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Olla scappa di casa

20 Mar

Abbiamo un debole per le protagoniste ragazzine, scanzonate e disarmanti che dicono le cose come stanno e, mentre ti fanno ridere da morire, ti svolgono davanti agli occhi la vita tutta intera. A Ida B., Lena, Penelope Pepperwood, Polleke, Olivia e tutta la banda vanno ad aggiungersi adesso due tipe niente male che – guarda caso – vengono pure loro dal Nord Europa. Non è mica un caso, in realtà, ma una semplice conferma di come gli autori nordici sappiano andare spesso dritti al punto, con la giusta ironia e con quel pizzico di poesia che sta negli occhi e nelle definizioni dei più piccoli. Inguun Thon costruisce una narrazione in cui il lettore sa benissimo cosa sta succedendo, capisce i meccanismi delle situazioni e le ragioni dei grandi, ma in cui il punto di vista è sempre e comunque quello della protagonista: la rabbia, le reazioni improvvise, la spensieratezza e la paura, tutto è visto ad altezza di Olla, dieci anni.

Olla è un’inventrice, sa creare un congegno spazzola-denti partendo da un frullino ed è la felice proprietaria di un ombrello luminoso, utilissimo per leggere la notte sotto le coperte. Vive con la sua mamma, il fratellino di cinque mesi (troppo piccolo per essere una persona intera) e il padre di quest’ultimo, che lei reputa noioso e ficcanaso. Soprattutto Olla ha un’amica del cuore con cui è cresciuta, l’impareggiabile Grego, coraggiosissima e sempre pronta all’avventura, mentre lei non riesce manco a dormire con la porta chiusa. Nello spazio di qualche mese, il romanzo racconta le loro peripezie: sfidando un divieto, scoprono nel bosco una casa abitata da una donna bizzarra che passa il tempo a raccogliere la posta che non arriva a destinazione e a catalogarla. Tra quei faldoni pieni di storie, Olla scopre delle cartoline destinate a lei: le ha scritte il padre, mai conosciuto e di cui nessuno parla, e vengono da ogni angolo del mondo. E visto che a casa si sente esclusa, che la sua mamma non è più tutta per lei, che fervono i preparativi di un matrimonio, la ragazzina si mette in testa di raggiungere il babbo e di abbandonare tutti quelli che non si interessano più a lei, amica compresa.

Come già dicevamo, la narrazione scorre veloce con picchi esilaranti che vi faranno ridere e ridere ancora, a volte un po’ amaramente, a volte di cuore. Olla e Grego sono personaggi a cui ci si affeziona, anche perché le loro avventure sono talmente inserite nella quotidianità che sembra siano giusto lì, nel giardino accanto, o che sfreccino fuori dalla porta sul loro trabiccolo.

Inguun Thon, Olla scappa di casa (trad. di Alice Tonzig), Feltrinelli kids 2018, 192 p., euro 13, ebook euro 8,99

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La giovane scrittrice, la star e l’assassino

7 Mar

Chély Campyon odia talmente il suo nome da volerlo cambiare: risponde solo se la si interpella come Cheyenne, il nuovo nome che ha scelto dalla passione per gli Indiani d’America. Ha quindici anni, ha dipinto di nero i muri della sua stanza , ha ucciso il suo coniglio per mancanza di cure, si abbuffa in continuazione a dispetto di una madre che la vorrebbe magra e salutista, non uscirebbe mai di casa. Insomma, come dice lei stessa, una ragazza “inadeguata alla vita”. Certamente diversa dalle aspettative dei genitori, certo lontana dalle idee chiare sul futuro dei due fratelli. E soprattutto decisa a farla finita. Per mettere in atto il suo piano, è riuscita ad ottenere di rimanere a Parigi da sola, mentre la famiglia parte in vacanza. E come primo gesto ha appeso una corda in centro al soffitto della sua stanza e preparato il cappio. Poi ha cominciato a ingozzarsi di cibi-schifezza, a ignorare le telefonate della madre, a spiare le finestre di fronte.

È agosto, la città è vuota nel grande caldo, in tv si parla del cadavere di un bambino di dieci anni in un bosco fuori città, nelle cui tasche è stata trovata la foto di una nota attrice, come recita il verbale di polizia che apre il romanzo. L’attrice è l’inquilina fantasma dell’alloggio di fronte e nel suo giardino Cheyenne ha visto un uomo seppellire un cadavere. L’uomo, un ragazzo poco più grande di lei in realtà, segnato dalla zoppia e dalle ferite di una vita travagliata, è il custode della casa della star che ad un certo punto nota quella ragazza trascurata che spia dai vetri oltre il cortile. Ce n’è di che costruire un poliziesco; Caroline Solé, autrice apprezzata dagli adolescenti francesi, tesse più che altro un intreccio psicologico intorno all’incrociarsi dei destini di tre ragazzi in realtà estranei ai fatti di cronaca, dando voce a chi vive e/o si sente ai margini, a chi riconosce nell’altro le proprie stesse ferite o certe fragilità, a chi si sente fatto della stessa stoffa, costruito dello stesso legno “che ha preso umidità, che si è crepato, che rifiuta di esser buttato nel fuoco”.

Caroline Solé, La giovane scrittrice, la star, e l’assassino (trad. di Lodovica Cima), Pelledoca 2018, 144 p., euro 15

Come ho scritto un libro per caso

2 Mar

Che bello questo romanzo. Lo leggi veloce fino in fondo, la senti davvero vicina la protagonista che ti racconta i suoi giorni e pensi che ti avrebbe fatto felice quando eri una lettrice dodicenne e ti fa felice anche adesso. Ha una facilità di scrittura rara che, sostenuta dalla traduzione, regala al lettore una protagonista amica, che va aggiungersi alla schiera di ragazzine della letteratura che restano care e sulla cui storia il lettore tornerà, anche a distanza di tempo.

Katinka ha tredici anni e vorrebbe scrivere un libr0: da sempre le viene naturale costruire una storia intorno a quel che le succede, cambiarne magari il finale rispetto alla realtà e per un po’ di tempo ha inventato storie per il fratello minore. Chiede aiuto alla dirimpettaia, disordinata creatura che cura un magnifico giardino e che nasconde il suo regno di libri nel capanno in fondo al prato: è una scrittrice famosa, di quelle che ricevono premi e tengono corsi di scrittura per adulti e, nonostante la ragazzina si aspetti il contrario, accetta di darle consigli e correzioni in cambio dell’aiuto con piante e fiori. Quel che il lettore legge è il quotidiano di Katinka e in particolare la sua vicenda famigliare (la madre è morta quando lei aveva tre anni e rimane il nodo da sciogliere nella sua vita) attraverso però i compiti che Lidwien le assegna. Sono i fogli che la ragazza scrive e la scrittrice corregge e dentro ci sono i suggerimenti, le riflessioni sulla scrittura e sugli scrittori, sull’osservare quel che c’è dietro le cose, sul copiare da quelli bravi, sul mostrare e non raccontare, sul non farsi abbattere dai dubbi, sull’imprimere accelerazioni o usare una certa prospettiva.

Così Katinka media le proprie sensazioni e i propri sentimenti attraverso la scrittura, che le permette di affrontare alcuni nodi, di tirar fuori quello che le gira dentro, di essere sulla carta diretta come vorrebbe essere sempre nella vita.

Lei è accompagnata nel suo percorso di scrittura, che poi è un percorso di crescita e di cambiamento, da due personaggi che paiono straordinari anche ai suoi occhi, ma per la semplice ragione che sono se stessi e che trattano lei e altri aspetti della vita (non ultimo l’essere orfana, stato di fronte a cui molti si scusano) con la bella normalità con cui si prendono le cose della vita. Lidwien e Dirkje sono due che vorremo incontrare: non si spaventano, non fanno tragedie, sorvolano a volte su cose a cui altri danno inutilmente importanza; sono sventate, ma in realtà molto attente, sono scompigliate, vagano tra fiori o in bicicletta con qualunque tempo, sono in qualche modo piene di grazia e danno un tocco in più alla storia. Che a tratti è anche molto divertente e insieme molto seria, come può essere giustamente l’osservazione attenta delle dinamiche del mondo e degli umani.

La copertina è di Marta Pantaleo. Ecco invece il sito dell’autrice.

Annet Huizing, Come ho scritto un libro epr caso (trad. di Anna Patrucco Becchi), La Nuova Frontiera junior, 162 p., euro 14,50

Io e te come un romanzo

15 Feb

Bene, adesso che questo romanzo è tra i finalisti dell’edizione 2018 del Premio Mare di Libri, mandiamo on line la recensione. L’ho scritta felice che arrivasse in libreria un nuovo romanzo di Cath Crowley, di cui bisogna invitare i ragazzi a leggere Graffiti Moon, uscito per Mondadori nel 2011 e di una luminosità rara, che si riflette anche in questo libro. Ancora una volta, l’autrice dà prova della sua bravura nello scrivere storie a due voci, riuscendo a far vedere al lettore talvolta la stessa scena da due punti di vista differenti. Nel caso di “Io e te come un romanzo”, poi, l’intreccio di storie si amplifica ulteriormente per la scelta narrativa di ambientare la storia in una libreria dell’usato in cui esiste una sezione detta “la Biblioteca delle lettere”: i libri non sono in vendita, i clienti possono leggerli, sottolineare le parti che ritengono belle, importanti, scrivere note a margine, lasciarci dentro messaggi: ecco allora che i libri diventano anche una sorta di fermo posta tramite cui ci si scambiano lettere.

Proprio una lettera mai letta è all’origine del silenzio che per tre anni ha separato due grandi amici come Henry, figlio del proprietario della libreria, e Rachel, la protagonista che allora si era trasferita lontano con madre e fratello. Rachel torna a vivere in città, tacendo a tutti la morte del fratello e quel che ne è venuto dopo (la bocciatura, la rottura col suo ragazzo, la mancanza di senso di qualunque cosa). Torna leggera, cercando di lasciarsi dietro ogni cosa; in realtà cammina pesante del non detto, di quel che non riesce a rielaborare, del mare che le manca e in cui lei, campionessa di nuoto, non riesce più a entrare perché ci è annegato Cal. Il romanzo parla un capitolo per bocca di Rachel e uno per tramite di Henry, ma dentro ci trovate anche le storie delle loro famiglie, dei loro amici, lo splendido addomesticamento tra George, la sorella minore di Henry, e Martin, il nuovo commesso della libreria. Ci trovate la forza delle parole, di lettere singole o di epistolari nel tempo, di dediche e di discorsi fatti in testa che non si riesce a pronunciare. Ci trovate tante citazioni letterarie e consigli di lettura; una buona trama, credibile e densa; una riflessione veritiera sull’utilità delle parole e sull’importanza del dire.

Ah, il romanzo merita proprio, la copertina è tremenda. La piantate di mandare in libreria romanzi con copertine che pensiate strizzino l’occhio alle adolescenti? L’unico risultato che ottenete è una grafica orribile, una copertina banale visto il tasso di altre simili sugli scaffali delle librerie e pure che i lettori maschi manco ci si avvicinino. Questa è l’originale e valeva un bel po’ di più. Andava bene anche così.

Cath Crowley, Io e te come un romanzo (Valentina Zaffagnini), DeA 2017, 349 p., euro 14,90, ebook euro 6,99

L’isola del muto

29 Gen

Costruire una saga familiare non è sempre semplice; nonostante gli alberi genealogici iniziali di riferimento, non è da tutti mantenere una costruzione che non si incagli sul succedersi degli anni, ma tenga alta la fascinazione narrativa. Sgardoli ci riesce alla grande per almeno tre quarti del suo nuovo romanzo, grazie a una prosa che si presta alla lettura ad alta voce o a essere intesa, nella lettura solitaria, come il racconto che qualcuno sta facendo a te che sfogli le pagine. Ci sono immagini fortemente poetiche e frasi che avvolgono il lettore e lo immergono in un mondo distante, la Norvegia degli ultimi due secoli, di cui il libro ha il privilegio di svelare parti di storia sicuramente sconosciute ai più, come il movimento che appoggia l’indipendenza ideologica della nazione nonostante nell’Ottocento il suo passaggio alla Corona di Svezia e l’occupazione nazista.

Filo che lega il tutto lo scoglio infido e pericoloso che diventerà l’Isola del Muto, dopo la costruzione di un faro affidato alla cura di Arne Bjørneboe, nocchiere ustionato gravemente al volto in una battaglia tra un vascello britannico e una nave della flotta danese-norvegese nel 1812, che sceglie di non parlare più. Il ruolo di guardiano del faro lo salva dall’alcolismo e il matrimonio con l’unica persona che, ancora bambina, ha saputo guardare oltre le cicatrici ne segna la vita, nella felicità come nella durezza che nasce dal dolore. I suoi discendenti ereditano la funzione di guardiano del faro ed è attraverso alcuni di loro che l’autore ricostruisce in grandi capitoli le vicende della famiglia: chi parte, chi torna, chi scopre una famiglia di cui ha solo sentito raccontare, chi sceglie l’isola e chi la subisce. Sono donne e uomini di grande carattere, con aneliti di libertà che possono riflettersi nella natura che li circonda o nel tentativo di esprimersi altrove, nell’infrangere le regole come nel rifarsi a un’antica leggenda che vuole un tesoro nascosto sull’isola. Una storia di scelte e di sguardi, che dice dell’importanza dei nomi, della ricerca di se stessi, di come si ami non per i meriti, ma nonostante le colpe e di come tutto sia più facile di quanto sembri. Verso la fine, sull’isola si tiene una grande riunione di tutti i discendenti di Arne: ognuno citato con consorte e figli, in un intrico di nomi a cui può parere faticoso stare dietro; è probabilmente l’unico punto in cui la narrazione pare cedere, ma il lettore ha già avuto abbastanza storie di singoli per poter andare avanti tra le pagine, sostenuto dalle figure tratteggiate fino a quel punto.

Come già in The Frozen Boy, Sgardoli offre un romanzo che si presta a più piani di lettura e che diviene trasversale rispetto al pubblico di riferimento: ho sempre pensato che la storia del ragazzino riemerso dai ghiacci sotto gli occhi del ricercatore fosse un’ottima narrazione per parlare dell’importanza vitale delle seconde possibilità per chi le sa cogliere; anche qui, tra le righe, si intravede l’occasione per un’importante riflessione sulla vita, come sulla libertà e sul senso che si dà al proprio stare al mondo, adatta a un pubblico adulto che può far tesoro di questa lettura se non passa oltre pensandolo solo per giovani lettori.

L’illustrazione di copertina è di Cecilia Botta. L’autore presenta il suo libro in un video sul canale youtube dell’editore.

Guido Sgardoli, L’isola del muto, San Paolo 2018, 358 p., euro 18

Victoria sogna

2 Nov

Ho incontrato questo libro quando è uscito francese, prima sulla rivista Je Bouquine e poi per Gallimard con le illustrazioni di François Place, immagini di libri coi loro personaggi che si srotolavano sui vari lati della copertina. Ci sono finita dentro per via del suo autore, perché di De Fombelle mi piace la poesia cruda con cui dice i fatti, il modo in cui corrono i personaggi dei suoi libri e il fatto che – anche quando al lettore non sembra o se lo è perso per strada – c’è sempre un motivo ben certo per quella corsa, e un traguardo che merita, anche quando è difficile da dire.

In questo romanzo c’è Victoria, che sogna una vita folle, piena di avventure, una vita più grande di lei. Una vita certo ben diversa da quella del paesino in cui frequenta scuola media e biblioteca e in cui non capita mai nulla, un po’ come nella sua famiglia, dove gli unici sussulti possono essere le lamentazioni della sorella persino quando è via in gita scolastica e l’euforia del padre per la nuova produzione di paté in tubetto nella sua ditta. Victoria sogna nutrendosi di libri, tenendoci il naso dentro, tenendo alto il filo di quelle avventure persino quando non le legge: mica a caso la mensola carica di libri che corre sulle pareti della stanza viene da lei stessa definita “l’orizzonte”, come se solo quello fosse possibile, quello delle vite che stanno tra le pagine. Ma improvvisamente i libri cominciano a sparire, come i tre pellerossa e c’è un cowboy in auto col padre. E il piccolo Jo, che salta da una classe all’altra tanto è intelligente, dice di saperne qualcosa, di avere degli indizi. E allora via, sulle tracce di una storia, questa volta molto più reale e vicina: ha a che fare con suo padre, con gli strani vestiti che indossa di nascosto, con quel che si fa fatica a dire, con la realtà dei giorni di crisi e con la possibilità forse di aggiustare tutto, grazie alle storie, quelle – come dice la protagonista a Jo – “che ci sono tra di noi”.

Per l’edizione italiana, Terre di Mezzo ha scelto un formato con un po’ più di respiro rispetto all’originale, copertina rigida, e ha affidato le illustrazioni a Mariachiara Di Giorgio che ci ha messo la leggerezza degli acquarelli e certi blu e tocchi di rosso che ti portano dritto al fianco di Victoria.

Quando leggo un libro in originale e mi permetto di sognarlo in italiano perché merita, allora aspetto e mi immagino come sarà. Ecco, a questo giro, per questo arrivo e questa riuscita, dico grazie a chi ha lavorato perché fosse così.

Timothée de Fombelle e Mariachiara Di Giorgio incontreranno i lettori a Milano, nell’ambito di Bookcity sabato 18 novembre prossimo in un incontro dal titolo Tra sogno e avventura.

Timothée de Fombelle – ill. Mariachiara Di Giorgio, Victoria sogna (trad. di Maria Bastanzetti), Terre di Mezzo 2017, 103 p., euro 12,90

Fantasmi

31 Ott

Raina Talgemeier ha la capacità di saper sempre prendere spunto da vicende familiari o comunque a lei vicine e di farne storie a fumetti universali che parlano di legami. In questo caso torna ancora una volta sul legame tra sorelle, sulla condivisione e sulla gelosia, sul desiderio di chi è grande di proteggere, ma anche di avere uno spazio tutto proprio, specie se si ha a che fare con una sorella la cui malattia prende tanto posto nelle decisioni e nel tempo famigliare. I genitori di Cat infatti decidono di trasferirsi nella nebbiosa Bahía de Luna perché è vicina al mare e ventosa: un clima ideale per i problemi respiratori di Maya, nata con la fibrosi cistica. La sorellina minore  però anche un vortice irrefrenabile di voglia di fare e di scoprire, si entusiasma facilmente e non perde l’occasione per gettarsi in nuove avventura, anche se potrebbero essere pericolose. Così non perde tempo a stringere amicizia con il figlio dei vicini di casa e a trascinare la sorella nel tour dei fantasmi e nella tradizionale festa notturna per il Día de los Muertos, che permette al lettore di ripercorrere la tradizione messicana con personaggi come la Catrina, di immergersi nell’atmosfera allegra che festeggia i defunti, in una notte magica dove vivi e fantasmi ballando e cantano insieme.

Questo fumetto raccoglie una sottile e profonda riflessione sulla morte, quella all’ordine del giorno, quella che persone come Maya citano normalmente e a cui pensano con una naturalezza quotidiana che imbarazza i più. Ed è una bella riflessione sull’arte del saper respirare: se Maya conosce il valore dell’inspirare ed espirare, se i fantasmi hanno bisogni di un po’ di respiro bambino per sentirsi in forze, Cat ha un sacco di paure che le bloccano l’aria nei polmoni e la fanno sentire insicura. Dovrà imparare invece a godersela un po’ e basta.

L’autrice sarà ospite d’onore al Lucca Comic & Games, dal 1° al 5 novembre, dove le sarà dedicata anche una mostra, la sua prima personale in Italia.

Raina Telgemeier, Fantasmi (trad. di Laura Bortoluzzi), Il Castoro 2017, 239 p., euro 15,50

Cercando Juno

25 Set

C’è un che estremamente luminoso in questo testo, e par quasi un ossimoro definire in questo modo un libro dai temi tosti. Si narra infatti di Joseph, padre a tredici anni, che non ha mai visto la sua bambina data in affido, che ha perso la sua ragazza e che è finito in riformatorio. La sua storia viene raccontata da Jack, che ha un anno di meno ed è l’unico figlio della famiglia che accetta di prendere in affido il ragazzo e di portarlo a vivere nella fattoria biologica che porta avanti nel Maine. Joseph tiene alta la guardia, non sopporta di essere toccato, si mette spalle al muro appena fiuta il pericolo ed è ovviamente bersaglio dei ragazzi più grandi a scuola come del preside, che pensa che da quelli come lui on se ne cavi nulla. Invece trova una famiglia che non lo giudica e non lo forza, alcuni professori che intuiscono le sue potenzialità e Jack, appunto, che è dalla sua parte fin dal primo giorno di scuola, quando decidono di non prendere lo scuolabus, visti i modi dell’autista, ma di farsi a piedi la strada nel gelo mattutino. E dalla sua parte rimane, facendo a botte a scuola, concedendogli il tempo del silenzio nonostante la curiosità, stando ad ascoltare quando finalmente Joseph racconta.

È pieno di neve questo racconto, di temperature sotto zero che bloccano il respiro e gelano il fiume tanto che puoi pattinarci tranquillamente; è pieno di freddo, come quello che entra di notte dalla finestra mentre Joseph cerca di vedere Giove, il suo pianeta preferito, quello che ha dato il nome anche alla figlia ( a proposito, il titolo originale è un evocativo “Orbiting Jupiter”). Il freddo che a tratti fa venire anche la storia, quando dice di adulti che non comprendono e non danno possibilità, quando sottolinea lo strappo netto del dolore che lacera. Ma nel contempo è anche il freddo di quando le temperature scivolano di parecchio sotto lo zero dopo aver nevicato per molti giorni e il meteo regala giornate da brivido, ma terse e serene, luminose appunto: così anche il libro dà al lettore la stessa bellezza, quella di un autore che sa raccontare la vita senza sbrodolature, in una prosa asciutta ed essenziale, in una storia dalla misura perfetta che ci fa pensare alle migliori collane che han fatto la storia italiana della letteratura per ragazzi (magari l’autore poteva risparmiarci il finale che ha scelto e chiuderla prima).

Ah, il libro che Joseph si porta costantemente dietro è “La storia stupefacente  di Octavian Nothing traditore della nazione” pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2008. Purtroppo in italiano c’è solo il primo volume…

Gary D. Schmidt, Cercando Juno (trad. di Maurizio Bartocci), Piemme I Vortici 2017, 167 p., euro 12 [secondo la quarta di copertina è disponible anche la versione ebook, a oggi non rintracciata on line… magari tra un po’?]

Per sempre o per molto molto tempo

28 Ago

Anche quando si cerca di evitare di incasellare un libro dentro specifiche categorie, ci sono comunque casi in cui è impossibile non farlo. Indubbiamente questo è un romanzo che parla di affido e adozione e della difficoltà di trovare un senso alla parola famiglia, ma anche alla propria nascita se non si hanno ricordi specifici al di là di poche immagini confuse. È anche un romanzo su una ragazzina che non riesce ad esprimersi come vorrebbe, che è bravissima con la matematica e con il conforto dei numeri e dei risultati esatti e che è convinta di non essere nata. Ecco, voi lettori invece prendetelo come un viaggio.

I viaggiatori sono Flora e Julian, sorella e fratello separati da un solo anno di età, che – dopo anni passati tra diverse famiglie affidatarie – sono stati adottati da Emily e vivono in una casa dove l’amore di una mamma sarà “per sempre”. Eppure Flora non riesce a dire quello che prova e Julian nasconde ancora cibo nell’armadio e insieme continuano a pensare a nuove teorie che spieghino la loro venuta al mondo. Queste teorie sono una parte molto bella e poetica del romanzo; i tentativi di spiegare che non sono stati partoriti (non hanno ricordi e non ci sono fotografie di loro neonati) danno vita a suggestioni incredibili, come l’idea di essere spuntati dall’orizzonte e o di venire dai granchi e quindi di essere fatti di sostanza buona però protetta da un guscio: bisogna faticare un po’ per raggiungerla!

Poi c’è il viaggio: quando vengono a sapere che arriverà in famiglia un nuovo bambino e quando Elena, la figlia del loro papà, comincia a marcare la differenza definendosi “sorellastra”, Flora e Julian partono insieme ad Emily per una vacanza nel Maryland in cui, in realtà, si metteranno sulle tracce delle case e della famiglie che li hanno sopitati. Daranno così un motivo a certi loro comportamenti di oggi, riusciranno a rievocare nuovi ricordi, a scoprire come sono andate le cose e a costruire la loro storia e il loro concetto di famiglia.

Il sito dell’autrice. L’illustrazione di copertina è di Jay Fleck.

Caela Carter, Per sempre o per molto, molto tempo (trad di Simona Mambrini), Mondadori 2017, 332 p., euro 17, ebook euro 8,99

Papà sta sulla torre

7 Ago

Il romanzo racconta in prima persona la storia del dodicenne Nino e della sua famiglia, segnata dalla crisi e dalla chiusura della fabbrica in cui il padre lavora. Sindacalista tosto, detto non per niente “Testadipietra”, sale sulla vecchia ciminiera del paese e ci rimane per quasi un mese, come forma di protesta. Intanto Nino si imbarca in un’avventura astrusa, guidato dal suo migliore amico Goffy, che legge l’impossibile e sostiene di aver ricevuto un messaggio dagli alieni che porteranno pace, lavoro e libertà. La riparazione di una vecchia barca e la navigazione verso il famigerato Petrolchimico, stabilimento abbandonato da anni e colpevole insieme ad altre fabbriche dell’inquinamento del fiume, è un viaggio in qualche modo iniziatico alla vita, alle cose che si possono cambiare e quel che capita, alle storie degli altri, alle risposte che bisogna andarsi a prendere. Sulla barca con loro c’è Cassandra Vu che a scuola è famosa per nascondersi dietro la cortina dei capelli scuri, come forma di isolamento dal mondo.

A colpire di questo romanzo, al di là e forse anche prima della trama (che qualcuno a tratti potrebbe tacciare di steoritipizzazione), è il ritmo narrativo che lo rende pressoché perfetto per la lettura ad alta voce. La voce di Nino, che parla al lettore, lo avvolge, lo rende presente all’azione, lo fa partecipe degli incontri e dell’avventura. E gli racconta storie nella storia: la bella figura di Anselmo il Pazzo, la confessione di Cassandra sulle sue origini, le spiegazioni di Goffy che attinge ai libri e ai film che conosce. Insomma, vi verrà davvero voglia di leggerlo a qualcuno.

Francesco D’Adamo, Papà sta sulla torre, Giunti 2017, 169 p., euro 14, ebook euro 8,99