Tag Archives: Valentina Daniele

Earwig e la strega

2 Ott

Una delle migliori autrici di storie di magia torna in libreria con un racconto lungo, ideale dagli otto anni ma adatto anche a essere letto insieme ad alta voce con lettori più piccoli. Si racconta di Earwig, bambina abituata a far fare a tutti quel che vuole lei, vissuta da sempre in orfanotrofio, dove è stata abbandonata in fasce con un biglietto che rivela che sua madre era una strega. Earwig fa di tutto per non essere adottata, proprio come il suo amico Budino, ma nulla può il giorno in cui due strani figuri si presentano e scelgono proprio lei. Sono Bella Yaga e Madragora e, come dicono anche i loro nomi, hanno a che fare con la magia. Hanno scelto Earwig perché Bella Yaga ha bisogno di due mani in più: non di un’aiutante, come crede e spera la ragazzina, ma bensì di una sguattera che prepari colazioni, triti le ossa di ratto e conti gli occhi di salamandra. Non ha fatto i conti con Earwig: come dice sempre, lei ama molto le sfide e non le sembra vero di trovare un alleato nel famiglio della strega, il gatto Thomas per vendicarsi e ovviamente far fare a tutti, anche in questa nuova casa, quel che vuole lei.

Non solo una storia di magia, ma una protagonista da aggiungere alla schiera delle ragazzine intraprendenti, dalla fervida immaginazione e che hanno sempre l’ultima parola.

Diana Wynne Jones – ill. Miho Satake, Earwig e la strega (trad. di Valentina Daniele), Salani 2017, 109 p., euro 10

La fabbrica delle meraviglie

17 Feb

la-fabbrica-delle-meraviglieAtmosfere vittoriane e londinesi, una protagonista alla Jane Eyre e l’avvento della scienza a metà Ottocento in termini di vapore, meccanismi, giroscopi, invenzioni che possono cambiare i destini degli uomini e delle nazioni: ecco gli ingredienti per questo romanzo narrato in prima persona che porta il lettore al seguito della protagonista, alla scoperta di un mondo a parte e diverso da ogni cosa riesca a immaginarsi. Katharine, diciassettenne orfana e senza rendita, vive in balia della zia Alice e del cugino Robert dalla cui eredità di famiglia dipende anche il suo futuro. Un futuro che la ragazza intravede ben misero, in quanto non possiede nulla di suo, non ha possibilità di mantenersi se non quella di rimanere a servizio della parente e – a dir di tutti – non ha nemmeno la minima bellezza per aspirare al matrimonio. Proprio per vegliare sull’eredità del cugino, viene inviata a Strawyne Keep, residenza dell’unico fratello ancora in vita di suo padre, che pare stia compromettendo il patrimonio di famiglia, dilapidandolo a causa della sua presunta pazzia.

L’accoglienza è fredda, ostile e quel che Katharine scopre è del tutto inaspettato: la residenza è decisamente trascurata, la maggior parte delle stanze è chiusa, i domestici si contano sulle dita di una mano e sono pronti a tutto per difendere il signor Tully, il quale vive in un laboratorio dove costruisce automi e giroscopi, dove carica decine di orologi dai mille ingranaggi e dove segue un ritmo tutto suo. La malattia dello zio lo rende fragilissimo, deve essere guardato a vista e assecondato, ma tutto questo non ne impedisce la genialità nel fabbricare complicati meccanismi, pesci meccanici, automi che raffigurano le persone che hanno segnato la sua vita né di fare a mente operazioni matematiche con numeri sempre più grandi. Il tutto contenuto in un mondo a sé, pensato dalla madre per proteggere il figlio e dargli la possibilità di una vita serena e ispirato a un luogo reale, Welbeck Abbey, dove il Duca di Portland fece costruire una serie di stanze sotterranee alla sua residenza e una centrale a gas; anche il mondo dello zio Tully è quasi autosufficiente: affiancano il palazzo due villaggi in cui vivono gli operai che si occupano della centrale del gas, i fabbri, quelli che guidano le chiatte sul fiume, scelti a centinaia dagli ospizi dei poveri di Londra, insomma, la proprietà è un vero e proprio microcosmo che procede agli ordini del signor Tully e insieme lo protegge.

Arrivata per constatare la follia dello zio e farlo internare, Katharine decide di darsi un mese di tempo per studiare la situazione, per far breccia nell’ostilità dei domestici e degli abitanti del villaggio, per capire come può effettivamente riuscire a salvare quanto a Strawyne Keep è stato creato. Dovrà vedersela con l’inaspettato, con chi finge per rubare i segreti scientifici dell’officina dello zio, con chi è disposto a ogni cosa pur di difendere la serenità di quell’angolo di terrà. Imparerà a pattinare lungo i corridoi, a parlare con un bambino muto; dubiterà della sua sanità mentale; si scoprirà bella, coi capelli in disordine e gli occhi che brillano. E inevitabilmente, pur rimandando di giorno in giorno, si troverà di fronte alla zia Alice a decidere cosa davvero salvare.

Una storia che regge il ritmo fino alla fine, che intriga perché il lettore assume il punto di vista della ragazza e scopre novità ad ogni pagina, che insieme racconta di come la diversità sia vissuta in serenità, ma in un mondo a parte, costruito su misura da una madre lungimirante, dove il massimo pericolo viene proprio dall’esterno: chi arriva porta la visione comune che vuole i pazzi, i diversi internati in un istituto di cura, quando non in un manicomio e incontra invece una realtà che parla di possibilità.

Il libro, pur autoconcluso, ha un seguito di cui aspettiamo la traduzione per conoscere l’evoluzione della storia, ma anche cosa le invenzioni di Tully abbiano potuto produrre oltreoceano, nella sfida tra Francia e Inghilterra.

Il sito dell’autrice. L’efficace copertina combina, tra gli altri elementi, le illustrazioni, di Giulia Ghigini.

Sharon Cameron, La fabbrica delle meraviglie (trad. di Valentina Daniele), Mondadori 2015, 312 p., euro 17, ebook euro 6,99

L’orco di Montorto

14 Mar

More about L'orco di MontortoNon so se la frase del Times riportata in copertina sia felicissima: dice “i giovani lettori sono ormai abituati al senso di beatitudine che li pervade all’uscita di ogni nuovo romanzo di Eva Ibbotson”. Se la leggi pensando che Eva Ibbotson è morta cinque mesi fa e che altri romanzi non ce ne saranno più… Comunque, poi apri il libro e finisci dritto dritto nel mondo che conosci, pieno di bizzarre creature, fantasmi urbani, di magia che in tanti altri libri la Ibbotson ci ha regalato. Anche qui c’è una galleria di personaggi particolari, a partire dalla Megera dell’Acquitrino, costretta a venire in città dall’incalzare delle costruzioni edili, che gestisce ora una pensione per Creature Insolite: un troll nostalgico di alberi e boschi che fa il portantino in ospedale; un’incantatrice che si ostina a baciare ranocchi sbagliati tentando di scovare un principe; due sorelle henky; in giardino c’èil rospo Gladys, famiglio della Megera che si riufiuta di partecipare al Meeting Estivo delle Creature Insolite e così la Megera si porta appresso Ivo, orfano affascinato dalla magia, desideroso di vedere il mondo, con cui spesso gli Insoliti si fermano a chiacchierare attraverso il cancello dell’orfanotrofio. Ma quando lo sparuto gruppetto viene scelto per uccidere il terribile Orco di Montorto e liberare la giovane principessa Mirella, tutto si complica. Soprattutto perché si scopre che nulla è come ci si aspetta. L’Orco non vuole fare l’orco e Mirella si è sentita una disadattata tra la famiglia reale fin da subito. Lungo il racconto troviamo tanti elementi: dai fantasmi ai giardini, dagli orti alla magia, dall’insoddisfazione alla nostalgia. Si ride molto, si parla di morte e di vita, si incontra un mago che ha sette lauree ma non è capace ad allacciarsi le scarpe (tra le lauree gli manca quella in Vita Quotidiana), si dice quanto a volte valga la pena di aspettare, ci si chiede per pagine e pagine chi sia Clarence (eheheh!) e si finisce con una bellissima chiusa, ancora più bella se si pensa che è scritta da una signora di 85 anni: Chiunque abbia un uovo a cui badare scommette sul futuro, e il futuro (ne erano certi) sarebbe stato bello.

Eva Ibbotson, L’orco di Montorto (trad. di Valentina Daniele), Salani 2011, 220 p., euro 14.

Stecco

28 Giu

More about Stecco. Come ho perso il soprannome e trovato la ragazzaPer essere così intelligente sono proprio uno scemo.

Un altro protagonista maschio sfigato, che adora giocare a Scarabeo (sì, come il protagonista de “Lo sfigato” di Susin Nielsen) e ama leggere classici come “Il buio oltre la siepe” e “Uomini e topi”. Mike ci parla in forma di diario del suo primo anno di scuola superiore, dove sperava che le cose cambiassero, ma a quanto pare il suo soprannome se lo trascina anche lì. Stecco. Perché è un chiodo: troppo alto per il suo peso e troppo magro per la sua altezza, con le gambe da pollo e i capelli crespi. Follemente innamorato di Gina, che conosce da sempre, e ovviamente non ricambiato. Con una propensione per l’invisibilità, la negazione per lo sport, un padre che a stento trova con lui un argomento di conversazione, una madre che esce col suo dentista ciccione e una sorella maggiore popolarissima a scuola. E i consigli di Duke, l’anziano che ogni tanto lo straccia a Scarabeo e che lo ascolta raccontare: di come Gina si sia innamorata di un altro, della prima festa del liceo (un disastro, tutto sommato), della sfumatura di verde degli occhi di Sidney Holland. E una poesia di Robert Frost che torna improvvisamente e che apre gli occhi a Mike.

Ho pensato alla strada che prendo di solito, adattandomi agli altri, aspettando che succeda qualcosa. Aspettando che papà torni al telefono. Aspettando di vedere come sarebbe andata la domenica dopo. Allora ho deciso di prendere una strada diversa.

Un libro in cui si ride molto (anche da soli, leggendolo 🙂  e dove la risata si lascia dietro una scia di pensieri. Un buon libro, a dispetto del sottotitolo. Un libro con alcune regole cardinali sulla vita che Mike mette in fila per noi. Una per tutte? La vita è come lo Scarabeo: il punto non è quante vocali prendi, ma che ci fai.

Questa è la poesia di Frost (The Road not Taken). Questo il sito dell’autrice.

D.L. Garfinkle, Stecco. Come ho perso il soprannome e trovato la ragazza (trad. di Valentina Daniele), Salani 2010, p. 203, euro 13.