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La zuppa dell’orco

17 Ott

zuppa-orcoChe bella questa favola nera di Vincent Cuvellier, scritta in caratteri ad alta leggibilità e perfetta per essere letta ad alta voce. Che bella questa storia che riprende il sapore, il ritmo e i temi di favole e leggende tradizionali e consegna al lettore il brivido sottile di tante storie, l’attesa di sapere cosa inventerà il protagonista per voltare a proprio favore la tragica situazione e un finale gaudente di cibo, sorrisi e musica un po’ allegra e un po’ triste.

Si racconta di Josef, nato sotto la neve nel quartiere più povero di una città che fa parte di un Paese dove il sole sorge a mezzogiorno meno cinque e tramonta dieci minuti dopo, figlio di un padre che non ha voglia di lavorare e di una madre troppo occupata per farlo. Più semplice certo mandare i sette figli a mendicare e punirli se non portano a casa a abbastanza. Fino alla sera in cui i genitori decidono di menomare i propri bambini perché facciano ancora più pena – chi cieco, chi zoppo – e guadagnino di più. Proprio Josef, il più piccolo, si rivelerà il più scaltro, fingendosi prima cieco e poi convincendo i fratelli ad abbracciare una tattica prima di sopravvivenza e poi di liberazione, finendo a casa dell’orco, ma non di certo nel suo pentolone.

Ad accompagnare la storia, le illustrazioni di Andrea Antinori che danno corpo alle parole, magia ai paesaggi e mettono in fila gli strumenti disseminati per casa (dai frullini alle seghe), regalandoci tra le altre la magnifica immagine dello strano corteo di bambini che si allontana da casa fingendo di brancolare nel buio e portandosi appresso una sorella su slitta, incitati dall’entusiasmo di Josef che ricorda ai fratelli quanto sia meraviglioso avere occhi, mani e piedi: nulla li potrà fermare, manco l’incertezza di quel che si ha da fare.

C’è la neve in queste illustrazioni, c’è una sorta di tarluc nella narrazione (ma solo uno!), e allora ci pare proprio una lettura adatta alla stagione che viene, da leggere insieme la sera, dopo aver chiuso fuori il freddo.

Vincent Cuvellier – ill. Andrea Antinori, La zuppa dell’orco (trad. di Flavio Sorrentino), Biancoenero 2016, 62 p., euro 11

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La rapina del secolo

4 Lug

rapina del secoloRacconto breve, ideale per i lettori alle prime armi, ma anche per essere letto insieme ad alta voce: il protagonista Luigino racconta in prima persona l’avventura coi due compari, il Furbo e Carlone, uno tutto cervello e niente sforzo, l’altro sempre pronto a mettere qualcosa sotto i denti. La loro è una banda di ladri, ma mica qualsiasi: si infilano nei tombini, buttano giù muri a martellate, camminano nelle fogne, si rimpinzano di cannoli. E non indovinerete mai cosa contiene quella strana cassaforte che si apre in cinque minuti.

Biancoenero Edizioni inaugura così la nuova collana Minizoom che si propone di pubblicare testi brevi, accompagnati da illustrazioni, adatti a chi ha da poco imparato a leggere, che ovviamente font ad alta leggibilità. Il progetto si avvale della collaborazione del centro CRC- Balbuzie, divisione apprendimento di Roma che ha superivisionato dando suggerimenti su come eliminare le difficoltà di lettura. Accanto a questa, un’altra storia sempre di Davide Calì, omaggio al mondo del fumetto: La casa di riposo dei supereroi (sempre 48 p., euro 8) che accoglie Capitan Ametista, Vipera, Tritone, Testa di Ferro e altri ala soglia della vecchiaia. Vecchi sì, ma mica meno eroi….

Davide Calì, La rapina del secolo, Biancoenero, 48 p., euro 8

The Big Swim

27 Mag

BigSwimChe bel “piccolo” romanzo di formazione offre ai lettore Biancoenero in questa nuova uscita editoriale, sempre con caratteri ad alta leggibilità. Un racconto lungo che si legge d’un fiato e che conferma la capacità narrativa coinvolgente di Fagan, già apprezzata ne La strana collezione di Mr Karp.

Parla in prima persona Ethan e racconta della sua estate a Campo Betulla, a cui i genitori lo hanno iscritto contro la sua volontà; è infatti perfettamente cosciente di non essere il tipo giusto per un campo estivo e ha tre unici obiettivi: sopravvivere, non farsi odiare e non essere il peggiore in tutte le sue attività. Si guadagna un soprannome, come tutti del resto tra i ragazzi con cui condivide il bungalow; scopre che c’è un ragazzo di nome Leonard ben più imbranato di lui e pure desideroso di essergli amico e capisce di potercela fare: si adatta, non dà problemi ai responsabili e sa gestirsi il tempo libero grazie al taccuino su cui scrive costantemente nuove storie che gli nascono in testa. Ci sono poche regole, ma ferree e tutto è abbastanza spartano; ci sono le ragazze con cui si condividono alcune attività; c’è soprattutto la leggenda che ruota intorno al temibile nuovo arrivato, Zach.

Zach è in qualche modo diverso e scostante, affascinante e inquietante insieme; tratta tutto con sufficienza, ma poi trova il tempo per parlare sinceramente con Ethan; sparisce all’improvviso durante una gita, ma la punizione che gli tocca non è poi così dura; è diverso e Ethan lo percepisce benissimo: non è la sua provenienza sociale o quel che si dice di lui, è il suo modo di fare, di dire ciò che pensa, di essere se stesso. Zach non assomiglia a nessun altro, ma solo a se stesso e la segreta consapevolezza che porta addosso si trasferisce in qualche modo anche a Ethan nel modo di guardarlo e di considerare l’intorno, di riuscire ad andare oltre le apparenze. Allora sfidare le regole diventa un tutt’uno con il sostenere Zach nella sua sfida personale, in un moto di condivisione e lealtà che potremmo dire di amicizia vera, quando il legame non è fatto tanto di parole, ma piuttosto di sentire, quando scatta la molla che ti fa scegliere la parte giusta, che ti fa crescere in un attimo, che ti fa sentire bene anche se sai che passerai dei guai.

Il sito dell’autore.

Cary Fagan, The Big Swim. La grande prova (trad. di Giulia Avallone e Flavio Sorrentino), Biancoenero 2016, 95 p., euro 11

 

Sibilla nel cappello

11 Nov

sibillaSibilla  un pesce-gatto centenario che vive in lago ed è al centro della disputa tra due ragazzini: Tito, che vuole catturarlo per invitare tutto il paese a mangiarlo nel ristorante del padre, e Mimmo, che cerca in ogni modo invece di evitare che finisca in trappola, sabotando la gabbia apposita, cercando in tutti modi di allontanarlo dal pericolo. Poi c’è un matto che gira per il paese con una torre di quattro cappelli in testa, si chiama Gigi e non si ricorda da dove viene. A osservarli dalla finestra è la protagonista, confinata nella casa della nonna – che proprio sul lago affaccia – a causa dei pessimi risultati scolastici.

In questo racconto lungo dove ciascuno ha un nome, persino il pesce-gatto, a non rivelare il suo è proprio la protagonista che narra in prima persona. Se ne attribuisce uno diverso in ogni situazione, prendendoli a prestito dalle compagne di classe, a seconda delle capacità che vorrebbe avere o del comportamento che vorrebbe imitare. Poi da quella finestra si stacca, per entrare nel vivo dell’azione, per prendere parte, per mettersi in gioco. Per scoprire che va bene essere se stessi e dire finalmente, a voce alta, il proprio vero nome.

Particolarmente suggestive le illustrazioni di Andrea Mongia, che si ritrovano anche in un’altra recente uscita della medesima casa editrice, “Passi di cane” di Alberta Nobile, racconto giallo sempre con le medesime caratteristiche di alta leggibilità grazie al carattere apposito.

Il sito dell’autrice.

Luisa Mattia – ill. Andrea Mongia, Sibilla nel cappello, biancoenero 2015, 58 p., euro 8

Il volo del riccio

2 Lug

il volo del riccioLe letture estive chissà perché sono considerate tradizionalmente meno impegnative. In effetti tendiamo a leggere i grandi classici russi d’inverno e la chick lit d’estate. E questo libro mi è arrivato con un biglietto che lo descrive come “una lettura leggera per l’estate”. Che si tratti di un libro che si legge facilmente non solo perchè è scritto e illustrato bene, ma anche perchè è ad alta leggibiità, un grandissimo pregio della casa edtrice Biancoenero, è fuori di dubbio, che il tema sia leggero invece no.
La narrazione di Eugenia racconta di quel giorno in cui torni a casa e ti accorgi che c’è qualcosa di anomalo, che il papà all’improvviso non ha più un lavoro. All’inizio è bello, c’è il tempo per fare le cose che si sono sempre rimandate, per dedicarsi agli hobby, poi si inizia a scalpitare e volere riprendere l’attività lavorativa, non solo per una questione economica (che pure è toccata nel libro), quanto per definire sè stessi, per non sentirsi vecchi e inutili solo perché si hanno 50 anni.
La perdita del lavoro di un genitore è un tema delicato ma che dobbiamo affrontare perché riguarda molte delle persone che ci circondano. Questa narrrazione si può fare in tanti modi, la bellezza di questo libro risiede, però, nel far sì che sia il padre a perdere il lavoro, la tradizionale figura del breadwinner, che la narrazione avvenga dal punto di vista del bambino che non avverte tanto le difficoltà economiche quanto il vissuto emotivo paterno,  perchè in realtà per nessuno di noi il lavoro, anche il più viutperato, è solo un lavoro, ma è parte importante della costruzione del sè.
Ma ognuno di noi ha risorse speciali che lo rendono unico, così è proprio Eugenia a segnalare al suo papà che è bravo a creare e ora “ha un po’ di tempo libero”, (come se ci fosse da vergognarsi a dire che si è disoccupati), un concorso della scuola. E allora anche chi pensava di essere al capolinea scopre che sono state solo le circotsanze a metterlo all’angolo e nota la bellezza delle cose che sa fare. Perché non è da tutti inventarsi un riccio che vola.
Ho amato tantissimo la narrazione del processo creativo guidato dal padre durante il suo incontro con la classe della figlia, una scoperta del pensiero laterale, che è anche il momento catartico in cui il padre inizia a uscire da se stesso definito solo nel suo ruolo di manovale e inizia a vedersi con occhi diversi, con la consapevolezza di essere un inventore.
E anche se il primo premio non verrà vinto, la storia ha comunque un lieto fine.
Dedico questo post ai tanti amici e genitori che si sono trovati senza un lavoro, augurando loro di trovare il prima possibile il proprio riccio che vola.

Il premio del concorso a cui partecipa la classe di Eugenia è una visita alla Cité de l’Espace di Tolosa: se siete appassionati dello spazio approfittatene anche voi! Poi magari proseguite verso nord per coprire le meraviglie del Futuroscope.

Il sito dell’illustratore.

Agnès de Lestrade – ill. Umberto Mischi, Il volo del riccio (trad. di Flavio Sorrentino), Biancoenero 2015, 46 p., euro 8

Io no! … o forse sì

6 Dic

larochelle

Un pomeriggio calmo, i rumori del mondo lasciati fuori tranne i desiderati, pile di libri da sfogliare e leggere, quelli arrivati da Montreuil, quelli trovati all’arrivo. Poi suona il campanello, il corriere consegna pacchi ed ecco che questo libro passa davanti a tutti gli altri, scarta di lato e si lascia leggere tutto d’un fiato, con matte risate che contagiano chi transita in casa. Ci sono modi e modi di dire le cose ed è il modo di dirle, di condividerle coi ragazzi, di farle loro vicine che – non mi stancherò mai di dirlo – fa la differenza. Quando trovi un autore che dice bene le cose perché le sente proprie e urgenti; quando trovi un libro che tra le sue pagine porta temi non semplici ma indispensabili (perché fanno parte della vita quotidiana di ciascuno di noi), ecco allora che è una gioia poterne parlare e pensare a come proporlo ai lettori.

Questo esilarante libro, pluripremiato all’estero, racconta del sedicenne Steven, alle prese con la patente, con una madre che scrive manuali di cucina oppure di consigli per crescere adolescenti ordinati, con il suo grande senso dell’osservazione e col fatto di non essere proprio il più popolare a scuola. Adora la square-dance, ma non oserebbe mai ammetterlo davanti a dei coetanei; eppure con la madre continua a frequentare il circolo dove ballano ultracinquantenni e si sente a suo agio perché quando si balla “non si hanno mai dubbi su cosa si deve fare”.

Lui di dubbi ne ha a milioni, ma uno su tutti: è gay oppure no? Steven cerca ad ogni costo di convincersi di non esserlo: tappezza la propria camera di fotografie di donne praticamente nude; tenta di uscire con una ventina di compagne di scuola in rapida successione; si affida a un testo che trova in biblioteca, a dir il vero datato, ma che promette ai genitori di rivelar loro tutto sulla sessualità dei figli; indossa un elastico al polso per farlo schioccare ogni volta che ha un pensiero contrario al regime che cerca di imporsi. Come risultato ottiene quello di trasformarsi – dice lui – in un criminale incallito: ruba in biblioteca, mente alla sua migliore amica, aggredisce il suo professore preferito e lancia, suo malgrado, la moda di portare al polso quello che il preside definisce “strumento illegale e pericoloso”. Per finire in realtà ad accettarsi, a scoprire quello che qualcuno già sapeva, ad apprezzare l’amicizia vera, a sorprendersi dei suoi genitori e ad andare al ballo della scuola accompagnato da un golden retriever color miele.

Un romanzo seri e divertente sull’essere se stessi, sul trovarsi a proprio agio nella propria pelle e nel mondo (che bello quel passo in cui Steven confessa che uno dei motivi per cui adora le serate di square-dance è che lì viene preso sul serio e non trattato come un ragazzino).

Per la prima volta le edizioni Biancoenero pubblicano (sempre coi caratteri ad alta leggibilità, come loro buona consuetudine) un libro rivolto ai lettori più alti: ben fatto, bella scelta! E aspettiamo i prossimi 😉

Il sito dell’autore. Il sito di LGBT Italia.

David LaRochelle, Io no! … o forse sì (trad. di Antonio Soggia), Biancoenero 2014, 221 p., euro 14

Mamma in fuga

15 Lug

mammainfugaSì lo ammetto il titolo si presta a una facile identificazione e io ci sono cascata in pieno.
Protagonista della storia è una famiglia che vive nel disordine creato da due figlie disordinate e un marito un po’ svampito e grande accumulatore. Un giorno la mamma che, la domenica da mamma “si trasforma in aspirapolvere umano”, decide che non ce la fa più e scompare. Si nasconderà nelle caverne per dimostrare alla propria famiglia che si può stare bene con poche cose. Intanto a casa iniziano a cercarla e trovano un biglietto che dice che tornerà solo dopo che saranno stati eliminati da casa almeno 100 oggetti. Lieto fine in una caverna davanti a un fuoco, per arrostire un pesce pescato nel fiume.
Una storia divertente, che si legge velocemente e con piacere, che strizza l’occhio ai temi della decrescita felice e che fa sentire le mamme che sognano di diventare cavernicole in buona compagnia.
Anche in questo libro è stata usata la font biancoenero®, pensata per favorire la lettura di ch, a leggere, un poco fatica.

Arianna Di Genova – illustrazioni Sarah Mazzetti, Mamma in fuga, Biancoenero 2014, 64 p., euro 8

Giancretino e io

1 Lug

giancretino

Torna l’ironia di Cuvellier in un altro racconto lungo che vede contrapposti due compagni di classe che si conoscono da sempre, ma non si sopportano. O meglio, Beniamino – appassionato di fumetti, nella cui casa non c’è la tv –  non sopporta proprio Gianfelice, da lui ribattezzato Giancretino. Figurarsi quando le madri vanno ad un concerto e decidono che i due devono dormire insieme: Giancretino si presenta con due valigie, il televisore, il Game Boy e non trova di meglio che infilarsi sotto il letto cercando dei manga. Ma non basta: è spaventatissimo dalla vicina di origine araba che viene a preparare la cena; per non sporcarsi, non vuole giocare alla lotta con Beniamino e Abdallah; accusa quest’ultimo di avergli rubato il Game Boy che in realtà è lui stesso ad aver perso nel gabinetto. Gianfelice, una risata ti seppellirà…

In questo libro è utilizzata la font biancoenero® è disegnata appositamente rispettando accorgimenti visivi che facilitano la lettura di tutti, in particolare dei lettori dislessici, messa a disposizione gratuitamente per istituzioni e privati che la utilizzino a scopi non commerciali.

Il blog dell’autore. Il sito dell’illustratrice.

Vincenti Cuvellier – illustrazioni Aurélie Grand, Giancretino e io (trad. di Flavio Sorrentino), Biancoenero 2014, 80 p., euro 8

Come mangiare vermi fritti

16 Dic

vermiLibro pluripremiato edito negli Stati Uniti nel 1973 e arrivato ora in traduzione italiana, in una delle collane (la MaxiZoom dell’editore Biancoenero) che offrono letture impaginate secondo i criteri dell’alta leggibilità rendendo più agevole la lettura di ognuno.

La storia di una scommessa decisamente originale: Billy, convinto di riuscire a mangiare (quasi) tutto viene sfidato da Alan a mangiare un verme al giorno per quindici giorni. In palio 50 dollari che potrebbero servire a comprare una minimoto usata. Una storia semplice e lineare con quattro amici protagonisti che disegnano alleanze e strategie; tra ricette particolari (vermi fritti, budino con verme, verme impanato o sommerso di salsa al rafano, ketchup e quant’altro), telefonate notturne al medico di famiglia, schieramenti di parte e parenti imparziali (la mamma di Billy diventa per un giorno anche arbitro della sfida) e con la sottile differenza tra imbroglio e tranello.

Questo è uno dei cento libri più richiesti in prestito da sempre nelle biblioteche statunitensi. Chissà da noi che succede… 😉

La copertina e le illustrazioni sono di Umberto Mischi. Il trailer del film tratto dal romanzo nel 2006.

Thomas Rockwell – ill. Umberto Mischi, Come mangiare vermi fritti (trad. di Nadia Brusin), Biancoenero 2013, 109 p., euro 12,50

La strana collezione di Mr. Karp

25 Set

karpQuali collezioni avete iniziato e poi lasciato o dimenticato da quando eravate bambini? Io ho collezionato penne stilografiche, gomme di varie forme colori e profumi (sì, ero una bambina della prima metà degli anni Ottanta e allora andava così), segnalibri dalle forme inconsuete, sabbie e terre di luoghi vari (con la scusa che in quei vasi di vetro erano perfette come fermalibri) e infine gusci di chiocciole vuoti, di quelli che si trovano negli angoli nascosti del giardino e dell’orto (e se avete visto “Il paziente inglese” sapete anche perché) e questa è l’unica collezione che sopravvive perché ogni tanto, quando l’occhio mi cade su un guscio vuoto, la mano si allunga e soffio piano per liberarlo dalla terra.

Randolph, il protagonista di questo libro, invece colleziona tappi di bottiglie di birra, penne e parole (quelle difficili che non conosce e che cerca sul dizionario). In realtà vorrebbe iniziare una nuova collezione, ma è indeciso e forse si sta anche stufando. Finché conosce Mr. Karp,  l’inquilino che venuto ad abitare nella mansarda che i genitori hanno deciso di affittare viste le difficoltà economiche in cui si trovano.

Mr. Karp è silenzioso e circondato da un alone di mistero, lavora all’ufficio reclami dello storico grande magazzino della cittadina, riceve per posta solo una rivista e delle lunghe buste marroni provenienti sempre dallo stesso indirizzo ed è un collezionista. Le pareti delle sue stanze sono piene di contenitori di acque: acque speciali raccolte nei luoghi più diversi, acque che a modo loro hanno fatto la storia, acque che rappresentano la seconda collezione di questo tipo più importante al mondo. Quando Mr. Karp parla della sua collezione si trasforma, si accende, i tratti del suo viso non sono più gli stessi; ancora di più se parla del collezionista suo rivale, a cui contende il pezzo unico e raro che lo porta addirittura in Giappone. Proprio mentre Mr. Kamp è via, Randolph pensa: all’acqua; al suo cambiare forma; a quanto un pensiero fisso, un’ossessione possono far cambiare forma a una persona e condizionarne tutta la vita; a come sia diverso fare le cose e guardarle, anziché possederle. Poi Mr. Karp torna e cambia forma, proprio come l’acqua a cui non si sente più legato; Mr. Karp parte, suggerendo al suo giovane amico come l’essenziale sia qualcosa che abbiamo sempre con noi, che ci lascia liberi di partire e di andare alla scoperta verso cose nuove, e non l’accumulo di oggetti che ci occupa la mente e restringe gli orizzonti su un solo punto, anziché allargare lo sguardo.

Un racconto che mi sembra perfetto per la lettura ad alta voce, prestando la voce a Randolph, ai suoi pensieri, al suo sguardo sulla sua famiglia e sul difficile momento che attraversa col licenziamento del papà e anche all’esilarante scena dove il ragazzino, per stabilire un contatto con lo schivo inquilino, compra una scatola di biscotti all’unico scopo di presentarsi all’ufficio reclami e restituirli perché… deperibili!

Il sito del prolifico autore. Il sito dell’illustratore.

Anche questo libro è stato impaginato seguendo i criteri di Alta Leggibilità che rendono più agevole a tutti la lettura. Per saperne di più, andate a leggere sul sito della casa editrice, dove trovate anche il primo capitolo di questa storia.

Cary Fagan – ill. di Mauro Ferrero, La strana collezione di Mr. Carp (trad. di Flavio Sorrentino), Biancoenero 2013, 90 p., euro 11