dinosauri

1 Lug

miofratello

Insomma, è la storia di Giovanni, questa.
(…) Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo.

Giacomo ha cinque anni quando i genitori gli dicono che presto avrà un fratellino. Questa notizia è importantissima per il bambino, perché porrà fine allo squilibrio domestico, dove le femmine (2 sorelle e la mamma) sono in maggioranza e quindi si fa sempre come vogliono loro, e perché finalmente avrà un compagno di lotta, di giochi e di segreti. Dopo alcuni mesi dalla notizia i genitori scoprono che il bambino nascerà con un cromosoma in più, speciale, e per Giacomo questo speciale è sinonimo di supereroe e inizia ad immaginare che super poteri potrà avere questo fratellino. Quando Giovanni nasce, Giacomo capisce che sarà sicuramente un bambino speciale, ma non nel senso in cui aveva immaginato.

Il romanzo narra le vicende dei due fratelli dalla notizia della nascita di Giovanni fino a quando nel 2015 Giacomo pubblica su Youtube il video “The Simple Interview” girato insieme a Giovanni e che attirerà le attenzioni dei media sulla loro famiglia e sui due fratelli, proprio per il forte messaggio che questo video lancia.

La storia di Giacomo e di Giovanni è tante cose insieme: la storia di una famiglia che si trova ad accogliere l’arrivo di un bambino speciale, un ironico e divertente romanzo di formazione, ma soprattutto è la storia di un rapporto tra due esseri umani. Perché come capisce Giacomo e come ci insegna Giovanni, le persone sono persone, con i loro mondi, le loro passioni e le loro paure, non sono sindromi, etichette o altro che appiccichiamo per semplificare la nostra vita e per mettere distanza tra un presunto noi e un presunto loro. Presunto da chi poi non è mai dato saperlo. Valorizzare e non valutare, come sostiene da anni Stefania Guerra Lisi, perché siamo tutti diversi, ma se ci fermiamo a valutare cosa sappiamo e non sappiamo ci perdiamo tutto il bello della diversità, ci perdiamo la complessità di quello che siamo e rischiamo di trasformare la nostra società in un grande centro Pokémon (dove solo importa la funzione). Colpisce la sincerità di Giacomo, nel raccontare anche le parti più oscure del suo rapporto con il fratello, la vergogna iniziale, che riuscirà ad illuminare e a trasformare fino a capire che Giovanni è davvero un supereroe.

Giacomo Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri, Einaudi 2016, pp.176, € 16,50

Qui trovate la pagina FB dei due fratelli

La stagione dei frutti magici

18 Feb

frutti magiciIl primo albo di Pinfold arrivato in Italia, Cane nero, ci conquistò per la storia, le modalità narrative attraverso l’illustrazione e il tocco di irriverenza e speranza che portava con sé. Questo nuovo albo, in rima, dai toni onirici di storia sospesa, ci conquista più per le illustrazioni, sempre così precise, ricche e insieme lievi.

La storia è presto detta: il signor Orzodoro trova nel proprio campo, là dove una volta c’era un laghetto, una sorta di grande fiore, dal colore di cavolo luccicante e dalla forma di peonia, all’interno del quale c’è un bambino, verde pure lui, forse un folletto. Lo raccoglie quasi come un frutto e lo porta a casa dove, nonostante i rimbrotti e l’insofferenza della moglie, comincia a prendersene cura, ad annaffiarlo, a fargli giacigli di terra. e a farsi dimentico di tutto perché il bambino diventa quel che c’è di più importante. Intorno intanto, in salotto come in cucina o in garage, crescono zucche, erbe, piante da frutto, girasoli; l’invasione verde presto tracima per conquistare anche la scarpata della ferrovia vicina alla casa e offrire cibo – ma anche nuovi orizzonti e nuovi modi – a tutti.

L’invito al lettore è quello di lasciarsi incantare dalle illustrazioni, in particolare dai contrasti seppur sabbiati dei colori quasi polverosi degli umani contro i verdi, i gialli e gli arancioni della natura e soprattutto poi dalla luce: quella che entra dalla finestra e disegna ombre sulle preti, sui letti; quella che illumina un cono di stanza, che fa brillare i petali, che sottolinea la solitudine consapevole nella notte; quella che suggerisce la fresca ombra leggera degli alberi che si spingono verso la ferrovia. Questo incanta: la resa della luce che entra nelle stanze, che sottolinea sempre e comunque la presenza della natura al di fuori, che non chiude l’orizzonte tra le mura ma segna la presenza del “fuori”. Ecco, appunto più le immagini del testo.

Il sito dell’autore. Sul suo blog potete vedere alcuni as-saggi di illustrazione urbana di cui già in questo libro si apprezzano le aderenze alla realtà (con quella casa di legno lungo la via ferrata che sa un po’ di periodo di Grande Depressione).

Levi Pinfold, la stagione dei frutti magici (trad. di Davide Musso e Giulia Genovesi), Terre di Mezzo 2016, 40 p., euro 15

Piccolo Elliot nella grande città

1 Feb

Piccolo_ElliotArriva in Italia un personaggio che sta riscuotendo grande successo di pubblico, protagonista di una serie di albi – negli Stati Uniti è già programmata l’uscita del terzo della serie per agosto – ideati da Mike Curato. Elliot è un elefante che vive nella Grande Mela, in una di quelle tipiche case in brownstone che ce lo fanno immaginare ad Harlem o a Brooklyn mentre scende le scale ed esce in una mattina di primavera. L’albo sottolinea come per certi versi Elliot non sia come gli altri, ma non evidenzia – come forse si aspetterebbe il lettore ad una prima occhiata – che si parli del suo colore (un elefante bianco a pois blu erosa), quanto piuttosto del fatto che è piccolo e quindi il quotidiano non è poi così semplice, né quando si tratta di prendere il barattolo di gelato dal freezer o prendere la metro né quando ci si mette in coda in pasticceria. Ma quando riesce ad aiutare un topolino, Elliot si sente il più alto del mondo e conquista un amico che a sua volta lo aiuterà e gusterà con lui deliziosi dolcetti.

Nell’albo colpiscono in particolare le grandi illustrazioni che fanno da contrappeso all’essenzialità del testo e insistono sui particolari, proponendo il mondo ad altezza Elliot, facendo facilmente intuire la sua camminata tra una selva di gambe e scarpe o la difficoltà di spuntare anche solo con la proboscide dal bancone della pasticceria.

Il sito dell’autore. Elliot è protagonista anche della campagna ALA di promozione della lettura per cui Curato ha disegnato poster e segnalibro.

Mike Curato, Piccolo Elliot nella grande città (trad. di Laura Bortoluzzi), Il Castoro 2016, 40 p., euro 13,50

Drangon Boy

3 Nov

4834-Sovra.inddVita mica facile per Max Stanghelli alle scuole medie. E manco prima a dir la verità: per i problemi che ha dalla nascita, Max porta ha un impianto cocleare con annesso apparecchio acustico, si appoggia ad una stampella e la sua colonna vertebrale pare avere un andamento da montagne russe. Se alla scuola primaria tutti lo conoscevano e in qualche modo lui si sentiva accettato e anche protetto (col senno di poi), alle medie cambia la musica: prese in giro, nessun amico e desiderio folle di essere invisibile. Più semplice chattare on line senza mettere nessuna immagine personale sul profilo e rimpiangere gli amici della vecchia scuola.

Un giorno però Max raccoglie per caso, nel cestino della carta della sala professori, un foglio accartocciato dove un fumetto racconta le imprese di Dragon Boy, supereroe antiprepotenze che non può essere sconfitto da nessuno. E nelle settimane seguenti, altre avventure del supereroe lo aspettano in un buco del muro che costeggia la strada che percorre per andare e tornare da scuola. Chi è l’autore del fumetto? E come mai le sue avventure assomigliano a situazioni che lo stesso Max si è trovato a vivere?

Quello che il lettore sfoglia è il diario di Max, comprensivo di segreti, cancellature, osservazione sul mondo, siparietti di vita familiare e quotidiana. Ovviamente sono inserite tra le pagine anche le varie puntate delle avventure di Dragon Boy (sì, lo ammetto, ho iniziato a leggere questo libro per i fumetti di Macchiavello. Capita… 😉 ). Suona stonata, almeno alle mie orecchie quell’esortazione su quanto siano  superpotere la diversità, l’immaginazione, l’amicizia ecc. di Jovanotti in quarta di copertina che compare anche nella fascetta sul libro; la narrazione di Max  è sufficiente, senza che nessuno gridi che “diversità è bello”…  sì, però ogni tanto dillo a Max, che conosce benissimo  la sua condizione. Mi ricorda un po’ quanto già notato per Wishgirl: se una narrazione è valida, è sincera e sentita da parte dell’autore e narra dei personaggi per quel che sono (e quindi anche le loro condizioni di diversità, di malattia, di condizione sociale in quel momento, e chi più ne ha più ne metta) non c’è bisogno di sottolinearlo. Si rischia l’effetto contrario, di testo costruito intorno a uno specifico argomento quando poi invece lo leggi e non è così, ma “suona” bene a prescindere.

Il sito di Sgardoli. Il sito di Macchiavello.

Guido Sgardoli con i fumetti di Enrico Macchiavello, Dragon Boy, Piemme 2015, 232 p., euro 16, ebook euro … (ebook disponibile, dice la quarta di copertina, ma a oggi non pervenuto)

Guji Guji

8 Ott

Guji Guji

Un uovo rotola tra gli alberi, sull’erba, lungo il pendio fino a fermarsi nel nido di un’anatra che tutta presa dalla lettura manco se ne accorge e continua a covare. Quando si schiudono le quattro uova battezza i nati a seconda delle caratteristiche: Pastello per l’anatroccolo chiazzato di blu, Zebra per quello a strisce, Chiardiluna per quello giallo e Guji Guji il quarto che così verseggia e che è agli occhi del lettore ovviamente un coccodrillo, ma che viene cresciuto come gli altri fratelli, senza distinzione, imparando come si nuota, ci si tuffa e “incede con elegante dondolio”, sempre in mezzo a storie lette ad alta voce. Fino a quando tre coccodrilli affamati cercano di convincere Guji Guji a tradire la comunità starnazzante in cui è cresciuto per potersi riempire le pance e cercano di fare leva sul fatto che tra simili ci si spalleggia e si fa così, punto. Guji Guji capisce di non essere un pennuto, ma forse non è neanche un coccodrillo cattivo e quindi trova un’idea brillante per scacciare i tre e festeggiare lo scampato pericolo.

Tornano i temi dell’accoglienza, del modo di trattare la diversità, dell’inclusione; qui godetevi le illustrazioni del taiwanese Chih-Yuan Chen, le espressioni che dipinge sui musi dei protagonisti e la danza delle festa finale, su sfondo nero.

Una versione video della storia animata e letta (in inglese). Si possono sfogliare alcune pagine sul sito dell’editore.

Chih-Yuan Chen, Guji Guji (versione italiana di Alfredo Stoppa), Bohem 2015, 40 p., euro 15,80

La fabbrica delle meraviglie

17 Feb

la-fabbrica-delle-meraviglieAtmosfere vittoriane e londinesi, una protagonista alla Jane Eyre e l’avvento della scienza a metà Ottocento in termini di vapore, meccanismi, giroscopi, invenzioni che possono cambiare i destini degli uomini e delle nazioni: ecco gli ingredienti per questo romanzo narrato in prima persona che porta il lettore al seguito della protagonista, alla scoperta di un mondo a parte e diverso da ogni cosa riesca a immaginarsi. Katharine, diciassettenne orfana e senza rendita, vive in balia della zia Alice e del cugino Robert dalla cui eredità di famiglia dipende anche il suo futuro. Un futuro che la ragazza intravede ben misero, in quanto non possiede nulla di suo, non ha possibilità di mantenersi se non quella di rimanere a servizio della parente e – a dir di tutti – non ha nemmeno la minima bellezza per aspirare al matrimonio. Proprio per vegliare sull’eredità del cugino, viene inviata a Strawyne Keep, residenza dell’unico fratello ancora in vita di suo padre, che pare stia compromettendo il patrimonio di famiglia, dilapidandolo a causa della sua presunta pazzia.

L’accoglienza è fredda, ostile e quel che Katharine scopre è del tutto inaspettato: la residenza è decisamente trascurata, la maggior parte delle stanze è chiusa, i domestici si contano sulle dita di una mano e sono pronti a tutto per difendere il signor Tully, il quale vive in un laboratorio dove costruisce automi e giroscopi, dove carica decine di orologi dai mille ingranaggi e dove segue un ritmo tutto suo. La malattia dello zio lo rende fragilissimo, deve essere guardato a vista e assecondato, ma tutto questo non ne impedisce la genialità nel fabbricare complicati meccanismi, pesci meccanici, automi che raffigurano le persone che hanno segnato la sua vita né di fare a mente operazioni matematiche con numeri sempre più grandi. Il tutto contenuto in un mondo a sé, pensato dalla madre per proteggere il figlio e dargli la possibilità di una vita serena e ispirato a un luogo reale, Welbeck Abbey, dove il Duca di Portland fece costruire una serie di stanze sotterranee alla sua residenza e una centrale a gas; anche il mondo dello zio Tully è quasi autosufficiente: affiancano il palazzo due villaggi in cui vivono gli operai che si occupano della centrale del gas, i fabbri, quelli che guidano le chiatte sul fiume, scelti a centinaia dagli ospizi dei poveri di Londra, insomma, la proprietà è un vero e proprio microcosmo che procede agli ordini del signor Tully e insieme lo protegge.

Arrivata per constatare la follia dello zio e farlo internare, Katharine decide di darsi un mese di tempo per studiare la situazione, per far breccia nell’ostilità dei domestici e degli abitanti del villaggio, per capire come può effettivamente riuscire a salvare quanto a Strawyne Keep è stato creato. Dovrà vedersela con l’inaspettato, con chi finge per rubare i segreti scientifici dell’officina dello zio, con chi è disposto a ogni cosa pur di difendere la serenità di quell’angolo di terrà. Imparerà a pattinare lungo i corridoi, a parlare con un bambino muto; dubiterà della sua sanità mentale; si scoprirà bella, coi capelli in disordine e gli occhi che brillano. E inevitabilmente, pur rimandando di giorno in giorno, si troverà di fronte alla zia Alice a decidere cosa davvero salvare.

Una storia che regge il ritmo fino alla fine, che intriga perché il lettore assume il punto di vista della ragazza e scopre novità ad ogni pagina, che insieme racconta di come la diversità sia vissuta in serenità, ma in un mondo a parte, costruito su misura da una madre lungimirante, dove il massimo pericolo viene proprio dall’esterno: chi arriva porta la visione comune che vuole i pazzi, i diversi internati in un istituto di cura, quando non in un manicomio e incontra invece una realtà che parla di possibilità.

Il libro, pur autoconcluso, ha un seguito di cui aspettiamo la traduzione per conoscere l’evoluzione della storia, ma anche cosa le invenzioni di Tully abbiano potuto produrre oltreoceano, nella sfida tra Francia e Inghilterra.

Il sito dell’autrice. L’efficace copertina combina, tra gli altri elementi, le illustrazioni, di Giulia Ghigini.

Sharon Cameron, La fabbrica delle meraviglie (trad. di Valentina Daniele), Mondadori 2015, 312 p., euro 17, ebook euro 6,99

Rico, Oscar e la pietra rapita

30 Dic

rico oscar e la pietra rapita

Ecco una nuova, terza avventura di Rico e Oscar, ormai inseparabili, addirittura residenti entrambi nel condominio che i lettori hanno imparato a conoscere, dislocazioni e inquilini. Li abbiamo conosciuti alle prese col ladro ombra e poi con i guai della mamma di Rico nella seconda avventura; li ritroviamo identici e insieme cresciuti. Rico è sempre l’incredibile ragazzino che con lievità parla del suo ritardo nel capire le cose, nell’affrontare il mondo, nell’interagire; però scrive il diario solo saltuariamente ed è in pace con se stesso: ha avuto un buon anno, coronato dal matrimonio della sua mamma col poliziotto Celli. Oscar invece si è trasferito col suo inaffidabile papà, ma tende ancora a mascherarsi ogni volta che qualcosa non va: migliorando però, visto che è passato da un casco a un paio di occhiali fino al cappello peruviano con paraorecchie che non molla nella calda estate berlinese.

Nel palazzo è morto lo scorbutico Orsi che ha lasciato a Rico la sua preziosa collezione di sassi, compresa la pietra vitellina che però è scomparsa, sottratta da una ragazza che vuole rivenderla. Improvvisatisi detective ancora una volta, l’irresistibile duo parte verso il mar Baltico, cane compreso, in treno senza biglietto e poi via, in un crescendo di coincidenze e colpi di scena che coinvolgono buona parte degli inquilini e un nuovo amico, la cui sordità non gli impedisce affatto di farsi complice. Non mancano gli screzi: Rico che si sente messo da parte, Oscar decisamente torvo e deciso a vendicarsi della negligenza paterna. E come sempre il racconto in prima persona di Rico (come le sue definizioni di parole difficili  qua e là lungo il testo) è esilarante, tenero e costellato di punti in cui la realtà è nuda e cruda nella descrizione che solo lui sa fare dal punto di vista candido di chi vede e dice, senza pudori. C’è chi si innamora, chi impara il linguaggio dei segni, chi mette piede per la prima volta in una spiaggia di nudisti, chi si interroga sul senso della vita e sugli affetti.

E chi saluta, come fa Oscar col signor Orsi nelle ultime righe. Semplicemente, portandosi dietro quel che si è vissuto e avviandosi verso nuovi incroci (nuova sfida per un cervello lento). Rico saluta così, in questa sua ultima avventura anche il lettore, che può incamminarsi verso nuove letture portandosi dietro la certezza che a queste pagine, alla saggezza buffa di Rico, alle risate che regala si può sempre tornare per avere un po’ di buona compagnia.

Rico entra tra i classici “buoni e belli” da proporre ai ragazzi e da riprendere in mano ogni tanto. Con lui andiamo verso altri incroci e altre letture, giriamo la pagina dell’anno, conservando nel cuore l’essenziale. Del resto, Rico conclude così:FullSizeRender (2)

Andreas Steinhöfel – ill. Peter Schössow, Rico, Oscar e la Pietra Rapita (trad. di Alessandra Petrelli), Beisler 2014, 307 p., euro 15

Insieme più speciali

2 Dic

insieme più specialiCi sono parecchi albi che attraverso la voce degli animali dicono quanto ciascuno sia speciale e abbia almeno una caratteristica importante, uno su tutti l’ormai classico “La cosa più importante” di Antonella Abbatiello (Fatatrac). Eccone un altro, dove non solo ogni animali – al termine della festa nella foresta – elenca qualcosa di importante, ma anche pensa a quel che non ha più o che vorrebbe avere. La festa infatti era un festa in maschera, ma nel momento in cui ci si rilassa, contenti sotto le stelle, è possibile smettere di fingere ed essere sinceri: allora il giaguaro dice la paura di perdere le macchie, il coniglio il desiderio di avere la ali e non essere acchiappato e così via. Sarà il gufo saggio a trovare la soluzione, a spiegare a ciascuno perché è speciale, a provare a far lavorare tutti gli animali insieme per aggiustare quel che si può aggiustare.

L’albo è ricco dei colori delle illustrazioni di Annalisa Beghelli che ne fanno un lusso e una gioia per gli occhi, a partire da quella magnifica della notte che copre gli animali a festeggiamenti finiti.

Il libro è progettato insieme alla Fondazione Telethon e fa parte di un kit speciale che si può richiedere per lavorare insieme a scuola.

Beatrice Masini – Annalisa Beghelli, Insieme più speciali, Carthusia 2014, 28 p., euro 19,90

Albert il toubab

9 Giu

toubab

Pubblicato nel 2008, questo romanzo breve raccoglie gli echi delle proteste di piazza che i roghi nelle periferie parigine, presto estesisi anche ad altre città francesi. A guardare il riverbero delle fiamme, con un po’ di pregiudizio nei confronti degli immigrati che in quelle zone vivono e con la tendenza a fare di tutt’erba un fascio, è Albert, tranquillo pensionato che abita invece in una villetta in un quartiere confinante. Vive solo, dopo la morte della moglie che al contrario di lui frequentava quelle periferie aiutando gli immigrati nelle pratiche burocratiche e organizzando corsi di francese. Conoscendo il marito si è premurata di procurargli a sua insaputa un aiuto domestico: una donna senegalese viene ogni mattina a cucinare e sistemare la casa. Il sospettoso Albert sarà preso in contropiede quando la donna, ricoverata per qualche giorno in ospedale, gli affiderà la figlia di nove anni. Memouna scoprirà allora che anche Albert è un immigrato: cinquant’anni prima è arrivato dal Portogallo e ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà dell’integrazione e il dolore della vita.

Ma Albert è francese e per spiegare la sua storia e il suo senso di appartenenza alla patria porta Memouna e i suoi amici al Musée de l’historie de l’immigration che si trova al Palais de la Porte Dorée e di cui vi avevamo parlato qui a proposito della mostra su fumetto e immigrazione. Se pensate di fare un salto a Parigi, mettetelo nel programma della vostra visita: l’allestimento permanente, intitolato Repères, merita la giornata: proprio come i protagonisti del romanzo, potrete camminare tra le teche che contengono gli toguooggetti donati da immigrati, ascoltare le loro testimonianze, salvare le frasi che vi colpiscono di più, passare tra manifesti, musiche, schermi interattivi tra le nove sezioni in cui si snoda il percorso e che si occupano del significato dell’emigrare attraverso appunto oggetti e testimonianze delle persone che ne hanno fatto un legame con la terra d’origine; attraverso il racconto dell’evoluzione della legge, della partecipazione dei migranti alla storia della Francia (alle guerra, alle Resistenza, alle lotte sindacali), dello sport come modo di emergere, delle logiche (spesso illogiche) urbane che vanno a delinearsi, delle modifiche che si verificano a livello linguistico. Potrete visitare anche la luminosa mediateca e  la galleria dei doni, dove chiunque può portare fotografie, oggetti di famiglia o legati alla professione, archivi che testimonino un aspetto dell’immigrazione. Ad accogliervi, un barcone di migranti reinterpretato da Berthélémy Toguo.

L’illustrazione di copertina è di Francesca D’Ottavi. Il sito dell’autrice.

Yaël Hassan, Albert i toubab (trad. di Anthi Keramidas), Lapis 2014, 141 p., euro 10