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L’anno in cui imparai a raccontare storie

1 Giu

Se è vero che un romanzo che cattura il lettore dalle prime righe, poi non si fa lasciare più, questo libro ci riesce. Poi Lauren Wolk continua a mantenere alta la scrittura e la tensione, fino a regalare un finale onesto e perfetto, amaro eppure pieno di luce.

Nella piccola cittadina della Pennsylvania in cui vive Annabelle, la Seconda Guerra mondiale in corso in Europa si manifesta nelle stelle che ricordano i compaesani morti al fronte, negli echi della paura per quello che verrà, nell’odio verso gli abitanti di origine tedesca con cui ci si conosce da sempre. Il quotidiano della ragazzina viene destabilizzato dall’improvviso arrivo di una nuova compagna di classe, l’ “incorreggibile” Betty mandata in campagna dai nonni nel tentativo di farne qualcosa di buono. Il percorso a piedi verso la scuola, le ore nell’aula affollata da una quarantina di alunni di tutte le età diventano un supplizio per le angherie e le botte a cui Betty la sottopone. Annabelle inizialmente tace e comincia a mentire; l’arte della bugia si affinerà man mano che in paese gli avvenimenti prenderanno una brutta piega: un incidente a una compagna, poi la scomparsa di Betty stessa e la facile accusa di tutti verso Toby, uomo taciturno e solitario arrivato dal nulla, che ama la fotografia e la bellezza della natura, che porta su di sé profonde ferite risalenti alla partecipazione alla Grande Guerra.

Annabelle crede nella verità, ha fiducia nella possibilità di spiegare, di poter liberamente dire e difende con passione la giusta causa. Anche se significa dover mentire, costruire castelli di bugie e di sottesi, arrivare al vero dalla strada secondaria e sperare che tutti possano fare quel che a lei capita coi cervi al margine del bosco: che se ne stanno lì perfettamente visibili mentre non li noti.

In un paesaggio che diventa anch’esso protagonista del romanzo, ecco il ritratto di una dodicenne molto più matura e coerente di tanti adulti che la circondano, che per amore della verità non conosce mezze misure, che sa cogliere le bellezza semplice che la circonda come farsi carico del peso del vissuto che a lei, solo a lei, Toby riesce a raccontare. Il libro dice del dolore, del modo di guardare gli altri, della facilità con cui si può giudicare chi è diverso anche solo all’apparenza. Dice anche del valore dell’onestà e della verità, incastonando splendide figure come i genitori della ragazzina o come quel Guscio di Tartaruga, che sarà un sasso ma racconta e racchiude ben più di una mera pietra.

Un romanzo da non perdere; è solo giugno, si è appena svolta la consegna dei Premi Andersen e negli ultimi due mesi si sono già inanellate uscite editoriali notevoli: scegliere, il prossimo anno, sarà uno splendido dilemma! Peccato solo per il titolo italiano: l’originale è “Wolf Hollow” dal nome della valle vicina al paese in cui un tempo venivano catturati i lupi; quello italiano vuole giocare sul significato di “storie” anche come “bugie”, che però non rende appieno.

Lauren Wolk, L’anno in cui imparai a raccontare storie (trad. di Alessandro Peroni), Salani 2018, 278 p., euro 14,90

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Lost & Found

26 Gen

Tillie gira per i corridoi della sua scuola con una macchina fotografica al collo, una reflex bella grande e pesante che la aiuta nel tentativo di essere invisibile e le serve da lasciapassare insieme alla sua zoppia. Reduce da un grave incidente d’auto all’età di sette anni, ne porta come conseguenza una evidente difficoltà di movimento e una madre ossessivamente protettiva; come risultato, nessuna vita sociale e tante immagini: i volti dei genitori, gli armadietti e le facce dei compagni. Grazie alla sua capacità di osservazione, ricostruisce passaggi e logicità attraverso le fotografie ed è nota come “Ufficio Oggetti Smarriti” da tutti i ragazzi che le chiedono aiuto. Hanno smarrito cuffiette, bigliettini, libri della biblioteca; poi arriva Jake che ha perso il padre e tutto cambia. Tillie e Jack si mettono insieme sulle tracce, la prima corazzata di diffidenza e voglia di farcela da sola senza farsi aiutare manco a portare uno zaino, la lingua tagliente pronta a confezionare frasi mirate sul suo essere zoppa; il secondo ossessionato dall’idea di ritrovare un padre che descrive come il suo migliore amico e smanioso di riavere un mondo familiare identico a come lo ha sempre conosciuto.

Il lettore sa benissimo cosa è successo al padre di Jake, la scelta che ha fatto e sa anche che Tillie è così in parte perché a casa da anni ha un padre che, sentendosi responsabile dell’incidente e della sua condizione, non la guarda e non la vuole vedere per quella che è. Intanto però segue i tentativi un po’ matti e a volte maldestri della strana coppia di mettere insieme indizi; li guarda zoppicare entrambi nella vita in cui si stanno districando; li segue mentre faticano con la verità: ad accettarla e a farla accettare agli altri. Li vede arrabbiarsi per le taciute verità degli adulti, per la loro incapacità di dire e di guardare in faccia, di ammettere errori e di perdonare. “Perché gli adulti sono così stupidi, Jake?” chiede Tillie a un certo punto. Già perché complicano tutto e non sanno dire? Anche i due ragazzi hanno bisogno di dire a se stessi e la scena in cui si urlano con rabbia quello che pensano dell’altro è un concentrato di voler bene e di tentativo di far sì che ciascuno di loro si veda davvero per quello che è e quello che vale. E poi ridono, i due; ridono tantissimo, anche senza volerlo, anche se non l’hanno mai fatto prima, stupiti di una complicità naturale e della bellezza di saper essere leggeri: Jake sa prendere in giro le difficoltà fisiche di Tillie nel modo migliore che ci possa essere e quando le offre il bastone magico di Gandalf come appoggio non dimentica di indossarne la barba così “sembreremo strani tutti e due”.

Brigit Young poi, con l’ottima complicità del traduttore Alessandro Peroni, costruisce un romanzo fatto anche di bella lingua: i suoi protagonisti usano con proprietà e fierezza parole non comuni come “desueto” e la loro autrice vi regala immagini come “muovendosi piano, alla velocità di un sabato sonnolento”. Si sente una cura linguistica che si incastra perfettamente nell’andamento della narrazione, capace di dire con una certa poesia di fondo (lieve e calda uno di quei sorrisi un poco tristi tipici del papa di Tillie) tutto quel che va detto.

Un gran bel romanzo basato sull’importanza del guardare, del guardarsi, del guardarsi in faccia e del saper vedere.

Un altro libro in cui la fotografia è fondamentale: ricordiamo recentemente Ferma così, L’uomo del treno e il fumetto La guerra di Catherine, fresco di premio ad Angoulême. Un altro romanzo in cui alla protagonista serve guardare il mondo attraverso un filtro: lo era anche la videocamera per Blue in Un altro giorno imperfetto in paradiso, titolo che vale la pena di riprendere in mano nonostante la copertina strizzi l’occhio a lettori più giovani di quelli per cui è indicato.

Brigit Young, Lost & Found (trad. di Alessandro Peroni), Feltrinelli Up 2018, 190 p., euro 14

La guerra di Catherine

19 Gen

Questo fumetto nasce dall’omonimo romanzo di Julia Billet, pubblicato nel 2012 dall’École des loisirs, a cui Claire Fauvel regala una veste grafica che rende ancora più vicino al lettore la narrazione, permettendogli tra l’altro di ritrovare la storia della Maison des enfants de Sèvres, fondata nel 1941 inizialmente per dare un tetto ai bambini della regione parigina vittime delle restrizioni alimentari e attiva fino al 2009 con funzioni diverse, ma dove in realtà furono salvati clandestinamente durante la guerra più di sessanta bambini ebrei. In questa scuola, dove fu nascosta Tamo Coehn, madre dell’autrice,  lavorarono pedagogisti d’avanguardia che portavano avanti parallelamente un forte impegno civile; il libro rende omaggio e a tutte le persone impegnate in vari modi sul fronte della Resistenza.

Attraverso la storia di Rachel Cohen, affidata dai genitori alla Maison, il lettore segue l’incalzarsi degli avvenimenti: non è la guerra fatta di combattimenti e linea del fronte, ma quella della violenza sottile di ogni giorno che priva i bambini della propria identità, degli adulti che rischiano la vita per cercare di salvarli, della fuga continua. C’è la guerra quotidiana per trovare cibo, per passare indenni i controlli d’identità; ci sono i cambiamenti e le miserie che la nuova condizione impone.

Diventata Catherine Colin, Rachel posa il suo sguardo sul mondo attraverso l’obiettivo della macchina fotografica: appassionatasi grazie al marito della direttrice della scuola e capace di sviluppare i rullini, rimarrà salda alla sua Rolleiflex in balia degli eventi. Fotografare diventa il suo modo di resistere, di tenere alto lo sguardo e di testimoniare quel che sta accadendo attraverso le immagini che scatta. Fotografare diventa anche il mezzo che le permette di rimanere se stessa nonostante la falsa identità, il mezzo che la condurrà fino alla festa nella Parigi liberata e al ritrovare le persone che ha incontrato lungo il cammino, per affacciarsi poi su una nuova vita, dove la fotografia continuerà ad avere una parte importante. Il libro infatti ha il pregio di spingersi un poco oltre la fine della guerra e di riflettere sulle tracce lasciate nelle persone; le fotografie sono invece la traccia che Rachel utilizza per narrare, per testimoniare e anche per resistere e sentirsi viva.

Il fumetto è finalista – peraltro in ottima compagnia – nella sezione ragazzi al festival di Angoulême, che si tiene a fine mese.

Julia Billet – Claire Fauvel, La guerra di Catherine (trad. di Elena Orlandi), Mondadori 2018, 168 p., euro 18

Guarda!

7 Nov

Parlare di fotografia ai ragazzi e farlo attraverso una narrazione colloquiale che invita a guardare, a considerare i lavori proposti, a soffermarsi su quel che ciascuno può dedurre. Il libro è costruito attraverso la presentazione di trenta immagini scattate da grandi fotografi, un modo quindi da un lato di fare una veloce storia della fotografia e di disseminare nomi su cui chi è interessato potrà approfondire, dall’altro invece la costruzione di un catalogo di possibilità: ogni doppia pagina presenta a sinistra l’immagina e a destra le parole di Meyerowitz. Ne nasce una lezione di quelle esatte, basata sul concreto, dove si deducono i principi dall’osservazione e dall’analisi: a me sembra di vederlo, l’autore, mentre parla davanti a un gruppo di ragazzi, proiettando le immagini e guidandoli a osservare la luce, la poesia, la disposizione dei soggetti, il senso dell’umorismo che chi ha scattato la fotografia ha tenuto alto anche in quel momento.

Ci sono immagini, tra gli altri, di Cartier-Bresson, Avendon, Erwitt, Salgado; ci sono colore e bianco e nero, paesaggi e ritratti, soggetti in posa e altri ritratti al volo. Meyerowitz approfitta di questo percorso tra fotografie per dire anche della capacità di cogliere l’attimo, del tempismo, della meraviglia delle geometria come del caos, del saper vedere qualcosa di interessante anche dove pare non capiti nulla, della grazia dei gesti quotidiani. “Ciò che noti – dice al suo lettore – riflette quello che il mondo ti racconta”. Quando era bambino e camminava per le strade del Bronx, suo padre gli diceva “Guarda!” ed ecco che succedeva qualcosa. La capacità del genitore di saper vedere, di saper cogliere sfumature sottili magari invisibili ai più e di saperci accostare un gran talento narrativo gli hanno dato la base su cui ha costruito un mestiere. Ora è lui a dire ai lettori: “Guarda!”, ad allenarli alla sorpresa che il saper vedere può regalare.

Joel Meyerowitz, Guarda! La fotografia spiegata ai ragazzi (trad. di Valentina De Rossi), Contrasto 2017, 80 p., euro 29,90

 

L’uomo del treno

23 Gen

uomo-del-trenoL’attacco è di quelli che ti fanno venir voglia di metterti a leggere ad alta voce; ti dà il senso rotondo di una storia che ti avvolge; ti presenta l’Orso, la figura che metterà in moto tutta la storia, descrivendola con un tono che premette un che di epico. Probabilmente perché lo conosciamo sempre come l’Orso, il proprietario della falegnameria Mazzanti ha in sé qualcosa di leggendario che ben si confà alla sua figura: schivo, rispettato e solitario, attento alle vicende politiche e a quel che gli capita intorno, è lui a rendersi conto che i treni che transitano accanto alla sua ditta non portano solo più assi di legno per i tetti delle case o le bare dei soldati, ma uomini. Ci sono occhi tra le fessure delle assi dei vagoni, ci sono voci che si rincorrono a presagire scenari orribili, c’è una bambina che un giorno salta giù e subito viene ricacciata dentro sotto la minaccia di un mitra puntato. Allora l’Orso coinvolge i suoi uomini più fidati nella costruzione di un vagone da scambiare con l’ultimo di uno di quei treni, per salvare delle vite: e poco importa che dentro ci sia un uomo solo, un professore che sta cercando di raggiungere la moglie e la figlia catturate durante il rastrellamento del ghetto di Roma. Intorno all’Orso, operai fedeli, ragazzi che scelgono di essere liberi nel pensare, partigiani, ma anche chi cerca di far profitto dalla situazione di guerra e dalla prigionia degli ebrei, famiglie che temono per i propri figli al fronte. E poi Giuliana, appena assunta come contabile, a cui l’Orso affida una macchina fotografica chiedendole di esercitarsi.

Proprio la fotografia – con i modi di vedere attraverso un’obiettivo, la scelta di avere immagini come testimonianza – costituisce un secondo asse narrante del romanzo: Giuliana impara e riflette, sceglie un proprio modo di guardare a quel che sta succedendo, di salvare almeno i volti quando non è possibile le vite. E insieme alla fotografia gli occhi, quelli dei vivi, quelli che guardano attraverso le assi dei vagoni, quelli da attaccare ai manichini perché abbiano una parvenza umana.

La figura dell’uomo ebreo, unico occupante del vagone, è ispirata a Karol Borsuk, matematico polacco che, durante l’occupazione nazista inventò un gioco da tavolo, costruendone artigianalmente alcune copie per la sua famiglia, poi successivamente pubblicato: nel 2009, Super Farmer ha vinto il premio Side Award per il Miglior Gioco per Famiglie dei Best of Show assegnato da Lucca Games.

L’illustrazione di copertina è di Gianni De Conno. Il sito dell’autore.

Fabrizio Altieri, L’uomo del treno, Piemme 2017, 304 p., euro 15, ebook euro 6,99

Ferma così

19 Ott

ferma-cosiCi sono molti modi per affrontare i “temi caldi” della vita e i romanzi rivolti agli adolescenti ci hanno abituati in questi ultimi anni a vere e proprie perle che sanno dire in modo esatto e pieno di garbo e di grazia tutto quello che sovente sembra troppo difficile da pronunciare ad alta voce a casa o in classe. Eccone un altro saggio: già apprezzata ne Il tempo dell’estate, Nina LaCour affronta in questo libro il tema del suicidio visto dalla parte di chi rimane e porta con sé il senso di colpa di non aver saputo vedere o agire, di non esserci stato abbastanza. Racconta in prima persona Caitlin, che il lettore incontra all’inizio dell’anno scolastico, a pochi mesi dal suicidio della migliore amica che pare non aver lasciato traccia di saluto o di motivazione. Invece Caitlin trova sotto il suo letto il diario di Ingrid, lasciato scivolare lì nell’ultima sera in cui hanno studiato insieme: è attraverso le pagine dello spesso quaderno, riportate anche nel libro, che la ragazza rilegge quello che è successo, facendo parallelamente fronte alla realtà: la sua famiglia, l’insegnante della materia preferita che pare non considerarla più, i rapporti coi compagni fino ad allora distanti perché Caitlin e Ingrid erano un duo a sé, l’innamorarsi di Taylor, l’amicizia con Dylan, nuova arrivata a scuola che chissà cosa nasconde oltre il nero di cui si veste.

Concentrata su se stessa e sul proprio dolore, Caitlin racconta in realtà il dolore di tutti quelli che le stanno intorno e che conoscevano Ingrid, i loro diversi modi di reagire e di tentare di uscire dall’ottundimento che li fa opachi; racconta modi di reagire, necessità di tempi e di gesti, misure che sono necessarie a ciascuno e per ciascuno diverse. Racconta attraverso lo sguardo sugli adulti, in particolare su Miss Delani, prima così perfetta e ammirata, ora improvvisamente assente, distante, che quasi non vuole vedere l’allieva. Racconta attraverso metafore a dir poco perfette: la fotografia, innanzitutto, materia in cui le due amiche sempre si sono applicate insieme, in cui Ingrid eccelleva: la capacità di vedere, quello che si può intuire quando si guarda una fotografia, l’occhio di un altro che riesce a svelare quello che tu non riesci o forse non vuoi notare. E poi la costruzione e la demolizione: c’è un vecchio cinema abbandonato che è stato il posto preferito di Ingrid e Caitlin e che diventa per quest’ultima un luogo simbolo in cui entrare, in cui cercare bellezza e riparo, fino al giorno in cui mezza città assiste alla demolizione e di certo per la protagonista non solo reale, ma fortemente simbolica. Lasciar spazio al nuovo che si può costruire, esattamente come la casa sull’albero che Caitlin mette insieme con tenacia, prima liberando la rabbia che porta dentro, e poi dando un senso allo spazio e a se stessa, bozzolo di ragazza che non è solo più l’amica di Ingrid, ma che riesce a essere se stessa proprio condividendo con gli altri i pensieri che l’amica le ha nascosto sotto il letto. Lasciar andare, costruire, dare tempo: proprio come il tempo delle stagioni, nelle quali è divisa la narrazione. Da “estate” a “estate, di nuovo”: possiamo sempre portare a casa la nave, sana e salva.

Un libro prezioso.

Il sito dell’autrice.

Nina LaCour, Ferma così (trad. di Aurelia Martelli), Edt Giralangolo 2016, 313 p., euro 14,50