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Stelle di panno

26 Gen

stelle-pannoLa storia d’Italia dal 1938 al 1945, dai 9 ai 14 anni di età delle due protagoniste, vicine di casa, compagne di scuola e di giochi, Carla Minghetti e Liliana Treves che vivono a Milano, in Corso di Porta Romana ormai fascistamente ribattezzato via Roma. Una è cattolica, ha un fratello maggiore, i genitori hanno un negozio di stoffe sul corso; l’altra è ebrea, ha una sorella più grande e il padre è giornalista. Solo tre piani di scale le separano, fino al momento in cui il preside della loro scuola viene punito ed espulso per non aver applicato la norma che esclude i ragazzi ebrei dalle lezioni. Fino a quel momento Liliana è cresciuta da brava italiana, ha scritto temi inneggianti alla politica del Duce, ha ricevuto premi. Improvvisamente è una mela marcia, che la maestra butta fuori dalla classe. Carla prende prima le sue difese, poi si interroga, infine si sente divisa in due, tra l’amicizia di antica data e il desiderio di far parte del gruppo di compagne che partecipano alle attività delle Piccole Italiane: il desiderio di essere accettata nel gruppo fa sì che si omologhi a quel che le altre pensano e proclamano, fino ad arrivare a tirare un sasso addosso a Liliana.

Il romanzo segue il nascere e l’imporsi delle leggi razziali e i cambiamenti che la guerra impone, con un breve salto di due anni che permette di riprendere la vicenda al momento dei rastrellamenti degli ebrei e delle lotte partigiane. L’autrice costruisce una vicenda basata su due nuclei familiari attraverso cui si delineano le diverse posizioni e i differenti atteggiamenti verso il regime: non solo quel che subisce la famiglia ebrea, ma anche le scelte nella famiglia di Carla: il padre che non vuole tesserarsi al fascismo né costringere i figli ad adunate e lavaggi del cervello; la madre disposta ad aderire pur di mantenere un basso profilo e non inimicarsi fascisti tutti d’un pezzo come la maestra della figlia; lo zio operaio comunista; i nonni di campagna che proteggono i Treves e ascoltano Radio Londra nella stalla; la domestica che tradisce la famiglia che per tre anni l’ha ospitata in cambio della taglia promessa a chi denuncia gli ebrei. Attraverso le vicende dei vari protagonisti, il lettore incontra la Notte dei Cristalli, i bombardamenti su Milano, i razionamenti, il binario 21 della Stazione centrale, la strage di Meina, la lotta partigiana, la Liberazione, Piazzale Loreto.

Un ritratto della vita quotidiana a Milano in tempo di guerra, attraverso la chiave dell’amicizia, prezioso per le tante descrizioni accurate della realtà storica. Tra queste, ad esempio, la descrizione dei libri di scuola delle due bambine e dei cinegiornali di propaganda proiettati al cinema; l’educazione e le attività delle Piccole Italiane; il momento in cui Carla, vorace lettrice de “L’Avventuroso” (e non di “Primarosa” per piccole massaie, come vorrebbe la mamma) scrive per chiedere quando riprenderanno le avventure di Gordon Flasce/Flash Gordon: la lettere viene pubblicata col suo nome virato al maschile e la risposta è secca e scontata, vista la virata autarchica in ogni ambito. Suggestivo, anche alla lettura ad alta voce, il capitolo iniziale in cui le bambine cercano di cucire alle loro maglie una stella di panno gialla uguale a quella che Liliana ha visto sui vestiti della nonna appena arrivata dalla Germania a tre giorni dalla Notte dei Cristalli nel novembre 1938 (anche se in realtà fu in seguito a quei fatti che, dal 14 novembre 1938, gli ebrei tedeschi vennero obbligati a portare sugli abiti la stella; obbligo poi esteso a tutti gli ebrei al di sopra dei sei anni nel settembre 1941).

L’illustrazione di copertina è di Alessandro Baronciani.

Ilaria Mattioni, Stelle di panno, Lapis 2017, 323 p., euro 12,50

L’uomo del treno

23 Gen

uomo-del-trenoL’attacco è di quelli che ti fanno venir voglia di metterti a leggere ad alta voce; ti dà il senso rotondo di una storia che ti avvolge; ti presenta l’Orso, la figura che metterà in moto tutta la storia, descrivendola con un tono che premette un che di epico. Probabilmente perché lo conosciamo sempre come l’Orso, il proprietario della falegnameria Mazzanti ha in sé qualcosa di leggendario che ben si confà alla sua figura: schivo, rispettato e solitario, attento alle vicende politiche e a quel che gli capita intorno, è lui a rendersi conto che i treni che transitano accanto alla sua ditta non portano solo più assi di legno per i tetti delle case o le bare dei soldati, ma uomini. Ci sono occhi tra le fessure delle assi dei vagoni, ci sono voci che si rincorrono a presagire scenari orribili, c’è una bambina che un giorno salta giù e subito viene ricacciata dentro sotto la minaccia di un mitra puntato. Allora l’Orso coinvolge i suoi uomini più fidati nella costruzione di un vagone da scambiare con l’ultimo di uno di quei treni, per salvare delle vite: e poco importa che dentro ci sia un uomo solo, un professore che sta cercando di raggiungere la moglie e la figlia catturate durante il rastrellamento del ghetto di Roma. Intorno all’Orso, operai fedeli, ragazzi che scelgono di essere liberi nel pensare, partigiani, ma anche chi cerca di far profitto dalla situazione di guerra e dalla prigionia degli ebrei, famiglie che temono per i propri figli al fronte. E poi Giuliana, appena assunta come contabile, a cui l’Orso affida una macchina fotografica chiedendole di esercitarsi.

Proprio la fotografia – con i modi di vedere attraverso un’obiettivo, la scelta di avere immagini come testimonianza – costituisce un secondo asse narrante del romanzo: Giuliana impara e riflette, sceglie un proprio modo di guardare a quel che sta succedendo, di salvare almeno i volti quando non è possibile le vite. E insieme alla fotografia gli occhi, quelli dei vivi, quelli che guardano attraverso le assi dei vagoni, quelli da attaccare ai manichini perché abbiano una parvenza umana.

La figura dell’uomo ebreo, unico occupante del vagone, è ispirata a Karol Borsuk, matematico polacco che, durante l’occupazione nazista inventò un gioco da tavolo, costruendone artigianalmente alcune copie per la sua famiglia, poi successivamente pubblicato: nel 2009, Super Farmer ha vinto il premio Side Award per il Miglior Gioco per Famiglie dei Best of Show assegnato da Lucca Games.

L’illustrazione di copertina è di Gianni De Conno. Il sito dell’autore.

Fabrizio Altieri, L’uomo del treno, Piemme 2017, 304 p., euro 15, ebook euro 6,99

Il mistero della buccia d’arancia

18 Gen

mistero-bucciaIn occasione del Giorno della Memoria come ogni anno l’editoria per ragazzi sforna uscite ad hoc che parlano di Shoah e vicende ebraiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel caso di questo romanzo il taglio è leggermente diverso e può essere una lettura interessante perché presenta non solo una singola vicenda legata al periodo storico in questione, ma apparecchia per il lettore una bella scelta di tradizioni e feste ebraiche, con tanto di glossario finale.

La vicenda in sé, ispirata alla storia reale della famiglia materna dell’autrice, prende voce nell’oggi attraverso Anna, la protagonista che si mette sulle tracce della storia della nonna per una ricerca scolastica. Intorno a lei, che frequenta la quinta elementare, un fratello maggiore e una serie di cugine che – ciascuno a suo modo – si danno da fare per venire a capo del “mistero” di casa: perché a nonna Miriam non piacciono le bucce di arancia candite che il nonno prepara magistralmente? La risposta manda indietro nel tempo, alla nonna bambina e alle sue sorelle, costrette a nascondersi e poi a fuggire in Svizzera, alle persone “dalle mani amiche” che hanno messo in gioco la propria vita per salvarne altre.

Non è quindi un testo in cui si parla direttamente di Olocausto, di campi di concentramento, ma piuttosto – e in modo soft – della persecuzione degli ebrei in seguito all’introduzione delle leggi razziali; a essere interessante è – a mio avviso – piuttosto il contesto in cui la vicenda storica è inserita: il quotidiano di una famiglia ebraica che si ritrova insieme nei vari momenti festivi o dettati dalle tradizioni, di cui vengono illustrati i momenti, lo svolgimento, i cibi…

Lia Tagliacozzo – ill. Angelo Ruta, Il mistero delle bucce d’arancia,Einaudi Ragazzi 2017, 120 p., euro 11

Lev

26 Gen

LevCome sanno molti di voi che quotidianamente lavorano con bambini e ragazzi, si ottengono buoni risultati con la condivisione in lettura ad alta voce di testi di qualità che raccontano “storie vere”, quelle storie che sempre affascinano proprio per l’aggancio con la realtà, vicina o lontana che sia. Tra le diverse proposte editoriali in occasione del Giorno della Memoria, ecco un albo che parla dei kindertransport che, tra il 1938 e il ’39, nei mesi successivi alla Notte dei Cristalli,videro il Regno Unito accogliere quasi diecimila bambini ebrei accogliendoli e sistemandoli in famiglie, scuole, fattorie.

Il libro permette, attraverso la voce di Lev, di percorrere le vicende di un bambino ebreo e della sua famiglia, separati dal tentativo di salvarsi e poi riuniti a Londra. E sono, appunto, vicende vere: Lev Nelken aveva dodici anni nel 1938, viveva a Breslau ed era un appassionato di francobolli; racconta il progressivo montare dell’odio verso gli ebrei, le proibizioni, i tentativi di scappare, la necessità di denaro che garantisca – come la Gran Bretagna richiede – per il trasporto e in più di soldi per mantenimento e istruzione, la partenza della sorella, la fatica del ragazzo, la solitudine, la fame, il sentirsi isolato nella famiglia che lo accoglie non solo a causa della lingua, ma anche dell’atteggiamento di chi gli sta accanto.

Le illustrazioni accompagnano e suggeriscono letture più approfondite e suggestive oltre il testo (le espressioni dei volti, la pioggia di bottoni che si fa speranza di aiuto), ma sono le parole di Lev a suonare tanto familiari e tanto attuali, specie quando dice “Pensiamo di andare via (…) ma nessun Paese ci vuole. Siamo intrappolati. Qualcuno chiede che vengano dati permessi d’immigrazione almeno ai bambini. Che almeno loro possano salvarsi trovando rifugio all’estero”

L’albo è in doppia lingua: testo italiano ed inglese appaiati sulle pagine.

Il sito dell’autrice.

Barbara Vagnozzi, Lev, Gallucci 2016, 28 p., euro 14

Non restare indietro

18 Gen

non restare indietroCarlo Greppi è presidente della costola torinese dell’associazione Deina, i cui progetti mirano a coinvolgere in progetti di viaggio che siano approfondimento e momento di crescita; tra gli altri, Promemoria Auschwitz che permette ai ragazzi coinvolti di partecipare a momenti di formazione storica e alla visita al campo di concentramento di Auschwitz in un momento di formazione personale e di condivisione con altri coetanei provenienti da scuole e luoghi diversi.

Il libro deriva da quest’esperienza e la fa rivivere attraverso la vicenda del protagonista, Francesco, che cambia scuola e si trova coinvolto con l’intera classe in questo progetto: il lettore segue il percorso dei ragazzi, gli interventi in classe da parte di due ragazzi dell’associazione che propongono film, riflessioni, immagini e che coinvolgono gli alunni direttamente chiedendo loro di immaginare, di immedesimarsi, di scegliere, e poi il viaggio a Cracovia, ad Auschwitz, a Birkenau. E parallelamente segue la vita di Francesco, i suoi dubbi, il non avere un posto nel mondo, i conflitti coi genitori che lo considerano un incapace, il dolore per il suicidio di un amico. Francesco arriva nella nuova classe a metà anno, mantenendo ben distinti i legami con la vita e la scuola precedenti; attraverso i suoi occhi si identificano i compagni, le loro caratteristiche, gli stereotipi – il bullo, la prima della classe,… – che nascondono ben altro, mentre una sorta di voce fuori campo, di contraltare al protagonista è Kappa, l’amico di sempre che si fa chiamare col tag che utilizza quando tappezza i muri del quartiere e che fa domande, semina interrogativi.

Francesco impone al lettore la propria inquietudine: attraverso le domande che si pone, le mail che scrive, ma anche attraverso la descrizione di quel ha intorno,  soprattutto gli adulti che rappresentano modi diversi di rapportarsi coi ragazzi, di considerarli, di dare loro o meno dignità (al loro crescere, al loro trovare forma, al loro sentirsi fuori posto): i genitori, l’insegnante, il preside, l’allenatore di calcio sono ritratti nei difetti e nei pregi, nell’attenzione verso l’altro, nei preconcetti, nel dare o negare possibilità e voce.

L’esperienza diretta dei progetti dei “treni della memoria” entra appunto a far parte integrante della trama e ne diventa insieme punto di forza e punto di debolezza: si ricostruisce infatti, accanto al vissuto extrascolastico del protagonista, ogni singolo intervento degli operatori in classe, i loro discorsi, quel che propongono ai ragazzi; il libro cuce le spiegazioni storiche alla trama e diventa anche – per un adulto che legge – un ottimo compendio di proposte (letture, film, approfondimenti), ma mi chiedo fino a che punto un adolescente possa sopportare questa narrazione senza trovarla eccessivamente appesantita dal discorso storico, da certe parti che possono addirittura suonare come retorica (e sono gli stessi protagonisti ad evidenziarne il pericolo, quindi è dichiarato l’effetto opposto, però – si sa – quel che il lettore percepisce nonostante gli avvertimenti conta molto). I passaggi più notevoli sono quelli in cui si chiede ai ragazzi di immedesimarsi in una persona che ha vissuto quel periodo storico, che si è trovato di fronte a determinati bivi e ha scelto sulla base dell’esperienza, dell’educazione ricevuta: la concretezza di quel che viene richiesto agli alunni è forse il modo migliore per rendere vicini i fatti storici e le lettere che Francesco scrive a Monsieur LaPadite così come il “Diario di X” valgono più di tante spiegazioni riportate.

Per chi volesse approfondire un aspetto tanto citato quanto poco analizzato, il viaggio cioè verso i lager, Greppi ha scritto L’ultimo treno (Donzelli 2012) in cui ricostruisce le vicende di decine di comunità viaggianti, attraverso le voci dei sopravvissuti.

Carlo Greppi, Non restare indietro, Feltrinelli 2016, 224 p., euro 13, ebook euro 8,99

La porta di Anne

13 Gen

porta di anneSi avvicina la ricorrenza del Giorno della Memoria e, come ogni anno, fioccano proposte narrative a tema; il compito di chi propone letture ai ragazzi è anche in questo caso quello di individuare i libri che suonano veri e sinceri, le scritture di qualità, i testi che tornano su personaggi conosciuti e sanno dare una lettura originale e nello stesso tempo coinvolgente e non scontata. Siamo allora felici di potervi raccontare di questo libro, l’ennesimo su Anne Frank potete dire, ma un testo – vi diciamo noi – che sa riproporre la vicenda di Anne in modo nuovo. Sicuramente il “Diario” è ancora il testo più richiesto in lettura dai ragazzi, sulla scorta delle indicazioni degli insegnanti, spesso arrivano a chiederlo al bancone della biblioteca ragazzini che potrebbero – per età e capacità di lettura – scegliere e apprezzare meglio altri libri che testimoniano parimenti della persecuzione degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.  A volte sono gli stessi ragazzini che lo richiedono perché conoscono il nome di Anne, sommariamente sanno la vicenda e sono affascinati dall’idea di leggere di una storia vera.

Questo romanzo ha la capacità di andare oltre la vicenda di Anne e di ricordarci che non era sola: ci racconta infatti degli abitanti dell’Alloggio Segreto che con lei divisero quei due anni di clandestinità, attraverso il meccanismo affascinante di dire e di far vedere al lettore attraverso occhi diversi. Le poche ore dal risveglio all’arresto in quel 4 agosto 1944 vengono infatti narrate da ciascuna delle otto persone che abitano silenziosamente le stanze; le loro voci svelano pensieri, attitudini, sogni e permettono all’autrice di dare un quadro del quotidiano, di fare un inquadramento storico e nello stesso tempo di sottolineare i caratteri, le caratteristiche e insieme i sogni dei più giovani come degli adulti. A loro si aggiunge un punto di vista esterno, ma complementare: quello del sottoufficiale austriaco che fu incaricato si stanare gli ebrei e di eseguirne l’arresto. Il lettore ha allora la possibilità di leggere di due fronti diversi, di vedere paure, timori, spavalderie, sogni; di rintracciare il breve attimo in cui il sottoufficiale – difronte alla scoperta dell’uniforme dell’esercito con cui il padre di Anna ha partecipato alla Prima Guerra Mondiale, davanti alla giovinezza, agli sguardi intelligenti delle ragazze – tentenna, scopre un angolo di umanità, subito ricacciato indietro dall’adesione certa all’assurdo dovere dell’obbedienza.

Se dobbiamo scegliere una nuova lettura per i ragazzi per il Giorno della Memoria, eccone dunque una originale e meritevole, corredata da un apparato di note storiche, cifre, bibliografie per approfondire. Se arrivate fino in fondo (e fatelo, fatelo sempre perché i ringraziamenti finali, come l’esergo, dicono molto di un autore, di un momento di scrittura, del perché sottaciuto di un testo) scoprirete che questo romanzo non è solo stato scritto dalla sua autrice e illustrato da un’illustratrice, ma voluto da un editor che ha saputo pensare alla necessità di un testo di questo tipo e mettere lungimiranza nel progetto. Per cui vi si restituisce il gusto di un libro voluto, pensato e ricco.

Il sito dell’autrice. Il blog dell’illustratrice.

Guia Risari – ill. di Arianna Floris, La porta di Anne, Mondadori 2016, 176 p., euro 16, ebook euro 6,99

La bambina nascosta

14 Lug

bambina nascosta

Alla Fiera di Bologna del 2013 credo di aver fatto una sorta di pellegrinaggio tra gli stand francesi portando in più riprese più persone a vedere questo fumetto: lo trovavo essenziale e delicato allora e non posso non apprezzare la possibilità di offrirlo ora in lettura anche in italiano. La chiara semplicità delle immagini (coi colori che Salsedo ha azzeccato al massimo) e la modalità narrativa – che suggerisce, che lascia intuire al lettore quando può essere successo intorno alla piccola protagonista, che offre briciole di storia per poi eventualmente approfondire – lo rende proponibile anche ai lettori degli ultimi anni della scuola primaria.

Scoperta commossa, o forse un po’ triste, nel cuore della notte, una nonna racconta la propria infanzia su richiesta delle nipotina. Racconta della guerra perduta dalla Francia e della vittoria della sua famiglia, visto che il suo papà è tornato vivo dal fronte; racconta la scuola, le amicizie, la normalità. Fino al momento in cui tutto cambia con la stella gialla cucita sul vestito: non una stella da sceriffo, come suo padre vuole farle credere, ma il segno che la identifica come ebrea, la relega in fondo alla classe, la rende invisibile agli occhi dei compagni, la fa maltrattare dall’insegnante. Dounia racconta i mutamenti della sua vita di bambina, fino alla notte in cui i genitori, giurandole il loro amore, le chiedono di nascondersi in un armadio e rimanere muta nonostante le urla e i rumori che sente. Una vicina la recupera e una catena di persone si occupa di lei e della sua salvezza, nascondendola in campagna.

Il fumetto racconta, attraverso Dounia, la vicenda simile di tanti bambini ebrei che furono salvati nella Francia di Vichy e la vicenda di chi, civile, partigiano, membro di organizzazioni ebraiche si diede da fare per cambiar loro nome e trovare una sistemazione sicura; narra inoltre – cosa non scontata – anche la ricerca dei genitori, dei sopravvissuti al termine del conflitto, il peregrinare davanti ai muri tappezzati di fotografie che ritraevano i sopravvissuti ai campi.

Se masticate il francese, potete cercare il documentario o l’audiolibro che Gallimard ha tratto dal lavoro “Paroles d’étoiles” di Jean-Pierre Gueno dove sono raccolte tante voci e testimonianze di questi bambini.

Attorno a questo fumetto, l’AJPN – l’associazione degli Anonimi, Giusti e Perseguitati durante il periodo nazista nei comuni di Francia – ha costruito una mostra in dieci pannelli: sul sito potete vedere i materiali che la accompagnano e anche le diverse copertine delle edizioni straniere.

Il sito di Marc Lizano. Il sito di Loïc Dauvillier. Il sito di Greg Salsedo.

Marc Lizano – Loïc Dauvillier -Greg Salsedo, La bambina nascosta (trad. di Stefano Visinoni; impaginazione e lettering di Lucia Truccone), Panini 9L c2014, 80 p., euro 15

Portico d’Ottavia

10 Feb

00fronte scholia ind 1_4Nel  2013 Anna Foa pubblica per Laterza, nella collana “I Robinson”, il testo Portico d’Ottavia 13 che racconta, attraverso la casa che corrisponde al numero civico del titolo, la storia dei suoi abitanti nei mesi che segnarono la deportazione degli ebrei romani: le fughe, gli arresti, i tradimenti, le violenze vissute tra le strade del ghetto capitolino e le trentacinque persone che furono da quell’indirizzo deportate la mattina del 16 ottobre 1943.

Oggi, in una riduzione curata da Carola Susani, la casa si fa protagonista di un testo rivolto ai ragazzi, accompagnato dalle immagini di Mattero Berton che – grazie alla scelta cromatica – riesce a regalare al lettore la sensazione di una storia che viene dal passato e il cui ricordo riemerge nel racconto che ne viene fatto e insieme le impressioni cupe e terribili della tragedia che prende vita in un mattino che segue il giorno di festa, un orrore a cui nessuno vuole credere, tanto che alcuni nemmeno scappano o si lasciano fuggire gli uomini nell’illusione che i tedeschi cerchino loro soltanto.

La rievocazione storica nasce dell’interrogarsi su chi abbia abitato in quelle stanze, salito quelle scale, giocato in quel cortile, rievocando la leggenda che vuole la casa abitata da un fantasma di donna: ecco allora che compare Costanza, che lì ha vissuto bambina e che è fuggita quel 16 ottobre lasciandosi tutto alle spalle. Lei e i membri della sua famiglia sono sopravvissuti, ma non per tutti è stato così: tornano allora i nomi, i soprannomi, le parentele, le caratteristiche di ciascuno e l’evocazione di quella mattina in cui i soldati entrarono facilmente perché il portone dello stabile era sfondato da tempo e non veniva chiuso. I nomi scorrono come in un elenco di memoria e contribuiscono a rendere davvero reale al lettore quel che raccontano.

Un testo adatto, grazie alla sua struttura, ad essere letto insieme, ad essere condiviso ad alta voce, per rendere vive accanto   chi legge e a chi ascolta i bambini, i ragazzi, gli adulti che sono citati. Tenendo d’occhio le carte di guardia, le strade del ghetto che riproducono, immaginando vie di fuga o angoli su cui si è posato per l’ultima volta lo sguardo di chi veniva trascinato verso la deportazione.

Il sito dell’illustratore, su cui trovate le tavole che accompagnano il testo.

Anna Foa – ill. Matteo Berton, Portico d’Ottavia, Laterza 2015, 64 p., euro 18

La città che sussurrò

26 Gen

La_città_che_sussurrò Le illustrazioni di questo albo – disegnate con un tratto che pare perfetto per il fumetto – hanno toni scuri: blu e grigi che virano al nero, al verde, con qualche sprazzo di rosso qua e là. Sono toni che invitano alla cautela, al tenere bassa la voce aspettando quello che succederà nella pagina successiva. È bassa anche la voce della gran parte dei personaggi: solo i soldati con la svastica al braccio urlano per minacciare, intimidire, seminare il terrore. La ragazzina che porta per mano il lettore tra le pagine invece conosce l’arte e l’importanza del parlare a bassa voce, dell’usare poche parole, del far intendere con poco: sa che non bisogna mettere in pericolo quelli che a casa vengono chiamati “i nuovi amici” e che stanno in cantina, ma nel contempo sa anche che è importante non far sentire soli Carl e la sua mamma, poter dare loro del cibo e anche dei libri da leggere a lume di candela in attesa della loro partenza . Questo racconto celebra la fuga degli ottomila ebrei danesi quando i nazisti presero il potere nel 1943 ed in particolare quanto avvenuto a Gilleleje, piccolo villaggio di pescatori, dove un intero villaggio cospirò e respirò all’unisono, con tutta l’attenzione possibile per salvare circa 1700 ebrei, nascosti nelle case e poi indirizzati verso il porto, verso le barche che li avrebbero condotti fuori pericolo. Celebra così i tanti villaggi dove la popolazione unita seppe tessere reti nascoste d’aiuto e dove la salvezza di alcuni (tanti o pochi, a seconda dei casi e sovente della sorte) fu opera collettiva: sono tanti, sulle mie montagne in questi giorni ricordiamo ad esempio i gesti degli abitanti di Andonno, in Valle Gesso. La casa di Anett e della sua famiglia è un nido in cui si cova un segreto; un segreto sussurrato al fornaio, alla bibliotecaria, al contadino e a chi può dare un aiuto fidato; quando Anett dice che queste persone “accettarono di aiutarci e spargere la voce nel villaggio”, la voce si fa davvero tangibile: un sussurro che nella notte, di casa in casa, di tratto in tratto, diventa luce per permettere agli ebrei di trovare la strada per il porto. Oggi a Gilleleje ci sono delle pietre che ricordano i nomi degli ebrei che passarono e scamparono, così come in molti Paesi europei la memoria viene tramandata dalle pietre d’inciampo messe sui marciapiedi, davanti alle case, alle scuole. Un’altra pietra, un sasso a forma di cuore, sta nella tasca di Carl che lo ha raccolto durante l’ultima passeggiata sulla spiaggia insieme al padre: è il sasso che regala ad Anett chiedendole di ricordarsi sempre di lui. Scrisse Gabriele Romagnoli “Se in tasca avete una piccola pietra [rossa] offritela a chi può dare un senso alla vostra vita”… Il sito dell’autrice. Il blog dell’illustratore. Il booktrailer dell’albo. Jennifer Elvgren – ill. Fabio Santomauro, La città che sussurrò (trad. di Shulim Vogelmann), Giuntina 2015, 32 p., euro 15

Io voglio vivere

11 Feb

Più riguardo a Io voglio vivere

Mirjam Pressler offre in questo volume una sorta di lettura parallela del Diario di Anne Frank, facendone un complemento non solo per la lettura ma anche per la conoscenza della vita di Anne. I capitoli affrontano diversi temi utili ad avere un quadro più completo sulla vita di Anne, sul contesto storico, ma anche sulla pubblicazione dei diari.

Si parte dal fondo, potremo dire; si comincia infatti evocando quelli che possono essere stati i sentimenti del padre di Anne di fronte alla testimonianza scritta che gli restituiva la figlia perduta nel lager e lo faceva aprendogli gli occhi sulla sua sensibilità di ragazzina e sul suo talento di scrittrice.

L’autrice racconta – grazie anche a brevi note nel testo che spiegano e approfondiscono – dell’alloggio segreto, di ciascuno dei suoi abitanti, delle persone che li aiutarono nei due anni di clandestinità, dei cambiamenti nel suo corpo e nel suo guardare il mondo, del rapporto con Peter, dell’arresto e della deportazione, ma anche di come Anne aveva vissuto gli anni precedenti: la scuola, le amiche, le passioni.

Alcune fotografie allegate permettono al lettore di dare un volto alle persone di cui Anne parla nel Diario e di guardare i suoi occhi, il suo sorriso.

Il sito dell’autrice. Il sito di Matteo Corradini, di cui il libro contiene un commento finale a proposito dei luoghi dove ha vissuto/vive Anne.

Mirjam Pressler, Io voglio vivere. La vera storia di Anne Frank (trad. di Simone Buttazzi), Sonda 2014, 147 p., euro 14