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Il segreto di Espen

26 mar

segreto di espen

Quando la Germania nazista invade la Norvegia, nel 1940, Espen ha quattordici anni e vede rapidamente cambiare il suo quotidiano fatto di scuola, squadra di calcio e famiglia. Il libro lo segue per i cinque anni successivi, in cui la sua crescita procede di pari passo con l’acuirsi della situazione interna (l’arresto di milletrecento insegnanti, razionamento del cibo, torture, pestaggi, delazioni) e con il suo impegno nel movimento di resistenza che lo vede dapprima distribuire giornali e messaggi clandestini, poi assumere incarichi sempre più importanti e pericolosi. Intorno tutto cambia: viene sciolto il movimento degli Scout e a Espen viene confiscata la divisa; chi possiede una radio può incappare nella pena di morte, gli ebrei sono deportati nei campi di concentramento in Germania e viene introdotto il Servizio di Lavoro Obbligatorio. Come tante altre famiglie norvegesi, anche quella di Espen si rifiuta di giurare fedeltà al partito nazista e si adopera per combattere il nemico, ciascun membro a suo modo: gli sguardi, i gesti dei genitori e dei figli valgono più di tante parole e descrivono un affiatamento di intenti che non ha bisogno di sottolineature o di proclami.

La guerra entra di prepotenza anche nelle amicizia, anche negli affetti; non è semplice per il protagonista accettare che gli amici, i compagni di squadra parteggino per i nazisti ed entrino a far parte delle loro organizzazioni; parimenti lo sorprendono però i gesti di solidarietà e di coraggio che non si aspetta: la sorella che ruba tessere annonarie per nutrire i prigionieri, la ragazza amata che lo nasconde in casa, un’anziana sul treno che gli si fa complice, un soldato nazista che finge di non vedere. La narrazione permette di mostrare ai lettori gli anni della Seconda Guerra mondiale da un’angolatura poco frequente: quella di un altro Paese nella sua quotidianità. Permette di parlare di quel che significa resistere ogni giorno e di come un intero popolo possa schierarsi con azioni minuscole che rendono però visibile la propria posizione e rafforzano così la possibilità di sperare nel cambiamento; azioni minime come possono essere indossare un berretto rosso o un paio di calze del colore inviso ai nazisti, scegliere di non tagliare – nessuno degli alunni – il traguardo della gara di sci resa obbligatoria dal regime e anzi fermarsi pochi metri prima e intonare l’inno nazionale, portare addosso un fiore nel giorno del compleanno del re esiliato, andare in giro con una graffetta sul bavero, dei fiammiferi nei nastri dei cappelli, l’orologio al contrario: piccoli gesti per farsi insieme spavaldi. E , su tutti, la figura di Tante Marie, che guida, insegna, suggerisce, spinge Espen a essere più furbo e più intelligente del nemico, a non farsi vincere dalla rabbia e a seguire la luce, sempre.

Il sito dell’autrice. Come spiega la nota finale, questa storia è nata dai racconti che i genitori di Margi Preus, che parteciparono alla resistenza norvegese, ed è in particolare ispirata alla vicenda di Erling Storrusten: qui potete leggere la sua diretta testimonianza.

Margi Preus, Il segreto di Espen (trad. di Aurelia Martelli), EDT Giralangolo 2015, 290 p., euro 14

L’anonima fine di Radice Quadrata

24 mar

anonima fine di radice quadrata

Sofia ha sedici anni e tanta rabbia da aver subito colpito con un pugno una compagna appena arrivata al liceo; possiede una certa propensione al combinare guai e pure l’estro a la costanza – a suo dire – per rendere credibile ogni bugia. Fotografa con sarcasmo le tribù del Galilei, la sua scuola, dalle pagine di un blog anonimo dove affibbia soprannomi calzanti e rivelatori a tutti, ma è il suo che fatica a capire: per troncare un litigio al primo anno, un compagno le ha gridato “Sei una radice quadrata senza il numero dentro!”. Basita, ma non vinta (figurarsi se si lascia rubare l’ultima parola) non ha trovato di meglio che usare quel “Radice Quadrata” per ribattezzare il ragazzo, prima per scherno poi per abitudine, ed è così che lo conosce il lettore visto che mai il suo nome vero viene scritto. Del resto, lui non si scompone, non reagisce ai continui pungoli di Sofia e scrive. Scrive in continuazione in taccuini chiusi con l’elastico; scrive brevi frasi, osservazioni, coprendosi con una mano e immergendosi in un mondo che pare davvero solo suo. Finché, con l’arrivo di un supplente, si cambiano i posti in aula e Sofia se lo trova seduto proprio accanto. Il nuovo insegnante inoltre chiede agli allievi di concentrarsi sui racconti moraleggianti che intervallano Cuore e li sfida – oltre che nella lettura di De Amicis – nel comporre la storia di un eroe che spieghi perché lo si consideri tale. Il lavoro si fa a coppie, Radice Quadrata rimanda all’infinito e Sofia è piano piano stuzzicata dal suo distacco, dai taccuini, dal silenzio, dal nulla che di lui trapela. Abituata a non darsi mai per vinta e cresciuta da un nonno malato di polizieschi, decide di pedinare Radice e di sondare il mistero che pare pervadere la sua vita: lunghi appostamenti sotto la pioggia, dietro le vetrine di uno squallido bar, corse in bicicletta all’inseguimento di un autobus, addirittura il funerale di uno sconosciuto.

Radice Quadrata pare avere un’identità nascosta o per lo meno un pezzo di vita che nessuno sa e che nessuno probabilmente vede; Sofia intanto scopre – proprio lei che ha intitolato il blog “Il mio paio d’occhi” – come all’improvviso certe cose comincino a mostrarsi dopo esser rimaste nascoste in bella vista per tanto tempo: inizi a notarle, a sommarle, a cercare di incastrarle. E poi non puoi smettere di andare a fondo, di fare domande anche quando ottenere risposta significa avere pazienza e sperare. Sperare tanto forte da arrivare persino a giurare di chiamarlo col suo nome vero, prima o poi, quel Radice Quadrata.

Alessandro Mari, vincitore del Premio Viareggio nel 2011 col suo romanzo d’esordio “Troppa umana speranza” e traduttore di parecchi libri per ragazzi (oh, sì!), costruisce una storia che parla ai ragazzi (la voce di Sofia va dritta tra le proposte per i ragazzi della scuola superiore di secondo grado), ma anche ai loro adulti. La protagonista infatti guarda e descrive la famiglia, gli adulti, gli insegnanti, i compagni, i meccanismi dei rapporti, le storie d’amore  a scadenza e la scuola. Quella scuola che “è peggio di internet perché non ammette distrazioni, il giudizio altrui ce l’hai sempre davanti, devi sempre dire e fare la cosa giusta. Internet è meno complicato”. Meno complicato significa che puoi nasconderti dietro l’anonimato di un blog come ti nascondi dietro il cappuccio della felpa mentre spii chi cammina davanti a te sul marciapiede o usi una chiave non tua per aprire la porta di un deposito, ma quando cominci a vedere (le coincidenze, i particolari, i segreti del passato) scopri di avere mille domande da fare e la voglia di tentare.

Alessandro Mari, L’anonima fine di Radice Quadrata, Bompiani 2015, 314 p., euro 18, ebook euro 8,99

Se tu fossi qui

23 mar

rondoni

Il cuore delle persone è di due tipi: tristi come sacchi di patate abbandonati o animati come aiuole di fiori sempre vivi. Uno può essere anche tutti e due i tipi di cuore, a seconda dei giorni. Ma non è il massimo. Il massimo è avere il cuore che fiorisce sempre, e gli occhi vivi.

Una prosa asciutta ed essenziale che contribuisce a conferire a questa storia una sorta di atmosfera sospesa: sappiamo di essere negli Stati Uniti, sappiamo che è terra di migranti, che è terra difficile, paludosa, estrema. Potremo essere a fine secolo scorso o nei primi decenni del Novecento; rimane comunque una sorta di dilatazione del tempo, che regala alla storia la possibilità di svolgersi ovunque ci sia un anelito di ricerca, di desiderio di scoprire, di avvicinarsi, di riconoscersi dopo tanto tempo, come quello che il protagonista undicenne prova nei confronti del padre, di cui conserva pochi ricordi, l’ultimo dei quali risale all’età dei suoi tre anni.

Best vive in un paesaggio che potrebbe sembrare brutto, ma che può essere bellissimo, con le sue albe, i cieli tersi di febbraio, le nuvole pazze di primavera; dipende tutto da come si guarda, da come si usano i propri occhi, e purtroppo – ci dice – “di poveracci coi topi morti al posto degli occhi ce ne sono”. Vive con lo zio, un uomo di poche parole che ama creare similitudini e metafore e sentirsene ricco, impegnato nella difesa del suo terreno e della sua baracca dall’esproprio da parte dell’amministrazione comunale e dell’azienda del gas; questa battaglia fa da sfondo alla vicenda del protagonista e ci fa percepire l’angolo di mondo in cui si svolge esattamente come lo vive Best: succedono molte cose (la lotta a difesa dei terreni, le difficoltà a scuola, la durezza della vita degli abitanti della cittadina), ma a spiccare vivida su questo fondale è la ricerca di suo padre, guardiano del faro la cui luce brilla nella notte. Nonostante l’insistenza del nipote, lo zio continua a rimandare il viaggio ad un tempo giusto che non arriva mai fino a quando, complice una sospensione non meritata a scuola, organizza una sorta di viaggio di scoperta nelle parole e nelle descrizioni di chi lo ha conosciuto. Best incontra persone diverse: un assassino appena uscito di prigione, una donna arrabbiata, il sindaco disperato, n uomo che sa vedere figure nella pietra prima di scolpire. Ognuno di loro racconta frammenti che non bastano; allora Bart decide di partire e di accettare la compagnia di Rosa, ragazzina indisponente e coraggiosa, che ama da sempre. Sotto il sole, in mezzo al fango, a fianco degli alligatori, tra la paura e il coraggio che la condivisione regala, Best raggiunge il faro e lì rimane, accanto al padre a guardare il mare: sono due uomini ed è il silenzio a segnare il loro incontro, le parole vengono dopo, faticose perché sottolineano come a volte si sia deboli proprio in ciò che si ama di più. Ma quell’amore puro tra figlio e padre permette che il genitore spieghi il motivo del loro mancato tempo insieme: un motivo fisico, un’impossibilità che brucia perché ha impedito quello che il cuore avrebbe desiderato. Poi è tutto possibilità: la bravura dell’autore è anche questa, lasciare il lettore nel momento in cui una nuova pagina si apre.

Davvero una piacevole sorpresa: non neghiamo quanto sia raro di questi tempi trovare, nella narrativa italiana,  un respiro ampio come quello della scrittura di Rondoni in questo testo; ecco, “pare un romanzo straniero” verrebbe da dire ed è un compimento davvero. Godetevi la lettura e auguratevi quel che Best suggerisce tra le righe: occhi vivi, magie che fanno sperare e l’amare solo persone che sorprendono (dice lo zio: Ehi, Best, hai capito? Solo donne che stupiscono!”).

Il sito dell’autore.

Davide Rondoni, Se tu fossi qui, San Paolo 2015, 160 p., euro 14

Sophie sui tetti di Parigi

17 mar

sophie sui tetti di parigi

Se siete di quei lettori che sottolineano passaggi chiave, belle frasi, brani da leggere ad alta voce e magari anche momenti in cui ci si commuove, riempirete di certo con segni, linee e colori questo romanzo che oserei dire inclassificabile nella sua bellezza, sospeso tra onirico e realismo, ambientato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando si viaggiava su grandi transatlantici e talvolta su di essi si rischiava la vita.

Charles Maxim è uno studioso con la testa tra le nuvole, ha trentasei anni, parla in inglese con le persone, in francese con i gatti e in latino con gli uccelli; si trova a bordo di una scialuppa di salvataggio, dopo il naufragio della Queen Mary, e sono proprio le sue grandi mani a trarre in salvo una bambina che naviga nella custodia di un violoncello, avvolta negli spartiti di una sinfonia di Beethoven. Dalla coccarda col numero 1 che porta appuntata, Charles stabilisce che quello è il giorno del suo primo compleanno, la battezza Sophie e la porta nella sua casa tutta scale e spigoli, dove la alleva – sotto l’occhio critico dell’Ente Nazionale per l’Assistenza dell’Infanzia – a suo modo, parlandole come ad un adulto, leggendole Shakespeare, sicuro che volerle bene sia più che sufficiente per riuscire nell’impresa. Sophie cresce con un’infinita libertà e diventa alta, generosa, goffa e avida lettrice come Charles, con molte certezze assolute e un solo chiodo fisso: ritrovare la madre di cui ricorda la musica suonata col violoncello e le gambe che ballano nei pantaloni. Anche Sophie suona il violoncello, indossa i pantaloni e mangia sovente utilizzando atlanti al posto dei piatti: tutte cose che vengono ritenute anomale dai servizi sociali, esattamente come il fatto che un uomo solo cresca una bambina ed ecco il motivo per allontanarli al compimento dei tredici anni di Sophie. Non resta che fuggire verso Parigi, città indicata nella targa all’interno della custodia dello strumento che Sophie ha conservato, unico indizio per ritrovare la madre: qui si scontrano con la polizia, che nasconde i registri della nave – una delle tante troppo vecchie, ma certificate comunque come sicure per riscuotere il premio di assicurazione in caso di naufragio, a scapito delle vita di centinaia di persone – e intraprendono la loro personale ricerca. Sophie incontra Matteo e scopre la vita dei ragazzi che vivono in aria, sui tetti, sugli alberi, dividendosi le zone, fuggendo gli orfanotrofi, battendosi tra di loro. Matteo la sfida e la ragazza, che fin dall’infanzia si sente al sicuro solo arrampicandosi, si allena e vince le paure per seguire la musica conosciuta che arriva di notte da tetti non troppo lontani, consapevole dell’importanza dell’equilibrio e di ciò che le ha insegnato Charles: “quasi impossibile” vuol dire che in fondo un po’ è possibile e non bisogna mai ignorare una possibilità.

Poetico e ironico, lieve e delicato come i passi a piedi nudi su una corda tesa tra due tetti, questo libro è stato premiato con il Waterstones children’s book prize 2014, occasione in cui The Guardian ha chiesto alla sua autrice di stilare la sua top ten degli orfani letterari :-) ed è nella lista dell’ALA Notable Children’s Book 2014. Ha ricevuto il Prix Sorcières 2015 nella categoria “Romans junior”.

La copertina e le illustrazioni interne, una suggestione per ogni capitolo, sono di Terry Fan (non perdetevi le sue balene! E nemmeno tutte le altre bestie…). In questo video Katherine Rundell parla del suo libro.

L’autrice ha fino ad ora scritto altri due libri; aspettiamo le traduzioni :-)

Katherine Rundell, Sophie sui tetti di Parigi (trad. di Mara Pace), Rizzoli, 2015, 288 p., euro 14,50

Per una volta nella vita

12 mar

eleanor e parkPubblicato per la prima volta nel 2013, questo romanzo è tornato in libreria con una nuova copertina che ammicca maggiormente ai ragazzi e con l’aggiunta dei nomi dei protagonisti, bella pronta per l’uscita del film (Dreamworks ha acquistato i diritti nel 2014 e le riprese – su sceneggiatura della stessa autrice – cominceranno a breve). Così ci permette di riprendere in recensione un libro letto tempo fa e di cui non abbiamo ancora scritto, da inserire subito nelle proposte per i ragazzi della scuola secondaria di secondo grado.

Agosto 1986, autobus diretto a scuola: per quanto Park alzi il volume e pigi le cuffie sulle orecchie, non c’è modo di evitare le voci dei compagni; poi una ragazza nuova sale a bordo, una che non ha idea di come siano le gerarchie e le abitudini, una che non sa dove mettersi, che tutti cercano di evitare, una che si siede proprio accanto a lui perché è la voce di Park a ordinare: “Siediti!”, convinto di essersi appena messo nei guai. Eleanor è diversa da tutte le altre ragazze della scuola e pare non farci caso, sembra infilarsi i primi abiti che trova intorno la mattina, i suoi capelli rossi la identificano sempre e comunque. Eleanor è appena tornata a vivere con la madre ed i fratelli e cerca, nella minuscola casa, un angolo tutto suo e insieme di farsi invisibile al patrigno, ai suoi accessi d’ira, alle violenze. Park è assolutamente integrato in classe, ha un gruppo di amici di cui segue le abitudini, ma a casa vive il continuo confronto col fratello che – agli occhi del padre – è sempre migliore di lui. La loro amicizia è un addomesticamento fatto di letture e di musica: scambio di fumetti, vinili, audiocassette, discussioni sui generi e sui personaggi; è fatto di occhiate nascoste a studiare l’altro, di domande, di risposte mancate, di chiusure a riccio e improvvise aperture; è fatto di desiderio di aiutare e di scoprire, ma anche di timore di svelare. Lentamente diventa innamoramento ed è una storia non banale e non scontata, assolutamente.

la narrazione procede a due voci, con rapidi scambi tra Eleanor e Park, creando un duplice punto di vista a cui il lettore deve inizialmente abituarsi per poi trovare il giusto ritmo di lettura, con la possibilità di vedere l’intorno in cui i due si muovono in maniera tonda, completa.

Il blog dell’autrice. Eleanor & Park on Pinterest.

Rainbow Rowell, Eleanor e Park. per una volta nella vita (trad. di Federica Merani), Piemme 2014, 350 p., euro 12

L’atomica

24 feb

atomicaIl prologo di questo libro, che racconta della costruzione della bomba atomica e della lotta tra Stati Uniti, Germania e Unione Sovietica al possesso dell’arma più potente al mondo come se fosse un romanzo, è da urlo. Un inizio perfetto che incolla alla pagina e fionda il lettore all’interno delle dinamiche che portarono alla corsa scientifica all’atomica, intrecciando sulle pagine i diversi fronti impegnati e illustrando sia il percorso degli scienziati che i movimenti dei servizi segreti per lo scambio di informazioni che le scelte politiche che portarono poi all’utilizzo della bomba e alla distruzione delle città giapponesi.

Tra le pagine ci sono Roosevelt e Truman, Hitler e Stalin; ci sono Einstein, Robert Oppenheimer (il padre della bomba atomica che testi scolastici di qualche anno fa descrivevano liricamente con la specificazione “tre lauree, otto lingue e un fascino irresistibile”…), Enrico Fermi, ma anche i resistenti norvegesi che sabotarono la centrale di approvvigionamento di acqua pesante dei tedeschi, le spie sovietiche e i cittadini statunitensi che entrarono a far parte della rete del Kgb fornendo preziose informazioni sullo sviluppo del progetto. Con l’avanzare del racconto, il testo si fa a tratti denso di nomi, di specificazioni e può non essere semplicissimo districarsi tra specifiche scientifiche e fronti diversi su cui l’azione si sviluppa, ma possiede di certo il pregio di essere una narrazione che regge la tensione e che regala volti e sfumature quotidiane a un evento che spesso è considerato nei suoi risvolti scientifici o storici. Mostra l’impegno nella sfida e l’esultanza di fronte ai risultati della comunità scientifica riunita a Los Alamos, l’aura di segreto che avvolgeva tutta l’operazione, le tecniche delle spie, le scelte dei singoli che si rivelarono fondamentali, i dubbi e le domande che molti cominciarono a farsi. Mostra come un gruppo di menti eccellenti fosse appunto impegnato in una sfida scientifica e come l’esaltante risultato ottenuto, impensabile fino a pochi anni prima, abbia avuto un’applicazione pratica immediata e una devastazione umana e ambientale a cui molti – esaltati dal risultato scientifico e su di esso concentrati – non erano pronti.

Corredato da fotografie che danno un volto ai protagonisti della storia e da una bibliografia finale specifica, quella su cui l’autore si è basato per ricostruire minuziosamente i pochi anni che cambiarono la storia del mondo.

Il sito dell’autore che con questo libro ha ottenuto numerosi premi tra il 2012 e il 2013.

Steve Sheinkin, L’atomica. La corsa per costruire (e rubare) l’arma più pericolosa del mondo (trad. di Nello Giugliano), Il Castoro 2015, 294 p., euro 15,50

Fuochi d’artificio

23 feb

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Premessa necessaria: i luoghi in cui è ambientato questo libro fanno parte del mio orizzonte e le storie e le vicende della Resistenza di cui furono teatro fanno parte della storia della mia famiglia. Sono cresciuta con le voci dei partigiani che raccontano, con la voce di Nuto Revelli che accenna piano “Addio belle ragazze di Mesce e Casterino”, con le suggestioni dei passi delle 181ª Brigata  Garibaldi nei sentieri sulla collina di casa (quei sentieri che oggi fanno parte del progetto Memoria delle Alpi). Se domandavo una storia, era facile che parlasse di masche oppure di partigiani, inanellando nomi di battaglia a quelli di Galimberti, dei Bianco ecc. E se, dalla casa di Torre Pellice in cui nel 1944 stavano i Jervis guardo la prospettiva della strada di fronte, non posso non pensare a Lucilla Rochat che riceve la conferma della morte di Willy. Insomma, di fronte a questo romanzo mi ci sentivo dentro fino al collo :-)

La storia della Resistenza è vista dagli occhi della tredicenne Marta che ha lasciato Torino per trovare rifugio a casa dei nonni e lì riprendere una normalità di vita (la scuola, l’amicizia con Sara) insieme al fratello maggiore. Un altro fratello combatte già tra le fila partigiane, anche il padre è impegnato con il CLN e la madre è costretta a rimanere presso la famiglia d’origine in Svizzera, dopo che è stato scoperto che aiutava famiglie ebree a scappare oltre confino. Ecco, la figura della madre di Marta permette all’autore, come anche in altre occasioni, di accennare a diverse componenti di quel particolare momento storico e offrire suggestioni e spunti. Incontriamo Marta nell’aprile del 1944, nel momento in cui si rende conto che il suo aspetto ancora bambino può facilitarla di fronte ai soldati: può passare in qualche modo inosservata, suscitare al massimo simpatia nella somiglianza coi figli dei militari tedeschi e può darle carta bianca; proprio su questo puntano lei, il fratello Davide e gli amici Sara e Marco che si inseriscono tra le maglie della resistenza, interpretando i messaggi da recapitare e cercando di dare il loro apporto, non senza ingenuità e senza pericoli.

La narrazione segue l’inverno di attesa e la primavera del ’45 con la ripresa delle ostilità, i rastrellamenti e la lotta che si fa decisiva fino alla festa di aprile. Segue anche la crescita di Marta col suo spirito ribelle, gli imprevisti, il dolore della morte, la fatica, la paura di sbagliare e di non farcela; segue il suo essere indomita, i suoi incontri con le diverse bande partigiane, con le famiglie degli amici, con i montanari che la nascondono e la soccorrono e di ciascuno mostra la visione di quei mesi e i risvolti al termine della lotta, nel tentativo di rendere prossimo ai giovani lettori un momento fondamentale della nostra storia.

Vista la premessa iniziale, mi permetto un’annotazione a margine: se la valle in cui è ambientata la storia è – come scrive l’autore – “idealmente collocata in quella fascia di Alpi piemontesi dalla val di Susa in giù, dette anche valli occitane, tra le quali vi sono la val Pellice e Germanasca (…) e le valli del cuneese”, ecco allora i montanari, i pastori che la protagonista incontra, quelli che vivono in alta montagna e che la accolgono o la incrociano per un tratto del cammino, non possono parlare quel piemontese riportato nel libro e nemmeno appellarla come “fiola”, che suona al massimo ossolano. Parlano occitano, nelle diverse sfumature, nelle differenze che caratterizzano le valli, ma occitano è.

Il blog dell’autore. L’illustrazione di copertina è di Cesare Reggiani.

Andrea Bouchard, Fuochi d’artificio, Salani 2015, 312 p., euro 14,90, ebook euro 9,99

La fabbrica delle meraviglie

17 feb

la-fabbrica-delle-meraviglieAtmosfere vittoriane e londinesi, una protagonista alla Jane Eyre e l’avvento della scienza a metà Ottocento in termini di vapore, meccanismi, giroscopi, invenzioni che possono cambiare i destini degli uomini e delle nazioni: ecco gli ingredienti per questo romanzo narrato in prima persona che porta il lettore al seguito della protagonista, alla scoperta di un mondo a parte e diverso da ogni cosa riesca a immaginarsi. Katharine, diciassettenne orfana e senza rendita, vive in balia della zia Alice e del cugino Robert dalla cui eredità di famiglia dipende anche il suo futuro. Un futuro che la ragazza intravede ben misero, in quanto non possiede nulla di suo, non ha possibilità di mantenersi se non quella di rimanere a servizio della parente e – a dir di tutti – non ha nemmeno la minima bellezza per aspirare al matrimonio. Proprio per vegliare sull’eredità del cugino, viene inviata a Strawyne Keep, residenza dell’unico fratello ancora in vita di suo padre, che pare stia compromettendo il patrimonio di famiglia, dilapidandolo a causa della sua presunta pazzia.

L’accoglienza è fredda, ostile e quel che Katharine scopre è del tutto inaspettato: la residenza è decisamente trascurata, la maggior parte delle stanze è chiusa, i domestici si contano sulle dita di una mano e sono pronti a tutto per difendere il signor Tully, il quale vive in un laboratorio dove costruisce automi e giroscopi, dove carica decine di orologi dai mille ingranaggi e dove segue un ritmo tutto suo. La malattia dello zio lo rende fragilissimo, deve essere guardato a vista e assecondato, ma tutto questo non ne impedisce la genialità nel fabbricare complicati meccanismi, pesci meccanici, automi che raffigurano le persone che hanno segnato la sua vita né di fare a mente operazioni matematiche con numeri sempre più grandi. Il tutto contenuto in un mondo a sé, pensato dalla madre per proteggere il figlio e dargli la possibilità di una vita serena e ispirato a un luogo reale, Welbeck Abbey, dove il Duca di Portland fece costruire una serie di stanze sotterranee alla sua residenza e una centrale a gas; anche il mondo dello zio Tully è quasi autosufficiente: affiancano il palazzo due villaggi in cui vivono gli operai che si occupano della centrale del gas, i fabbri, quelli che guidano le chiatte sul fiume, scelti a centinaia dagli ospizi dei poveri di Londra, insomma, la proprietà è un vero e proprio microcosmo che procede agli ordini del signor Tully e insieme lo protegge.

Arrivata per constatare la follia dello zio e farlo internare, Katharine decide di darsi un mese di tempo per studiare la situazione, per far breccia nell’ostilità dei domestici e degli abitanti del villaggio, per capire come può effettivamente riuscire a salvare quanto a Strawyne Keep è stato creato. Dovrà vedersela con l’inaspettato, con chi finge per rubare i segreti scientifici dell’officina dello zio, con chi è disposto a ogni cosa pur di difendere la serenità di quell’angolo di terrà. Imparerà a pattinare lungo i corridoi, a parlare con un bambino muto; dubiterà della sua sanità mentale; si scoprirà bella, coi capelli in disordine e gli occhi che brillano. E inevitabilmente, pur rimandando di giorno in giorno, si troverà di fronte alla zia Alice a decidere cosa davvero salvare.

Una storia che regge il ritmo fino alla fine, che intriga perché il lettore assume il punto di vista della ragazza e scopre novità ad ogni pagina, che insieme racconta di come la diversità sia vissuta in serenità, ma in un mondo a parte, costruito su misura da una madre lungimirante, dove il massimo pericolo viene proprio dall’esterno: chi arriva porta la visione comune che vuole i pazzi, i diversi internati in un istituto di cura, quando non in un manicomio e incontra invece una realtà che parla di possibilità.

Il libro, pur autoconcluso, ha un seguito di cui aspettiamo la traduzione per conoscere l’evoluzione della storia, ma anche cosa le invenzioni di Tully abbiano potuto produrre oltreoceano, nella sfida tra Francia e Inghilterra.

Il sito dell’autrice. L’efficace copertina combina, tra gli altri elementi, le illustrazioni, di Giulia Ghigini.

Sharon Cameron, La fabbrica delle meraviglie (trad. di Valentina Daniele), Mondadori 2015, 312 p., euro 17, ebook euro 6,99

La quinta onda

12 feb

5onfaNegli ultimi anni c’è stata una tale proliferazione di romanzi con distopie (Hunger Games, Divergent, The Hunt…) che il genere mi sta un po’ venendo a noia, ragione per cui ogni volta che mi passa tra le mani un libro di questo tipo prima di iniziare a leggerlo deve davvero colpirmi. Ma i ragazzi chiedono continuamente storie di questo genere, e così mi ritrovo a leggere “La quinta onda”, sperando in qualcosa di originale.
L’autore è una vecchia conoscenza* è questo facilita l’approccio. E poi si parla di alieni, quindi un ritorno ai temi della fantascienza classica, il che non guasta mai. Con queste premesse inizio il libro con molte attese e…non sono state deluse! :-)

Un giorno come tanti compare nell’orbita terrestre un’astronave e tutto quello che prima si credeva solo fantascienza si scopre essere realtà. Iniziano subito i primi tentativi di contatto e le prime domande (chi sono, ma soprattutto come sono? buoni?cattivi? che intenzioni hanno?). L’astronave non risponde, ma dopo 10 giorni dalla sua comparsa arriva la prima onda: un’esplosione elettromagnetica distrugge ogni tecnologia che si basa sull’elettricità. Il mondo rimane al buio. Poi arriva la seconda onda: terremoti e tsunami che decimano ulteriormente la popolazione. La terza è un epidemia. E la quarta è la comparsa dei Silenziatori, alieni in corpi umani che danno la caccia ai sopravvissuti. Cassie sopravvive a caro prezzo e quando viene separata dal fratellino, Sammy, ha un motivo in più per continuare a farlo: ritrovarlo ad ogni costo.
Alle vicende di Cassie si alternano quelle di Ben, che a differenza di Cassie non ha più nessuno e quando viene trovato da quello che rimane dell’esercito degli Stati Uniti, ha un solo motivo per continuare a vivere: la vendetta.

Il romanzo non è assolutamente scontato e le due storie si intersecano alla perfezione. I colpi di scena non mancano e il ritmo è così serrato che in un attimo vi ritroverete a sperare che la Mondadori traduca e pubblichi in fretta il secondo volume!
Sul sito di Rick Yancey potrete trovare i trailer delle quattro onde. Il film è previsto per l’uscita negli Stati Uniti il 29 gennaio 2016, avete quindi un anno di tempo per leggere le avventure di Cassie e Ben e per scoprire in anteprima il prossimo blockbuster distopico.

Rick Yancey, La quinta onda (trad. E. Spediacci), Mondadori 2014, pp.517 , € 17, (ebook €8.99 )

*La serie di Alfred Kropp è stata pubblicata nel 2006 da Fabbri. Narra dell’avventura del timido e impacciato Alfred che si trova suo malgrado coinvolto nel furto di una vecchia spada, che si rivela essere niente di meno che Excalibur! Un divertente mix di azione, epica e humor. Peccato che la pubblicazione in Italia si sia fermata al secondo volume di tre.

La cosa più incredibile

5 feb

cosa piu incredibileIn un compito per le vacanze è richiesto agli studenti di raccontare la cosa più incredibile che sia mai successa loro. Ivan De Rossa, dodici anni, in apparenza scontroso ma molto sensibile, affronta questo compito con impegno, tanto gli preme raccontare la cosa davvero eccezionale e vera, fin nei minimi dettagli, che gli è capitata; mica una di quelle storie banali intrise delle più noiose melensità che racconta il prevedibile Alberto Pitelli, il secchione della classe, ma una vera storia dove nel corso ordinario delle cose irrompe lo straordinario che sconvolge le consuetudini della realtà. L’inverosimile è accaduto a Ivan e ai suoi amici: i due gemelli, diversi tra loro, Paolo e Pietro Contaldi; Melania Giacosa, coetanea pressoché perfetta di Ivan, perché un solo giorno differenzia la loro età di nascita; Rudy Scannarò, bello e atletico, un po’ più grande degli altri e un po’ più saggio. Abitano tutti nello stesso condominio, appartamenti tutti uguali, nella “ridente cittadina” – come dice il padre di Ivan – di Brevie, alle porte di Torino. Famiglie che più o meno si assomigliano, problemi economici che condizionano le scelte di tutti, stesse attenzioni e pressioni sui ragazzi, stessi divieti, alcuni passatempi condivisi e soprattutto un modo inconciliabile di vedere le cose tra ragazzi e adulti. Infatti, secondo Ivan, la cosa più incredibile ha inizio proprio da una grande fregatura. I genitori dei ragazzi disattendono la promessa di andare a vedere tutti insieme il film horror La casa nella brughiera, all’improvviso risultato “spettacolo inadatto”; a pensarci bene tanti altri piccoli fatti, tante altre questioni concorrono all’inizio della cosa incredibile. Ma la questione centrale rimane la certezza da parte dei giovani protagonisti di aver subito ognuno gravi torti da parte dei genitori. Ivan, poi, tanto è infuriato, stende addirittura un elenco minuzioso di tutte le ingiustizie subite in famiglia. E sì che sono tante, tutte per colpa della privilegiata sorella Irene, vegana convinta, creduta erroneamente dai genitori un angelo del paradiso studentesco, che, con la scusa degli esami universitari da preparare, fa in modo che le incombenze più noiose ricadano sulle spalle del povero Ivan. Risentiti per i divieti subiti, i cinque amici si trovano a desiderare profondamente, e in contemporanea, la sparizione dei loro familiari. Con l’irrompere di questo desiderio cominciano a manifestarsi fatti inspiegabili, visibili solo a loro. Dalla Realtà Realtà precipitano in una Reltà Alternativa, controllati e messi alla prova – come personaggi delle fiabe – da due personaggi inquietanti, Franz, l’uomo vestito di bianco e Otto, un nano motociclista.
Il romanzo di Christian Frascella, autore dell’indimenticabile romanzo d’esordio “Mia sorella è una foca monaca” (Fazi 2009), disegna e indaga con levità e profondità il mondo dei preadolescenti facendo spesso sorridere. Da tempo non mi succedeva di leggere un romanzo per ragazzi/per tutti, di un autore italiano, che ci avvicinasse in maniera così convincente a quel nodo intricato che si crea sul finire dell’infanzia in cui si intrecciano fittamente incomprensioni, sentimenti oscuri, desiderio di cancellare ciò che è, bisogno di rassicurazioni, di essere liberi, di strappare le radici, di essere accolti. È bello il linguaggio in queste pagine. Quel linguaggio che l’autore presta alla penna di Ivan intento a scrivere fogli su fogli per il suo compito, con l’intenzione di non tralasciare nulla. Nello svolgimento lambisce il romanzo epistolare, il diario, la fiaba, il racconto horror. È un linguaggio autentico che rivaluta la parola, infatti, “le parole e i desideri da cui scaturiscono sono fondamentali” viene detto da Franz ai protagonisti. In fondo crescere, oltre che imparare a non arrendersi e a fidarsi degli altri, è anche imparare a usare le parole, pensarle per guardare meglio dentro di sé e per comprendere il mondo degli altri.

Il blog dell’autore.

Christian Frascella, La cosa più incredibile, Salani 2015, p. 285, euro 14,90, ebook euro 9,99

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