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Best della grande palude

23 Apr

Quando uscì nel 2015, salutammo con gioia Se tu fossi qui per il respiro alto della scrittura di Rondoni, per la prosa asciutta ed essenziale. Vincitore del Premio Andersen quell’anno nella categoria Miglior romanzo oltre i 15 anni, l’autore confermò l’altezza di quel risultato con un discorso, nel momento del conferimento, in cui non si parlava di “libri per ragazzi”, ma di letteratura e basta, come direbbe María Teresa Andruetto.

Ecco ora il seguito di quel romanzo, un testo veloce in cui tornano gli stessi personaggi e in cui si riprende la storia come voltata la pagina finale del precedente: se allora Best e Rosa erano arrivati al faro dove era guardiano il papà del primo, ecco che qui si racconta dei loro giorni al faro, del rapporto padre-figlio e del rapporto tra gli abitanti cane compreso e compresa l’ombra del ritorno necessario. L’idillio del paesaggio e dei giorni trascorsi su quel lembo di terra che guarda il mare, oltre la palude, viene interrotto dall’arrivo di una nave con le vele nere, dal farsi concreto del pericolo annunciato dal vecchio guardiano. Ecco i marinai-contrabbandieri che vengono a chiedere conto degli avvisi dati dal padre di Best alla capitaneria di porto ed ecco anche arrivare, inaspettato, lo zio di Best, che già nel primo romanzo era un’interessante quanto enigmatica figura che ora viene a completarsi, a farsi tonda. Ecco il momento di fare delle scelte, di decidere da che parte stare, di prendersi le conseguenze del voler essere uomini in piedi, decisi a essere giusti e non comodi.

Ancora una volta Rondoni ha, pur forse non con la pregnanza del primo volume, la capacità di creare una narrazione quasi sospesa nel tempo che parla di lontananza, affetti, modi di fare e di essere.

Davide Rondoni, Best della grande palude, San Paolo 2018, 143 p., euro 14,50, ebook euro 9,99

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La foresta

18 Apr

Le tavole originali in mostra da Zoo a Bologna durante la scorsa Fiera erano davvero belle, ma il piacere di poter sfogliare, toccare e notare anche i particolari con la copia tra le mani è sicuramente qualcosa in più. Le parti fustellate, goffrate e in rilievo, sia nelle pagine singole sia quando sono integrate nelle illustrazioni, rendono prezioso e particolare questo racconto del ciclo della vita fatto attraverso il crescere della foresta che diventa metafora – anche – della vita umana. Coproduzione di quattro case editrici – Enchanted Lion Books (USA), Terre di Mezzo (Italia), Gallimard Jeunesse (Francia) e Editorial Milrazones (Spagna) – si fregia di un breve testo di Bozzi vicino alla poesia che accompagna nel viaggio il lettore: si viaggia infatti guardando la foresta che cresce, ma anche addentrandosi dentro la foresta stessa, attraverso i tagli e i rilievi e i colori scelti da Valerio Vidali e Violeta Lópiz. E si percorre così la vita di un uomo, attraverso il volto bambino che si fa adulto e poi vecchio, chiudendo gli occhi e diventando evanescente. Un’evanescenza su cui trova posto un nuovo accenno di giovane pino, e poi via altri alberi nel ciclo della vita. Si dice allora della bellezza di vivere, degli incontri che si fanno, delle fatiche della salite, della possibilità di scegliere o meno se condividere, così come del mistero di quel che c’è al di là di questa foresta che si chiama vita.

Un libro prezioso che è (anche) per i grandi. Un libro che si presta ad essere assaporato, ammirato, a dare tanti spunti diversi, non solo di riflessione sulla vita, ma anche ad esempio a giocare col punto di vista: aprite quella bellissima pagina in cui si parla di radura e perdetevi con gli occhi in alto!

Riccardo Bozzi – Violeta Lópiz e Valerio Vidali, La foresta, Terre di Mezzo 2018, 66 p., euro 24

La giovane scrittrice, la star e l’assassino

7 Mar

Chély Campyon odia talmente il suo nome da volerlo cambiare: risponde solo se la si interpella come Cheyenne, il nuovo nome che ha scelto dalla passione per gli Indiani d’America. Ha quindici anni, ha dipinto di nero i muri della sua stanza , ha ucciso il suo coniglio per mancanza di cure, si abbuffa in continuazione a dispetto di una madre che la vorrebbe magra e salutista, non uscirebbe mai di casa. Insomma, come dice lei stessa, una ragazza “inadeguata alla vita”. Certamente diversa dalle aspettative dei genitori, certo lontana dalle idee chiare sul futuro dei due fratelli. E soprattutto decisa a farla finita. Per mettere in atto il suo piano, è riuscita ad ottenere di rimanere a Parigi da sola, mentre la famiglia parte in vacanza. E come primo gesto ha appeso una corda in centro al soffitto della sua stanza e preparato il cappio. Poi ha cominciato a ingozzarsi di cibi-schifezza, a ignorare le telefonate della madre, a spiare le finestre di fronte.

È agosto, la città è vuota nel grande caldo, in tv si parla del cadavere di un bambino di dieci anni in un bosco fuori città, nelle cui tasche è stata trovata la foto di una nota attrice, come recita il verbale di polizia che apre il romanzo. L’attrice è l’inquilina fantasma dell’alloggio di fronte e nel suo giardino Cheyenne ha visto un uomo seppellire un cadavere. L’uomo, un ragazzo poco più grande di lei in realtà, segnato dalla zoppia e dalle ferite di una vita travagliata, è il custode della casa della star che ad un certo punto nota quella ragazza trascurata che spia dai vetri oltre il cortile. Ce n’è di che costruire un poliziesco; Caroline Solé, autrice apprezzata dagli adolescenti francesi, tesse più che altro un intreccio psicologico intorno all’incrociarsi dei destini di tre ragazzi in realtà estranei ai fatti di cronaca, dando voce a chi vive e/o si sente ai margini, a chi riconosce nell’altro le proprie stesse ferite o certe fragilità, a chi si sente fatto della stessa stoffa, costruito dello stesso legno “che ha preso umidità, che si è crepato, che rifiuta di esser buttato nel fuoco”.

Caroline Solé, La giovane scrittrice, la star, e l’assassino (trad. di Lodovica Cima), Pelledoca 2018, 144 p., euro 15

Io e te come un romanzo

15 Feb

Bene, adesso che questo romanzo è tra i finalisti dell’edizione 2018 del Premio Mare di Libri, mandiamo on line la recensione. L’ho scritta felice che arrivasse in libreria un nuovo romanzo di Cath Crowley, di cui bisogna invitare i ragazzi a leggere Graffiti Moon, uscito per Mondadori nel 2011 e di una luminosità rara, che si riflette anche in questo libro. Ancora una volta, l’autrice dà prova della sua bravura nello scrivere storie a due voci, riuscendo a far vedere al lettore talvolta la stessa scena da due punti di vista differenti. Nel caso di “Io e te come un romanzo”, poi, l’intreccio di storie si amplifica ulteriormente per la scelta narrativa di ambientare la storia in una libreria dell’usato in cui esiste una sezione detta “la Biblioteca delle lettere”: i libri non sono in vendita, i clienti possono leggerli, sottolineare le parti che ritengono belle, importanti, scrivere note a margine, lasciarci dentro messaggi: ecco allora che i libri diventano anche una sorta di fermo posta tramite cui ci si scambiano lettere.

Proprio una lettera mai letta è all’origine del silenzio che per tre anni ha separato due grandi amici come Henry, figlio del proprietario della libreria, e Rachel, la protagonista che allora si era trasferita lontano con madre e fratello. Rachel torna a vivere in città, tacendo a tutti la morte del fratello e quel che ne è venuto dopo (la bocciatura, la rottura col suo ragazzo, la mancanza di senso di qualunque cosa). Torna leggera, cercando di lasciarsi dietro ogni cosa; in realtà cammina pesante del non detto, di quel che non riesce a rielaborare, del mare che le manca e in cui lei, campionessa di nuoto, non riesce più a entrare perché ci è annegato Cal. Il romanzo parla un capitolo per bocca di Rachel e uno per tramite di Henry, ma dentro ci trovate anche le storie delle loro famiglie, dei loro amici, lo splendido addomesticamento tra George, la sorella minore di Henry, e Martin, il nuovo commesso della libreria. Ci trovate la forza delle parole, di lettere singole o di epistolari nel tempo, di dediche e di discorsi fatti in testa che non si riesce a pronunciare. Ci trovate tante citazioni letterarie e consigli di lettura; una buona trama, credibile e densa; una riflessione veritiera sull’utilità delle parole e sull’importanza del dire.

Ah, il romanzo merita proprio, la copertina è tremenda. La piantate di mandare in libreria romanzi con copertine che pensiate strizzino l’occhio alle adolescenti? L’unico risultato che ottenete è una grafica orribile, una copertina banale visto il tasso di altre simili sugli scaffali delle librerie e pure che i lettori maschi manco ci si avvicinino. Questa è l’originale e valeva un bel po’ di più. Andava bene anche così.

Cath Crowley, Io e te come un romanzo (Valentina Zaffagnini), DeA 2017, 349 p., euro 14,90, ebook euro 6,99

Bruciare la frontiera

6 Feb

Premessa: questo libro è costruito su e intorno a luoghi, storie e persone che hanno fondato e fondano quel che sono. Appena aperto, rivela una cartina: è segnata la Val Roya, la valle francese che da Ventimiglia sale al Colle di Tenda, poi le vallate occitane italiane con alcuni punti essenziali in territorio cuneese come il Col Ciriegia e quello delle Finestre, Borgo San Dalmazzo, il colle della Maddalena e ben più su, ormai in provincia di Torino, Bardonecchia e la Valle Stretta (potrebbero starci anche Nevache e Briançon giusto al di là del confine e credo siano luoghi di cui avete sentito parlare, ultimamente). Quei luoghi lì, tra Roya e vallate cuneesi, sono casa, dove sono nata e molte delle storie che il libro cita, prime tra tutte quelle degli ebrei che nel settembre 1943 da Saint-Martin-Vésubie cercarono salvezza in Italia, quelli che si salvarono e quelli che li salvarono, quelli internati nel campo di Borgo e partiti sui carri bestiame verso Fossoli, ecco quelle storie fanno parte del quotidiano perché sono nipote di una delle persone che ha lavorato per anni per portarle a conoscenza e, col tempo, sono diventate in qualche modo storie di famiglia, per quel meccanismo che ti fa sentire prossimo e caro chi la cui vita ti è affidata per farne memoria. Cammino sovente sui sentieri di Grimaldi e de La Mortola, sulla riga di confine affacciato sul mare tra Ventimiglia e Mentone, quei sentieri che gli ebrei percorrevano per cercar salvezza durante la Seconda Guerra mondiale e che oggi tanti immigrati tentano (e se uno si chiama da sempre Passo della Morte non è a caso): sono i sentieri dei contrabbandieri e dei passeurs, quelli che Francesco Biamonti sapeva a memoria e che ha messo nei suoi romanzi. So la storia della Valle Roya, italiana e poi francese; di un paese come Briga diviso in due Stati diversi e in tre province differenti, dividendo le famiglie, i campi, i pascoli e le greggi. So gli occhi a capocchia di spillo e la forza di Cédric Herrou, il contadino di Breil, da mesi accusato dallo Stato francese per il suo aiuto ai migranti insieme all’associazione Roya Citoyenne che prende parte in Val Roya e ormai non solo più lì; so la vista sul mondo che Enzo guarda da Grimaldi Superiore; so le meraviglia della Valle delle Meraviglie e non è un bisticcio di parole. So anche di quella curva subito dopo Fanghetto, dove la valle si fa Francia e dove c’è il posto di blocco della gendarmerie che rallenta le auto in salita dal mare: devo avere la faccia da contrabbandiera visto che ogni volta mi fermano; non chiedono documenti, ma sempre e solo di aprire il cofano. Sempre.

Sono cose mie, insomma.

Ecco allora, questo è lo sfondo di un romanzo che parla di ragazzi che cercano di passare il confine: Fra e Kappa camminano sui sentieri intorno al confine rifacendosi a storie di anni precedenti, guidati da una lettera del nonno che parla di una sua esperienza che ha a che fare con l’emigrazione in altri anni ; Abdullah dalla Tunisia cerca di arrivare in Francia dove Céline, conosciuta on line, lo aspetta, anzi viene a cercarlo (in motorino per tutta la Val Roya e poi sulla Maddalena, ragazza, parbleu!). Le loro storie raccontano dei poliziotti alla frontiera, di quelli che battono le carrozze dei treni che oltrepassano i confini, dei cartelli in più lingue che chiedono ai migranti di non provare a arrampicarsi sopra i convogli o ad avventurarsi nella neve pena il rischio di rimanere fulminati o assiderati; raccontano di speranze, dignità umana, storia che si ripete nel tempo e che rende ancora più assurda la cronaca quotidiana dell’oggi. Un libro che fa testimonianza della realtà.

Però, visto che cerchiamo di essere onesti, lo diciamo: come il precedente dello stesso autore, questo è un romanzo costruito per parlare di certi temi e per metterci gli echi storici (il memoriale di Borgo, Cédric, i passeurs della Val Susa di tanti anni fa, il campo di Ventimiglia, i migranti ai Balzi Rossi e via così). Per cui vi può dare, come il precedente appunto, spunti per affrontare questo tema, al di là della valenza narrativa che ha in sé. Se poi cercate altre esperienze e leggete in francese vi consiglio Passeur di Raphaël Kraft, in cui il giornalista francese ripercorre coi migranti i sentieri tra Mentone e Ventimiglia. E poi di andarvi a rileggere Biamonti, in particolare “Vento largo”, con Varì che riprende a fare il passeur e elenca i “suoi” migranti: “Non abbiamo mai lasciato nessuno di qua del confine”.

Di certo ce n’è, anche in questo romanzo, per iniziare una riflessione sul confine, su quel che significa un tratto che ha senso geograficamente, su cosa vuol dire invece per chi ci vive intorno e lo attraversa normalmente, legalmente, per andare a scuola, al lavoro e non lo sente. Né nella lingua né nelle persone né nei luoghi. Crescere in terra di confine (soprattutto qui, dove la lingua unisce) significa anche questo: sapere che quella linea geografica non apparitene al sentire quotidiano e che gli elicotteri che lo pattugliano, braccando chi lo passa, suonano assurdi.

Carlo Greppi, Bruciare la frontiera, Feltrinelli Up 2018, 169 p., euro 13

L’isola del muto

29 Gen

Costruire una saga familiare non è sempre semplice; nonostante gli alberi genealogici iniziali di riferimento, non è da tutti mantenere una costruzione che non si incagli sul succedersi degli anni, ma tenga alta la fascinazione narrativa. Sgardoli ci riesce alla grande per almeno tre quarti del suo nuovo romanzo, grazie a una prosa che si presta alla lettura ad alta voce o a essere intesa, nella lettura solitaria, come il racconto che qualcuno sta facendo a te che sfogli le pagine. Ci sono immagini fortemente poetiche e frasi che avvolgono il lettore e lo immergono in un mondo distante, la Norvegia degli ultimi due secoli, di cui il libro ha il privilegio di svelare parti di storia sicuramente sconosciute ai più, come il movimento che appoggia l’indipendenza ideologica della nazione nonostante nell’Ottocento il suo passaggio alla Corona di Svezia e l’occupazione nazista.

Filo che lega il tutto lo scoglio infido e pericoloso che diventerà l’Isola del Muto, dopo la costruzione di un faro affidato alla cura di Arne Bjørneboe, nocchiere ustionato gravemente al volto in una battaglia tra un vascello britannico e una nave della flotta danese-norvegese nel 1812, che sceglie di non parlare più. Il ruolo di guardiano del faro lo salva dall’alcolismo e il matrimonio con l’unica persona che, ancora bambina, ha saputo guardare oltre le cicatrici ne segna la vita, nella felicità come nella durezza che nasce dal dolore. I suoi discendenti ereditano la funzione di guardiano del faro ed è attraverso alcuni di loro che l’autore ricostruisce in grandi capitoli le vicende della famiglia: chi parte, chi torna, chi scopre una famiglia di cui ha solo sentito raccontare, chi sceglie l’isola e chi la subisce. Sono donne e uomini di grande carattere, con aneliti di libertà che possono riflettersi nella natura che li circonda o nel tentativo di esprimersi altrove, nell’infrangere le regole come nel rifarsi a un’antica leggenda che vuole un tesoro nascosto sull’isola. Una storia di scelte e di sguardi, che dice dell’importanza dei nomi, della ricerca di se stessi, di come si ami non per i meriti, ma nonostante le colpe e di come tutto sia più facile di quanto sembri. Verso la fine, sull’isola si tiene una grande riunione di tutti i discendenti di Arne: ognuno citato con consorte e figli, in un intrico di nomi a cui può parere faticoso stare dietro; è probabilmente l’unico punto in cui la narrazione pare cedere, ma il lettore ha già avuto abbastanza storie di singoli per poter andare avanti tra le pagine, sostenuto dalle figure tratteggiate fino a quel punto.

Come già in The Frozen Boy, Sgardoli offre un romanzo che si presta a più piani di lettura e che diviene trasversale rispetto al pubblico di riferimento: ho sempre pensato che la storia del ragazzino riemerso dai ghiacci sotto gli occhi del ricercatore fosse un’ottima narrazione per parlare dell’importanza vitale delle seconde possibilità per chi le sa cogliere; anche qui, tra le righe, si intravede l’occasione per un’importante riflessione sulla vita, come sulla libertà e sul senso che si dà al proprio stare al mondo, adatta a un pubblico adulto che può far tesoro di questa lettura se non passa oltre pensandolo solo per giovani lettori.

L’illustrazione di copertina è di Cecilia Botta. L’autore presenta il suo libro in un video sul canale youtube dell’editore.

Guido Sgardoli, L’isola del muto, San Paolo 2018, 358 p., euro 18

Lucenera

23 Gen

È un lusso questo fumetto, dalle tavole impressioniste che affascinano e catturano, piccoli quadri a sé stanti che in fila danno l’insieme della storia, fatta della materia di paesaggi e volti prima che dalle parole. Davvero ha ragione l’editore a definire sfolgorante l’esordio come autrice di Barbara Baldi, da anni colorista e fumettista che condensa in questa graphic novel l’estrema bravura nel ritrarre il paesaggio accanto a una storia essenziale di caduta e di redenzione.

Il lettore segue la vicenda di Clara, nipote della nobildonna appena deceduta. Siamo nell’Inghilterra del 1850 e a Clara spetta l’eredità del maniero e delle proprietà terriere, mentre la sorella, offesa per le scelte della nonna, nonostante abbia avuto l’equivalente in fondi fiduciari e denaro, lascia la casa con rabbia e la sorella al proprio destino. Il destino di Clara segue quello della grande casa: mancano i fondi per la manutenzione, il lavoro è tanto nonostante la ragazza affianchi i domestici e non si risparmi, il grano brucia e il raccolto non si può vendere pena la fame.  Ceduti tutti gli arredi possibili agli antiquari, Clara è costretta a licenziare il personale, affidare gli animali ai vicini e andare lei stessa a servizio nel tentativo di guadagnare. La sofferenza, la fatica, le meschinità altrui, la miseria non piegano Clara, che persegue nell’obiettivo di salvare la casa e insieme se stessa, nel tentativo di risalire dopo la caduta, di poter tornare a sorridere, di farcela nonostante tutto. L’attaccamento verso il luogo che l’ha vista crescere è pari all’attaccamento alla vita, che Clara abita con la dignità di chi tiene alto uno sguardo limpido, di chi è forte di quel che ritiene fondante ed essenziale.

È fatto di tanti silenzi questo libro: corrispondono alla solitudine della protagonista; li abitano i paesaggi, les tagioni con la loro maestosità e l’infinita bellezza, la stessa bellezza d’orizzonte che consente a Clara di non smarrirsi del tutto, di resistere. Gli echi impressionisti si rincorrono per tutto il testo, nei paesaggi innevati come nei notturni e si può giocare a rintracciare i rimandi (tra i più facili, certi covoni che sanno di Van Gogh, ma ve ne sono moli altri, compresi quelli letterari). Le figure paiono talvolta uscire dalla tavola e farsi presenti nel mondo del lettore: certi sguardi, certe posture, certi raccolti di capelli, chignon da cui scappano ciocche che sembra volino lì davanti, nel vento, come le lenzuola stese ad asciugare.

Davvero imperdibile.

Un’intervista all’autrice.

Barbara Baldi, Lucenera, Oblomov 2017, 120 p., euro 20

Lettere ad Alice che legge Jane Austen per la prima volta

10 Gen

Questo libro arriva dal 1984: non si citano telefoni cellulari, per acquistare un biglietto di viaggio bisogna andare di persona in agenzia, le distanze hanno un certo peso anche nelle comunicazioni e le lettere sono lettere, quelle che si spediscono per posta e che impiegano un po’ a giungere a destinazione. Il tempo dilazionato della comunicazione epistolare si presta pertanto perfettamente alla riflessione che queste lettere contengono, intorno alla letteratura e alla scrittura, prendendo spunto dalla figura di Jane Austen.

Fay Weldon, romanziera tradotta in Italia da Feltrinelli, Fazi ed e/o tra gli altri, nota per le sue posizioni femministe e per i personaggi femminili che caratterizzano le sue opere, scrive quindici lettere a una ipotetica nipote di nome Alice, diciottenne in fase punk e in rotta con la madre, che vorrebbe diventare scrittrice e sta lavorando alla sua prima opera. Il pretesto è la lettura dei libri di Jane Austen imposta alla ragazza; quel che nasce è un susseguirsi di spunti di lettura, analisi della scrittura e tentativi di convincimento di come i romanzi di Austen siano imprescindibili, specie a diciott’anni, di quanta fosse l’energia che la scrittrice portava in sé (tanta da saper costruire). La zia parla del proprio lavoro di scrittrice, della propria vita personale e intanto inquadra Austen nella sua epoca, confrontando passi dei romanzi con le condizioni di vita dell’autrice. Parallelamente descrive il mondo della letteratura attraverso la curiosa ed affascinante metafora della Città dell’Invenzione, in cui romanzieri e poeti costruiscono Case dell’Immaginazione: ne percorre le strade, i diversi quartieri assegnati ai generi, gira intorno al castello Shakespeare, scopre magagne e angoli segreti.

Questo libro arriva dal 1984, ma non sente il passar del tempo: il tono  e i modi ne fanno un discorso attuale sempre sulla lettura e sulla scrittura. Magari alcuni dei nomi citati risulteranno nuovi alle orecchie di chi legge; potrà essere spunto per andare a cercarne i libri, esattamente come l’elenco finale di autori con cui bisognerebbe avere una certa familiarità, un “elenco di letture alternativo per i facilmente distratti”.

Fay Weldon, Lettera ad Alice che legge Jane Austen per la prima volta (trad. di Beatrice Masini), Bompiani 2017, 264 p., euro 13

Loop. Indietro non si torna

30 Dic

Ritrovarsi senza volerlo con dei superpoteri. Ritrovarsi a dover imparare a gestirli, ad avere a che fare con qualcosa di non previsto che ti cambia la vita. I sette protagonisti di questo fumetto sono, loro malgrado, dotati di poteri straordinari: chi sa leggere i pensieri altrui, chi lancia fiamme dalle mani, chi ha tanta forza da sollevare un’automobile, chi ha la pelle impenetrabile, chi individua al volo il punto debole delle persone che ha difronte. Il dottor Geni, che ne ha intuito particolarità e somiglianze, li riunisce periodicamente convinto della loro possibilità di confronto e di intesa, ma si trova davanti anche le loro paure, la rabbia, la fatica di accettarsi, l’avere a che fare con gli altri, con corpi particolari. Sullo sfondo una minaccia che si nasconde tra i sotterranei dello stesso ospedale dove si incontrano, che potrà essere superata solo trovando l’accordo, l’incastro dei tanti che si fanno uno per andare avanti insieme, per non tirarsi indietro, per essere parte.

Un fumetto che nasce da un lavoro corale all’interno de Il Progetto Giovani, uno spazio da cui nascono storie, musica, mostre, video, collezioni di moda; bellezza, insomma. Un’iniziativa del reparto di pediatria oncologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, sostenuta dall’Associazione Bianca Garavaglia onlus ; a ogni nuovo progetto partecipano una ventina di ragazzi, ciascuno con le proprie tempistiche e il proprio apporto e così anche per questo progetto di scrittura che ha debuttato nel 2015 e, attraverso la guida di Lorenza Ghinelli della Scuola Holden, si è fatto romanzo prima di prendere la strada del fumetto. Un lavoro corale appunto, in cui si è scelto insieme il tema dei supereroi e poi lo si è sviluppato creando personaggi e situazioni; ognuno ha dato il suo contributo, come raccontano le biografie degli autori a fine volume: leggerle vi dà il senso del gruppo e di tutto quel che dentro ci è successo, vi raccontano uno spaccato della vita di reparto, dei legami che si creano, di quel che la vita fa succedere; vi invitano anche – se le ritrovate al fondo della vostra lettura – a ritornare alla storia e a cercare echi delle vite dei ragazzi tra i dialoghi dei personaggi, tra le pieghe dei caratteri che gli autori hanno loro regalato.

Il Progetto Giovani e Mammaiuto Lab, da un’idea di Andrea Ferrari ed Edoardo Rosati, sceneggiatura di Giorgio Trinchero, disegni di Claudia Razzoli e Francesco Guarnaccia, Loop. Indietro non si torna, Rizzoli Lizard 2017, 144 p., euro 15

A margine. Questo libro, questo progetto vengono da un luogo dove ho trascorso una parte della mia vita bambina e adolescente. Quando io frequentavo il 6° e il 7° piano dell’INT non esisteva “il progetto giovani” e sarei comunque stata, entrambe le volte, troppo piccola per farne parte, anche se non dubito del fatto che avrei rotto le scatole abbastanza per costringere a farmi partecipare a un progetto di scrittura! Ho conosciuto molte delle persone che ancora oggi vi lavorano e mi viene naturale pensare al loro sguardo lungo anche dietro a questo progetto. Sono molto orgogliosa del risultato di questo libro, originale e non scontato, e confesso che trovarmelo tra le mani per quel che oggi è il mio lavoro mi ha fatto molto sorridere. È un libro che dice quanta vita c’è in un luogo in cui tanti preferiscono non guardare e mi sembra una buona segnalazione per affacciarsi sul nuovo anno, per guardare avanti, per essere ironici e sinceri e dire la vita per com’è: vera.

Thornhill

9 Ott

Coinvolgente e nero, non solo nel colore delle illustrazioni e della copertina, ma nell’atmosfera che si crea in questo libro che riprende i meccanismi a cui Brian Selznick ha abituato i lettori con un andamento narrativo che mescola il racconto fatto attraverso le parole e quello attraverso le immagini, complementari e necessarie le une alle altre. Qui Pam Smy sceglie di connotare con ciascun registro narrativo una voce diversa e di aggiungere in più il diario e il muoversi tra due diversi momenti storici.

Il lettore infatti si trova di fronte a una parte illustrata che racconta di Ella: siamo nel 2017, la ragazzina si è appena trasferita in una nuova casa dopo la morte della mamma, il papà è spesso assente per lavoro e lei è presa dalla curiosità per la vecchia casa abbandonata che vede al di là della staccionata. Il testo invece è il diario di Mary, datato 1982, pagine inquietanti dove la ragazzina – che vive a Thornhill, istituto di orfani in attesa di adozione – parla delle sue giornate isolate dal resto del gruppo, vissute nel terrore di un’altra ospite della casa. Il mondo rassicurante di Mary sono i personaggi che costruisce, modellandoli con la creta e vestendoli di stoffa, ispirati anche alle sue letture, come nel caso de “Il Giardino segreto”. Sul suo resoconto lungo il filo dei mesi non incombe solo la chiusura dell’istituto, ma anche l’ombra di qualcosa di terribile, il senso di impotenza di fronte al terrore e agli adulti che fingono di non vedere, la cattiveria che si insinua in ogni gesto quotidiano, il tremendo senso di solitudine. Attraverso i pupazzi, attraverso vecchi ritagli di giornale si ricompone il puzzle degli evnti passati e si crea un legame tra la ragazzina dell ’82 e quella contemporanea che arrivano a far toccare le loro solitudini e a dare in qualche modo una forma di cupa luminosità all’atmosfera di graduale crescendo e svelamento che l’autrice – già conosciuta in Italia per le illustrazione de Il riscatto di Dond – sa costruire. Da 13-14 anni.

Pam Smy, Thornhill (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2017, 538 p., euro 18,50