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Nera

18 Dic

neraChe bello incontrare questo libro dopo tante pubblicazioni relative alle grandi donne, alle biografie di chi ha fatto la storia eccetera eccetera. Che bello che sia un fumetto e che sia costruito così, con pochi colori significativi, con un bel respiro sulla pagina. E che bello che parli di chi è stato dimenticato o almeno è meno conosciuto e che dia risalto facendo giustizia.

Anche Claudette Colvin era di Montgomery come Rosa Parks, anche lei rifiutò di cedere sull’autobus il posto a un bianco e lo face prima della più nota concittadina; aveva quindici anni e la sua vita fu cambiata per sempre da quel gesto che avrebbe poi toccato e modificato le vite di tanti altri.

Plateau, che trae questo testo da un libro di Tania de Montaigne che ricostruisce la vita di Colvin, non risparmia nulla della realtà, della violenza, della durezza del momento storico e probabilmente lo stile grafico scelto rende il tutto ancora più nudo e crudo; non cela nulla delle vicende della protagonista e riesce a rendere partecipe il lettore affidandogli la parte di Claudette, interpellandolo col tu, chiamandolo in causa e facendogli vestire i panni dell’attivista.

Uno dei migliori fumetti di questo anno.

Émilie Plateau, Nera. La vita dimenticata di Claudette Colvin (trad. di Silvia Mercurio), Einaudi ragazzi 2019, 136 p., euro 13,90

Haiku siberiani

9 Dic

Meraviglia meraviglia. Un’interessantissima scelta grafica da parte di Lina Itagaki per dare forma alle parole con cui Jurga Vilé racconta di suo padre, il tredicenne Algis Mieli, e della sua famiglia. Racconta di “tempi tumultuosi”, di quando la Germania invase la Polonia e la Lituania fu presa dall’Unione Sovietica e di come tutti quelli che non festeggiarono l’invasore furono considerati invisi al potere, messi su carri bestiame e inviati in Siberia. Questa è la sorte che tocca ad Algis e alla sua famiglia, la sorella Dalia che ama lavorare a maglia, la mamma dolce e muta dopo la morte di un’altra figlia, il padre capo villaggio rispettato e amato da tutti, la zia appassionata del Giappone. La vita di un ragazzino vira bruscamente: addio al villaggio, alle api allevate con cura insieme al papà, all’inseparabile papero Martino che viene ucciso da un soldato. Addio anche al padre, caricato su un altro convoglio, e spazio al viaggio in treno verso una sorte avversa e una terra gelida, dove si è stranieri insultati e vessati, dove si vive in baracche, dove si conosce per la prima volta la fame.

Il racconto, per brevi capitoli tematici, non nasconde nulla della crudeltà e della durezza dell’esperienza di Algis, che tornerà con il “treno degli orfanelli” insieme ad alcuni di quelli con cui è partito. Non nasconde le privazioni, la crudeltà gratuita dei soldati o dei coetanei russi, i patimenti, le morti, la disperazione. Ma nel contempo racconta la coraggiosa capacità dei bambini e di alcuni adulti di cercare la poesia e la gioia, per quanto possibile, nel quotidiano: cantare insieme in un coro, mandare haiku ai prigionieri giapponesi del campo accanto, allevare pulcini, mettersi un vestito un tempo elegante, fare musica. E serbare il ricordo caro del proprio paese: sono le mele la chiave del ricordo, quelle mele che il padre di Algis gli consegna in un secchio (“In Siberia non crescono le mele”), che essiccate diventano cibo prezioso, i cui semi piantati nello stesso secchio germogliano come la speranza di tornare. E poi ci sono gli animali: le lucciole, le api, i pulcini, persino i pidocchi. E quello sguardo, quello che il padre ha da sempre insegnato in famiglia: “Ci insegna a essere attenti, a osservare le meraviglie del mondo” dice il ragazzino che proprio con lo stesso spirito d’osservazione racconta quel che succede.

Davvero un bel modo di fare Memoria e di offrire ai lettori una finestra su una pagina di storia che magari non conoscono.

Ospiti nei giorni scorsi di BilBolBul a Bologna, dove hanno allestito un ufficio postale, le autrici sono in lizza con questo titoli al prossimo festival di Angoulême nella categoria Jeunes Adultes in compagnia di altre meraviglie, tipo “Spirou, l’espoir malgré tout” e la trasposizione in fumetto del romanzo di Xavier-Laurent Petit “Le fils de l’Ursari”.

Jurga Vilé – Lina Itagaki, Haiku giapponesi (trad. di Adriano Cerri), Topipittori 2019, 240 p., euro 16

The Skeleton Tree

8 Dic

Un romanzo che, per ambientazione, atmosfere e tensione rimanda a “Il signore delle mosche”, al Paulsen di “nelle terre selvagge”,a certi momenti del recente Alla fine del mondo. Il dodicenne Chris, da poco orfano di padre, viene invitato in barca dallo zio Jack e lì conosce un altro ragazzo, Franck, scostante e insolente. Dopo due soli giorni, la barca affonda lungo le coste dell’Alaska e solo i due ragazzi si salvano. Raggiungono una terra selvaggia e disabitata, trovano una rudimentale capanna con tracce di un passaggio umano, non hanno modo di comunicare col mondo: costretti a sopportarsi, i due cercano un modo per sopravvivere, adattandosi al mondo che li circonda. Molto meno ferrato in materia di sopravvivenza di Frank, Chris deve trovare il modo di superare le paure e di farsi piacere quello strano ragazzo di cui non ha compreso il rapporto con lo zio e che gli pare decisamente misterioso. Fa amicizia con un corvo che battezza Giovedì e che diventa il suo compagno di avventura: li lega un legame fortissimo che fa scoprire a Chris il lato per lui quasi umano dell’animale, che lo protegge e lo affianca nell’esplorazione dei luoghi, nella fuga da un grizzly, nei pericoli sempre in agguato. Quando capisce che anche Frank è orfano, pensa di trovare un terreno comune parlando del padre, impiegato noioso e preciso, spesso assente, mentre il padre di frank, nei racconti che il figlio ne fa, sembra un complice perfetto, attento e partecipe. Mentre sale la tensione narrativa (cambia la stagiona, arriva l’inverno, ci sono deliri e animali feroci da affrontare), si avvicina anche l’acme del racconto che svela al protagonista quello che mai ha intuito e compreso della sua famiglia.

Bella copertina e incipit che cattura.

Iain Lawrence, The skeleton tree (trad. di Christina Mortara), San Paolo 2019, 288 p., euro 18

Lucas

9 Set

Ecco un nuovo romanzo di Kevin Brooks e vien da dire che è il Brooks migliore, quello apprezzato in Naked e ne L’estate del coniglio nero. Un romanzo duro, dove sai fin dall’inizio che la vicenda non avrà certo quel che si definisce lieto fine, anzi, ma che ha un profondo significato innanzitutto per la scelta di far raccontare in prima persona dalla protagonista e di mettere sulla pagina il suo sguardo, i suoi sentimenti, il deflagare degli avvenimenti sul suo corpo e sul suo animo.

Caitlin vive sulla minuscola isola di Hale, collegata da un ponte alla terraferma, insieme al padre che scrive romanzi per ragazzi e cerca di sopravvivere alla morte della moglie avvenuta quando i figli erano piccoli. La conosciamo sulle soglie dell’estate, quando il fratello torna a casa dall’università e comincia a frequentare la cattiva compagnia di un gruppo di ragazzi del luogo, intorno a cui bazzica anche Bill, la vicina di casa e amica da sempre di Caitlin. Ma è un’amica che lei non riconosce più, che passa il tempo a vestirsi in modo provocante, a cercare l’attenzione dei più grandi, a bere al pub per finire a vomitare sul ciglio della strada. Lo sguardo di Caitlin invece è catturato dalla figura di un ragazzo biondo, con lo zaino in spalla che vede sul ponte. Scoprirà poi che il giovane è sull’isola da qualche tempo, fa lavoretti nelle fattorie, vive in una radura quasi magica nascosta nel bosco. Lo conosce sulla spiaggia e il sentimento magnetico che la travolge non ha pari. Ma il candido e misterioso Lucas è al centro dell’attenzione degli abitanti dell’isola che lo additano come vagabondo, rom, insomma il diverso da allontanare. Un incidente durante l’annuale regata diventa il pretesto per scatenare contro di lui l’odio, accresciuto dai ragazzi della banda che vogliono montare ad arte delle accuse e incolparlo di reati che non ha commesso. Nel tentativo di difenderlo, Caitlin proverà tutta la forza della violenza, del pregiudizio e della facilità con cui le persone fanno massa credendo a fatti assolutamenti inventanti ed illogici.

Molto bella la figura del padre di Caitlin, descritto nella sua umana debolezza, nella fatica del vivere, ma anche nella capacità di crescere la figlia con uno sguardo aperto e attento a ciò che è giusto, alle scelte necessarie. E un applauso per la riga finale 😉

Kevin Brooks, Lucas. Una storia di amore e di odio (trad. di Giorgio Salvi), Piemme 2019, 334 p., euro 17, ebook euro 7,99

Alla fine del mondo

7 Ago

Ecco il romanzo vincitore della Canergie Medal 2018 in cui Geraldine McCaughrean prende ispirazione da un fatto storico che ricostruisce in parte arricchendolo: a Saint Kilda, un arcipelago sperduto delle Isole Britanniche, nel 1727 come da tradizione un gruppo di ragazzi accompagnati da alcuni adulti si recò per tre settimane su un faraglione per l’uccellagione e vi rimase invece nove mesi. Ispirandosi a questa storia, l’autrice immagina le vicende del gruppo di nove ragazzi e tre adulti che si vedono abbandonati dalle loro famiglie e da tutti gli abitanti della loro isola la cui barca non torna a prenderli; non possono sapere che un’epidemia di vaiolo sta sterminando i loro genitori e la gente del villaggio e che chi rimane non ha le forze per salpare; non possono sapere che da quella tragedia loro si stanno salvando proprio perché lontani.

Quilliam è il ragazzo su cui si concentra il romanzo, in rapporto a cui descrive gli altri, chi piccolo alla prima partenza da casa, chi spavaldo e racconta cosa succede: la normale vita degli uccellatori e poi i cambiamenti innescati dal dover sopravvivere su un impervio faraglione: le paure, i deliri degli adulti, le rivalità, gli incidenti, le strategie. Quando capisce che per salvarsi ciascuno ha bisogno di occuparsi di qualcosa, Quilliam nomina i compagni  custodi: della musica, degli aghi, dei ricordi, delle facce (per ricordarsi di quelli di casa) e lui delle storie perché raccontare e ascoltare storie aiuta a rimanere vivi e in piedi. Piano piano i ragazzi prendono le movenze e le sembianze di uccelli, si perdono, lasciano vincere le paure, affrontano tragedie, raggiungono il limite del doversi autoregolamentare e anche del doversi difendere dagli adulti. Hanno a che fare con l’imprevisto, che compare anche quando scoprono che uno di loro è in realtà una femmina, cresciuta dalla famiglia come John, il maschio tanto desiderato: e avere una femmina in gruppo cambia tutto, mette in gioco ancora di più il rispetto, la dignità, il concetto di limite. Alla durezza della loro vita fa sfondo la durezza della natura e anche l’immensa meraviglia che il libro descrive in un crescendo tragico che poi improvvisamente placa: tornati a terra, i ragazzi scoprono la tragedia e la pretesa degli abitanti sopravvissuti di vederli restare sull’isola come unica possibilità di ripopolarla, di avere un futuro. Ma Quilliam non ha più nulla, i genitori sono morti, gli rimane solo il pensiero della ragazza venuta dal continente che lo ha tenuto in vita durante nove lunghissimi mesi.

Il testo è accompagnato dalle mappe di Ian McNee e dagli uccelli illustrati da Jane Milloy in un’appendice che ripropone la faune di Saint Kilda, accanto al glossario. Un romanzo molto duro e molto bello, con iummagini descrittive e pensieri di una lucida limpidezza anche in mezzo alla tragedia di cui si compone. Quilliam poi cerca ad un certo punto di assumere il punto di vista degli uccelli che lo circondano, nel tentativo di fondersi con la natura, di capirla, di esserne davvero aprte.

Geraldine McCaughrean, Alla fine del mondo (trad. di Anna Rusconi), Mondadori 2019, 304 p., euro 17, ebook euro 8,99

Mi chiamo Eugen

4 Ago

Curiosa scelta potrebbe sembrare quella di pubblicare, da parte di Atmosphere Libri, questo testo uscito per la prima volta nel 1955, scritto dal pastore svizzero e politico Klaus Schädelin, da cui nel 2005 è stato tratto un film premiato l’anno seguente col Premio del cinema svizzero. Eppure il libro risulta dopo anni a tratti fresco e davvero divertente nel suo racconto delle avventure di tre amici, sempre pronti a fare scherzi e a ccciarsi nei guai tanto da essere minacciati di finire in collegio, che atraversano la Svizzera – da Berna verso Zurigo con tape e traversie varie – alla ricerca del fantomatico tesoro del pressoché leggendario re dei mascalzoni che un tempo viveva nella stessa casa di uno di loro.

A risultare vincente è la struttura della narrazione: spesso l’autore si rivolge direttamente al lettore e ogni capitolo è di fatto il racconto concluso di un episodio, di uno scherzo, di un lampo di genio, di un pasticcio in cui i tre amici si cacciano. In questo modo il libro risulta usufruibile ad esempio nella lettura ad alta voce perché è possibile isolare alcuni episodi davvero divertenti da condividere coi ragazzi per far apprezzare le avventure anche a chi potrebbe temere la pesantezza del testo. In più è una lettura che arricchisce il vocabolario, ricca di nei vocaboli e sfumature di significato.

Klaus Schädelin, Mi chiamo Eugen (trad. di Marina Pugliano), 181 p., euro16

Un sogno sull’oceano

8 Lug

Lo penso da quando ho ricevuto il comunicato stampa; so che questo libro conterrà una storia che conosco e racconto talvolta.

Ma andiamo con ordine: il libro innanzitutto. Ballerini confeziona una storia crossover che parla di emigrazione di ieri per parlare di quella di oggi. C’è una barca e non è certo un barcone come quelli che ci racconta la cronaca odierna, ma il mitico Titanic con i suoi saloni lussuosi, gli stucchi, le signore eleganti della prima classe, le persone famose che salgono a bordo a Southampton il 9 aprile 1912. Ma il Titanic porta sul mare tanti sogni di emigranti: quelli che hanno lasciato le loro terre per cercare fortuna altrove e in particolare, in questo caso, uomini italiani che hanno lasciato valli dove non c’era lavoro, famiglie che necessitano di aiuto per guadagnare lontano, con la speranza di tornare, chi per riprendere l’attività di famiglia, chi per sposarsi. Per ricordare le vicende degli italiani emigranti in cerca di fortuna, l’autore riprende una storia affascinante: quella del pavese Luigi Gatti, ristoratore di successo con due famosi ristoranti Ritz a Londra, che gestì anche i lussuosi ristoranti di due transatlantici come l’Olympic e il Titanic. Il lettore lo vede impegnato nella scelta della sua brigata, cuochi, camerieri e compagnia, scelti principalmente tra giovani migranti italiani. Alcuni di loro (realmente esistiti perché le persone che compaiono in questo libro – passeggeri o lavoratori – sono stati davvero passeggeri sul Titanic) vengono scelti da Ballerini perché raccontino in prima persona: in un alternarsi di voci si conoscono i loro pensieri, le speranze, le lettere e cartoline che mandano a casa, le ferree regole sociali a cui sono sottoposti, i pregiudizi a cui devono far fronte, gli stereotipi appiccicati a chiunque sia italiano. E poi, al momento dellle scialuppe in mare e dei tentativi di salvataggio, vengono chiusi dentro il ristorante perché non c’è posto per loro e manco viene preso in considerazione che possano essere salvati: sono gli ultimi, e gli ultimi muoiono insieme al loro capo che non li abbandona e muiono mangiando bene, guardando gli stucchi eleganti perché è l’unica cosa che si possa fare.

Al fondo del libro un’appendice racconta le persone citate (i responsabili della nave e i passeggeri come Guggenheim, Astor, lo scultore Portaluppi), parla di Gatti e dei camerieri a cui si dà voce e poi fa un elenco per rendere omaggio agli altri italiani membri della brigata del Ritz, di cui si sa quasi nulla perché non erano registrati su nessuna lista ufficiale. Nell’elenco dei 28 nomi con relativa provenienza figura Battista Bernardi, anni 22, di Dronero (Cuneo). Che in realtà all’anagrafe era Giovanni Battista Bernardi, chiamato Marcèl e detto Poulo (ché dalle mie parti in quanto soprannomi e stranòm andiamo forte!), ed era di Roccabruna, comune accanto a Dronero, della borgata Nouràt precisamente. In queste mie valli, ogni paese o borgata era caratterizzata da un mestiere e da una zona specifica di emigrazione (in Francia, appena oltre la montagna); ai Nouràt erano camerieri in Provenza e a Parigi. E Marcèl , da Parigi a Londra, si imbarcò come cameriere sul Titanic e figura lì, sulla foto della brigata di Gatti scattata alla partenza. Morto in mare e sepolto ad Halifax, il suo nome, la sua fine quasi leggendaria veniva raccontata in valle per memoria di chi ha conosciuto la sua fidanzata e tramite piccoli episodi, come quello della madre che si svegliò di botto invocando il figlio proprio nel momento in cui il Titanic collideva con l’iceberg. La sua storia è stata ricostruita qualche anno fa da Renato Lombardo e la potete leggere qui; è una di quelle che mi piace intrecciare nei laboratori che raccontano di queste valli fatte di immigrati stagionali o per sempre: acciugai, raccoglitori di capelli, colporteur, camerieri, muratori, incantatori di marmotte e giganti da esibire nei circhi e nei teatri. E allora che piacere trovare questa storia “mia” tra le righe di un’altra storia.

Luigi Ballerini, Un sogno sull’oceano, San Paolo 2019, 217 p., euro 14,50

Lucy

3 Lug

Che meraviglia questo romanzo per i ragazzi più grandi (triennio superiori) in cui il lettore accompagna Lucy per le strade di New York, più precisamente Manhattan, ascoltando i pensieri, le elucubrazioni, i dubbi e le osservazioni di questa curiosa diciassettenne amante degli esistenzialisti francesi, alla perenne ricerca dell’unico romanzo scritto dal padre – le cui copie sembrano essere tutte scomparse – e impegnata a capire le coordinate della vita.

Lucy è bravissima a basket, molto più dei maschi che spesso se la prendono quando li batte, e a basket gioca sovente col suo migliore amico di sempre, Percy, di cui è segretamente innamorata. Ha una migliore amica molto diversa da lei e per questo complementare, una cugina più grande che lavora in una galleria d’arte e spera di potersi mantenere come artista, una femminista caustica che le fa leggere Simone de Beauvoir, e un contorno di compagni di classe per cui lei è abbastanza indifferente, quando non guardata con superiorità. Ha due genitori che reputa in gamba, ma su cui comincia a farsi domande: non è che sua madre ha rinunciato alla propria carriere universitaria quando è nata lei? Lucy è curiosa e attenta, adora osservare gli altri, anche i perfetti sconosciuti per strada o nella metro, anche i vicini da cui fa la baby sitter: fruga nelle loro librerie e nei loro casssetti per cercare di capire com’è davvero al loro vita, al di là di quello che appare. Già, l’apparenza e la bellezza: due punti su cui Lucy – che certo bella non si ritiene – riflette a lungo. E poi i rapporti con gli altri, e i ragazzi, e l’amore.

Lucy è vera, dubbiosa, insicura e insieme con solide certezze come solo un’adolescente può essere: trova cavilli, fa 8e si fa) domande su domande, forse cerca risposte e significati laddove non hanno ragione di essere. E cerca la sua strada, cerca di individuare quei tratti che la caratterizzano e che la fondano, che rimarranno sempre a fare Lucy, anche quando crescerà e andrà per il mondo. Lucy è una capace di pensare questo del suo illusorio amore superficiale e a tratti banale: “Caro Percy, tu sarai sempre la mia illusione ottica preferita. Un giorno, in un lontano futuro, penserò di nuovo a te, e il mio cuore scarterà all’improvviso in risposta a un’antica memoria muscolare. E la fugace fitta provocata da quel momento non avrà nulla a che fare con te e tutto a che fare con la ragazza di diciassette anni che ti amava, e con l’impossibilità di dimenticarla”.

Un romanzo che scorre e cattura, in cui un po’ riconoscersi; uno sguardo onesto sugli adulti, sulle scelte di vita, sull’ipocrisia. E sulla luminosità degli adolescenti.

Dana Czapnik, Lucy (trad. di Marinella Magrì), Solferino 2019, 301 p., euro 18, ebook euro 9,99

On the come up

26 Giu

Con The Hate U Give Angie Thomas ci ha abituati a una scrittura caratterizzata dalla capacità di rendere al meglio la realtà che racconta e che evidentemente conosce molto bene, senza mai cadere nello stereotipo e nel banale. Ci riesce anche in questo secondo romanzo che, mi pare, fatiche un po’ di più a decollare rispetto al precedente, ma che poi coinolvgte appieno il lettore nel suo ritmo. Già, signori, perché qui si tratta di rap e non si scherza. Bri è figlia di una leggenda dell’hip hop underground, ma il padre è morto in un regolamento di conti tra bande e la madre non vuole saperne della passione che la ragazza ha evidentemente ereditato insieme alla bravura. Bri sa di essere brava: lo sa nella fragilità e nella forza dei suoi sedici anni, che la fanno rispondere senza pensarci, mettere tutta la rabbia nei versi, pensare di poter raggiungere la fama a ogni costo per fare soldi e rendere migliore la vita di madre e fratello. Bri sa infatti quanto può essere dura la vita quando non si hanno i soldi per le bollette, quando bisogna far la fila alla mensa dei poveri per mangiare, quando si rinuncia ai propri sogni pur di assumersi le proprie responsabilità come fanno i suoi cari. Sa anche quando è sottile il confine tra legalità e illegalità nei quartieri in cui vive e quanto brucia la discriminazione a cui sei costantemente sottoposto perché sei nero.

L’autrice riesce ancora una volta a rendere molto molto bene sulla pagina la condizione dei ragazzi neri rispetto ai loro coetanei bianchi, le differenze, le accortezze di comportamento che imparano fin da subito. La chieve di riuscita del romanzo sta nella veridicità della protagonista (una sedicenne di cui vediamo la rabbia della forza, ma anche le inscertezze di fronte al primo amore, alle decisioni della vita) e degli altri personaggi: nessuno – nemmeno l’ipocrita nonna o la zia che spaccia per tenere in piedi la famiglia – è mai ridotto a macchietta, ma + sempre verosimile, con tocchi di ironia che rendono la lettura assai gustosa.

Un apprezzamento per la traduzione di Giuseppe Iacobaci che, bravo come sempre, in questo caso ha dovuto confrontarsi con la traduzione di tutti i testi rappati dalla protagonista, rendendoli davvero in modo efficace.

Angie Thomas, On the come up (trad. di Giuseppe Iacobaci), Rizzoli 2019, 426 p, euro 18, ebook euro 8,99

La ballata del naso rotto

11 Giu

Felice uscita editoriale da la Nuova Frontiera junior che ci ha abituati a leggere romanzi interessanti che arrivano dal Nord: in questo caso dalla Norvegia, una trama non banale perché l’autore non rischia mai di cadere nella caricatura pur attribuendo ai suoi personaggi caratteristiche importanti (la mamma del protagonista è obesa; la loro vita in una casa popolare al limite dell’indigenza), soprattutto in cui si ride bene per il sottile senso dell’ironia che lo pervade e per la capcità di Bart di essere ottimista comunque, di osservare la vita con uno sguardo realistico, ma anche un po’ naif.

Bart – che deve il suo nome ai Simpson – cammina sempre galeggiando tra quel che capita intorno: ad esempio, non ricorda esattamente il nome dei suoi compagni di scuola, si impagna al corso di boxe a cui la madre lo ha iscritto pur sapendo che non è esattamente lo sport che fa per lui, indice una giornata di pulizia del suo palazzo nel giorno del suo compleanno e – guarda un po’ – riesce a radunare un bel po’ di gente. Bart ha sempre le cuffie e ascolta arie di opere liriche, la sua passione, pur non avendo mai assistito a una rappresentazione teatrale. Del resto non ha mai imparato ad andare in bicicletta e persiste nel cercare on line suo padre, di cui conosce solo nome e conogne e la probabile provenienza statunitense. Ha una nonna che gli vuole molto bene e che ha la capacità di rispettare i confini: quelli dell’indipendenza del nipote, ma anche quello della dignità della figlia che cerca di farle credere di avere un lavoro regolare e di mangiare sempre tre pasti al giorno: la nonna sa, aiuta, ma non umilia.

La vita di Bart poi si riempie di imprevisti: una compagna di classe troppo intraprendente; la mamma che finisce in ospedale; Geir, il vicino di casa tossicomane, pieno di guai ma anche di buona volontà e buoni sentimenti verso Bart; persino un possibile papà all’orizzonte. Allora Bart scarta dalla sua routine; invece che cantare nascosto in bagno si trova a farlo davanti alla gente, capisce quanto sono complicate le ragazze (“sono belle, ma fanno paura”) e impara persino a pedalare, mentre Geir finge di tenergli il sellino. Ecco, un libro che dice anche delle figure adulte che hai intorno, non necessariamente tuoi famigliari, non necessariamente “a posto” secondo i canoni della società, ma perfette per te, in quel preciso istante, in cui stai crescendo, prendendo forma e loro sono lì con l’atteggiamento giusto.

Il libro è raccontato in prima persona: anche per questo, e per il suo modo di essere sempre a lato, onesto, timido ma in fondo pieno di quotidiano coraggio, Bart è un personaggio a cui il lettore potrà sentirsi vicino e, a tratti, simile.

Arne Svingen, la ballata del naso rotto (trad. di Lucia Barni), La Nuova Frontiera junior 2019, 189 p., euro 15,50