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Wishgirl

25 mag

wishgirl

Peter ha quasi tredici anni, i suoi genitori hanno appena cambiato casa per causa sua e lui pensa di esser nato nella famiglia sbagliata. In fuga dal rumore di casa, dalle incomprensioni e dalle domande, trova rifugio in una valle oltre la collina che sembra rispondere, con i suoni della natura e la bellezza del paesaggio, alla sua necessità di solitudine e di silenzio. Appena la scopre, Peter apprende di essere bravissimo nello stare immobile, visto che il crotalo che gli si è attorcigliato alle caviglie se ne va, credendolo forse un sasso o un tronco ed ecco raggiunta quella sorta di invisibilità che vorrebbe avere sempre.

La valle è incantata, misteriosa e carica di magia: sembra leggere nel pensiero di chi vi cammina, esaudire i desideri, trasformare i pensieri in realtà; fa parte della proprietà della signora Empson, che tutti considerano pazza e che difende gli animali a suon di schioppettate, guida un go-kart e sembra sapere tutto quel che ti passa in testa. Nella valle Peter incontra Annie che usa parole non comuni, che lo ribattezza “Peter Stone” e che lo trova straordinario per come riesce a rimanere immobile. Annie, con i capelli tinti color rosso semaforo, con i progetti di fare arte, con la risposta pronta e gli occhi attenti, salta nel bosco dicendosi una ragazza dei desideri. Solo in un secondo momento Peter capisce che non è la ragazza che esaudisce i desideri nella valle, ma che ha fatto parte del programma di Make-a-Wish, associazione che si occupa di realizzare i desideri di bambini che si pensa non avranno il tempo di diventare grandi. Annie si è ammalata di leucemia alcuni anni prima; ora la malattia è tornata e lei sta facendo i conti con il tempo a disposizione e con le scelte che gli adulti le vorrebbero imporre.

La manciata di giorni in cui nasce e cresce l’amicizia di Peter e Annie è sufficiente per farcela vedere in tutte le sue sfumature: la scoperta, lo stupore, le rabbie, le offese, i momenti in cui si vorrebbe mordersi la lingua o trovare la parola giusta o poter fare di più. All’ombra della valle e dello sguardo della signora Empson, i due ragazzi si riconoscono e si vedono per come sono: nella valle, scrive l’autrice, “l’onestà sembrava l’unica via possibile”, come del resto dovrebbe esserlo nella vita.

Vorrei che la magia della valle potesse far scomparire la frase che sulla copertina del libro dice che l’amicizia è più forte della malattia e che questo romanzo potesse non finire nella gruppo di quelli che parlano di ragazzi ammalati, anche perché potremmo farlo parimenti finire tra i libri sui bulli, sugli sfigati, sulle famiglie difficili. Mi piacerebbe invece che venisse considerata come un’ottima storia che dice di come sia difficile non essere ascoltati, non essere presi in considerazione per quello che si pensa davvero, che si desidera, che meglio si accorda a se stessi; una storia che parla della ingiusta fatica di non sentirti voluto o adeguato all’idea di figlio che i tuoi genitori hanno in testa e della difficoltà di non poter avere un posto e un tempo proprio, accordato alle necessità del momento (che non sono stranezze, ma bisogni). Un romanzo sulla bellezza dell’essere visti davvero, dell’essere riconosciuti bravi in qualcosa; in questo senso Annie è proprio la “ragazza dei desideri” per Peter: sa vederlo per come è, sa comprendere senza chiedere troppo sul suo passato, sa incoraggiare, dare forza e spuntare tra gli alberi al momento giusto. Sa seminare speranza e anche rabbia necessaria, sa trasformare chi la incrocia e dare dignità a quel che si è davvero. Tutto il resto è la vita che ciascuno dei protagonisti sta vivendo, quel che è toccato in sorte e la bravura di Nikki Loftin è di descrivere in modo assolutamente realistico e veritiero i suoi protagonisti: il senso di estraniamento disperato di Peter e la rabbia caparbia di Annie; perché sì, Annie – credete – è perfettamente realistica al punto di poter essere reale.

La copertina di Bianca Bagnarelli è bellissima (molto più dell’originale) e confesso che, a vederla a schermo tra le novità, ho per un attimo pensato che questo libro fosse una graphic novel. Approfittate per un giro sul sito di Delebile, etichetta indipendente di brevi racconti e antologie a fumetti.

Il sito di Nikki Loftin.

Nikki Loftin, Wishgirl (trad. di Anna Carbone), Mondadori 2015,262 p., euro 15, ebook euro 6,99

Vangelo d’inverno

20 mag

coverDoveva esserci qualcosa di più profondo. Avevo bisogno di credere che dall’unione dei corpi nascesse un ponte verso qualcosa di più profondo e significativo: parti che si congiungevano per formare un tutto più pieno, come un respiro non è la mera somma di inspirazione più espirazione, ma un unico atto, che i due momenti rendono completo. Era tutto ciò che volevo: un senso di stabilità, di completezza; la promessa che qualunque paura potesse essere dissolta, che dalla solitudine si guariva quando l’espirazione di qualcun altro diventava la mia inspirazione e, insieme, non ci poteva sentire soli.

Il romanzo è ambientato nel 2002, negli Stati Uniti, in pieno terrore post 11 settembre, alla vigilia dello scandalo che travolgerà la Chiesa Americana. Ma questo è lo sfondo.
Aidan è il figlio unico di una coppia dell’alta borghesia americana, con un padre assente, sempre all’estero a risolvere problemi internazionali, e una madre più interessata all’organizzazione delle feste che alla vita del figlio. Elena, la governante ispanica, fa le veci della madre. In questo quadro di adulti sconfortanti, l’unica figura di riferimento per Aidan sembra essere Padre Greg, un carismatico prete cattolico, con cui il giovane collabora per la raccolta fondi della parrocchia. La notte dell’ennesima festa della madre però qualcosa cambia: Aidan si prende la colpa di aver dato da bere alcolici a tre suoi conoscenti (Mark, Sophie e Josie) davanti ai genitori di Mark. Da questo momento i tre lo vedono con uno sguardo diverso e diventano amici. Sembra che tutto vada per il meglio, ma nella piccola e ricca comunità c’è da tempo qualcosa di marcio che rischia di rovinare per sempre le loro vite.

Il Vangelo d’inverno è una storia dura, spietata e dolcissima. E’ una storia di violenza, di eccessi, di amicizia e di amore. Ricorda l’atmosfera di Noi siamo infinito, nel suo narrare la vicenda in prima persona, raccontando tutto come un lungo flash back. E’ scritto bene, con un linguaggio in grado di armare il lettore (rubo la frase a Alessandro Mari) di fronte alla vita. Ci sono personaggi con sentimenti veri, contrastati, profondi e tormentati. E’ romanzo di formazione nel senso che ci formiamo e trans-formiamo nel leggerlo, senza una morale, ma attraverso le vite e le lotte dei protagonisti.

Brendan Kiely, Vangelo d’inverno (trad. Lianna Mark), Mondadori 2015, pp. 225, € 24 (ebook € 9,99)

P.s.: Mi lascia basito il prezzo di copertina dell’edizione cartacea. Come si può pensare che un libro con questo prezzo possa finire nelle mani di un* ragazz* ?

P.p.s: E’ stato inserito nei 10 migliori libri del 2015  dall’Associazione Americana dei Bibliotecari per Giovani Adulti

Primati

19 mag

primatiEcco la prova di come si possono coinvolgere i ragazzi verso argomenti scientifici utilizzando il linguaggio del fumetto che per alcuni può essere più appetibile: in questo caso si racconta di tre delle principali scienziate del Novecento che hanno dedicato la loro vita ad approfondire la primatologia e a studiare gli animali più simili all’uomo, scimpanzé, gorilla e oranghi. Si parte con Jane Goodall, che già da bambina aveva una passione sfrenata per Tarzan (alternava la lettura delle sue avventura con quelle del Dottor Dolittle) e attraverso di lei entra in scena Louis Leakey, il paleontologo che funge da filo rosso di connessione tra le storie e le vicende delle tre studiose. Il fumetto restituisce a chi legge non solo un’interessante punto di vista sugli studi dei primati, sulle tappe successive delle scoperte e sulle difficoltà a farne accettare determinati aspetti, ma ha il pregio di fare un ritratto a tutto tondo delle tre donne, sottolineandone l’impegno, gli imprevisti e gli intoppi che incontrarono, la volontà di portare avanti la propria ricerca e di cercare di mantenersi fedeli a se stesse; pur sottolineando più volte le differenze con i colleghi maschi e la doppia fatica che in alcuni casi dovevano fare in quanto donne, non è però a parer mio questo il punto fondamentale del racconto, quanto piuttosto la capacità di far riconoscere al lettore le diversità delle tre personalità, il modo di ciascuna di intendere la ricerca, la vita privata, il lato sociale del proprio ruolo, sottolineando come la diversità sia sempre una ricchezza – anche quando è scomoda e non semplice affermarla.

Di ogni ricercatrice si seguono i dubbi, le ricerche, le attese, la vita privata, i fraintendimenti coi giornalisti o con chi sta intorno, in un intreccio di storie che le vede poi conoscersi e incrociarsi. Ognuna di loro racconta in prima persona: forse non per tutti i lettori sarà ovvio il cambio di voce narrante, ma è davvero poca cosa davanti a una narrazione che – grazie all’uso dell’immagine e dell’ironia – sa rendere in maniera efficace una argomento interessante, ma a cui forse non molti pensano di approcciarsi. Tramite il fumetto invece ecco la possibilità di far incontrare argomenti non scontati.

Il sito di Jim Ottaviani con una panoramica sulla sua produzione di graphic novel a tema scientifico. Il blog dell’illustratrice.

Jim Ottaviani – Maris Wicks, Primati. Le amicizie avventurose di Jane Goodall, Dian Fossey e Biruté Galdikas (trad. di Giovanna Pecoraro), Il Castoro 2015, 133 p., euro 13,50

L’estate che conobbi il Che

14 mag

estate che conobbi il cheGarlando conferma la sua bravura nell’inserire e far conoscere storie vere ed importanti all’interno di una narrazione che coinvolge il lettore: in questo caso la cornice prende a prestito l’atmosfera dei Mondiali di calcio della scorsa estate e ha la voce narrante di Cesare, dodicenne brianzolo di famiglia benestante ed impegnata alle prese con l’azienda di cui il padre è responsabile e i cui licenziamenti stanno mettendo a dura prova gran parte delle famiglia del paese. La protesta degli operai, il contrasto con i commenti della sorella fashion blogger e gli appuntamenti con le partite del Mondiale brasiliano trovano però un punto fermo nel nonno ricoverato in ospedale, da cui Cesare si reca di nascosto.  Per la prima volta Cesare vede sul braccio  del nonno un tatuaggio particolare: un volto dalla lunga barba a lui sconosciuto, che gli ricorda però una maglietta della sorella. Comincia così un racconto a puntate sulla vita di Che Guevara e sui motivi che hanno portato l’anziano a tatuarselo, inframmezzato dalla quotidianità sconvolta che Cesare vive in famiglia, dalle domande che si pone, dalle questioni che il racconto smuove e che in qualche modo trovano riflesso in quel che il protagonista ha sotto gli occhi (le scelte, l’ingiustizia, ma anche la passione per il proprio mestiere).

Il romanzo si fa leggere volentieri, punteggiato da parti ironiche che ben supportano la narrazione, dando la possibilità di ritrovare (o magari di conoscere per la prima volta, di approfondire) una “storia vera” che – come già abbiamo più volte sottolineato – è una delle richieste che avanzano i lettori adolescenti.

Luigi Garlando incontrerà i lettori venerdì 15 maggio al Salone del Libro e potrete trovarne cronaca tra quanto scritto dai ragazzi della redazione del Bookblog.

Luigi Garlando, L’estate che conobbi il Che, Rizzoli 2015, 177 p., euro 15, ebook euro 6,99

Reato di fuga

12 mag

reato-di-fugaNon si può non festeggiare la traduzione italiana di un altro romanzo di Christophe Léon che molti lettori avranno già apprezzato in GranPa’, storia densa e breve, spendibile anche con chi conta le pagine prima di prendere in prestito un libro ;-) Anche qui il tono è diretto, la prosa asciutta perché questo autore non spende parole più del necessario e quel necessario spesso è sottile e pungente come una freccia che rivela, nel suo colpire dritto nel segno, come quel di cui si parla possa corrispondere alla vita, alla realtà che qualcuno incontra.

Qui il racconto è fatto da due punti di vista, da un lato il quattordicenne Sébastien che narra in prima persona; dall’altro il diciassettenne Loïc che viene visto dall’esterno, da un occhio che gli dà del tu e che ne descrive i movimenti, le reazioni le giornate. A volte poi c’è un noi, quando i due ragazzi condividono una cena improvvisata, una fretta giornata di pesca in riva al fiume o una partita a domino intorno al letto d’ospedale della signora Marchadet. È la madre di Loïc, finita in ospedale dopo esser stata investita da un pirata della strada, aver passato parecchio tempo in coma ed ora, risvegliatasi, con la memoria alterata che confonde, cancella pezzi del passato, rimescola nomi. Alla guida dell’auto che l’ha investita c’era il padre di Sébastien e il ragazzo era al suo fianco, verso la casa di campagna dove trascorrono insieme il fine settimana. L’uomo ha inscenato un incidente, ha dato fuoco all’auto e ha fatto promettere al figlio di dimenticare tutto, comportandosi come se nulla fosse accaduto. Ma Sébastien cerca traccia on line dell’incidente, trova il numero di telefono di casa Marchadet e dà un volto a Loïc: i due si avvicinano, condividono le loro realtà, le loro situazioni familiari e quell’inizio di amicizia vede l’ombra del segreto allungarsi e poi assottigliarsi nel dubbio.

Come molti altri testi di Sinnos, anche in questo caso viene utilizzata una font ad alta leggibilità per venire incontro a chi ha problemi di lettura come la dislessia. La copertina è di Eleonora Antonioni.

Da questo romanzo è stato tratto un film per la tv francese dove Eric Cantona interpreta il padre del protagonista. Il sito dell’autore.

Christophe Léon, Reato di fuga (trad. di Federico Appel), Sinnos 2015, 153 p., euro 10,50

Bunker Diary

11 mag

4430-Sovra.inddChi conosce e apprezza la scrittura di Kevin Brooks (in italiano sono stati tradotti Una canzone per Candy, Sonda 2010 e L’estete del coniglio nero, Piemme 2014) sa che le sue pagine possono essere insieme limpide e terribili, a tratti quasi feroci perché non nascondono nulla e dicono sovente la durezza della violenza, del perdersi, di come possa essere crudele, assurda, quasi incredibile la vita.

In questo libro, mette in scena una situazione ai limiti dell’immaginabile, costruendo la vicenda intorno al disegno di un pazzo che rapisce sei persone di età e condizione sociale differente e le chiude in un bunker, divertendosi a premiarle o a punirle a seconda dell’andamento delle giornate: arrivano borse piene di cibo oppure viene razionata persino l’acqua, il riscaldamento è troppo alto o troppo basso, i colpi di scena sono inaspettati. La voce narrante appartiene a Linus, sedicenne figlio di un fumettista di fama, che ricorda al lettore il Joe di “Una canzone per Candy”: anche lui infatti scrive per raccontare come ci si sente in quel posto dove nessuno dei suoi lettori è mai stato. Attraverso la sua scrittura, che scorre sulle pagine di un taccuino, conosciamo gli altri cinque protagonisti che arrivano dopo di lui, ad intervalli regolari (una bambina di nove anni, una donna in carriera, un pendolare, un tossico, un fisico ben noto) e seguiamo le loro interazioni, le reazioni, i tentativi di organizzarsi secondo orari regolari, le diverse proposte per tentare la fuga. Su tutto incombe la domanda senza risposta: perché? Qual è davvero il disegno dell’uomo che li ha sedati e rapiti, quale esperimento sta portando avanti o semplicemente sta spingendo al massimo il suo sadismo e la sua pazzia? L’altra domanda silente, il chiedersi se qualcuno mai li troverà aleggia lungo le pagine ed è ancora più terribile per Linus; pochi mesi prima di essere rapito è scappato dal collegio e ha cominciato a vivere per strada, mandando a suo padre un biglietto in cui lo rassicurava dicendo che si sarebbe fatto vivo lui quando sarebbe stato pronto. La ricerca della libertà e la rabbia della ribellione fanno sì che sappia in qualche modo che per lui, a differenza degli altri, non c’è nessuno là fuori a cercarlo.

Il lettore è chiamato in causa direttamente in un ulteriore piano di lettura e coinvolgimento del romanzo: Linus infatti lo interroga direttamente, come sapesse – o sperasse – che qualcuno possa leggere quanto scrive, chiedendosi dove sia la verità, chi esista davvero e chi no. Un libro che si chiude a spirale sul lettore, facendogli dimenticare l’intorno, come se non esistesse nell’altro che il buio e l’aria rarefatta del bunker, spingendolo a non lasciare la storia fino all’ultima inesorabile pagina.

Questo romanzo ha vinto la Canergie Medal nel 2014. Leggi il primo capitolo sul sito dell’editore. A proposito dell’autore.

Kevin Brooks, Bunker Diary (trad. di Paolo Antonio Livorati), Piemme Freeway 2015, 288 p., euro 15 (l’ebook annunciato non è ancora al momento disponibile)

Via con te

5 mag

via con te

Le storie racchiuse in questo libro sono cinque (con tutte le diramazioni che vengono dagli incontri, dalle altre persone che stanno intorno e che fanno da sfondo) e portano i nomi dei cinque protagonisti; una di loro, Leila è il filo rosso che le lega incontrandole durante il suo viaggio verso l’Alaska. La vecchia automobile che guida è rossa, è diretta in Alaska per vedere l’aurora boreale e di sé semina pochi indizi: una cicatrice sulla nuca, frammenti di quel che pensa, rari riferimenti ai luoghi da cui viene. Il suo viaggio è quasi segreto e l’essere parca di parole non vuole tanto essere mistero, è piuttosto legato alla sua condizione: un percorso intrapreso per tentare di recuperare ricordi passati, per poter costruire il futuro avendo una base. Di certo ha una meta precisa, ma non una tabella di marcia da rispettare: può fermarsi dove desidera, farsi incuriosire, deviare all’ultimo momento. Così, quasi per caso come avvengono tanti incontri, capita sulla strada di altri ragazzi: Hudson, al lavoro nell’officina paterna ala vigilia di un colloquio per una borsa di studio all’università; Bree, in fuga dalla sorella e dal dolore che la vita le ha inflitto; Elliot, appena scaricato dalla migliore amica a cui ha dichiarato il suo amore davanti a tutta la scuola al ballo studentesco; Sonia, pronta a esplodere come una teiera piena di vapore visto che non riesce più a tenere dentro quel che la tormenta e insieme la fa felice.

Con ciascuno di loro un’avventura; Leila si innamora, finisce in gattabuia, entra al pronto soccorso, cerca disperatamente una ragazza a qualsiasi festa ci sia in città, passa la frontiera col Canada nel bagagliaio della sua auto e manda cartoline che il lettore trova inserite tra i vari capitoli. A ciascuno di loro chiede “Qual è la tua storia?” e poi ascolta tutto, anche quello che non viene detto, fino ad imparare ad ascoltare se stessa.

Un romanzo on the road, tra musica, ricordi e scoperte che piacerà ai ragazzi; il paragone in quarta di copertina col Green de “Città di carta” è comunque un po’ azzardato; come dire… l’autore ha succo, ma anche strada da fare.

Il blog dell’autore. Il video con cui Alsaid ha lanciato il suo libro nell’agosto 2014.

Adi Alsaid, Via con te (trad. di Giulia Bertoldo), 410 p., euro 16, ebook euro 5,99

Il coraggio della libellula

29 apr

Il-coraggio-della-libellula-Deborah-Ellis (1)Ammetto di non aver letto questo libro quando è uscito in libreria perché non sopporto molto tutta la serie di Parvana scritta dalla stessa autrice, non avendone per altro lei colpa, ma perché troppo sovente in questi anni gli insegnanti hanno mandato i ragazzi a cercare queste storie in biblioteca senza darsi occasione di segnalare altri libri, di vedere se c’erano altre storie simili, insomma come spesso succede. Lo recupero adesso, grazie a quella formidabile arma che è il passaparola e il racconto entusiasta che ti viene fatto e che incuriosisce; scopro così un thriller scritto (e tradotto) bene, che regge la tensione fino in fondo e che accompagna la trama ad un andamento temporale che mescola presente, passato, brani di diario e lettere, descrivendo in realtà la solitudine dell’adolescenza, il desiderio di sentirsi accettati dal gruppo anche a prezzo carissimo, la capacità di alcuni di essere comunque e sempre se stessi, di una lealtà pura fino in fondo.

Racconta della scomparsa di una bambina, poi ritrovata cadavere, da un campo estivo e dell’arresto della sedicenne Casey, che al campo era la responsabile del piccolo gruppo di cui faceva parte, attraverso la voce della miglior amica Jess, corresponsabile insieme a lei, dibattuta tra la grande amicizia e la sensazione di esser sempre stata tenuta ai margini: dal gruppo più in voga a scuola, che non l’ha mai considerata, e dal’amica stessa, impegnata a osservare e studiare insetti col sogno di diventare entomologa. Il tutto in una piccola cittadina della provincia canadese, dove tutti si conoscono, dove è semplice dire a posteriori “lo sospettavamo già”, dove tutti voltano immediatamente le spalle e pochi davvero – un’insegnante coraggiosa e la madre di Jess, considerate matte entrambe per motivi diversi –  sanno alzare la voce, prendere parte e tener alta la testa. Casey è innocente, ma basta un nulla per mettere in dubbio, per bollarla come strana e diversa, per fare di dicerie delle verità: Jess viene trascinata nel vortice di quel che tutti credono, ammaliata dal poter avere un attimo di notorietà e perde tutto il coraggio che l’amica le ha sempre attribuito.

Un libro duro come può essere dura la vita a volte, che mi ricorda altri due bei testi su argomenti simili, da cercare in biblioteca perché ormai fuori catalogo ma che merita recuperare per riproporre ai ragazzi: Sai tenere un segreto? di Jennifer McMahon (Terre di Mezzo, 2009) e Avete visto JJ? di Anna Cassidy (Mondadori, 1995).

Deborah Ellis, Il coraggio della libellula (trad. di Mara Pace), Rizzoli 2013, 200 p., euro 12,50

Il giorno degli eroi

22 apr

giorno degli eroiCome abbiamo già ricordato più volte nel recensire altri libri, gli anniversari storici si prestano ad essere ghiotte occasioni per autori ed editori; talvolta anche o meno per i lettori, a seconda dei risultati ottenuti. In questo caso, ecco la narrazione lineare, sommessa ed insieme potente, delle vicende della Grande Guerra viste attraverso la vita di una famiglia di contadini veneti che mostra al lettore gli effetti del conflitto nel quotidiano e la sua percezione da parte delle persone che subivano conseguenze e decisioni.

Il punto di vista è quello di Silvio Moretti, classe 1899, famiglia contadina, mai andato in città, due fratelli maggiori pronti ad arruolarsi e la rabbia di non poter partire anche lui, costretto a casa coi genitori e la sorellina. Attraverso i suoi occhi, si leggono le reazioni all’andamento del conflitto, i pensieri del padre, le apprensioni della madre e i cambiamenti di idee e di prospettiva: Carlo, il fratello maggiore, viene arruolato subito ed è il suo volto trasformato da ciò che ha visto e vissuto, a dare a Silvio la misura di quanto il suo iniziale entusiasmo sia in realtà assolutamente fuori luogo; Aldo invece, a causa di una frattura mal curata, viene riformato e si dà al mercato nero e al guadagno illecito. La storia osserva la famiglia che accompagna i propri figli in divisa al treno, in un progressivo spogliarsi di affetti, di fiducia, di resistenza: il terreno a lungo difeso dal padre dovrà giocoforza essere abbandonato quando, con l’avvicinarsi del fronte, quel che resta del nucleo famigliare verrà sfollato nella zona di Rovigo.

La narrazione procede alternando le giornate trascorse in trincea da Silvio, partito infine con la mobilitazione dei ragazzi del ’99, e i ricordi dei mesi precedenti: in questo modo l’autore affianca al racconto del quotidiano e della vita di famiglia lo spaccato del fronte, la vita e le paure dei soldati nel mese che corre tra novembre e dicembre 1917, immaginando una tregua di Natale con i nemici sulla scorta di quella famosa del 1914. Punteggiato di cadenze dialettali e di lettere, è un ritratto vivo e coinvolgente di chi ebbe a suo modo coraggio, laddove si trovava, in quei frangenti.

Guido Sgardoli, Il giorno degli eroi, Rizzoli 2014, 294 p., euro 15, ebook euro 7,99

La casa dei cani fantasma

13 apr

casa dei cani fantasma

La vita di Cameron è da cinque anni un continuo movimento; lo conosciamo al momento del suo quarto trasloco: valigie fatte in fretta, fuga nella notte, calcoli di distanze imponenti e una nuova casa, questa volta una fattoria da anni abbandonata, circondata da campi di mais. Cameron e sua madre fuggono dalla violenza del padre, sono attenti ad ogni auto sospetta che passi intorno a casa e fingono una normalità apparente e rassicurante in un continuo fuggire che pare essere l’unica soluzione. Ma un nuovo domicilio significa anche una nuova scuola e compagni sconosciuti a cui conformarsi o a cui sottrarsi: proprio loro, tra scherzi e derisioni, insinuano nel ragazzo l’idea che nella fattoria affittata dalla madre si sia consumata una tragedia, che nello scorrere dei giorni diventa un’ossessione che trova conferme in vecchi disegni scovati in cantina, segni sui muri, leggende di paese, archivi, come nell’apparizione di un bambino fantasma che cerca un amico e finisce per far credere pazzo Cameron.

Stratton tesse la trama avvolgendo il lettore in una spirale dove i piani del tempo si confondono e dove le similitudini tra le due vicende – quella di Cameron e quella di Jacky – si sovrappongono a tratti ad insinuare  nel protagonista domande e dubbi sulla figura paterna, sull’ affetto dei genitori nei suoi confronti, su cosa le persone intorno possono aver visto o aver taciuto sulla sua vicenda famigliare, sulla propria effettiva sanità mentale. Il dolore della violenza, la sottigliezza dell’arma psicologica a doppio taglio, la liberazione di abbandonarsi al calore di un affetto per poi ricadere nel terrore non cancellano però la possibilità di essere diverso, di poter comprendere che esiste un modo altro di avere rispetto, di provare amore, di voler bene.

Cameron segue un vero percorso di indagine che non lascia nulla al caso, incrociando intuizioni, racconti, testimonianze, risalendo gli archivi d’epoca e scandagliando il campo, si tratti di un solaio, un cimitero o una casa di riposo i cui ospiti nascondono verità mai credute. Insieme dà voce alla difficoltà di credere fino in fondo alla pazzia del padre, le domande sull’affetto che li lega, la fatica di mantenere dei rapporti con gli amici e la facilità con cui si cade fiduciosi in un tranello: il passaggio in cui il protagonista descrive la sua frequentazione dei social con falso nome e il modo in cui comunque il genitore riesce a risalire al luogo in cui vive è lineare, esemplare ed efficace nella sua descrizione. Ripercorre le briciole che ciascuno semina intorno dicendo di sé, esattamente come Cameron ripercorre i sassolini lasciati nel tempo intorno a lui, tenendo conto dei particolari in bella vista, di quel che non coincide e anche delle voci che nessuno ha voluto ascoltare, ritenendo più facile bollarle come pazzia.

Questo libro ricorda un romanzo pubblicato nel 2008 sempre da Mondadori, Corri e non voltarti mai di Elisabeth Fensham, il cui protagonista fugge costantemente col padre, braccato da un’organizzazione segreta fino a quando le domande sulle incongruenze e le mancate risposte non lo costringono a fermarsi per guardare fissa la “vera verità”.

Il sito dell’autore.

Allan Stratton, La casa dei cani fantasma (trad. di Anna Carbone), Mondadori 2015, 252 p., euro 17, ebook euro 6,99

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