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Guarda!

7 Nov

Parlare di fotografia ai ragazzi e farlo attraverso una narrazione colloquiale che invita a guardare, a considerare i lavori proposti, a soffermarsi su quel che ciascuno può dedurre. Il libro è costruito attraverso la presentazione di trenta immagini scattate da grandi fotografi, un modo quindi da un lato di fare una veloce storia della fotografia e di disseminare nomi su cui chi è interessato potrà approfondire, dall’altro invece la costruzione di un catalogo di possibilità: ogni doppia pagina presenta a sinistra l’immagina e a destra le parole di Meyerowitz. Ne nasce una lezione di quelle esatte, basata sul concreto, dove si deducono i principi dall’osservazione e dall’analisi: a me sembra di vederlo, l’autore, mentre parla davanti a un gruppo di ragazzi, proiettando le immagini e guidandoli a osservare la luce, la poesia, la disposizione dei soggetti, il senso dell’umorismo che chi ha scattato la fotografia ha tenuto alto anche in quel momento.

Ci sono immagini, tra gli altri, di Cartier-Bresson, Avendon, Erwitt, Salgado; ci sono colore e bianco e nero, paesaggi e ritratti, soggetti in posa e altri ritratti al volo. Meyerowitz approfitta di questo percorso tra fotografie per dire anche della capacità di cogliere l’attimo, del tempismo, della meraviglia delle geometria come del caos, del saper vedere qualcosa di interessante anche dove pare non capiti nulla, della grazia dei gesti quotidiani. “Ciò che noti – dice al suo lettore – riflette quello che il mondo ti racconta”. Quando era bambino e camminava per le strade del Bronx, suo padre gli diceva “Guarda!” ed ecco che succedeva qualcosa. La capacità del genitore di saper vedere, di saper cogliere sfumature sottili magari invisibili ai più e di saperci accostare un gran talento narrativo gli hanno dato la base su cui ha costruito un mestiere. Ora è lui a dire ai lettori: “Guarda!”, ad allenarli alla sorpresa che il saper vedere può regalare.

Joel Meyerowitz, Guarda! La fotografia spiegata ai ragazzi (trad. di Valentina De Rossi), Contrasto 2017, 80 p., euro 29,90

 

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Victoria sogna

2 Nov

Ho incontrato questo libro quando è uscito francese, prima sulla rivista Je Bouquine e poi per Gallimard con le illustrazioni di François Place, immagini di libri coi loro personaggi che si srotolavano sui vari lati della copertina. Ci sono finita dentro per via del suo autore, perché di De Fombelle mi piace la poesia cruda con cui dice i fatti, il modo in cui corrono i personaggi dei suoi libri e il fatto che – anche quando al lettore non sembra o se lo è perso per strada – c’è sempre un motivo ben certo per quella corsa, e un traguardo che merita, anche quando è difficile da dire.

In questo romanzo c’è Victoria, che sogna una vita folle, piena di avventure, una vita più grande di lei. Una vita certo ben diversa da quella del paesino in cui frequenta scuola media e biblioteca e in cui non capita mai nulla, un po’ come nella sua famiglia, dove gli unici sussulti possono essere le lamentazioni della sorella persino quando è via in gita scolastica e l’euforia del padre per la nuova produzione di paté in tubetto nella sua ditta. Victoria sogna nutrendosi di libri, tenendoci il naso dentro, tenendo alto il filo di quelle avventure persino quando non le legge: mica a caso la mensola carica di libri che corre sulle pareti della stanza viene da lei stessa definita “l’orizzonte”, come se solo quello fosse possibile, quello delle vite che stanno tra le pagine. Ma improvvisamente i libri cominciano a sparire, come i tre pellerossa e c’è un cowboy in auto col padre. E il piccolo Jo, che salta da una classe all’altra tanto è intelligente, dice di saperne qualcosa, di avere degli indizi. E allora via, sulle tracce di una storia, questa volta molto più reale e vicina: ha a che fare con suo padre, con gli strani vestiti che indossa di nascosto, con quel che si fa fatica a dire, con la realtà dei giorni di crisi e con la possibilità forse di aggiustare tutto, grazie alle storie, quelle – come dice la protagonista a Jo – “che ci sono tra di noi”.

Per l’edizione italiana, Terre di Mezzo ha scelto un formato con un po’ più di respiro rispetto all’originale, copertina rigida, e ha affidato le illustrazioni a Mariachiara Di Giorgio che ci ha messo la leggerezza degli acquarelli e certi blu e tocchi di rosso che ti portano dritto al fianco di Victoria.

Quando leggo un libro in originale e mi permetto di sognarlo in italiano perché merita, allora aspetto e mi immagino come sarà. Ecco, a questo giro, per questo arrivo e questa riuscita, dico grazie a chi ha lavorato perché fosse così.

Timothée de Fombelle e Mariachiara Di Giorgio incontreranno i lettori a Milano, nell’ambito di Bookcity sabato 18 novembre prossimo in un incontro dal titolo Tra sogno e avventura.

Timothée de Fombelle – ill. Mariachiara Di Giorgio, Victoria sogna (trad. di Maria Bastanzetti), Terre di Mezzo 2017, 103 p., euro 12,90

Fantasmi

31 Ott

Raina Talgemeier ha la capacità di saper sempre prendere spunto da vicende familiari o comunque a lei vicine e di farne storie a fumetti universali che parlano di legami. In questo caso torna ancora una volta sul legame tra sorelle, sulla condivisione e sulla gelosia, sul desiderio di chi è grande di proteggere, ma anche di avere uno spazio tutto proprio, specie se si ha a che fare con una sorella la cui malattia prende tanto posto nelle decisioni e nel tempo famigliare. I genitori di Cat infatti decidono di trasferirsi nella nebbiosa Bahía de Luna perché è vicina al mare e ventosa: un clima ideale per i problemi respiratori di Maya, nata con la fibrosi cistica. La sorellina minore  però anche un vortice irrefrenabile di voglia di fare e di scoprire, si entusiasma facilmente e non perde l’occasione per gettarsi in nuove avventura, anche se potrebbero essere pericolose. Così non perde tempo a stringere amicizia con il figlio dei vicini di casa e a trascinare la sorella nel tour dei fantasmi e nella tradizionale festa notturna per il Día de los Muertos, che permette al lettore di ripercorrere la tradizione messicana con personaggi come la Catrina, di immergersi nell’atmosfera allegra che festeggia i defunti, in una notte magica dove vivi e fantasmi ballando e cantano insieme.

Questo fumetto raccoglie una sottile e profonda riflessione sulla morte, quella all’ordine del giorno, quella che persone come Maya citano normalmente e a cui pensano con una naturalezza quotidiana che imbarazza i più. Ed è una bella riflessione sull’arte del saper respirare: se Maya conosce il valore dell’inspirare ed espirare, se i fantasmi hanno bisogni di un po’ di respiro bambino per sentirsi in forze, Cat ha un sacco di paure che le bloccano l’aria nei polmoni e la fanno sentire insicura. Dovrà imparare invece a godersela un po’ e basta.

L’autrice sarà ospite d’onore al Lucca Comic & Games, dal 1° al 5 novembre, dove le sarà dedicata anche una mostra, la sua prima personale in Italia.

Raina Telgemeier, Fantasmi (trad. di Laura Bortoluzzi), Il Castoro 2017, 239 p., euro 15,50

Warren 13° e l’occhio che tutto vede

30 Ott

Un libro bello. Bello a partire dalla grafica, tutta giocata sul rosso e sul nero, nelle illustrazioni di Staehle che ha creato il personaggio principale più di dieci anni fa quando frequentava la scuola d’arte e ha trovato a dargli degna corona di parole il talento di Tania Del Rio.  Un libro da leggere ad alta voce, con un ritmo e un intreccio che coinvolgono o da sfogliare da soli godendosi appieno le immagini, le loro finezze, i particolari. Il formato (22 per 20) gratifica il lettore e permette di apprezzare al meglio la storia.

Il romanzo è imperniato sulla figura di Warren, tredicesimo discendente ed erede del Warren Hotel, un ragazzino mortificato dall’aspetto di rana o di mosca (a seconda di chi lo guarda), dall’animo indomito e dalle forti speranze: l’albergo è stato un punto di riferimento, lussuoso e prestigioso, per tantissimi clienti fino a cinque anni prima, poi, con la morte del padre, lo zio Rupert ne ha preso in mano le redini, mandando tutto a catafascio. Warren sogna di tornare agli antichi splendori e intanto si sobbarca ogni ruolo, dal facchinaggio alle pulizie, potendo contare solo sull’amicizia del cuoco e di un vecchio precettore che custodisce la biblioteca. Lo zio infatti si è ulteriormente rincitrullito dopo il matrimonio con la zia Annaconda, una strega giunta sotto mentite spoglie per tentare di trovare “l’occhio che tutto vede” che la leggenda dice essere nascosto nell’albergo. Vessato dalla zia, Warren dovrà ricredersi sulla leggenda che ha sempre reputato tale: sono troppe le persone che cercano l’occhio e quindi da qualche parte ci sarà. E poi perché c’è una piovra nel locale caldaia e una pallida bambina gli sta alle calcagna senza mollarlo? E chi è l’ospite bendato e misterioso che varca la soglia dell’hotel, primo dopo tanto tempo?

Un po’ di giallo, di enigmi e di codici, un po’ di magia, un po’ di umorismo sano. Questa si preannuncia come la prima avventura del ragazzino che crede nella bellezza dei suoi capelli e nella forza del progetto di dare lustro alla creatura dei suoi avi. Ovviamente aspettiamo le prossime!

Tania Del Rio – Will Staehle, Warren 13° e l’occhio che tutto vede (trad. Francesco Gulizia), Rizzoli 2017, 232 p., euro 19,90

Un bacio e addio

25 Ott

Ogni albo di Jimmy Liao è per tutti, perché a ciascuno – indipendentemente dall’età – sa parlare e dire un che di appropriato, in sintonia con la propria storia, con echi di qualcosa che si è conosciuto o che si sta vivendo. La sua capacità di trattare con immensa lievità temi importanti e forti, che tanti temono e che molti autori alla fine banalizzano o trattano con ridondanza di luogo comune, ha una sua materica concretezza nel modo in cui le immagini si rincorrono sulla pagina e i colori vanno a comporre un mosaico pressoché perfetto, con una scelta da maestro delle diverse sfumature (in questo libro, ve ne potete accorgere ad esempio, in una delle prime immagini, dove un treno giallo sfila davanti a una città di case dai tetti declinati in blu).

Chi ha avuto la possibilità di incontrarlo e di ascoltarlo, sa che Liao è una di quelle rare persone che parlano semplicemente della vita, senza alcuna remora e senza alcun velo su quel che ci capita. Nello stesso modo, senza fare filtri, e con lo stesso magnetismo dà la parola in questo albo a un bambino rimasto orfano che viaggia in treno verso la casa del nonno, dove continuerà a crescere e a crescere bene, come gli è stato raccomandato e come in sogno tanti animali gli continuano a suggerire. Ha una valigia piena di ricordi e di oggetti, non sa più dov’è la chiave della casa che ha lasciato e manco da dove arriva il cane che lo accompagna, si interroga sulle nuvole e sulle stelle, sul ritrovare i suoi genitori guardando in su e sull’esprimere desideri. Il viaggio che sta compiendo, il senso del treno che viaggia in paesaggi quasi magici è il percorso di chi affronta un grande dolore, barcamenandosi tra l’autunno e  la primavera dell’animo, tra i ricordi che fanno male e che accompagnano e il futuro che si affaccia fuori dal finestrino.

Jimmy Liao dice, semplicemente, e ci dice che tutto si può dire ad alta voce. Che hanno dignità la mancanza del vento, i baci nei sogni, il riso che cresce pian piano senza che ce ne accorgiamo e fa verde il mondo. E che la capacità di immaginare e di dire è immensamente salvifica.

Jimmy Liao, Un bacio e addio (trad. di Silvia Torchio), Camelozampa 2017, 100 p., euro 22

La figlia del guardiano

23 Ott

Ho letto questo libro parecchio tempo fa, ma non sono riuscita a scriverne subito. Me lo sono portato dentro in modo che risuonasse a lungo la sua luminosità. Spinelli disegna un personaggio degno di Stargirl e dei tempi migliori; chiude nello spazio delle pagine un mondo che il lettore vede delinearglisi sotto gli occhi, tanto è vivida la scrittura. Ancora una volta il personaggio principale è femmina e fuori dal coro: Cammie vive tra le mura del penitenziario di Two Mills, di cui il padre è direttore, fin dalla prima elementare si è guadagnata il soprannome di Tornado perché fa le cose al volo e, alla vigilia del suo tredicesimo compleanno, ha davanti a sé un’intera estate.

Cammie porta dentro una ferita: la mamma mai conosciuta, morta investita nell’incidente in cui le ha salvato la vita, spingendo lontano il suo passeggino. E cerca una madre: quando Eloda – la detenuta scelta per occuparsi dell’appartamento del direttore, dei suoi pasti e ovviamente della figlia – le ordina di sparecchiare la tavola e mettere i piatti nel lavello, la ragazzina riconosce nel tono di voce la sfumatura esatta che userebbe una madre e decide che farà di tutto perché la donna ricopra quel ruolo, incominciando a chiederle di farle una treccia, nonostante i suoi capelli non abbiano la lunghezza necessaria. In questo compito Cammie si getta a capofitto, come del resto fa tutto: attraversa la città in bicicletta, sballare sfrenatamente con la sua migliore amica Reggie, intrecciare relazioni con le detenute dell’ala femminile, prima fra tutte la debordante Boo Boo. Tutto quello che Cammie cova però da dodici ani è pronto ad esplodere, a fare cortocircuito con quel che si trova a vivere, a diventare rabbia graffiante. Per poi scoprire di aver avuto sotto gli occhi, e ricevuto senza rendersene conto, un grande regalo, esattamente quello che voleva e di cui aveva – almeno per un momento – bisogno.

Jerry Spinelli, La figlia del guardiano (trad. di Manuela Salvi), Mondadori 2017, 312 p., euro 16, ebook euro 8,99

L’unica e inimitabile Penelope Pepperwood

19 Ott

Eccola eccola un’altra di quelle incredibili e impareggiabili ragazzine che la letteratura per ragazzi regala e che vi spiazza fin dalla prima riga: “La rana toro era morta solo per metà, il che era perfetto”. Bum! Eccola Penelope Pepperwood che resuscita rane toro, tiene i capelli raccolti in una coda alta per far andare il sangue al cervello ed è al cento per cento autentica e incredibile. Eccola pronta per il primo giorno di quinta elementare, quello in cui gli alunni si cimentano nei discorsi estivi: un mostro della scienza come la rana salvata non potrà che risultare il migliore. Invece la sorpresa: in classe c’è una nuova compagna, figlia di un famoso regista che primeggia in tutto e ruba posti e attenzione. Penelope è decisa ad essere la migliore per avere un risultato di successo da presentare alla madre, che l’ha abbandonata a pochi mesi e con cui non ha rapporti nonostante vivano nella stessa cittadina. Se non le riesce il più convincente discorso estivo, allora prenderà i voti più alti, avrà la parte principale nella recita scolastica, si guadagnerà quel che pensa di meritare. Pian piano invece Penelope perde gli amici, tutta tesa a raggiungere il suo obiettivo e a mettersi contro l’antipatica Mary Sue. A complicare il tutto, i compagni di classe aderiscono in massa al club “Puliamo la Terra” guidato proprio da Mary Sue la cui madre si batte contro  le piattaforme petrolifere. Dove per altro lavora il papà di Penelope.

La forza di questo romanzo sta sicuramente nell’ironia e nell’intraprendenza della protagonista a cui Kate Beasley regala trovate e battute impagabili, ma anche nel fatto di esser scritto ad altezza Penelope: il punto di vista è quello di lei e dei suoi compagni; ci sono molti adulti che intervengono e dicono la loro, ma ci vengono sempre presentati per come Penelope li vede, anche nei loro sbagli, nelle loro intransigenze, nelle loro posizioni giuste, ma insopportabili agli occhi di una bambina ferita e insieme sempre combattiva. Le illustrazioni sono di Jillian Tamaki, già conosciuta per E la chiamano estate.

Il sito dedicato al libro.

P.S. Penelope Piacerebbe molto a Ida B., la protagonista di “Ida B. e i suoi progetti per essere felice, evitare il disastro e (possibilmente ) salvare il mondo” di Katherine Hanningan, Fabbri 2005. A proposito, quand’è che qualcuno rimetterà questo felice romanzo all’onor del mondo, di nuovo disponibile a catalogo?

Kate Beasley – ill. Jillian Tamaki, L’unica e inimitabile Penelope Pepperwood (trad. di Mara Pace), Il Castoro 2017, 244 p., euro 13

Clandestino

18 Ott

Colfer e Donkin, con Giovanni Rigano, hanno già lavorato insieme all’adattamento a fumetti di Artemis Fowl; qui invece danno corpo a una nuova storia, che prende spunto da tante voci e tante storie diverse , da ricerche e interviste sul campo che convergono nella singola storia di Ebo per dare un volto a chi affronta il deserto, il mare, il rovesciamento dei barconi pur di arrivare in Europa. Ebo ha dodici anni e vive in un villaggio del Ghana, ha una voce splendida per cui è noto a tutti, e un fratello che improvvisamente scompare: è partito per raggiungere l’Europa, dove vive la sorella di cui non hanno più notizie. Ebo non ci sta a rimanere solo ad aspettare e così raggiunge Agadez senza perdere la speranza di trovare Kwame: viene premiato e insieme i due partono. Il racconto procede per capitoli in cui Ebo – mentre è in mare su un gommone, poi su una nave più grande – torna indietro col ricordo e ripercorre la strada, le difficoltà, gli imprevisti, le fortune e le persone che ha incontrato. Gli autori riescono così a dare uno spaccato di storie diverse, di tanti tipi di speranza e di obiettivi e di un catalogo di destini: famiglie divise, persone che cadono dal camion che non si ferma a riprenderle, scafisti, trafficanti di uomini, motori che si fermano, barche che si rovesciano, vite salvate e vite affondate.

Il risultato è un racconto credibile che permette al lettore di avere di fronte tante testimonianze vive, una narrazione-documentario che ha dalla sua la forza dell’immagine e del fumetto, che sceglie di essere minimo (solo l’essenziale, nei dialoghi e nei pensieri di Ebo) e per questo vincente.

Eoin Colfer – Andrew Donkin – ill. Giovanni Rigano, Clandestino (trad. di Tommaso Varvello), Mondadori 2017, 140 p., euro 14

Thornhill

9 Ott

Coinvolgente e nero, non solo nel colore delle illustrazioni e della copertina, ma nell’atmosfera che si crea in questo libro che riprende i meccanismi a cui Brian Selznick ha abituato i lettori con un andamento narrativo che mescola il racconto fatto attraverso le parole e quello attraverso le immagini, complementari e necessarie le une alle altre. Qui Pam Smy sceglie di connotare con ciascun registro narrativo una voce diversa e di aggiungere in più il diario e il muoversi tra due diversi momenti storici.

Il lettore infatti si trova di fronte a una parte illustrata che racconta di Ella: siamo nel 2017, la ragazzina si è appena trasferita in una nuova casa dopo la morte della mamma, il papà è spesso assente per lavoro e lei è presa dalla curiosità per la vecchia casa abbandonata che vede al di là della staccionata. Il testo invece è il diario di Mary, datato 1982, pagine inquietanti dove la ragazzina – che vive a Thornhill, istituto di orfani in attesa di adozione – parla delle sue giornate isolate dal resto del gruppo, vissute nel terrore di un’altra ospite della casa. Il mondo rassicurante di Mary sono i personaggi che costruisce, modellandoli con la creta e vestendoli di stoffa, ispirati anche alle sue letture, come nel caso de “Il Giardino segreto”. Sul suo resoconto lungo il filo dei mesi non incombe solo la chiusura dell’istituto, ma anche l’ombra di qualcosa di terribile, il senso di impotenza di fronte al terrore e agli adulti che fingono di non vedere, la cattiveria che si insinua in ogni gesto quotidiano, il tremendo senso di solitudine. Attraverso i pupazzi, attraverso vecchi ritagli di giornale si ricompone il puzzle degli evnti passati e si crea un legame tra la ragazzina dell ’82 e quella contemporanea che arrivano a far toccare le loro solitudini e a dare in qualche modo una forma di cupa luminosità all’atmosfera di graduale crescendo e svelamento che l’autrice – già conosciuta in Italia per le illustrazione de Il riscatto di Dond – sa costruire. Da 13-14 anni.

Pam Smy, Thornhill (trad. di Sante Bandirali), Uovonero 2017, 538 p., euro 18,50

Anne Frank – Diario

28 Set

Folman e Polonsky, che hanno lavorato insieme a “Valzer con Bashir”, riescono perfettamente nell’adattamento del diario di Anne Frank in fumetto. Per godere ancora di più del risultato, conviene forse leggere per prima la nota degli autori che chiude il volume: lì Folman spiega come hanno lavorato, come hanno deciso di rendere al meglio tutto il diario, sintetizzandolo e scegliendo di combinare insieme più giornate concentrandosi sugli argomenti che Anne tocca lungo le pagine. La chiave sta nella capacità di rendere la complessa e limpida personalità della ragazza, il suo carattere forte e facile all’ira, il suo sarcasmo, le annotazioni tanto poetiche e le riflessioni mature sul mondo intorno a lei, sui suoi desideri, sui suoi sentimenti.

Ne deriva un ritratto vivo, in cui si sente – come sentiva l’autrice – l’atmosfera della guerra e il peso delle privazioni, ma in cui si legge giorno per giorno la storia degli abitanti dell’alloggio segreto, come se si fosse lì con loro, nel momento quotidiano. Nonostante il lettore sappia benissimo dell’arresto del 4 agosto e della fine che faranno quelle persone, è portato a guardare alla vita di Anne e non a pensare a quel che verrà dopo il diario. Le vignette si alternano a pagine particolarmente significative in cui i pensieri di Anne vengono riportati per intero, ma a colpire è soprattutto la capacità di rendere l’ironia con cui descrive chi vive insieme a lei e le situazioni che si vanno a creare, così come la capacità di cogliere l’essenza delle persone e di farne ritratti puntuali e precisissimi.

Se molti lettori si avvicinano al Diario, sicuramente tanti apprezzeranno questo nuovo formato e questo dare forma e colore a tutto quel che contiene. Gli autori sostengono di aver accettato questa sfida anche nei confronti di giovani che leggono meno e sono più abituati agli schermi; la cosa può essere discutibile, ma di certo ne viene un libro che penso dovrebbe essere non alternativo, ma complementare al Diario narrativo.

Il sito di Polonsky.

Ari Folman – David Polonsky, Anne Frank – Diario (trad. di Laura Pignatti e Elisabetta Spendiacci), Einaudi 2017, 160 p., euro 15, ebook euro 7,99