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Al sole come i gatti

22 lug

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Il fumetto di Marta Baroni è una guida alla città eterna, alla città amata attraverso i propri luoghi del cuore e i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza.

Il racconto della città prende il via dall’allontanamento dell’autrice da Roma per trasferirsi a vivere altrove e già nelle prime paginebaroni20 viene esplicitato l’intento e il punto di vista dell’autrice che ricorda di come fin da piccola sia stata una fiera cittadina romana ;-). Le vicende personali si intrecciano ai luoghi e questi hanno storie da raccontare .

Inizia così una carrellata dei quartieri e dei luoghi più cari, partendo da Garbatella fino alla Via Prenestina, passando per San Paolo, San Lorenzo, il Pigneto, Rione Monti e Trastevere, soffermandosi sulle particolarità, sulle storie e sulle leggende dei quartieri, raccontando spazi che solo chi ha vissuto a Roma o ha amicizie romane può conoscere (il CSOA La Strada, il Bar San Callisto solo per citarne alcuni). In questo senso è una guida, alternativa e assolutamente non turistica, alla romanità. Con tutti i vezzi e le peculiarità tipiche di chi è nato e cresciuto nella capitale (come il non uscire dal proprio quartiere fin dopo la maggior età :-) ) e con le indicazioni per scoprire davvero le anime di questa bellissima e contraddittoria città.

E’ un racconto solare e innamorato, che vi guiderà alla scoperta di una Roma poco conosciuta, ma autentica e molto viva.

Il sito di Marta Baroni.

Marta Baroni, Al sole come i gatti, Bao Publishing 2015, pp. 152 , €15

La cena del cuore

6 lug

la cena del cuore

La casa editrice palermitana rueBallu ci ha abituato a libri belli perché non c’è altro aggettivo per descrivere i libri della collana “Jeunesse ottopiù” che raccontano ai ragazzi le vite di grandi personaggi attraverso una qualità non solo di testo e di immagini, ma anche di fattura, scelta della carta, impaginazione, chiusura con elastico come un taccuino in cui conservare memorie, ritagli, pensieri importanti. Nel caso di questa ultima uscita inoltre Beatrice Masini riesce a costruire un testo che – poetico anch’esso – cuce i versi di Emily Dickinson alla sua vita, senza mai strafare, senza giudicare, facendosi nido in cui il lettore può immaginare ed evocare proprio come la casa di Amherst lo fu per la scrittrice.

Non è semplice cucire informazioni biografiche alla suggestione dei testi, ma in questo caso possiamo dire che il risultato è vincente: potete dare in mano il libro anche a chi di Emily Dickinson non sa nulla e nulla ha mai letto e qui potrà trovare informazioni e suggerimenti in forma di narrazione sospesa e insieme avvolgente come se la poesia narrativa si fondesse coi versi a fare un regalo al lettore. A ciò contribuisce di certo anche la perfetta armonia col testo delle illustrazioni di Pia Valentinis che fanno di questo testo – forse anche per il rimando a un taccuino chiuso – quasi un erbario dove a rimanere pressati e custoditi tra i fogli sono i fiori del pensiero della poetessa e l’incanto che può generare il raccontarla attraverso alcune parole che, in brevi capitoli, sottolineano i momenti, le scelte, la personalità. Ci sono successo, amore, morte, ma anche parole molto concrete, come fiori appunto, pietre, cani, il bianco degli abiti. Emily si fa vicina al lettore, svela pieghe altre del suo carattere e dei suoi modi rispetto a quel che di conciso e quasi banale siamo abituati a leggere sommariamente su di lei, invitando chi legge a sedere alla sua tavola, per quella “cena del cuore” che il titolo riprende dai suoi scritti.

Non ci può forse essere migliore invito a conoscere qualcuno (e la sua poesia, e la sua storia in questo caso) che anticiparne l’arrivo raccontandolo con passione discreta, suscitando in chi ascolta la voglia di sedercisi accanto, di sentirne la voce, di vederlo apparire in fondo al vialetto o in controluce mentre entra in casa dal giardino. Masini e Valentinis apparecchiano per il lettore una tavola elegante e discreta, tessono trame di stupore con la capacità poi di mettersi a lato per lasciare ad Emily e alla poesia il posto di capotavola, da cui guardare il mondo e fare al mondo – a loro modo – luce.

Il sito dell’illustratrice.

Beatrice Masini – ill. Pia Valentinis, La cena del cuore. Tredici parole per Emily Dickinson, rueBallu 2015, 108 p., euro 19

Fai finta che io non ci sia

18 giu

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C’è un ingrediente magnetico, quasi ipnotico, nella storia di Mila che non ti lascia abbandonare le pagine fino a che non sei arrivato all’ultima, cercando di comprendere cosa ci sia alla base della scomparsa dell’amico di famiglia, aspettandoti forse chissà che e ritrovandoti a pensare all’umanità, complessa e insieme semplicemente imperfetta.

Mila ha dodici anni, lo stesso nome di un cane di famiglia e del terrier ha anche il fiuto e la determinazione; si ritiene davvero in gamba nel risolvere enigmi, nel dedurre, nel tracciare linee tra gli indizi e anche nell’aver cura di suo padre, con cui sale su un aereo che da Londra la porta negli Stati Uniti per trascorrere le vacanze di Pasqua con la famiglia del miglior amico del padre. Pochi giorni prima della partenza, però, la moglie di Matthew avvisa della sua scomparsa. Mila e Gil partono comunque, spinti in qualche modo dalla sensazione che lo ritroveranno, che non si può sparire così proprio quando sai che arriva qualcuno importante per te. Eppure Mila si trova di fronte a un vuoto che si percepisce in casa, nel muoversi di un cane e di un bambino, ed è un vuoto voluto, di un uomo che scrive in un messaggio, come unica traccia, di non essere da nessuna parte.

Il viaggio verso una casa che Matthew possiede nei boschi del nord diventa un immergersi nella natura, nella bufera di neve di aprile, ma anche nel passato: inattesi incontri, svelamenti su episodi che hanno segnato ciascuno e occhi nuovi con cui guardare la situazione e gli adulti che la circondano. Insieme Mila parla di sé, della fatica di crescere, dell’amicizia con Catlin così forte in passato così in bilico ora, della sua famiglia, di quell’intreccio di affetti dove si è comunque in tre, anche quando non si è tutti insieme, e delle famiglie degli altri. Trovando sempre nuovi angoli nascosti, nuove rivelazioni, nuove cose, proprio come esplicita: Stiamo cercando Matthew, ma continuiamo a trovare altre cose.

È un flusso continuo quello che l’autrice (complice anche una superba traduzione) offre al lettore: Mila parla in prima persona e inanella i suoi pensieri e i dialoghi con chi la circonda spesso senza segni che li identifichino immediatamente come tali, creando un attimo di spaesamento a cui poi ci si abitua, prendendo il ritmo della narrazione e accordando il proprio passo a quello della dodicenne. Oltre tutti gli altri argomenti sfiorati tra le pagine, il romanzo offre una fantastica riflessione sulla lingua e sull’arte del tradurre: Gil, il padre della protagonista, è infatti un traduttore dal portoghese all’inglese e spesso la figlia (di cui tutti negli States amano l’accento e lei non capisce il motivo) inserisce dei passaggi in cui riflette sulle lingue, sulle persone che non hanno una madrelingua, arrivando a porre in parallelo quel che sta vivendo. Rendendosi conto che il padre sa più di quello che dice, Mila vorrebbe che le traducesse la storia di Matthew e delle persone che hanno incontrato, scritta in una lingua che lei non capisce, ben sapendo che la situazione più faticosa di tutte è quella in cui la storia viene da un posto in cui il traduttore – per quanto si sforzi di camminare accanto all’autore – non riesce ad andare.

Qualche giorno fa vi dicevo della miglior lettura dell’anno fino ad ora; ecco, questo romanzo le si siede subito vicino e sgomitano, quanto sgomitano. La poesia racchiusa nel modo in cui Meg Rosoff dà voce a Mila è penso senza pari.

Il sito dell’autrice.

Meg Rosoff, Fai finta che io non ci sia (trad. di Stefania Di Mella), Rizzoli 2015, 250 p., euro 15, ebook euro 6,99

Raccontami di un giorno perfetto

4 giu

niven“Ecco, è profondo”, dice una giovane lettrice di questo romanzo e io penso che la profondità che lei evoca non è soltanto quella dei concetti e dei sentimenti espressi dai protagonisti della storia scritta da Jennifer Niven, ma anche la profondità fisica di un sacco in cui ci possono stare tante cose, tante sfumature, tanti rimandi come quelli che si ritrovano tra queste pagine. Comincio col dirvi che da questo luminoso libro è impossibile staccarsi, te lo porti dietro anche quando volti l’ultima pagina ed è probabilmente dai tempi di “Cercando Alaska” di Green che non leggevo un condensato di temi forti, scritto in maniera così vera e lieve da far tremare e far sentire l’onestà di chi scrive, per di più regalando ironia e facilità di lettura alle voci narranti che si alternano capitolo dopo capitolo.

Comincia tutto su un cornicione: quello su cui si ritrovano Theodore Finch, il matto della scuola, e Violet Markey, una delle allieve più popolari. Violet è l’inaspettato: alzare gli occhi e trovarsela davanti cambia immediatamente ogni prospettiva per Finch, abituato ad essere lui quello che scompagina le situazioni e crea l’imprevisto. Un segreto li lega quando tornano coi piedi a terra: Theo ha salvato Violet dal buttarsi di sotto, ma tutti credono l’esatto opposto e il ragazzo finisce per l’ennesima volta dal consulente scolastico, osservato speciale per i suoi pensieri di morte, le sue tante assenze da scuola. Nulla però riesce a dissuaderlo dal serrare Violet in una morsa che la riveli per quella che è veramente, oltre i brutti occhiali che si costringe ad indossare, oltre le circostanze attenuanti di cui si fregia a distanza di un anno dall’incidente in cui la sorella ha perso la vita mentre lei si è salvata.  Finch incastra Violet con un progetto scolastico che prevede la ricerca di tre meraviglie dell’Indiana, lo stato in cui vivono; le peregrinazioni dei due ragazzi toccheranno ben più di tre luoghi strampalati e meravigliosi, in un percorso alla scoperta dell’altro, in cui intuirsi, svelarsi, innamorarsi, cercare di comprendere anche quello che è difficile accettare.

Questo libro mescola temi come il suicidio, la violenza tra le mura di casa, i rapporti familiari e quelli tra amici e compagni di scuola, la malattia mentale e i disturbi come il bipolarismo, la riflessione sull’apparenza e sulla facilità di etichettare, il silenzio che annienta, la fatica di superare un dolore e di vivere da sopravvissuti. Lo fa con una grazia particolare: quella del considerare i lettori per cui è scritto degli interlocutori reali e di consegnare loro uno spaccato di vita in tutte le sue sfaccettature, quelle più leggere e quelle più taglienti. Leggendo ho pensato alla mia classe di liceo, al Theodore Finch che ha illuminato i nostri giorni, al silenzio assurdo degli adulti quando abbiamo trovato il suo banco vuoto, quasi che “se non si dice e non si vede, non esiste”. Ho pensato a cosa avrebbe significato poter leggere e condividere una storia come questa, potersi sentire meno soli grazie alle pagine di un libro e magari poterlo offrire in lettura proprio a quegli adulti che non avevano parole – né giuste né sbagliate – per dire.

Non può mancare questo libro nello scaffale giovani adulti della biblioteca, non può mancare nei percorsi e nei suggerimenti di lettura. Poi arriverà il film, già in lavorazione, e i ragazzi correranno a cercarlo; voi portatevi avanti perché merita. Punto e basta.

Il sito dell’autrice che in marzo ha incontrato i suoi lettori alla Biblioteca dei Ragazzi di Rozzano. On line potete ritrovare i blog ispirati a quelli di cui si parla nel libro: eleanorandviolet, che le due sorelle scrivevano insieme, e Germ, ispirato alle categorie scelte da Violet quando ricomincia a postare coinvolgendo altri compagni di scuola. Ecco l’ideale muro pieno di post-it di Finch. Sulla pagina dedicata sul sito dell’autrice potete trovare altre risorse tra cui le playslist dei protagonisti e guardate com’era aderente alla storia la copertina dell’edizione originale…

Jennifer Niven, Raccontami di un giorno perfetto (trad. di Simona Mambrini), De Agostini 2015, 400 p., euro 14,90, ebook euro 6,99

Il ritmo dell’estate

29 mag

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Di buoni libri sul viaggio e sull’estate ne sono arrivati in libreria e in biblioteca o negli ultimi anni abbastanza per costruire un percorso a tema, con una base musicale visto che la maggior parte di questi romanzi è accompagnato da playlist e riferimenti a fare da colonna sonora agli spostamenti dei protagonisti. Eccone un altro che va ad arricchire le buone narrazioni da proporre ai ragazzi e che corre lungo un’intera settimana in cui Colby guida un vecchio pulmino Wolkswagen accompagnando tre amiche nel tour del loro gruppo rock. Il progetto non è solo quello del primo tour delle DisinCanto, ma anche quello di percorrere la mitica Highway 101 da San Francisco a Portland, dove Meg rimarrà per frequentare il college. Colby e Bev, la sua migliore amica da sempre, la ragazza di cui tutto sa e di cui è follemente innamorato, invece partiranno per un anno sabbatico in Europa, cominciando da Parigi dove la madre del ragazzo si è trasferita da alcuni mesi.  Per loro è la realizzazione di un sogno preparato da tempo, inseguito guardando film e scegliendo tappe, a cui manca solo il biglietto per la partenza.

In realtà il viaggio di Colby si trasforma ben presto in una sorta di incubo: Bev confessa a fatica che non partirà con lui, anzi è stata ammessa in una prestigiosa scuola d’arte, e che mai ha pensato davvero di farlo mentre negli ultimi mesi mettevano a punto ogni dettaglio e intanto non riesce a spiegare il motivo della sua scelta. Colby è sull’orlo della disperazione: si sente tradito dalla persona con cui ha sempre condiviso tutto e si trova ad essere l’uni a non avere un programma per i mesi successivi, non avendo fatto domanda di ammissione a nessun college. Il viaggio diventa si sdoppia allora su piani diversi: i quattro devono vivere la realtà delle poche tappe di tour facendo i conti con il futuro che attende ciascuno (più o meno incerto, più o meno desiderato) e il passato familiare che irrompe potente: ad un segreto di famiglia taciuto è legata infatti l’idea, poi abortita, di Bev dell’Europa come fuga; sulla famiglia torna a riflettere Colby che ripercorre il passato di musicisti di padre e zio sulla scorta del disegno della copertina di un loro album che ritrova in un tatuaggio.

Il romanzo si interroga sui rapporti (la famiglia, gli amici, gli amori), sugli incontri casuali o forse no, sulle possibilità che si hanno anche quando pare che davvero non ce ne siano. Il tutto con riferimenti, racconti e brani che rimandano al riot grrrl: la maggior parte dei gruppi che si rifacevano a questo genere (siamo intorno al 1990) erano formazioni quasi totalmente femminili, spesso musiciste dilettanti che mescolavano nel punk rock tematiche di genere.

Il blog dell’autrice, tradotta per la prima volta in Italia, di cui aspettiamo anche la traduzione di “Hold still” segnalato da ALA e YALSA tra i migliori libri per giovani adulti. Con la scelta di questo romanzo, EDT conferma ancora una volta l’alta qualità delle sue scelte, in particolare in questo caso nell’offerta per i ragazzi più grandi: questo libro trova posto accanto – tra gli altri –  a titoli come Alex &Alex, La mia vita secondo me e Il segreto di Espen, indici di scelte attente, non scontate e anche coraggiose.

Nina LaCour, Il ritmo dell’estate (trad. di Aurelia Martelli), EDT Giralangolo 2015, 304 p., euro 14

Wishgirl

25 mag

wishgirl

Peter ha quasi tredici anni, i suoi genitori hanno appena cambiato casa per causa sua e lui pensa di esser nato nella famiglia sbagliata. In fuga dal rumore di casa, dalle incomprensioni e dalle domande, trova rifugio in una valle oltre la collina che sembra rispondere, con i suoni della natura e la bellezza del paesaggio, alla sua necessità di solitudine e di silenzio. Appena la scopre, Peter apprende di essere bravissimo nello stare immobile, visto che il crotalo che gli si è attorcigliato alle caviglie se ne va, credendolo forse un sasso o un tronco ed ecco raggiunta quella sorta di invisibilità che vorrebbe avere sempre.

La valle è incantata, misteriosa e carica di magia: sembra leggere nel pensiero di chi vi cammina, esaudire i desideri, trasformare i pensieri in realtà; fa parte della proprietà della signora Empson, che tutti considerano pazza e che difende gli animali a suon di schioppettate, guida un go-kart e sembra sapere tutto quel che ti passa in testa. Nella valle Peter incontra Annie che usa parole non comuni, che lo ribattezza “Peter Stone” e che lo trova straordinario per come riesce a rimanere immobile. Annie, con i capelli tinti color rosso semaforo, con i progetti di fare arte, con la risposta pronta e gli occhi attenti, salta nel bosco dicendosi una ragazza dei desideri. Solo in un secondo momento Peter capisce che non è la ragazza che esaudisce i desideri nella valle, ma che ha fatto parte del programma di Make-a-Wish, associazione che si occupa di realizzare i desideri di bambini che si pensa non avranno il tempo di diventare grandi. Annie si è ammalata di leucemia alcuni anni prima; ora la malattia è tornata e lei sta facendo i conti con il tempo a disposizione e con le scelte che gli adulti le vorrebbero imporre.

La manciata di giorni in cui nasce e cresce l’amicizia di Peter e Annie è sufficiente per farcela vedere in tutte le sue sfumature: la scoperta, lo stupore, le rabbie, le offese, i momenti in cui si vorrebbe mordersi la lingua o trovare la parola giusta o poter fare di più. All’ombra della valle e dello sguardo della signora Empson, i due ragazzi si riconoscono e si vedono per come sono: nella valle, scrive l’autrice, “l’onestà sembrava l’unica via possibile”, come del resto dovrebbe esserlo nella vita.

Vorrei che la magia della valle potesse far scomparire la frase che sulla copertina del libro dice che l’amicizia è più forte della malattia e che questo romanzo potesse non finire nella gruppo di quelli che parlano di ragazzi ammalati, anche perché potremmo farlo parimenti finire tra i libri sui bulli, sugli sfigati, sulle famiglie difficili. Mi piacerebbe invece che venisse considerata come un’ottima storia che dice di come sia difficile non essere ascoltati, non essere presi in considerazione per quello che si pensa davvero, che si desidera, che meglio si accorda a se stessi; una storia che parla della ingiusta fatica di non sentirti voluto o adeguato all’idea di figlio che i tuoi genitori hanno in testa e della difficoltà di non poter avere un posto e un tempo proprio, accordato alle necessità del momento (che non sono stranezze, ma bisogni). Un romanzo sulla bellezza dell’essere visti davvero, dell’essere riconosciuti bravi in qualcosa; in questo senso Annie è proprio la “ragazza dei desideri” per Peter: sa vederlo per come è, sa comprendere senza chiedere troppo sul suo passato, sa incoraggiare, dare forza e spuntare tra gli alberi al momento giusto. Sa seminare speranza e anche rabbia necessaria, sa trasformare chi la incrocia e dare dignità a quel che si è davvero. Tutto il resto è la vita che ciascuno dei protagonisti sta vivendo, quel che è toccato in sorte e la bravura di Nikki Loftin è di descrivere in modo assolutamente realistico e veritiero i suoi protagonisti: il senso di estraniamento disperato di Peter e la rabbia caparbia di Annie; perché sì, Annie – credete – è perfettamente realistica al punto di poter essere reale.

La copertina di Bianca Bagnarelli è bellissima (molto più dell’originale) e confesso che, a vederla a schermo tra le novità, ho per un attimo pensato che questo libro fosse una graphic novel. Approfittate per un giro sul sito di Delebile, etichetta indipendente di brevi racconti e antologie a fumetti.

Il sito di Nikki Loftin.

Nikki Loftin, Wishgirl (trad. di Anna Carbone), Mondadori 2015,262 p., euro 15, ebook euro 6,99

Vangelo d’inverno

20 mag

coverDoveva esserci qualcosa di più profondo. Avevo bisogno di credere che dall’unione dei corpi nascesse un ponte verso qualcosa di più profondo e significativo: parti che si congiungevano per formare un tutto più pieno, come un respiro non è la mera somma di inspirazione più espirazione, ma un unico atto, che i due momenti rendono completo. Era tutto ciò che volevo: un senso di stabilità, di completezza; la promessa che qualunque paura potesse essere dissolta, che dalla solitudine si guariva quando l’espirazione di qualcun altro diventava la mia inspirazione e, insieme, non ci poteva sentire soli.

Il romanzo è ambientato nel 2002, negli Stati Uniti, in pieno terrore post 11 settembre, alla vigilia dello scandalo che travolgerà la Chiesa Americana. Ma questo è lo sfondo.
Aidan è il figlio unico di una coppia dell’alta borghesia americana, con un padre assente, sempre all’estero a risolvere problemi internazionali, e una madre più interessata all’organizzazione delle feste che alla vita del figlio. Elena, la governante ispanica, fa le veci della madre. In questo quadro di adulti sconfortanti, l’unica figura di riferimento per Aidan sembra essere Padre Greg, un carismatico prete cattolico, con cui il giovane collabora per la raccolta fondi della parrocchia. La notte dell’ennesima festa della madre però qualcosa cambia: Aidan si prende la colpa di aver dato da bere alcolici a tre suoi conoscenti (Mark, Sophie e Josie) davanti ai genitori di Mark. Da questo momento i tre lo vedono con uno sguardo diverso e diventano amici. Sembra che tutto vada per il meglio, ma nella piccola e ricca comunità c’è da tempo qualcosa di marcio che rischia di rovinare per sempre le loro vite.

Il Vangelo d’inverno è una storia dura, spietata e dolcissima. E’ una storia di violenza, di eccessi, di amicizia e di amore. Ricorda l’atmosfera di Noi siamo infinito, nel suo narrare la vicenda in prima persona, raccontando tutto come un lungo flash back. E’ scritto bene, con un linguaggio in grado di armare il lettore (rubo la frase a Alessandro Mari) di fronte alla vita. Ci sono personaggi con sentimenti veri, contrastati, profondi e tormentati. E’ romanzo di formazione nel senso che ci formiamo e trans-formiamo nel leggerlo, senza una morale, ma attraverso le vite e le lotte dei protagonisti.

Brendan Kiely, Vangelo d’inverno (trad. Lianna Mark), Mondadori 2015, pp. 225, € 24 (ebook € 9,99)

P.s.: Mi lascia basito il prezzo di copertina dell’edizione cartacea. Come si può pensare che un libro con questo prezzo possa finire nelle mani di un* ragazz* ?

P.p.s: E’ stato inserito nei 10 migliori libri del 2015  dall’Associazione Americana dei Bibliotecari per Giovani Adulti

Primati

19 mag

primatiEcco la prova di come si possono coinvolgere i ragazzi verso argomenti scientifici utilizzando il linguaggio del fumetto che per alcuni può essere più appetibile: in questo caso si racconta di tre delle principali scienziate del Novecento che hanno dedicato la loro vita ad approfondire la primatologia e a studiare gli animali più simili all’uomo, scimpanzé, gorilla e oranghi. Si parte con Jane Goodall, che già da bambina aveva una passione sfrenata per Tarzan (alternava la lettura delle sue avventura con quelle del Dottor Dolittle) e attraverso di lei entra in scena Louis Leakey, il paleontologo che funge da filo rosso di connessione tra le storie e le vicende delle tre studiose. Il fumetto restituisce a chi legge non solo un’interessante punto di vista sugli studi dei primati, sulle tappe successive delle scoperte e sulle difficoltà a farne accettare determinati aspetti, ma ha il pregio di fare un ritratto a tutto tondo delle tre donne, sottolineandone l’impegno, gli imprevisti e gli intoppi che incontrarono, la volontà di portare avanti la propria ricerca e di cercare di mantenersi fedeli a se stesse; pur sottolineando più volte le differenze con i colleghi maschi e la doppia fatica che in alcuni casi dovevano fare in quanto donne, non è però a parer mio questo il punto fondamentale del racconto, quanto piuttosto la capacità di far riconoscere al lettore le diversità delle tre personalità, il modo di ciascuna di intendere la ricerca, la vita privata, il lato sociale del proprio ruolo, sottolineando come la diversità sia sempre una ricchezza – anche quando è scomoda e non semplice affermarla.

Di ogni ricercatrice si seguono i dubbi, le ricerche, le attese, la vita privata, i fraintendimenti coi giornalisti o con chi sta intorno, in un intreccio di storie che le vede poi conoscersi e incrociarsi. Ognuna di loro racconta in prima persona: forse non per tutti i lettori sarà ovvio il cambio di voce narrante, ma è davvero poca cosa davanti a una narrazione che – grazie all’uso dell’immagine e dell’ironia – sa rendere in maniera efficace una argomento interessante, ma a cui forse non molti pensano di approcciarsi. Tramite il fumetto invece ecco la possibilità di far incontrare argomenti non scontati.

Il sito di Jim Ottaviani con una panoramica sulla sua produzione di graphic novel a tema scientifico. Il blog dell’illustratrice.

Jim Ottaviani – Maris Wicks, Primati. Le amicizie avventurose di Jane Goodall, Dian Fossey e Biruté Galdikas (trad. di Giovanna Pecoraro), Il Castoro 2015, 133 p., euro 13,50

L’estate che conobbi il Che

14 mag

estate che conobbi il cheGarlando conferma la sua bravura nell’inserire e far conoscere storie vere ed importanti all’interno di una narrazione che coinvolge il lettore: in questo caso la cornice prende a prestito l’atmosfera dei Mondiali di calcio della scorsa estate e ha la voce narrante di Cesare, dodicenne brianzolo di famiglia benestante ed impegnata alle prese con l’azienda di cui il padre è responsabile e i cui licenziamenti stanno mettendo a dura prova gran parte delle famiglia del paese. La protesta degli operai, il contrasto con i commenti della sorella fashion blogger e gli appuntamenti con le partite del Mondiale brasiliano trovano però un punto fermo nel nonno ricoverato in ospedale, da cui Cesare si reca di nascosto.  Per la prima volta Cesare vede sul braccio  del nonno un tatuaggio particolare: un volto dalla lunga barba a lui sconosciuto, che gli ricorda però una maglietta della sorella. Comincia così un racconto a puntate sulla vita di Che Guevara e sui motivi che hanno portato l’anziano a tatuarselo, inframmezzato dalla quotidianità sconvolta che Cesare vive in famiglia, dalle domande che si pone, dalle questioni che il racconto smuove e che in qualche modo trovano riflesso in quel che il protagonista ha sotto gli occhi (le scelte, l’ingiustizia, ma anche la passione per il proprio mestiere).

Il romanzo si fa leggere volentieri, punteggiato da parti ironiche che ben supportano la narrazione, dando la possibilità di ritrovare (o magari di conoscere per la prima volta, di approfondire) una “storia vera” che – come già abbiamo più volte sottolineato – è una delle richieste che avanzano i lettori adolescenti.

Luigi Garlando incontrerà i lettori venerdì 15 maggio al Salone del Libro e potrete trovarne cronaca tra quanto scritto dai ragazzi della redazione del Bookblog.

Luigi Garlando, L’estate che conobbi il Che, Rizzoli 2015, 177 p., euro 15, ebook euro 6,99

Reato di fuga

12 mag

reato-di-fugaNon si può non festeggiare la traduzione italiana di un altro romanzo di Christophe Léon che molti lettori avranno già apprezzato in GranPa’, storia densa e breve, spendibile anche con chi conta le pagine prima di prendere in prestito un libro ;-) Anche qui il tono è diretto, la prosa asciutta perché questo autore non spende parole più del necessario e quel necessario spesso è sottile e pungente come una freccia che rivela, nel suo colpire dritto nel segno, come quel di cui si parla possa corrispondere alla vita, alla realtà che qualcuno incontra.

Qui il racconto è fatto da due punti di vista, da un lato il quattordicenne Sébastien che narra in prima persona; dall’altro il diciassettenne Loïc che viene visto dall’esterno, da un occhio che gli dà del tu e che ne descrive i movimenti, le reazioni le giornate. A volte poi c’è un noi, quando i due ragazzi condividono una cena improvvisata, una fretta giornata di pesca in riva al fiume o una partita a domino intorno al letto d’ospedale della signora Marchadet. È la madre di Loïc, finita in ospedale dopo esser stata investita da un pirata della strada, aver passato parecchio tempo in coma ed ora, risvegliatasi, con la memoria alterata che confonde, cancella pezzi del passato, rimescola nomi. Alla guida dell’auto che l’ha investita c’era il padre di Sébastien e il ragazzo era al suo fianco, verso la casa di campagna dove trascorrono insieme il fine settimana. L’uomo ha inscenato un incidente, ha dato fuoco all’auto e ha fatto promettere al figlio di dimenticare tutto, comportandosi come se nulla fosse accaduto. Ma Sébastien cerca traccia on line dell’incidente, trova il numero di telefono di casa Marchadet e dà un volto a Loïc: i due si avvicinano, condividono le loro realtà, le loro situazioni familiari e quell’inizio di amicizia vede l’ombra del segreto allungarsi e poi assottigliarsi nel dubbio.

Come molti altri testi di Sinnos, anche in questo caso viene utilizzata una font ad alta leggibilità per venire incontro a chi ha problemi di lettura come la dislessia. La copertina è di Eleonora Antonioni.

Da questo romanzo è stato tratto un film per la tv francese dove Eric Cantona interpreta il padre del protagonista. Il sito dell’autore.

Christophe Léon, Reato di fuga (trad. di Federico Appel), Sinnos 2015, 153 p., euro 10,50

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