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Via con te

5 mag

via con te

Le storie racchiuse in questo libro sono cinque (con tutte le diramazioni che vengono dagli incontri, dalle altre persone che stanno intorno e che fanno da sfondo) e portano i nomi dei cinque protagonisti; una di loro, Leila è il filo rosso che le lega incontrandole durante il suo viaggio verso l’Alaska. La vecchia automobile che guida è rossa, è diretta in Alaska per vedere l’aurora boreale e di sé semina pochi indizi: una cicatrice sulla nuca, frammenti di quel che pensa, rari riferimenti ai luoghi da cui viene. Il suo viaggio è quasi segreto e l’essere parca di parole non vuole tanto essere mistero, è piuttosto legato alla sua condizione: un percorso intrapreso per tentare di recuperare ricordi passati, per poter costruire il futuro avendo una base. Di certo ha una meta precisa, ma non una tabella di marcia da rispettare: può fermarsi dove desidera, farsi incuriosire, deviare all’ultimo momento. Così, quasi per caso come avvengono tanti incontri, capita sulla strada di altri ragazzi: Hudson, al lavoro nell’officina paterna ala vigilia di un colloquio per una borsa di studio all’università; Bree, in fuga dalla sorella e dal dolore che la vita le ha inflitto; Elliot, appena scaricato dalla migliore amica a cui ha dichiarato il suo amore davanti a tutta la scuola al ballo studentesco; Sonia, pronta a esplodere come una teiera piena di vapore visto che non riesce più a tenere dentro quel che la tormenta e insieme la fa felice.

Con ciascuno di loro un’avventura; Leila si innamora, finisce in gattabuia, entra al pronto soccorso, cerca disperatamente una ragazza a qualsiasi festa ci sia in città, passa la frontiera col Canada nel bagagliaio della sua auto e manda cartoline che il lettore trova inserite tra i vari capitoli. A ciascuno di loro chiede “Qual è la tua storia?” e poi ascolta tutto, anche quello che non viene detto, fino ad imparare ad ascoltare se stessa.

Un romanzo on the road, tra musica, ricordi e scoperte che piacerà ai ragazzi; il paragone in quarta di copertina col Green de “Città di carta” è comunque un po’ azzardato; come dire… l’autore ha succo, ma anche strada da fare.

Il blog dell’autore. Il video con cui Alsaid ha lanciato il suo libro nell’agosto 2014.

Adi Alsaid, Via con te (trad. di Giulia Bertoldo), 410 p., euro 16, ebook euro 5,99

Il coraggio della libellula

29 apr

Il-coraggio-della-libellula-Deborah-Ellis (1)Ammetto di non aver letto questo libro quando è uscito in libreria perché non sopporto molto tutta la serie di Parvana scritta dalla stessa autrice, non avendone per altro lei colpa, ma perché troppo sovente in questi anni gli insegnanti hanno mandato i ragazzi a cercare queste storie in biblioteca senza darsi occasione di segnalare altri libri, di vedere se c’erano altre storie simili, insomma come spesso succede. Lo recupero adesso, grazie a quella formidabile arma che è il passaparola e il racconto entusiasta che ti viene fatto e che incuriosisce; scopro così un thriller scritto (e tradotto) bene, che regge la tensione fino in fondo e che accompagna la trama ad un andamento temporale che mescola presente, passato, brani di diario e lettere, descrivendo in realtà la solitudine dell’adolescenza, il desiderio di sentirsi accettati dal gruppo anche a prezzo carissimo, la capacità di alcuni di essere comunque e sempre se stessi, di una lealtà pura fino in fondo.

Racconta della scomparsa di una bambina, poi ritrovata cadavere, da un campo estivo e dell’arresto della sedicenne Casey, che al campo era la responsabile del piccolo gruppo di cui faceva parte, attraverso la voce della miglior amica Jess, corresponsabile insieme a lei, dibattuta tra la grande amicizia e la sensazione di esser sempre stata tenuta ai margini: dal gruppo più in voga a scuola, che non l’ha mai considerata, e dal’amica stessa, impegnata a osservare e studiare insetti col sogno di diventare entomologa. Il tutto in una piccola cittadina della provincia canadese, dove tutti si conoscono, dove è semplice dire a posteriori “lo sospettavamo già”, dove tutti voltano immediatamente le spalle e pochi davvero – un’insegnante coraggiosa e la madre di Jess, considerate matte entrambe per motivi diversi –  sanno alzare la voce, prendere parte e tener alta la testa. Casey è innocente, ma basta un nulla per mettere in dubbio, per bollarla come strana e diversa, per fare di dicerie delle verità: Jess viene trascinata nel vortice di quel che tutti credono, ammaliata dal poter avere un attimo di notorietà e perde tutto il coraggio che l’amica le ha sempre attribuito.

Un libro duro come può essere dura la vita a volte, che mi ricorda altri due bei testi su argomenti simili, da cercare in biblioteca perché ormai fuori catalogo ma che merita recuperare per riproporre ai ragazzi: Sai tenere un segreto? di Jennifer McMahon (Terre di Mezzo, 2009) e Avete visto JJ? di Anna Cassidy (Mondadori, 1995).

Deborah Ellis, Il coraggio della libellula (trad. di Mara Pace), Rizzoli 2013, 200 p., euro 12,50

Il giorno degli eroi

22 apr

giorno degli eroiCome abbiamo già ricordato più volte nel recensire altri libri, gli anniversari storici si prestano ad essere ghiotte occasioni per autori ed editori; talvolta anche o meno per i lettori, a seconda dei risultati ottenuti. In questo caso, ecco la narrazione lineare, sommessa ed insieme potente, delle vicende della Grande Guerra viste attraverso la vita di una famiglia di contadini veneti che mostra al lettore gli effetti del conflitto nel quotidiano e la sua percezione da parte delle persone che subivano conseguenze e decisioni.

Il punto di vista è quello di Silvio Moretti, classe 1899, famiglia contadina, mai andato in città, due fratelli maggiori pronti ad arruolarsi e la rabbia di non poter partire anche lui, costretto a casa coi genitori e la sorellina. Attraverso i suoi occhi, si leggono le reazioni all’andamento del conflitto, i pensieri del padre, le apprensioni della madre e i cambiamenti di idee e di prospettiva: Carlo, il fratello maggiore, viene arruolato subito ed è il suo volto trasformato da ciò che ha visto e vissuto, a dare a Silvio la misura di quanto il suo iniziale entusiasmo sia in realtà assolutamente fuori luogo; Aldo invece, a causa di una frattura mal curata, viene riformato e si dà al mercato nero e al guadagno illecito. La storia osserva la famiglia che accompagna i propri figli in divisa al treno, in un progressivo spogliarsi di affetti, di fiducia, di resistenza: il terreno a lungo difeso dal padre dovrà giocoforza essere abbandonato quando, con l’avvicinarsi del fronte, quel che resta del nucleo famigliare verrà sfollato nella zona di Rovigo.

La narrazione procede alternando le giornate trascorse in trincea da Silvio, partito infine con la mobilitazione dei ragazzi del ’99, e i ricordi dei mesi precedenti: in questo modo l’autore affianca al racconto del quotidiano e della vita di famiglia lo spaccato del fronte, la vita e le paure dei soldati nel mese che corre tra novembre e dicembre 1917, immaginando una tregua di Natale con i nemici sulla scorta di quella famosa del 1914. Punteggiato di cadenze dialettali e di lettere, è un ritratto vivo e coinvolgente di chi ebbe a suo modo coraggio, laddove si trovava, in quei frangenti.

Guido Sgardoli, Il giorno degli eroi, Rizzoli 2014, 294 p., euro 15, ebook euro 7,99

La casa dei cani fantasma

13 apr

casa dei cani fantasma

La vita di Cameron è da cinque anni un continuo movimento; lo conosciamo al momento del suo quarto trasloco: valigie fatte in fretta, fuga nella notte, calcoli di distanze imponenti e una nuova casa, questa volta una fattoria da anni abbandonata, circondata da campi di mais. Cameron e sua madre fuggono dalla violenza del padre, sono attenti ad ogni auto sospetta che passi intorno a casa e fingono una normalità apparente e rassicurante in un continuo fuggire che pare essere l’unica soluzione. Ma un nuovo domicilio significa anche una nuova scuola e compagni sconosciuti a cui conformarsi o a cui sottrarsi: proprio loro, tra scherzi e derisioni, insinuano nel ragazzo l’idea che nella fattoria affittata dalla madre si sia consumata una tragedia, che nello scorrere dei giorni diventa un’ossessione che trova conferme in vecchi disegni scovati in cantina, segni sui muri, leggende di paese, archivi, come nell’apparizione di un bambino fantasma che cerca un amico e finisce per far credere pazzo Cameron.

Stratton tesse la trama avvolgendo il lettore in una spirale dove i piani del tempo si confondono e dove le similitudini tra le due vicende – quella di Cameron e quella di Jacky – si sovrappongono a tratti ad insinuare  nel protagonista domande e dubbi sulla figura paterna, sull’ affetto dei genitori nei suoi confronti, su cosa le persone intorno possono aver visto o aver taciuto sulla sua vicenda famigliare, sulla propria effettiva sanità mentale. Il dolore della violenza, la sottigliezza dell’arma psicologica a doppio taglio, la liberazione di abbandonarsi al calore di un affetto per poi ricadere nel terrore non cancellano però la possibilità di essere diverso, di poter comprendere che esiste un modo altro di avere rispetto, di provare amore, di voler bene.

Cameron segue un vero percorso di indagine che non lascia nulla al caso, incrociando intuizioni, racconti, testimonianze, risalendo gli archivi d’epoca e scandagliando il campo, si tratti di un solaio, un cimitero o una casa di riposo i cui ospiti nascondono verità mai credute. Insieme dà voce alla difficoltà di credere fino in fondo alla pazzia del padre, le domande sull’affetto che li lega, la fatica di mantenere dei rapporti con gli amici e la facilità con cui si cade fiduciosi in un tranello: il passaggio in cui il protagonista descrive la sua frequentazione dei social con falso nome e il modo in cui comunque il genitore riesce a risalire al luogo in cui vive è lineare, esemplare ed efficace nella sua descrizione. Ripercorre le briciole che ciascuno semina intorno dicendo di sé, esattamente come Cameron ripercorre i sassolini lasciati nel tempo intorno a lui, tenendo conto dei particolari in bella vista, di quel che non coincide e anche delle voci che nessuno ha voluto ascoltare, ritenendo più facile bollarle come pazzia.

Questo libro ricorda un romanzo pubblicato nel 2008 sempre da Mondadori, Corri e non voltarti mai di Elisabeth Fensham, il cui protagonista fugge costantemente col padre, braccato da un’organizzazione segreta fino a quando le domande sulle incongruenze e le mancate risposte non lo costringono a fermarsi per guardare fissa la “vera verità”.

Il sito dell’autore.

Allan Stratton, La casa dei cani fantasma (trad. di Anna Carbone), Mondadori 2015, 252 p., euro 17, ebook euro 6,99

Immagina di essere in guerra

11 apr

Immagina di essere in guerra - Janne TellerSe oggi in Italia ci fosse la guerra… tu dove andresti?

Inizia così il libro di Janne Teller, illustrato da Helle Vibeke Jensen, datato 2001 e riadattato per l’Italia nel 2014.

Il racconto dell’autrice di Niente è costruito sul ribaltamento totale dei punti di vista comuni. Se oggi in Italia, come sta accadendo ed è già accaduto in molti paesi nel mondo, un regime nazionalista salisse al potere e tu fossi, come milioni di persone ridotto a minoranza, costretto a emigrare per sopravvivere, cosa faresti? Come ti comporteresti? Il libro invita a calarsi nei panni degli altri, o meglio ad entrare proprio nella pelle e nelle ossa delle persone costrette a fuggire dalle loro terre, per guerre e lotte che non hanno voluto, persone che soffrono doppiamente per aver abbandonato la loro casa e per non essere accolti nel luogo in cui vanno a vivere, ma a stento tollerati. Sono guardati con sospetto, con odio, additati come causa di tutti i mali.
Non è un racconto politico, è un racconto umano, un invito all’immedesimazione totale, non facile e non indolore. Ma necessaria per poter davvero cercare di comprendere tutte le genti che stanno varcando in nostri confini, territoriali e mentali, per cercare di andare al di là delle barriere erette sull’ignoranza e sulla paura. E’ un invito alla comprensione, all’empatia di cui c’è davvero molto bisogno.

Il libro fa parte della rosa dei candidati al premio Andersen nella fascia oltre i 12 anni.

Janne Teller, Immagina di essere in guerra (trad. M.V. D’Avino), ill. Helle Vibeke Jensen, Feltrinelli 2014

La guerra di Toni

7 apr

guarra di toni

Cagliari, fine anni Cinquanta. Un giornalista in cerca dello scoop che farà svoltare la sua carriera viene avvicinato da un uomo che gli consegna un foglietto raccomandandogli la storia di un ragazzo che vive nelle grotte in fondo al viale dell’anfiteatro romano, dove molti si rifugiavano durante i bombardamenti che distrussero la città nel 1943. Il foglio riporta solo il nome del ragazzo, Toni. Il giornalista parte in quarta, convinto di poterlo presentare come una sorta di uomo-scimmia, muto, senza legami, la cui storia gli farà guadagnare le prime pagine e magari pure l’apparizione in tv. Invece va tutto storto e il ragazzo fugge; il direttore ritiene responsabile il suo giornalista e gli dà due giorni di tempo per ritrovarlo. Comincia così per Rolando Piras una caccia all’uomo, a chi lo ha conosciuto in una città che sta cercando di dimenticare gli orrori della guerra. E comincia per il lettore il viaggio a ritroso nella storia di Toni, pastore tredicenne in città per andare al cinema, disobbedendo al padre, e rimasto in quell’inferno di bombe e di spari, dove conosce Beatrice e la sua famiglia, dove fa la fila per il pane, dove incontra persone che hanno perso tutto e orrore ad ogni passo.

Forse il lettore impiega qualche pagine per entrare nel meccanismo che alterna capitoli sulla ricerca di Toni a quelli in cui è narrata la storia di quel che accade al ragazzo anni prima, ma di certo il romanzo restituisce con forza la tragedia della guerra, lo strazio quotidiano e racconta una pagina poco o per nulla nota ai più giovani: i bombardamenti alleati, che hanno distrutto la città e ucciso centinaia di persone nel tentativo di ingannare i tedeschi, facendo immaginare loro uno sbarco in Sardegna e non in Sicilia, la coventrizzazione, la condizione di chi perse improvvisamente tutto, come Toni: i famigliari, la casa, il paesaggio conosciuto.

Il sito dell’autore.

Fabrizio Lo Bianco, La guerra di Toni, Rizzoli 2015, 232 p., euro 15, ebook euro 9,99

Il segreto di Espen

26 mar

segreto di espen

Quando la Germania nazista invade la Norvegia, nel 1940, Espen ha quattordici anni e vede rapidamente cambiare il suo quotidiano fatto di scuola, squadra di calcio e famiglia. Il libro lo segue per i cinque anni successivi, in cui la sua crescita procede di pari passo con l’acuirsi della situazione interna (l’arresto di milletrecento insegnanti, razionamento del cibo, torture, pestaggi, delazioni) e con il suo impegno nel movimento di resistenza che lo vede dapprima distribuire giornali e messaggi clandestini, poi assumere incarichi sempre più importanti e pericolosi. Intorno tutto cambia: viene sciolto il movimento degli Scout e a Espen viene confiscata la divisa; chi possiede una radio può incappare nella pena di morte, gli ebrei sono deportati nei campi di concentramento in Germania e viene introdotto il Servizio di Lavoro Obbligatorio. Come tante altre famiglie norvegesi, anche quella di Espen si rifiuta di giurare fedeltà al partito nazista e si adopera per combattere il nemico, ciascun membro a suo modo: gli sguardi, i gesti dei genitori e dei figli valgono più di tante parole e descrivono un affiatamento di intenti che non ha bisogno di sottolineature o di proclami.

La guerra entra di prepotenza anche nelle amicizia, anche negli affetti; non è semplice per il protagonista accettare che gli amici, i compagni di squadra parteggino per i nazisti ed entrino a far parte delle loro organizzazioni; parimenti lo sorprendono però i gesti di solidarietà e di coraggio che non si aspetta: la sorella che ruba tessere annonarie per nutrire i prigionieri, la ragazza amata che lo nasconde in casa, un’anziana sul treno che gli si fa complice, un soldato nazista che finge di non vedere. La narrazione permette di mostrare ai lettori gli anni della Seconda Guerra mondiale da un’angolatura poco frequente: quella di un altro Paese nella sua quotidianità. Permette di parlare di quel che significa resistere ogni giorno e di come un intero popolo possa schierarsi con azioni minuscole che rendono però visibile la propria posizione e rafforzano così la possibilità di sperare nel cambiamento; azioni minime come possono essere indossare un berretto rosso o un paio di calze del colore inviso ai nazisti, scegliere di non tagliare – nessuno degli alunni – il traguardo della gara di sci resa obbligatoria dal regime e anzi fermarsi pochi metri prima e intonare l’inno nazionale, portare addosso un fiore nel giorno del compleanno del re esiliato, andare in giro con una graffetta sul bavero, dei fiammiferi nei nastri dei cappelli, l’orologio al contrario: piccoli gesti per farsi insieme spavaldi. E , su tutti, la figura di Tante Marie, che guida, insegna, suggerisce, spinge Espen a essere più furbo e più intelligente del nemico, a non farsi vincere dalla rabbia e a seguire la luce, sempre.

Il sito dell’autrice. Come spiega la nota finale, questa storia è nata dai racconti che i genitori di Margi Preus, che parteciparono alla resistenza norvegese, ed è in particolare ispirata alla vicenda di Erling Storrusten: qui potete leggere la sua diretta testimonianza.

Margi Preus, Il segreto di Espen (trad. di Aurelia Martelli), EDT Giralangolo 2015, 290 p., euro 14

L’anonima fine di Radice Quadrata

24 mar

anonima fine di radice quadrata

Sofia ha sedici anni e tanta rabbia da aver subito colpito con un pugno una compagna appena arrivata al liceo; possiede una certa propensione al combinare guai e pure l’estro a la costanza – a suo dire – per rendere credibile ogni bugia. Fotografa con sarcasmo le tribù del Galilei, la sua scuola, dalle pagine di un blog anonimo dove affibbia soprannomi calzanti e rivelatori a tutti, ma è il suo che fatica a capire: per troncare un litigio al primo anno, un compagno le ha gridato “Sei una radice quadrata senza il numero dentro!”. Basita, ma non vinta (figurarsi se si lascia rubare l’ultima parola) non ha trovato di meglio che usare quel “Radice Quadrata” per ribattezzare il ragazzo, prima per scherno poi per abitudine, ed è così che lo conosce il lettore visto che mai il suo nome vero viene scritto. Del resto, lui non si scompone, non reagisce ai continui pungoli di Sofia e scrive. Scrive in continuazione in taccuini chiusi con l’elastico; scrive brevi frasi, osservazioni, coprendosi con una mano e immergendosi in un mondo che pare davvero solo suo. Finché, con l’arrivo di un supplente, si cambiano i posti in aula e Sofia se lo trova seduto proprio accanto. Il nuovo insegnante inoltre chiede agli allievi di concentrarsi sui racconti moraleggianti che intervallano Cuore e li sfida – oltre che nella lettura di De Amicis – nel comporre la storia di un eroe che spieghi perché lo si consideri tale. Il lavoro si fa a coppie, Radice Quadrata rimanda all’infinito e Sofia è piano piano stuzzicata dal suo distacco, dai taccuini, dal silenzio, dal nulla che di lui trapela. Abituata a non darsi mai per vinta e cresciuta da un nonno malato di polizieschi, decide di pedinare Radice e di sondare il mistero che pare pervadere la sua vita: lunghi appostamenti sotto la pioggia, dietro le vetrine di uno squallido bar, corse in bicicletta all’inseguimento di un autobus, addirittura il funerale di uno sconosciuto.

Radice Quadrata pare avere un’identità nascosta o per lo meno un pezzo di vita che nessuno sa e che nessuno probabilmente vede; Sofia intanto scopre – proprio lei che ha intitolato il blog “Il mio paio d’occhi” – come all’improvviso certe cose comincino a mostrarsi dopo esser rimaste nascoste in bella vista per tanto tempo: inizi a notarle, a sommarle, a cercare di incastrarle. E poi non puoi smettere di andare a fondo, di fare domande anche quando ottenere risposta significa avere pazienza e sperare. Sperare tanto forte da arrivare persino a giurare di chiamarlo col suo nome vero, prima o poi, quel Radice Quadrata.

Alessandro Mari, vincitore del Premio Viareggio nel 2011 col suo romanzo d’esordio “Troppa umana speranza” e traduttore di parecchi libri per ragazzi (oh, sì!), costruisce una storia che parla ai ragazzi (la voce di Sofia va dritta tra le proposte per i ragazzi della scuola superiore di secondo grado), ma anche ai loro adulti. La protagonista infatti guarda e descrive la famiglia, gli adulti, gli insegnanti, i compagni, i meccanismi dei rapporti, le storie d’amore  a scadenza e la scuola. Quella scuola che “è peggio di internet perché non ammette distrazioni, il giudizio altrui ce l’hai sempre davanti, devi sempre dire e fare la cosa giusta. Internet è meno complicato”. Meno complicato significa che puoi nasconderti dietro l’anonimato di un blog come ti nascondi dietro il cappuccio della felpa mentre spii chi cammina davanti a te sul marciapiede o usi una chiave non tua per aprire la porta di un deposito, ma quando cominci a vedere (le coincidenze, i particolari, i segreti del passato) scopri di avere mille domande da fare e la voglia di tentare.

Alessandro Mari, L’anonima fine di Radice Quadrata, Bompiani 2015, 314 p., euro 18, ebook euro 8,99

Se tu fossi qui

23 mar

rondoni

Il cuore delle persone è di due tipi: tristi come sacchi di patate abbandonati o animati come aiuole di fiori sempre vivi. Uno può essere anche tutti e due i tipi di cuore, a seconda dei giorni. Ma non è il massimo. Il massimo è avere il cuore che fiorisce sempre, e gli occhi vivi.

Una prosa asciutta ed essenziale che contribuisce a conferire a questa storia una sorta di atmosfera sospesa: sappiamo di essere negli Stati Uniti, sappiamo che è terra di migranti, che è terra difficile, paludosa, estrema. Potremo essere a fine secolo scorso o nei primi decenni del Novecento; rimane comunque una sorta di dilatazione del tempo, che regala alla storia la possibilità di svolgersi ovunque ci sia un anelito di ricerca, di desiderio di scoprire, di avvicinarsi, di riconoscersi dopo tanto tempo, come quello che il protagonista undicenne prova nei confronti del padre, di cui conserva pochi ricordi, l’ultimo dei quali risale all’età dei suoi tre anni.

Best vive in un paesaggio che potrebbe sembrare brutto, ma che può essere bellissimo, con le sue albe, i cieli tersi di febbraio, le nuvole pazze di primavera; dipende tutto da come si guarda, da come si usano i propri occhi, e purtroppo – ci dice – “di poveracci coi topi morti al posto degli occhi ce ne sono”. Vive con lo zio, un uomo di poche parole che ama creare similitudini e metafore e sentirsene ricco, impegnato nella difesa del suo terreno e della sua baracca dall’esproprio da parte dell’amministrazione comunale e dell’azienda del gas; questa battaglia fa da sfondo alla vicenda del protagonista e ci fa percepire l’angolo di mondo in cui si svolge esattamente come lo vive Best: succedono molte cose (la lotta a difesa dei terreni, le difficoltà a scuola, la durezza della vita degli abitanti della cittadina), ma a spiccare vivida su questo fondale è la ricerca di suo padre, guardiano del faro la cui luce brilla nella notte. Nonostante l’insistenza del nipote, lo zio continua a rimandare il viaggio ad un tempo giusto che non arriva mai fino a quando, complice una sospensione non meritata a scuola, organizza una sorta di viaggio di scoperta nelle parole e nelle descrizioni di chi lo ha conosciuto. Best incontra persone diverse: un assassino appena uscito di prigione, una donna arrabbiata, il sindaco disperato, n uomo che sa vedere figure nella pietra prima di scolpire. Ognuno di loro racconta frammenti che non bastano; allora Bart decide di partire e di accettare la compagnia di Rosa, ragazzina indisponente e coraggiosa, che ama da sempre. Sotto il sole, in mezzo al fango, a fianco degli alligatori, tra la paura e il coraggio che la condivisione regala, Best raggiunge il faro e lì rimane, accanto al padre a guardare il mare: sono due uomini ed è il silenzio a segnare il loro incontro, le parole vengono dopo, faticose perché sottolineano come a volte si sia deboli proprio in ciò che si ama di più. Ma quell’amore puro tra figlio e padre permette che il genitore spieghi il motivo del loro mancato tempo insieme: un motivo fisico, un’impossibilità che brucia perché ha impedito quello che il cuore avrebbe desiderato. Poi è tutto possibilità: la bravura dell’autore è anche questa, lasciare il lettore nel momento in cui una nuova pagina si apre.

Davvero una piacevole sorpresa: non neghiamo quanto sia raro di questi tempi trovare, nella narrativa italiana,  un respiro ampio come quello della scrittura di Rondoni in questo testo; ecco, “pare un romanzo straniero” verrebbe da dire ed è un compimento davvero. Godetevi la lettura e auguratevi quel che Best suggerisce tra le righe: occhi vivi, magie che fanno sperare e l’amare solo persone che sorprendono (dice lo zio: Ehi, Best, hai capito? Solo donne che stupiscono!”).

Il sito dell’autore.

Davide Rondoni, Se tu fossi qui, San Paolo 2015, 160 p., euro 14

Sophie sui tetti di Parigi

17 mar

sophie sui tetti di parigi

Se siete di quei lettori che sottolineano passaggi chiave, belle frasi, brani da leggere ad alta voce e magari anche momenti in cui ci si commuove, riempirete di certo con segni, linee e colori questo romanzo che oserei dire inclassificabile nella sua bellezza, sospeso tra onirico e realismo, ambientato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando si viaggiava su grandi transatlantici e talvolta su di essi si rischiava la vita.

Charles Maxim è uno studioso con la testa tra le nuvole, ha trentasei anni, parla in inglese con le persone, in francese con i gatti e in latino con gli uccelli; si trova a bordo di una scialuppa di salvataggio, dopo il naufragio della Queen Mary, e sono proprio le sue grandi mani a trarre in salvo una bambina che naviga nella custodia di un violoncello, avvolta negli spartiti di una sinfonia di Beethoven. Dalla coccarda col numero 1 che porta appuntata, Charles stabilisce che quello è il giorno del suo primo compleanno, la battezza Sophie e la porta nella sua casa tutta scale e spigoli, dove la alleva – sotto l’occhio critico dell’Ente Nazionale per l’Assistenza dell’Infanzia – a suo modo, parlandole come ad un adulto, leggendole Shakespeare, sicuro che volerle bene sia più che sufficiente per riuscire nell’impresa. Sophie cresce con un’infinita libertà e diventa alta, generosa, goffa e avida lettrice come Charles, con molte certezze assolute e un solo chiodo fisso: ritrovare la madre di cui ricorda la musica suonata col violoncello e le gambe che ballano nei pantaloni. Anche Sophie suona il violoncello, indossa i pantaloni e mangia sovente utilizzando atlanti al posto dei piatti: tutte cose che vengono ritenute anomale dai servizi sociali, esattamente come il fatto che un uomo solo cresca una bambina ed ecco il motivo per allontanarli al compimento dei tredici anni di Sophie. Non resta che fuggire verso Parigi, città indicata nella targa all’interno della custodia dello strumento che Sophie ha conservato, unico indizio per ritrovare la madre: qui si scontrano con la polizia, che nasconde i registri della nave – una delle tante troppo vecchie, ma certificate comunque come sicure per riscuotere il premio di assicurazione in caso di naufragio, a scapito delle vita di centinaia di persone – e intraprendono la loro personale ricerca. Sophie incontra Matteo e scopre la vita dei ragazzi che vivono in aria, sui tetti, sugli alberi, dividendosi le zone, fuggendo gli orfanotrofi, battendosi tra di loro. Matteo la sfida e la ragazza, che fin dall’infanzia si sente al sicuro solo arrampicandosi, si allena e vince le paure per seguire la musica conosciuta che arriva di notte da tetti non troppo lontani, consapevole dell’importanza dell’equilibrio e di ciò che le ha insegnato Charles: “quasi impossibile” vuol dire che in fondo un po’ è possibile e non bisogna mai ignorare una possibilità.

Poetico e ironico, lieve e delicato come i passi a piedi nudi su una corda tesa tra due tetti, questo libro è stato premiato con il Waterstones children’s book prize 2014, occasione in cui The Guardian ha chiesto alla sua autrice di stilare la sua top ten degli orfani letterari :-) ed è nella lista dell’ALA Notable Children’s Book 2014. Ha ricevuto il Prix Sorcières 2015 nella categoria “Romans junior”.

La copertina e le illustrazioni interne, una suggestione per ogni capitolo, sono di Terry Fan (non perdetevi le sue balene! E nemmeno tutte le altre bestie…). In questo video Katherine Rundell parla del suo libro.

L’autrice ha fino ad ora scritto altri due libri; aspettiamo le traduzioni :-)

Katherine Rundell, Sophie sui tetti di Parigi (trad. di Mara Pace), Rizzoli, 2015, 288 p., euro 14,50

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