Tag Archives: famiglia

Mosquitoland

28 Giu

Perfetta come road movie (del resto, diritti già opzionati da Broad Green Pictures), ecco l’avventura di Mim, sedici anni, appena trasferita da Cleveland a Jackson, nel Mississipi, al seguito di padre e matrigna. I cambiamenti nella sua vita sono stati tanto repentini che davvero non riesce ad abituarsi, tanto più che la madre è rimasta a Cleveland, che da un po’ di tempo non riesce a sentirla e che mancano quattro giorni al Labour Day, che loro due han sempre festeggiato insieme. Allora Mim parte: 1524 da percorre in pullman e il suo viaggio ricorda quello del buffo Testa di melone dell’omonimo romanzo Mondadori di Michael de Guzman, un susseguirsi di incontri, spaccato della nazione e dell’umanità, ma anche di quel che non ti aspetti: la persona con cui – per un breve tratto purtroppo – Mim lega di più è Arlene, un’anziana signora che sa osservare molto bene ed essere nel contempo rispettosa e d’aiuto verso la compagna di viaggio. Tra gente assurda e oscura e nuovi amici bizzarri e presto indispensabili, Mim si avvicina alla meta tra peripezie e intoppi vari.

Tutto quel che succede è ben delineato sulla pagina grazie anche all’irresistibile modo di esprimersi che Arnold regala alla sua eroina, a tratti davvero esilarante e anche autoironica (scommetto che riderete soddisfatti in certi passaggi), che racconta, scrive un diario/resoconto per una certa Isabel la cui identità sarà nota solo alla fine, ma anche la capacità di astrarsi e di osservarsi e descriversi dall’esterno.  Mim dispiega così la sua vita complicata, la sua famiglia con segreti e tragedie, gli incontri casuali e non banali, la scoperta che le cose possono essere interpretate davvero male dando vita a una serie di equivoci non da poco. E poi ci sono Walt, con la sua purezza, e Beck, di cui Mim si innamora senza se e senza ma, che conosce il valore del tempo e il valore di chi gli sta davanti. Saggio, Beck, E saggia anche Mi, che mostra entrambi i medi al medico, che sa che scrivere è meglio che arrendersi alla follia del mondo, che sa quanto valgono la sincerità, la gentilezza e le sorprese. E che augura cose tipo: “Sii una ragazza di speranza e di argomenti importanti”.

David Arnold, Mosquitoland (trad. di Marco Drago), Rizzoli 2018, 416 p., euro 18, ebook euro 9,99

Annunci

L’alba sarà grandiosa

20 Giu

Ho letto questo libro alla fine della scorsa estate, in francese, in una notte di quelle perfette per ascoltare storie. Perfetta per questa saga famigliare il cui racconto dura appunto il tempo di una notte, in cui le ore sono il tempo intimo e condiviso di una madre e di sua figlia, a fare i conti con la realtà taciuta, con i segreti covati per anni.

Tra poco sarà fine giugno, proprio come si dice nelle prime righe del romanzo e all’ora del tramonto, su un altopiano della Creuze, un’auto forse imboccherà il sentiero laterale del bosco, scendendo verso un lago. Quando questo succede, tra le pagine dell’ultimo libro di Anne-Laure Bondoux, nell’auto c’è la sedicenne Nine, arrabbiatissima con la madre alla guida: era proprio la sera del concerto di fine scuola, e ci sarebbero stati tutti, amici e compagni. Eppure la madre l’ha caricata in auto e adesso eccole in una casa di legno vicino a un lago, nascosta tra gli alberi, quasi invisibile. Anche se la ragazza non l’ho sa ancora, stanno andando incontro al tempo di un’attesa, alle ore che le porteranno verso l’arrivo degli ospiti. E cosa c’è di meglio nell’attesa che raccontare una storia? Quella però che Titania, scrittrice di successo, srotola sotto gli occhi della figlia non è qualunque, bensì la sua, di sua madre e dei due fratelli di cui chiunque la conosca ignora l’esistenza. Dopo tanti anni, è arrivata l’ora della verità e il tempo in cui tornare a essere se stessi, in cui si possono posare travestimenti che negli anni hanno protetto nuove vite. Titania Karelman in realtà ha un nome italiano, due fratelli gemelli, un padre italiano di cui si evocano i legami col terrorismo degli anni Settanta e una madre tanto forte da scombinare le carte del destino e assegnare nuovi nomi, modi e mondi ai figli pur di salvarli. Per il segreto taciuto, Titania Karelman continua a leggere con avidità le pagine degli annunci e si diverte a mettere in bocca la parola “capanna” a un personaggio di ogni libro che scrive.

Bondoux costruisce un’epica famigliare dai toni quasi fantastici, dove ogni particolare è esatto nell’ingranaggio generale del racconto. Ne nasce un romanzo che segue, per certi versi, i toni del precedente Finché siamo vivi: una riflessione sulla vita, uno sguardo sulle persone e sul modo di relazionarsi, qui in particolare sul rapporto tra adulti e ragazzi, sui meccanismi della famiglia, sul crescere. Anche se c’è lo sguardo di Nine che, catturata dal racconto, diventa sempre più desiderosa di sapere la verità, il punto di vista è comunque quello di sua madre che non solo narra, ma nel narrare mette le proprie riflessioni e il proprio sguardo su se stessa bambina e adolescente. Pertanto, questo è un libro da lettori della scuola secondaria di secondo grado e da adulti che senza dubbio apprezzeranno la bellezza della scrittura e il suo dire la vita.

Anne-Laure Bondoux, L’alba sarà grandiosa (trad. di Francesca Capelli), San Paolo, 274 p., euro 18

Un viaggio chiamato casa

16 Giu

Chi ha apprezzato La casa dei cani fantasmi ritroverà anche in questo romanzo la bella scrittura di Allan Stratton, questa volta alle prese con un romanzo dal respiro famigliare. Zoe vive a Shepton, Ontario, in una casa che ospita il salone da parrucchiere della madre, ed  in costante contrasto con i genitori. Viene costantemente punita per dei guai provocati in realtà dalla tirannica cugina Madi, agli occhi di tutti ragazza perfetta, che invece si diverte a prendere in giro la cugina, fino ad arrivare a ben di peggio. Zoe è infatti considerata da molti a scuola una sfigata, vive nei quartieri periferici e i genitori fanno costanti confronti con la famiglia benestante degli zii. Per di più la nonna materna è fonte di costante imbarazzo: vive in una grande casa di famiglia, dove accumula rifiuti e sporcizia, sta perdendo la memoria, non si lava mai e ha il frigorifero pieno di cibo marcio. Ma è lei l’unica consolazione di Zoe: dalla nonna si sente capita, con lei condivide i ricordi e una certa visione del mondo, da lei si sente a casa.

Quando i genitori decidono di mettere l’anziana in una casa di riposo succede l’irreparabile: la memoria della nonna peggiora, Zoe è la sua unica ancora e nei discorsi torna sempre più frequentemente lo zio Teddy, fratello maggiore del padre, morto molti anni prima. Zoe scoprirà in realtà che lo zio non è morto, ma scomparso dalla vita della famiglia, che abita a Toronto e, come si capisce da vecchie lettere, non parla alla nonna da molto tempo. Eppure pare lui ‘unica possibilità della ragazza di condividere con altri la preoccupazione della nonna. Così decide di andarlo a cercare.

Anche se la fuga con l’anziana è cosa già vista in altri romanzi per ragazzi, qui tutto (anche l’episodio di bullismo, anche gli incontri fatti durante il viaggio, anche la sorpresa inaspettata a cui Zoe si trova davanti) ha il pregio di non essere ridondante o esagerato. Sarà la bella scrittura, ma le cose non stonano, finale compreso. Che ovviamente è roseo, ma non rosa, come sovente la vita.

Allan Stratton, Un viaggio chiamato casa (trad. di Anna Carbone), Mondadori 2018, 273 p., euro 17, ebook euro 8,99

Olla scappa di casa

20 Mar

Abbiamo un debole per le protagoniste ragazzine, scanzonate e disarmanti che dicono le cose come stanno e, mentre ti fanno ridere da morire, ti svolgono davanti agli occhi la vita tutta intera. A Ida B., Lena, Penelope Pepperwood, Polleke, Olivia e tutta la banda vanno ad aggiungersi adesso due tipe niente male che – guarda caso – vengono pure loro dal Nord Europa. Non è mica un caso, in realtà, ma una semplice conferma di come gli autori nordici sappiano andare spesso dritti al punto, con la giusta ironia e con quel pizzico di poesia che sta negli occhi e nelle definizioni dei più piccoli. Inguun Thon costruisce una narrazione in cui il lettore sa benissimo cosa sta succedendo, capisce i meccanismi delle situazioni e le ragioni dei grandi, ma in cui il punto di vista è sempre e comunque quello della protagonista: la rabbia, le reazioni improvvise, la spensieratezza e la paura, tutto è visto ad altezza di Olla, dieci anni.

Olla è un’inventrice, sa creare un congegno spazzola-denti partendo da un frullino ed è la felice proprietaria di un ombrello luminoso, utilissimo per leggere la notte sotto le coperte. Vive con la sua mamma, il fratellino di cinque mesi (troppo piccolo per essere una persona intera) e il padre di quest’ultimo, che lei reputa noioso e ficcanaso. Soprattutto Olla ha un’amica del cuore con cui è cresciuta, l’impareggiabile Grego, coraggiosissima e sempre pronta all’avventura, mentre lei non riesce manco a dormire con la porta chiusa. Nello spazio di qualche mese, il romanzo racconta le loro peripezie: sfidando un divieto, scoprono nel bosco una casa abitata da una donna bizzarra che passa il tempo a raccogliere la posta che non arriva a destinazione e a catalogarla. Tra quei faldoni pieni di storie, Olla scopre delle cartoline destinate a lei: le ha scritte il padre, mai conosciuto e di cui nessuno parla, e vengono da ogni angolo del mondo. E visto che a casa si sente esclusa, che la sua mamma non è più tutta per lei, che fervono i preparativi di un matrimonio, la ragazzina si mette in testa di raggiungere il babbo e di abbandonare tutti quelli che non si interessano più a lei, amica compresa.

Come già dicevamo, la narrazione scorre veloce con picchi esilaranti che vi faranno ridere e ridere ancora, a volte un po’ amaramente, a volte di cuore. Olla e Grego sono personaggi a cui ci si affeziona, anche perché le loro avventure sono talmente inserite nella quotidianità che sembra siano giusto lì, nel giardino accanto, o che sfreccino fuori dalla porta sul loro trabiccolo.

Inguun Thon, Olla scappa di casa (trad. di Alice Tonzig), Feltrinelli kids 2018, 192 p., euro 13, ebook euro 8,99

La giovane scrittrice, la star e l’assassino

7 Mar

Chély Campyon odia talmente il suo nome da volerlo cambiare: risponde solo se la si interpella come Cheyenne, il nuovo nome che ha scelto dalla passione per gli Indiani d’America. Ha quindici anni, ha dipinto di nero i muri della sua stanza , ha ucciso il suo coniglio per mancanza di cure, si abbuffa in continuazione a dispetto di una madre che la vorrebbe magra e salutista, non uscirebbe mai di casa. Insomma, come dice lei stessa, una ragazza “inadeguata alla vita”. Certamente diversa dalle aspettative dei genitori, certo lontana dalle idee chiare sul futuro dei due fratelli. E soprattutto decisa a farla finita. Per mettere in atto il suo piano, è riuscita ad ottenere di rimanere a Parigi da sola, mentre la famiglia parte in vacanza. E come primo gesto ha appeso una corda in centro al soffitto della sua stanza e preparato il cappio. Poi ha cominciato a ingozzarsi di cibi-schifezza, a ignorare le telefonate della madre, a spiare le finestre di fronte.

È agosto, la città è vuota nel grande caldo, in tv si parla del cadavere di un bambino di dieci anni in un bosco fuori città, nelle cui tasche è stata trovata la foto di una nota attrice, come recita il verbale di polizia che apre il romanzo. L’attrice è l’inquilina fantasma dell’alloggio di fronte e nel suo giardino Cheyenne ha visto un uomo seppellire un cadavere. L’uomo, un ragazzo poco più grande di lei in realtà, segnato dalla zoppia e dalle ferite di una vita travagliata, è il custode della casa della star che ad un certo punto nota quella ragazza trascurata che spia dai vetri oltre il cortile. Ce n’è di che costruire un poliziesco; Caroline Solé, autrice apprezzata dagli adolescenti francesi, tesse più che altro un intreccio psicologico intorno all’incrociarsi dei destini di tre ragazzi in realtà estranei ai fatti di cronaca, dando voce a chi vive e/o si sente ai margini, a chi riconosce nell’altro le proprie stesse ferite o certe fragilità, a chi si sente fatto della stessa stoffa, costruito dello stesso legno “che ha preso umidità, che si è crepato, che rifiuta di esser buttato nel fuoco”.

Caroline Solé, La giovane scrittrice, la star, e l’assassino (trad. di Lodovica Cima), Pelledoca 2018, 144 p., euro 15

Come ho scritto un libro per caso

2 Mar

Che bello questo romanzo. Lo leggi veloce fino in fondo, la senti davvero vicina la protagonista che ti racconta i suoi giorni e pensi che ti avrebbe fatto felice quando eri una lettrice dodicenne e ti fa felice anche adesso. Ha una facilità di scrittura rara che, sostenuta dalla traduzione, regala al lettore una protagonista amica, che va aggiungersi alla schiera di ragazzine della letteratura che restano care e sulla cui storia il lettore tornerà, anche a distanza di tempo.

Katinka ha tredici anni e vorrebbe scrivere un libr0: da sempre le viene naturale costruire una storia intorno a quel che le succede, cambiarne magari il finale rispetto alla realtà e per un po’ di tempo ha inventato storie per il fratello minore. Chiede aiuto alla dirimpettaia, disordinata creatura che cura un magnifico giardino e che nasconde il suo regno di libri nel capanno in fondo al prato: è una scrittrice famosa, di quelle che ricevono premi e tengono corsi di scrittura per adulti e, nonostante la ragazzina si aspetti il contrario, accetta di darle consigli e correzioni in cambio dell’aiuto con piante e fiori. Quel che il lettore legge è il quotidiano di Katinka e in particolare la sua vicenda famigliare (la madre è morta quando lei aveva tre anni e rimane il nodo da sciogliere nella sua vita) attraverso però i compiti che Lidwien le assegna. Sono i fogli che la ragazza scrive e la scrittrice corregge e dentro ci sono i suggerimenti, le riflessioni sulla scrittura e sugli scrittori, sull’osservare quel che c’è dietro le cose, sul copiare da quelli bravi, sul mostrare e non raccontare, sul non farsi abbattere dai dubbi, sull’imprimere accelerazioni o usare una certa prospettiva.

Così Katinka media le proprie sensazioni e i propri sentimenti attraverso la scrittura, che le permette di affrontare alcuni nodi, di tirar fuori quello che le gira dentro, di essere sulla carta diretta come vorrebbe essere sempre nella vita.

Lei è accompagnata nel suo percorso di scrittura, che poi è un percorso di crescita e di cambiamento, da due personaggi che paiono straordinari anche ai suoi occhi, ma per la semplice ragione che sono se stessi e che trattano lei e altri aspetti della vita (non ultimo l’essere orfana, stato di fronte a cui molti si scusano) con la bella normalità con cui si prendono le cose della vita. Lidwien e Dirkje sono due che vorremo incontrare: non si spaventano, non fanno tragedie, sorvolano a volte su cose a cui altri danno inutilmente importanza; sono sventate, ma in realtà molto attente, sono scompigliate, vagano tra fiori o in bicicletta con qualunque tempo, sono in qualche modo piene di grazia e danno un tocco in più alla storia. Che a tratti è anche molto divertente e insieme molto seria, come può essere giustamente l’osservazione attenta delle dinamiche del mondo e degli umani.

La copertina è di Marta Pantaleo. Ecco invece il sito dell’autrice.

Annet Huizing, Come ho scritto un libro epr caso (trad. di Anna Patrucco Becchi), La Nuova Frontiera junior, 162 p., euro 14,50

Io e te come un romanzo

15 Feb

Bene, adesso che questo romanzo è tra i finalisti dell’edizione 2018 del Premio Mare di Libri, mandiamo on line la recensione. L’ho scritta felice che arrivasse in libreria un nuovo romanzo di Cath Crowley, di cui bisogna invitare i ragazzi a leggere Graffiti Moon, uscito per Mondadori nel 2011 e di una luminosità rara, che si riflette anche in questo libro. Ancora una volta, l’autrice dà prova della sua bravura nello scrivere storie a due voci, riuscendo a far vedere al lettore talvolta la stessa scena da due punti di vista differenti. Nel caso di “Io e te come un romanzo”, poi, l’intreccio di storie si amplifica ulteriormente per la scelta narrativa di ambientare la storia in una libreria dell’usato in cui esiste una sezione detta “la Biblioteca delle lettere”: i libri non sono in vendita, i clienti possono leggerli, sottolineare le parti che ritengono belle, importanti, scrivere note a margine, lasciarci dentro messaggi: ecco allora che i libri diventano anche una sorta di fermo posta tramite cui ci si scambiano lettere.

Proprio una lettera mai letta è all’origine del silenzio che per tre anni ha separato due grandi amici come Henry, figlio del proprietario della libreria, e Rachel, la protagonista che allora si era trasferita lontano con madre e fratello. Rachel torna a vivere in città, tacendo a tutti la morte del fratello e quel che ne è venuto dopo (la bocciatura, la rottura col suo ragazzo, la mancanza di senso di qualunque cosa). Torna leggera, cercando di lasciarsi dietro ogni cosa; in realtà cammina pesante del non detto, di quel che non riesce a rielaborare, del mare che le manca e in cui lei, campionessa di nuoto, non riesce più a entrare perché ci è annegato Cal. Il romanzo parla un capitolo per bocca di Rachel e uno per tramite di Henry, ma dentro ci trovate anche le storie delle loro famiglie, dei loro amici, lo splendido addomesticamento tra George, la sorella minore di Henry, e Martin, il nuovo commesso della libreria. Ci trovate la forza delle parole, di lettere singole o di epistolari nel tempo, di dediche e di discorsi fatti in testa che non si riesce a pronunciare. Ci trovate tante citazioni letterarie e consigli di lettura; una buona trama, credibile e densa; una riflessione veritiera sull’utilità delle parole e sull’importanza del dire.

Ah, il romanzo merita proprio, la copertina è tremenda. La piantate di mandare in libreria romanzi con copertine che pensiate strizzino l’occhio alle adolescenti? L’unico risultato che ottenete è una grafica orribile, una copertina banale visto il tasso di altre simili sugli scaffali delle librerie e pure che i lettori maschi manco ci si avvicinino. Questa è l’originale e valeva un bel po’ di più. Andava bene anche così.

Cath Crowley, Io e te come un romanzo (Valentina Zaffagnini), DeA 2017, 349 p., euro 14,90, ebook euro 6,99

L’isola del muto

29 Gen

Costruire una saga familiare non è sempre semplice; nonostante gli alberi genealogici iniziali di riferimento, non è da tutti mantenere una costruzione che non si incagli sul succedersi degli anni, ma tenga alta la fascinazione narrativa. Sgardoli ci riesce alla grande per almeno tre quarti del suo nuovo romanzo, grazie a una prosa che si presta alla lettura ad alta voce o a essere intesa, nella lettura solitaria, come il racconto che qualcuno sta facendo a te che sfogli le pagine. Ci sono immagini fortemente poetiche e frasi che avvolgono il lettore e lo immergono in un mondo distante, la Norvegia degli ultimi due secoli, di cui il libro ha il privilegio di svelare parti di storia sicuramente sconosciute ai più, come il movimento che appoggia l’indipendenza ideologica della nazione nonostante nell’Ottocento il suo passaggio alla Corona di Svezia e l’occupazione nazista.

Filo che lega il tutto lo scoglio infido e pericoloso che diventerà l’Isola del Muto, dopo la costruzione di un faro affidato alla cura di Arne Bjørneboe, nocchiere ustionato gravemente al volto in una battaglia tra un vascello britannico e una nave della flotta danese-norvegese nel 1812, che sceglie di non parlare più. Il ruolo di guardiano del faro lo salva dall’alcolismo e il matrimonio con l’unica persona che, ancora bambina, ha saputo guardare oltre le cicatrici ne segna la vita, nella felicità come nella durezza che nasce dal dolore. I suoi discendenti ereditano la funzione di guardiano del faro ed è attraverso alcuni di loro che l’autore ricostruisce in grandi capitoli le vicende della famiglia: chi parte, chi torna, chi scopre una famiglia di cui ha solo sentito raccontare, chi sceglie l’isola e chi la subisce. Sono donne e uomini di grande carattere, con aneliti di libertà che possono riflettersi nella natura che li circonda o nel tentativo di esprimersi altrove, nell’infrangere le regole come nel rifarsi a un’antica leggenda che vuole un tesoro nascosto sull’isola. Una storia di scelte e di sguardi, che dice dell’importanza dei nomi, della ricerca di se stessi, di come si ami non per i meriti, ma nonostante le colpe e di come tutto sia più facile di quanto sembri. Verso la fine, sull’isola si tiene una grande riunione di tutti i discendenti di Arne: ognuno citato con consorte e figli, in un intrico di nomi a cui può parere faticoso stare dietro; è probabilmente l’unico punto in cui la narrazione pare cedere, ma il lettore ha già avuto abbastanza storie di singoli per poter andare avanti tra le pagine, sostenuto dalle figure tratteggiate fino a quel punto.

Come già in The Frozen Boy, Sgardoli offre un romanzo che si presta a più piani di lettura e che diviene trasversale rispetto al pubblico di riferimento: ho sempre pensato che la storia del ragazzino riemerso dai ghiacci sotto gli occhi del ricercatore fosse un’ottima narrazione per parlare dell’importanza vitale delle seconde possibilità per chi le sa cogliere; anche qui, tra le righe, si intravede l’occasione per un’importante riflessione sulla vita, come sulla libertà e sul senso che si dà al proprio stare al mondo, adatta a un pubblico adulto che può far tesoro di questa lettura se non passa oltre pensandolo solo per giovani lettori.

L’illustrazione di copertina è di Cecilia Botta. L’autore presenta il suo libro in un video sul canale youtube dell’editore.

Guido Sgardoli, L’isola del muto, San Paolo 2018, 358 p., euro 18

Victoria sogna

2 Nov

Ho incontrato questo libro quando è uscito francese, prima sulla rivista Je Bouquine e poi per Gallimard con le illustrazioni di François Place, immagini di libri coi loro personaggi che si srotolavano sui vari lati della copertina. Ci sono finita dentro per via del suo autore, perché di De Fombelle mi piace la poesia cruda con cui dice i fatti, il modo in cui corrono i personaggi dei suoi libri e il fatto che – anche quando al lettore non sembra o se lo è perso per strada – c’è sempre un motivo ben certo per quella corsa, e un traguardo che merita, anche quando è difficile da dire.

In questo romanzo c’è Victoria, che sogna una vita folle, piena di avventure, una vita più grande di lei. Una vita certo ben diversa da quella del paesino in cui frequenta scuola media e biblioteca e in cui non capita mai nulla, un po’ come nella sua famiglia, dove gli unici sussulti possono essere le lamentazioni della sorella persino quando è via in gita scolastica e l’euforia del padre per la nuova produzione di paté in tubetto nella sua ditta. Victoria sogna nutrendosi di libri, tenendoci il naso dentro, tenendo alto il filo di quelle avventure persino quando non le legge: mica a caso la mensola carica di libri che corre sulle pareti della stanza viene da lei stessa definita “l’orizzonte”, come se solo quello fosse possibile, quello delle vite che stanno tra le pagine. Ma improvvisamente i libri cominciano a sparire, come i tre pellerossa e c’è un cowboy in auto col padre. E il piccolo Jo, che salta da una classe all’altra tanto è intelligente, dice di saperne qualcosa, di avere degli indizi. E allora via, sulle tracce di una storia, questa volta molto più reale e vicina: ha a che fare con suo padre, con gli strani vestiti che indossa di nascosto, con quel che si fa fatica a dire, con la realtà dei giorni di crisi e con la possibilità forse di aggiustare tutto, grazie alle storie, quelle – come dice la protagonista a Jo – “che ci sono tra di noi”.

Per l’edizione italiana, Terre di Mezzo ha scelto un formato con un po’ più di respiro rispetto all’originale, copertina rigida, e ha affidato le illustrazioni a Mariachiara Di Giorgio che ci ha messo la leggerezza degli acquarelli e certi blu e tocchi di rosso che ti portano dritto al fianco di Victoria.

Quando leggo un libro in originale e mi permetto di sognarlo in italiano perché merita, allora aspetto e mi immagino come sarà. Ecco, a questo giro, per questo arrivo e questa riuscita, dico grazie a chi ha lavorato perché fosse così.

Timothée de Fombelle e Mariachiara Di Giorgio incontreranno i lettori a Milano, nell’ambito di Bookcity sabato 18 novembre prossimo in un incontro dal titolo Tra sogno e avventura.

Timothée de Fombelle – ill. Mariachiara Di Giorgio, Victoria sogna (trad. di Maria Bastanzetti), Terre di Mezzo 2017, 103 p., euro 12,90

Fantasmi

31 Ott

Raina Talgemeier ha la capacità di saper sempre prendere spunto da vicende familiari o comunque a lei vicine e di farne storie a fumetti universali che parlano di legami. In questo caso torna ancora una volta sul legame tra sorelle, sulla condivisione e sulla gelosia, sul desiderio di chi è grande di proteggere, ma anche di avere uno spazio tutto proprio, specie se si ha a che fare con una sorella la cui malattia prende tanto posto nelle decisioni e nel tempo famigliare. I genitori di Cat infatti decidono di trasferirsi nella nebbiosa Bahía de Luna perché è vicina al mare e ventosa: un clima ideale per i problemi respiratori di Maya, nata con la fibrosi cistica. La sorellina minore  però anche un vortice irrefrenabile di voglia di fare e di scoprire, si entusiasma facilmente e non perde l’occasione per gettarsi in nuove avventura, anche se potrebbero essere pericolose. Così non perde tempo a stringere amicizia con il figlio dei vicini di casa e a trascinare la sorella nel tour dei fantasmi e nella tradizionale festa notturna per il Día de los Muertos, che permette al lettore di ripercorrere la tradizione messicana con personaggi come la Catrina, di immergersi nell’atmosfera allegra che festeggia i defunti, in una notte magica dove vivi e fantasmi ballando e cantano insieme.

Questo fumetto raccoglie una sottile e profonda riflessione sulla morte, quella all’ordine del giorno, quella che persone come Maya citano normalmente e a cui pensano con una naturalezza quotidiana che imbarazza i più. Ed è una bella riflessione sull’arte del saper respirare: se Maya conosce il valore dell’inspirare ed espirare, se i fantasmi hanno bisogni di un po’ di respiro bambino per sentirsi in forze, Cat ha un sacco di paure che le bloccano l’aria nei polmoni e la fanno sentire insicura. Dovrà imparare invece a godersela un po’ e basta.

L’autrice sarà ospite d’onore al Lucca Comic & Games, dal 1° al 5 novembre, dove le sarà dedicata anche una mostra, la sua prima personale in Italia.

Raina Telgemeier, Fantasmi (trad. di Laura Bortoluzzi), Il Castoro 2017, 239 p., euro 15,50