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Un albero, una gatta, un fratello: C’è questo in me

9 Ago

“Fuori si fa sera e come se fossero stelle che abitano dentro le case, si accendono, una dopo l’altra, le luci di Santiago” scrive Maria José Ferrada nelle ultime righe di questa nuova uscita della collana “Gli anni in tasca” e nel lettore si accende la bellezza della sua poesia in forma di prosa che procede per ricordi d’infanzia, per pensieri brevi che compongono una vita e anche un pezzetto di racconto della storia della sua famiglia e del Cile. Sul blog di Topipittori potete leggere un contibuto in cui l’autrice racconta come è nato questo libro e riflette su quando si fa memoria, quando si sta in biblico tra autobiografia e finzione, quando si fa pace coi ricordi. Evoca il magnifico romanzo breve Kramp, pubblicato in Italia da Edicola, e sottolinea sia la semplicità che caratterizza il suo stile, sia il silenzio che è parte integrante del suo narrare qui e che la struttura qui scelta conferma: sono episodi brevi, a volte brevissimi dell’infanzia, narrati con respiro, che sulla pagina appaiono come tanti singoli ricordi in mezzo ai quali scorre la vita, i giorni non detti, il quotidiano e forse anche lo straordinario che non si ritiene di dire.

Lo stesso respiro che lascia spazio al silenzio lo si ritrova anche nell’altra recente uscita della stessa collana, a opera di Silvia Vecchini che ricorda la sua infanzia al lago e la poesia che c’è da sempre nella sua vita. Sono formati che si lasciano assaporare lentamente, che dicono al alettore di prendere tempo, di assumere il ritmo giusto e che, mi sembra, fanno anche venire voglia di scrivere: fanno venire in mente i piccoli episodi della propria infanzia, cose dimenticate cose buffe e cose dolorose che la distanza del tempo permette di guardare e di dire. Ottimi alleati in un laboratorio di scrittura partendo dal sé, regalano in entrambi i casi il gusto poetico della scrittura. La grazia della semplicità con cui Ferrada mette sulla pagina i suoi ricordi fa luce sull’importanza delle parole, sul loro potere evocativo, culla necessità di lasciare che ognuno a quelle parole metta qualcosa di suo, immagini, si lasci portare dall’andamento di un narrare che potrebbe essere orale tanto è prossimi, tanto è intimo.

María José Ferrada, Un albero, una gatta, un fratello (trad. di Marta Rota Núñez), Topipittori 2019, 99 p., euro 10

Silvia Vecchini, C’è questo in me, Topipittori 2019, 65 p., euro 10

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Mi chiamo Eugen

4 Ago

Curiosa scelta potrebbe sembrare quella di pubblicare, da parte di Atmosphere Libri, questo testo uscito per la prima volta nel 1955, scritto dal pastore svizzero e politico Klaus Schädelin, da cui nel 2005 è stato tratto un film premiato l’anno seguente col Premio del cinema svizzero. Eppure il libro risulta dopo anni a tratti fresco e davvero divertente nel suo racconto delle avventure di tre amici, sempre pronti a fare scherzi e a ccciarsi nei guai tanto da essere minacciati di finire in collegio, che atraversano la Svizzera – da Berna verso Zurigo con tape e traversie varie – alla ricerca del fantomatico tesoro del pressoché leggendario re dei mascalzoni che un tempo viveva nella stessa casa di uno di loro.

A risultare vincente è la struttura della narrazione: spesso l’autore si rivolge direttamente al lettore e ogni capitolo è di fatto il racconto concluso di un episodio, di uno scherzo, di un lampo di genio, di un pasticcio in cui i tre amici si cacciano. In questo modo il libro risulta usufruibile ad esempio nella lettura ad alta voce perché è possibile isolare alcuni episodi davvero divertenti da condividere coi ragazzi per far apprezzare le avventure anche a chi potrebbe temere la pesantezza del testo. In più è una lettura che arricchisce il vocabolario, ricca di nei vocaboli e sfumature di significato.

Klaus Schädelin, Mi chiamo Eugen (trad. di Marina Pugliano), 181 p., euro16

Il grande viaggio di Naoki

2 Ago

Anche questa uscita della collana “Ponte della arti” di Jaca Book riprende il formato e la modalità narrativa/illustrativa già utilizzata per l’apprezzato Alla ricerca di Lola, uscito in primavera: formato più piccolo rispetto alla tradizione della collana, storia più lunga adatta anche a lettori più alti e opere dell’artista in quesione che servono ad ambientare, a dare sfondo e a illustrare il testo, a cui si accompagnano gli inserti di un illustratore contemporaneo, qui Bruno Pilorget, che è anche un sapiente compositore di carnet di viaggio. Proprio questa sua abilità sottolinea anche la scelta di lavorare come se Pilorget fosse davvero in cammino accanto al protagonista: la storia infatti è quella di un viaggio e l’artista interviene direttamente con pennello e chine, omaggiando Hokusai e le stampe che hanno ispirato la trama con la scelta del blu tanto amato.

La storia composta da Mapi ispirandosi alle stampe di Hokusai funziona bene eanche in lettura ad alta voce e riprende i canoni della tradizione: il giovane Naoki preso a lavorare per la piantagione di riso più grande e ricca, la prova da superare per poter sposare la ragazza amata figlia del padrone, le consegne, il viaggio, il tempo che si dilata, la soluzione che pare non arrivare mai, i consigli dei saggi, il riconoscimento da parte del padrone del coraggio, della generosità e dell’astuzia del ragazzo.

In più, in appendice una corposa parte che permette di approfondire e di avere spunti: su Hokusai, la sua storia e la sua tecnica; su autrice e illustratore che raccontano: così il lettore potrà nuovamente tornare sul testo per notare le scelte non casuali di Mapi, per apprezzare il lavoro di Pilorget.

Mapi – Bruno Pilorget, Il grande viaggio di Naoko (trad. di Laura Molinari e Vera Minazzi), Jaca Book 2019, 97 p., euro 15


 

Katitzi e il piccolo Swing

30 Lug

Ecco il secondo volume della serie/saga dedicata a Katitzi e alla sua famiglia che i lettori hanno già imparato a conoscere nel precedente libro in cui la protagonista ha dovuto affrontare il difficile passaggio dall’orfanotrofio al campo rom; è tornata infatti a vivere con la famiglia d’origine (il padre, i fratelli, un terribile matrigna chiamata La Signora) scoprendone meccanismi, modi e tradizioni e dovendosi adattare. In questo nuovo libro, le vicende si svolgono nella Svezia del 1940 e viaggiano su un doppio binario: l’ambito famigliare e quello che invece considera il momento storico e sociale. Katitzi scopre l’amore: l’affetto di suo padre, il rapporto stretto con le sorelle e il fratello, in particolare con Rosa che di fatto le fa da madre, il matrimonio di Rosa con un cugino, l’amore “romantico” in un film al cinema, il ricordo del legame con quella che considerava la nonna e che – sorpresa! – è ancora viva e lei vorrebbe rivedere (qui il romanzo si chiude, lasciando intravedere quel che verrà). Dall’altra parte la riflessione sulla condizione di una famiglia rom in Svezia nel primo periodo della Seconda Guerra Mondiale: è significativa la prima parte in cui l’autrice riesce al meglio nel suo intento di descrivere umiliazioni, discriminazioni e preconcetti che nessuno dovrebbe subire: Katitzi e la sorella Lena vengono inviate in città per alcune settimane, a vendere ciotole porta a porta. Vengono descritte le diverse reazioni da parte delle persone che incontrano (chi aiuta, chi rispetta la dignità delle bambine, chi insulta, chi chiude le porte in faccia) come esempi delle diverse possibilità e prese di posizioni che si potevano avere in quel frangente, e non solo vista l’attualità del tema…

Non lascitevi ingannare dal titolo: il piccolo Swing, il grazioso cagnolino di Katitzi, non è che un marginale personaggio che compare accanto alla ragazzina, che si perde e si fa cercare, ma che non è certo il centro della narrazione. Per i lettori appassioanti: la serie conta ancora altri undici libri, li aspettiamo!

Katarina Taikon – ill. Joanna Hellgren, Katitzi e il piccolo Swing (trad. di Samantha K. Milton Knowles), Iperborea 2019, 184 p., euro 15

Il nostro albero

23 Lug

Per molto tempo nei percorsi di lettura mi ha accompagnato “Il campione”, un romanzo di Mal Peet edito da Piemme nel 2007 su un portiere imbattibile cresciuto ai bordi della foresta amazzonica. Mi fa molto piacere che la voce e la bravura descrittiva di questo autore torni in un racconto illustrato da Emma Shoard, secondo il formato che Uovonero ha già utilizzato per Il pavee e la ragazza: un racconto destinato ai grandi, breve ma denso, illustrato, grande respiro sulla pagina, copertina morbida, insomma tutto quel che serve per conquistare lettori quando si presenta un formato simile. Ancora una volta il contenuto è di peso: si parla di famiglia, di una famiglia che si trasferisce felice in una nuova casa e la cui armonia si spezza nel giro di un anno; del rapporto stretto tra un padre e un figlio, rinserrato dalla complicità del condividere un posto speciale – la casa sull’albero che il babbo ha costruito in giardino non a caso chiamata Il Nido – e il tempo: a sentire i rumori della notte, a osservare la natura, ad ammirare un panorama che sembra estendersi a vista d’occhio e poi, irrimediabilmente, silenzi, rabbie, declino.

Un uomo passa per caso davanti alla casa in cui hai vissuto bambino, l’anno tra i suoi nove e dieci anni: non ci torna dall’epoca del trasloco e si indigna perché la casa sull’albero è abbandonata, nessuno se n’è preso cura. Salgono i ricordi e la rabbia, i conti mai fatti con quella vicenda: l’allontanamento dei genitori, una nuova persona nella vita della madre, il padre che esilia in quel rifugio sospeso, lasciando il lavoro e perdendo ogni interesse, fino a diventare come appare la casa ora: desolato, abbandonato, piegato dagli eventi. Forse non è un caso se l’uomo si ritrova adulto davanti a un luogo importante, per quanto doloroso, dell’infanzia: deve mettere a fuoco, far emergere i ricordi, fare i conti. L’albero veglia, guarda, custodisce. Fa venire in mente un albo letto di recente in cui si parla di padri e figli e alberi; fa venire in mente un’altro romanzo di un bel po’ di tempo fa (lo trovate ancora tra gli scaffali in biblioteca) dove una casa sull’albero aveva una grande importanza nel rapporto padre-figlio e nella possibilità di ricordare, sentirsi vicin, riuscire a dire: è “Scotty e il bandito gitano” di David Winkler (Feltrinelli kids. Sbuk 2003) che sarebbe bello venisse ripubblicato.

Mal Peet – ill. Emma Shoard, Il nostro albero (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2019, 90 p., euro 15

 

La rotta delle Ande

12 Lug

Abbiamo avuto modo di segnalare alcuni libri che fanno parte della collana “Libri corsari” e quindi di sottolineare più volte come ci sembri appropriata la misura di queste proposte dell’editore Solferino: una collana di avventure, un’ottantina di pagine ciascuna, illustrate e legate a un determinato periodo storico e uogo di cui vengono fornite indicazioni per approfondimenti e curiosità.

Trattandosi di Christian Hill non potevano non esserci gli aerei, visti anche i precedenti romanzi a cui ha abituato i lettori, da Il volo dell’Asso di Picche fino al più recente “Il ladro dei cieli”, ispirato a un’affascinante fatto realmente accaduto. L’altrettanto avvincente quadro storico è dato dall’avventuroso servizio dell’Aéropostale, messo in piedi da Latécoère dopo la Prima Guerra mondiale per muovere la posta tra Francia e Sud America (Brasile, Argnetina e Cile) e Africa occidentale. In questo caso sono protagoniste le Ande, insieme al giovane Ricardo che vorrebbe spedire un pacco dal Cile all’Argentina e invece finisce lui su quell’aereo, appesantendolo e trovandosi a vivere un’avventura al limite della sopravvivenza col pilota. Il libro è ambientato nel 1929, tra le pagine fa capolino Antoine de Saint-Exupéry insieme a tanti altri piloti coraggiosi.

Le illustrazioni di copertina e interne sono di Marco Paschetta.

Christian Hill – ill. Marco Paschetta, La rotta delle Ande, Solferino 2019, 86 p., euro 10

Un sogno sull’oceano

8 Lug

Lo penso da quando ho ricevuto il comunicato stampa; so che questo libro conterrà una storia che conosco e racconto talvolta.

Ma andiamo con ordine: il libro innanzitutto. Ballerini confeziona una storia crossover che parla di emigrazione di ieri per parlare di quella di oggi. C’è una barca e non è certo un barcone come quelli che ci racconta la cronaca odierna, ma il mitico Titanic con i suoi saloni lussuosi, gli stucchi, le signore eleganti della prima classe, le persone famose che salgono a bordo a Southampton il 9 aprile 1912. Ma il Titanic porta sul mare tanti sogni di emigranti: quelli che hanno lasciato le loro terre per cercare fortuna altrove e in particolare, in questo caso, uomini italiani che hanno lasciato valli dove non c’era lavoro, famiglie che necessitano di aiuto per guadagnare lontano, con la speranza di tornare, chi per riprendere l’attività di famiglia, chi per sposarsi. Per ricordare le vicende degli italiani emigranti in cerca di fortuna, l’autore riprende una storia affascinante: quella del pavese Luigi Gatti, ristoratore di successo con due famosi ristoranti Ritz a Londra, che gestì anche i lussuosi ristoranti di due transatlantici come l’Olympic e il Titanic. Il lettore lo vede impegnato nella scelta della sua brigata, cuochi, camerieri e compagnia, scelti principalmente tra giovani migranti italiani. Alcuni di loro (realmente esistiti perché le persone che compaiono in questo libro – passeggeri o lavoratori – sono stati davvero passeggeri sul Titanic) vengono scelti da Ballerini perché raccontino in prima persona: in un alternarsi di voci si conoscono i loro pensieri, le speranze, le lettere e cartoline che mandano a casa, le ferree regole sociali a cui sono sottoposti, i pregiudizi a cui devono far fronte, gli stereotipi appiccicati a chiunque sia italiano. E poi, al momento dellle scialuppe in mare e dei tentativi di salvataggio, vengono chiusi dentro il ristorante perché non c’è posto per loro e manco viene preso in considerazione che possano essere salvati: sono gli ultimi, e gli ultimi muoiono insieme al loro capo che non li abbandona e muiono mangiando bene, guardando gli stucchi eleganti perché è l’unica cosa che si possa fare.

Al fondo del libro un’appendice racconta le persone citate (i responsabili della nave e i passeggeri come Guggenheim, Astor, lo scultore Portaluppi), parla di Gatti e dei camerieri a cui si dà voce e poi fa un elenco per rendere omaggio agli altri italiani membri della brigata del Ritz, di cui si sa quasi nulla perché non erano registrati su nessuna lista ufficiale. Nell’elenco dei 28 nomi con relativa provenienza figura Battista Bernardi, anni 22, di Dronero (Cuneo). Che in realtà all’anagrafe era Giovanni Battista Bernardi, chiamato Marcèl e detto Poulo (ché dalle mie parti in quanto soprannomi e stranòm andiamo forte!), ed era di Roccabruna, comune accanto a Dronero, della borgata Nouràt precisamente. In queste mie valli, ogni paese o borgata era caratterizzata da un mestiere e da una zona specifica di emigrazione (in Francia, appena oltre la montagna); ai Nouràt erano camerieri in Provenza e a Parigi. E Marcèl , da Parigi a Londra, si imbarcò come cameriere sul Titanic e figura lì, sulla foto della brigata di Gatti scattata alla partenza. Morto in mare e sepolto ad Halifax, il suo nome, la sua fine quasi leggendaria veniva raccontata in valle per memoria di chi ha conosciuto la sua fidanzata e tramite piccoli episodi, come quello della madre che si svegliò di botto invocando il figlio proprio nel momento in cui il Titanic collideva con l’iceberg. La sua storia è stata ricostruita qualche anno fa da Renato Lombardo e la potete leggere qui; è una di quelle che mi piace intrecciare nei laboratori che raccontano di queste valli fatte di immigrati stagionali o per sempre: acciugai, raccoglitori di capelli, colporteur, camerieri, muratori, incantatori di marmotte e giganti da esibire nei circhi e nei teatri. E allora che piacere trovare questa storia “mia” tra le righe di un’altra storia.

Luigi Ballerini, Un sogno sull’oceano, San Paolo 2019, 217 p., euro 14,50

Melvina

5 Lug

Melvina è un progetto che accompagna la fumettista Rachele Aragno da quando tredicenne ha incontrato questo personaggio, suo alter ego, e ha cominciato a disegnare avventure con lei protagonista. In quello che si annuncia il primo volume di altri dedicati alla ragazzina coi capelli rossi, il lettore la conosce mentre di nascosto scopre che i suoi genitori vogliono trasferirsi per l’ennesima volta, senza ovviamente tenere inconto la sua opinione. Inseguendo il gatto sui tetti, cade in una casa vicina dove l’attendono strani personaggi: un anziano di nome Otto e alcuni animali antropomorfi che stanno prendendo il tè in attesa di lei, la prescelta che dovrà liberarli dal potere del malvagio Malcape, sovrano di Aldiqua. Melvina scopre un mondo fantastico e soprattutto la missione che l’aspetta.

Tutto il fumetto è in modo molto interessante giocato sul diventare grandi, sugli adulti che non ascoltano i più piccoli, sul desiderio di crescere in fretta. Ma cosa significa davvero essere grandi? Proprio quello che Melvina scoprirà a fine avventura, nelle sagge parole della nonna. Un fumetto che racconta anche degli affetti famigliari, e lo fa con un certo significato che scoprirete leggendo le pagine di chiusura del volume in cui l’autrice e gli editori raccontano il progetto.

Rachele Aragno, Melvina, Bao Publishing 2019, 208 p., euro 20

Jefferson

2 Lug

Amo molto la scrittura di Jean-Claude Mourlevat e sono quindi contenta che arrivi anche in traduzione italiana questo suo libro dove dà prova di una bella capacità umoristica e di invenzione. la prte forte del libro sta proprio qui: nell’inventare un mondo dove animali e uomini vivono in città non troppo distanti l’una dall’altra e frequentano i rispettivi mondi, non senza timori e pregiudizi stereotipati.

Il protagonista è ujn tranquillo e felice porcospino a cui la vita si ribalta in un solo attimo: recatosi dal barbiere per farsi accorciare il ciuffo, lo scopre sul pavimento del negozio, in un lago di sangue, con un paio di forbici piantate nel petto. la capra che sta dormendo della grossa sotto il casco, con i bigodini in testa, lo crede l’assassino e allora jefgferson fugge nel bosco per scoprirsi poco dopo primo indiziato, quasi colpevole certo. Allora, in compagnia del fido amico Gilbert, intraprende un viaggio nella città degli uomini per cercare di scoprire l’assassino e rendere evidente la propria innocenza. la nipote del barbiere infatti ha parlato delle improvvise, periodiche assenze dello zio e ha consegnato a Jefferson una cartolina che forse è un indizio e che suggerisce che gli umani c’entrano eccome.

A essere originale non è sicuramente la parte del giallo, in qualche modo facilmente prevedibile, né gli intenti di riflessione a proposito del consumo di carne e delle condizioni in cui gli animali vengono condotti al macello, quanto piuttosto la riflessione che l’autore propone riguardo allo status degli animali: gli uomini – si sottolinea infatti – non li trattano tutti allo stesso modo, ma fanno delle differenze a seconda che si tratti di animali domestici, selvatici e o d’allevamento. Il romanzo prosegue spedito grazie alla dose di ironia sapientemente inserita specie nella prima parte, sicuramente la meglio riuscita.

Jean-Claude Mourlevat – ill. , Jefferson (trad. di Bérénice Capatti), Rizzoli 2019, 222 p., euro 15, ebook euro 7,99

Le parole di mio padre

18 Giu

Patricia MacLachlan e le parole. Non solo quelle poetiche di romanzi come “Baby”, “Album di famiglia”, “Sarah né bella né brutta” o quelle di Mirabel che arriva in classe per parlare di come le usi lei che è scrittrice (vi ricordate “Una parola dopo l’altra”?). In questo romanzo breve le parole provano a dire con delicatezza un dolore grande come la morte di un padre, un dolore declinato per la voce della protagonista, ma anche del fratello più piccolo e della madre. Ci sono le parole che annunciano la morte, quelle che la dicono, quelle che provano a raccontare e passano sul filo del telefono, tutti i lunedì alla stessa ora. Ci sono parole che si cantano, parole che avvolgono, parole da leggere ad alta voce per farsi vicini e amici.

Declan O’Brien, il papà della protagonista, amava usare espressioni curiose, amava cantare quasi quanto giocare a basket e pare avesse sempre una parola buona per tutti, come dicono ai figli dei perfetti sconosciuti. Fiona racconta cosa scopre del padre quando lui non c’è più. E come sia possibile cominciare a superare lo choc iniziale grazie al consiglio di un amico, che accompagna lei e il fratello in un rifugio per cani abbandonati. Allora la storia dice del valore del prendersi cura, ma anche di come possa essere diversa la storia della tua vita a seconda dei genitori che ti toccano in sorte: Thomas è un paziente del padre i cui genitori si aspettavano che in qualche modo fosse lui a rimettere tutto a posto nelle loro vite. Thomas però insegna a Fiona come può capitarti comunque di incontrare qualcuno che, indipendentemente dal ruolo, tenga accesa la luce per te, proprio come dice quella poesia che Declan ha lasciato alla figlia.

Patricia MacLachlan, Le parole di mio padre (trad. di Stefania Di Mella), HarperCollins 2019, 139 p., euro12,90