Tag Archives: Samanta K. Milton Knowles

Katitzi

7 Giu

La direttrice dell’orfanotrofio che la ospita definirebbe Katitzi una bambina ribelle, disubbidiente, fonte costante di guai. In realtà questa bambina di sette anni e poco più è fortemente intraprendente, piena di vitalità e pronta a fare quello che ha in mente. Sovente viene rimproverata per colpa dell’invidiosa Rut (per tutti Brut ed è già tutto detto) che fa la spia. Quando la conosciamo, scopriamo una bambina che sta bene nel bozzolo caldo dell’istituto, che ha due grandi amici come Gullan e Pelle e che si appresta a una nuova vita. Il suo papà è venuto a cercarla dopo molti anni per portarla dalla sua famiglia, ma Katitzi non è pronta: la sua insegnante ottiene di rimandare la partenza per due settimane per cercare di placarne le paure e di prepararla al meglio. I compagni però cominciano a mormorare: qualcuno ha spiegato che la bambina è una zingara, con tutta la bufera di pregiudizi connessi.

Sono gli stessi che Katitzi incontrerà una volta tornata in famiglia: le persone che non vogliono i rom sui terreni del paese, l’impossibilità a frequentare la scuola… Lei intanto deve abituarsi a fratelli e sorelle, a dormire in tenda, a raccogliere legna la mattina presto, a dare una mano nel luna park che il padre gestisce. Anche il cibo è nuovo e diverso, come i vestiti, le abitudini, la lingua che lei non  comprende perché nessuno le ha mai insegnato il romanés.

Le storie di Katitzi – questo è il primo di tredici libri famosissimi in Svezia e trasformati anche in film – vengono dalla reale esperienza dell’autrice: Katarina Taikon era nata nel 1932 da padre rom e madre svedese e visse un’infanzia caratterizzata da divieti e persecuzioni. Visse esattamente come la sua protagonista e imparò a scrivere e leggere correttamente solo a 26 anni. Attrice di cinema e teatro, divenne parte della scena culturale svedese degli anni Cinquanta e cominciò a battersi per i diritti del suo popolo, ottenendo miglioramenti. Nei suoi libri descrive la realtà come l’ha vissuta, assegnando al suo alter ego la capacità di affrontare le cose con una grande serenità, dovuta probabilmente al suo status di bambina che sa guardare oltre, senza cadere nel didascalico o nel ritratto tematico. C’è anche un certo modo di guardare al mondo adulto, come un mondo separato, di modi e regole che a volte non si comprendono, con cui non si comunica, che a volte pare ridicolo (come il comportamento della direttrice a ogni comparsa del predicatore!) o crudele. Ci sono adulti che cercano di essere all’altezza dei bambini, come la maestra Kvist che cerca di saperne di più sui rom per poter spiegare alla bambina. Ci sono adulti che sanno dell’assurdità e della violenza del pregiudizio razziale e se ne vergognano, come l’anziana signora che per un po’ ha permesso alla famiglia di sostare nella sua proprietà. Ecco, in tempi in cui Liliana Segre, col numero di ingresso al campo di concentramento tatuato sul braccio, si alza in Senato e rimarca concetti come “Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano”, una figura come quella di Katitzi, che cerca di camminare nel modo più dignitoso possibile nonostante sia difficile abituarsi ai suoi nuovi abiti, brilla nella sua testimonianza semplice, efficace e assolutamente priva di retorica.

Katarina Taikon- ill. Joanna Hellgren, Katitzi (trad. di Laura Grimaldi e Samanta K. Milton Knowles), Iperborea 2018, 253 p., euro 13,50

Annunci

Girls

13 Dic

girlsEcco un romanzo che gronda di bellezza e poesia nel suo dire (grazie anche alla forza della traduzione, sicuramente) e che probabilmente non sarà semplice affrontare e proporre per alcuni adulti, visto che – come sovente ci diciamo – ci sono temi che a qualcuno non sono comodi e quindi tacere è più semplice. Di sicuro “Girls” non fa sconti e non lascia nulla al caso e al taciuto: si fa voce portatrice di dubbi, di paure, di sensazioni forti in cui il lettore cade come in una spirale insieme a Kim, la protagonista che narra in prima persona e che torna alla sua adolescenza grazie ad una voce nel telefono che riemerge dal passato. Kim prende allora a raccontare di tanti anni prima e della sua amicizia forte con Bella e Momo. Se ciascuna della amiche ha una passione e un modo di essere e di fare a caratterizzarle (il coltivare piante e l’aver cura per Bella; il saper ascoltare  e il saper creare partendo da qualsiasi stoffa per Momo), Kim sembra essere l’unica a non avere una peculiarità, ad essere in qualche modo senza forma proprio nell’età in cui è il corpo ad assumere una forma nuova che attira gli sguardi dei maschi, i loro commenti. Il romanzo ben descrive l’incapacità di reagire, l’impotenza delle tre ragazze e delle loro coetanee di fronte ai commenti, ai gesti, alla volgarità; il crescere in loro di una sorta di disgusto e di tentativo di reagire isolandosi, tentando di fare ancora più gruppo, di sentirsi protette dalle maschere e dai costumi delle feste che celebrano nella serra di Bella.

Proprio dalla serra viene la possibilità di capovolgere il mondo: una pianta sconosciuta che cresce a vista d’occhio e il cui liquido, se bevuto, anche solo una goccia, permette una trasformazione: le tre ragazze mutano di notte il loro corpo che diventa maschile e dà loro modo di sentire il mondo diversamente, di entrare a far parte di un gruppo di ragazzi che si trova di notte al parco. La scoperta dell’inaspettato e dello sconosciuto diventa in breve un gioco sul filo del rasoio: se Bella lo abbandona per concentrarsi sul lato scientifico della questione (da dove viene il fiore? come funziona realmente?), se Momo se ne chiama fuori, sottolineandone la deriva negativa, Kim ne è sempre più attratta. Non solo dal poter vivere in forma maschile, ma anche dal condividere il tempo con Tony, il cui magnetismo la spinge a partecipare ai furti che il ragazzo organizza. Kim non può fare a meno del nettare del fiore ed è prima di tutto la scoperta della sessualità e del corpo, il proprio e quello altrui, la considerazione dei comportamenti di altre ragazze alla luce di quello che lei e le amiche hanno patito, l’interrogarsi su cosa significhi davvero scegliere, in ogni ambito della vita.

L’incipit è perfetto: breve, coinvolgente, poetico. ma anche il resto non scherza 😉 La capacità di dire dell’autrice veste la narrazione di un abito poetico e insieme scarno nel senso più positivo del termine. Sicuramente si discuterà di questo libro, e ci si confronterà, ma lo penso imprescindibile.

Nota curiosa: il titolo originale dell’opera è “Pojkarna” che in svedese significa “ragazzi”.

A proposito dell’autrice. Il suo blog.

Jessica Schiefauer, Girls (trad. di Samanta K. Milton Knowles), Feltrinelli 2016, 173 p., euro 13, ebook euro 8,99