Tag Archives: Simona Brogli

Il custode delle tempeste

18 Mar

L’atmosfera che Catherine Doyle costruisce intorno ai suoi personaggi è magica; forse però l’autrice si è limitata a far conoscere al lettora una magia reale, quella dell’isola di Arranmore, dove vivevano i suoi nonni e che lei stessa ha respirato. Situata di fronte alle coste del Donegal, a circa sei chilometri dalla terraferma irlandese, ha circa 500 abitanti che parlano il gaelico ed è un luogo dove la luce elettrica è arrivata solo a fine anni Cinquanta e l’acqua potabile a fine anni Ottanta; la sua storia e la sua natura ne fanno un luogo affascinante tanto quanto le leggende e i grandi miti che hanno sicuramente ispirato Doyle.

La trama ruota intorno al Custode delle Tempeste, un abitante scelta per ogni generazione direttamente dall’isola, per difendere la propria magia da forze oscure che possono ritornare. Fionn arriva sull’isola per l’estate: l’ha lasciata mentre era ancora nella pancia della sua mamma, che si è lasciata il luogo alle spalle quando il marito è scomparso in mare durante una tempesta. Fionn non sa nulla; nemmeno la sorella maggiore gli ha rivelato che il nonno, che vive isolato e costruisce candele, è il Custode delle Tempeste. Le candele non sono un semplice mucchietto di cera, ma custodiscono momenti particolari della storia dell’isola a cui è possibile tornare accendendole. Il nonno sta per cedere il proprio potere e l’isola dà i primi segnali di scelta del nuovo candidato: contro Fionn però si scatena anche la rivalsa di un’altra famiglia dell’isola i cui componenti credono che, anni prima, sia stato loro scippato il ruolo che spettava.

I romanzo procede tra evocazioni di ricordi passati e del mito su cui si fonda la storia dell’isola, ma anche tra i sentimenti di Fionn che fatica a trovare la propria forma, il proprio posto nel mondo, a ricucire il rapporto con un padre mai conosciuto e con una parte di famiglia di cui conosce pochissimo.

In copertina, un’illustrazione di Bill Bragg.

Catherine Doyle, Il custode delle tempeste (trad. di Simona Brogli), Mondadori 2019, 245 p., euro 17, ebook euro 8,99

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Biancaneve e Rosarossa

29 Nov

Una delle fiabe forse da noi meno conosciute dei fratelli Grimm viene raccontata da Emily Winfield Martin in un lungo testo affascinante, ricco di descrizioni, e per immagini: le illustrazioni della stessa autrice contribuiscono a dare al libro un fascino antico, siano esse a piena pagina o punteggiature di foglie e fiori lungo le pagine.

Due sorelle, vicine per età ma così diverse per fisico e carattere, crescono in una lussuosa casa e in uno splendido giardino, amate incondizionatamente dai genitori fino al giorno in cui il padre non torna dal bosco e loro sono costrette a trasferirsi in una piccola casa nel bosco, con la madre e senza servitù.

Rosarossa, la maggiore, coi capelli corvini e la voce sottile, è riflessiva e quasi timida; Biancaneve ha due anni in meno, i capelli candidi, la risata forte e agisce d’impulso, anche con rabbia per la nuova soluzione di vita. La curiosità le spinge nel bosco, dove incontrano una casa sotterranea e fanno amicizia con Ivo che suona il violino e coltiva funghi; dove trovano una biblioteca dove sui ripiani non ci sono volumi ma oggetti perché – come spiega la bibliotecaria che ci vive con due capre, – una biblioteca non è fatta di libri ma di storie, come quelle appunto che gli oggetti possono raccontare. Chi vive nella foresta teme la Minaccia dei Boschi, che si porta via le persone e in molti credono che sia un orso, a cui danno la caccia, rifugiatosi ferito nella casa delle bambine. Il mistero della scomparsa del padre e la voglia di ritrovarlo le metteranno fortunosamente sulla buona strada, non priva di pericoli, per un finale felice.

Come ogni fiaba che si rispetti, anche questo testo ha una spiccata caratteristica di oralità che lo renderà piacevole da leggere insieme ad alta voce anche a lettori più piccoli.

Emily Winfield Martin, Biancaneve e Rosarossa (trad. di SImona Brogli), Mondadori 2018, 224 p., euro 17, ebook euro 8,99

Gli occhi della libertà

20 Nov

Un storia di razzismo ambientata nella primavera e nell’estate del 1963, sullo sfondo la guerra in Vietnam, Martin Luther King, la marcia su Washington e il celebre discorso “I have a dream”. Pip, un orfano tredicenne  che deve il suo nome al protagonista di “Grandi speranze” amato dalla sua mamma, viene comprato in un orfanotrofio e portato in una malmessa fattoria nel Sud degli Stati Uniti non a caso chiamata Dead River. Mister Zachery è secco quanto i venti ettari di terra arida e polverosa che possiede; scorbutico, di pochissime parole, illustra al ragazzo il suo compito: gli serve un tipo robusto che fondamentalmente sappia leggere per aiutare in ogni necessità la moglie Lilybelle, costretta a letto dalla stazza imponente e amante delle storie. Pip arriva alla fattoria con un unico bagaglio: il libro di Dickens che la madre gli ha regalato, e un cumulo di ricordi: quelli della sua famiglia spazzata via in un incidente ferroviario. Scopre una donna enorme confinata in una stanza, ingenua e saggia insieme, una ragazza di origine indiane, muta e sfuggente, che prepara da mangiare e un incubo: il figlio degli Zachery, tornato provato e mentalmente instabile dal Vietnam, individuato dal Ku Klux Klan locale come elemento di facile convincimento, di enorme forza e di istinti violenti. Accanto a loro, in una villetta che dà sulla fattoria, vive un giovane insegnante irlandese, arrivato da un anno per portare avanti una ricerca alla locale università sull’ipnosi come strumento di controllo del dolore. Jack Morrow infatti viene da una famiglia di celebri ipnotisti e sta cercando di mettere a frutto il suo dono non in spettacoli in teatro come i genitori, ma al servizio della scienza. Tutta la vicenda ruota intorno al tema della violenza razzista, riportando episodi reali avvenuti in quei mesi, ponendo l’accento non solo sui divieti e sulla persecuzione della gente di colore, ma anche sui meccanismi sottili della società (il capo di Jack in università è uno dei membri più influenti del Ku Klux Klan e si aspetta che il giovane medico condivida le sue idee, pena la perdita del lavoro).

Anholt adotta l’escamotage del doppio registro narrativo: capitoli in terza persona a cui si affiancano altri in cui la voce  il punto di vista sono quelli del dottor Morrow, occasione anche per dilungarsi sull’ipnosi, sulle sue applicazioni e sulle sue potenzialità. Un punto di vista esterno permette all’autore di descrivere la situazione statunitense – la questione razziale e la guerra in Vietnam – dando informazioni, facendo paragoni con altre realtà, introducendo per bocca del medico tutta l’indignazione, lo sgomento e la paura che prova chi non avrebbe immaginato una situazione simile. La capacità di scrittura è alta e cattura subito il lettore, anche se la seconda parte è meno pregnante: forse l’affastellarsi di avvenimenti, la concitazione e un castello narrativo di incastri molteplici sono faticosi da rendere in modo lineare sulla pagina. Di certo però un romanzo che cala come pochi il lettore in un’epoca precisa, facendogliela assaporare nel quotidiano, grazie anche ad alcune immagini molto poetiche che ritroverete qua e là, quando si parla ad esempio dei genitori di Pip, di Lilybelle o di Pip stesso che scopre la bellezza di Hannah.

La bella illustrazione di copertina è di Lorenzo Conti; questa invece la copertina originale, di sicuro effetto.

Laurence Anholt, Gli occhi della libertà (trad. di Simona Brogli), Mondadori 2017, 300 p., euro 18, ebook euro 9,99

Finché siamo vivi

19 Lug

bondouxAnne-Laure Bondoux ha abituato i suoi lettori alla sospensione del tempo narrativo: “Le lacrime dell’assassino” ad esempio avrebbe potuto – se non per qualche minimo particolare – essere ambientato in qualsiasi epoca storica; questo nuovo romanzo narra di avvenimenti che si potrebbero definire reali senza dar loro una collocazione precisa nel tempo e intrecciandoli con elementi magici. In questo modo l’autrice crea delle narrazioni che si prestano al vero senso del narrare (sembrano in qualche modo storie che vengono da un altro tempo, perfette per essere dette ad alta voce, per essere condivise, per lasciare un segno) e che veicolano, attraverso la poesia della parola, temi essenziali che attraversano la storia degli uomini.

Nella struttura circolare di questo romanzo trovano posto infatti la potenza dell’amore, la forza dell’accoglienza, ma anche il potere distruttivo della guerra e dei piccoli dubbi che si insinuano e che diventano presto fuoco che brucia, come la diffidenza verso l’estraneo, verso lo straniero di cui non si conosce nulla e a cui è facile allora e quasi immediato attribuire colpe di disastri, di crisi, di tempi bui. Il fuoco è elemento portante della storia, la storia che comincia ai tempi della Fabbrica, unica rimasta in città, dove si produce incessantemente materiale bellico tra fragore e sudore. Lì entra, con andatura disinvolta, Bo, un fabbro che arriva da non si sa dove, e subito, improvviso scocca l’amore con Hama, operaia dal turno diverso. Basta un attimo per ricordare a chi lavora in fabbrica che il fuoco con cui hanno a che fare nei forni è lo stesso che può bruciare nelle vene; basta una giacca colorata su un monumento grigio a dire la gioia della vita. La tragedia è dietro l’angolo: lo scoppio della Fabbrica, Hama che perde le mani, i sospetti e le violenze degli abitanti: Bo e Hama sono costretti a partire e a vagare tra i boschi, fino ad incontrare una strana famiglia dove tutti i fratelli si chiamano secondo il loro numero d’ordine di apparizione al mondo, ultimi rimasti di un popolo a sua volta cacciato e inseguito. Nel loro mondo sotterraneo cresce Tsell, la figlia di Bo e Hama; nella loro fucina, Bo forgia mani di metallo per la moglie e un’intelaiatura per contenere le forme molteplici che la figlia proietta come ombra, un dono particolare, forse una maledizione; dalla loro casa, la famiglia parte per raggiungere una penisola dove crescere Tsell che nulla sa fino all’adolescenza, del passato: sarà ancora una volta la partenza e il percorrere a ritroso i passi dei genitori a farglielo scoprire, in una circolarità che ricorda i momenti decisivi della vita, e come andare avanti sia saper lasciare andare, sia in qualche modo perdere per acquistare, esattamente come avviene crescendo. Di come le ombre possano svelare, di come sia bello correre per il solo fatto di essere vivi, di come  voler bene davvero sia il numero più difficile e azzardato del mondo.

Confesso la mia passione per la scrittura di Anne-Laure Bondoux; ho letto questo romanzo in francese e devo dire che il lavoro di traduzione è ottimo, anche se ovviamente non è stato possibile mantenere il sottile gioco di parole che c’è tra Dodici, il personaggio che accoglie la venuta al mondo di Shell, che pur essendo uomo è “sage-femme”, che in francese significa ostetrica.

Il sito dell’autrice. La copertina è di Hélène Druvet, colorata rispetto all’originale che forse rendeva un po’ di più.

Anne-Laure Bondoux, Finché siamo vivi (trad. di Simona Brogli), Mondadori 2016, 313 p., euro 16, ebook euro 7,99

La mia vita è un film

9 Mag

la_mia_vita_filmDopo La mia vita è un romanzo ecco nuovamente Derek alle prese con una nuova avventura. Ci sono la sua famiglia, gli amici che già conosciamo, le sue difficoltà nella lettura e l’abitudine a disegnare le parole che gli sono più ostiche, che ritroviamo qui – proprio come nel precedente romanzo – ai margini del testo. Qualche novità c’è: Derek non ha solo più un cane come animale domestico, ma è anche affidatario di un cebo destinato ad essere addestrato per aiutare persone con disabilità ed è diventato davvero bravo sullo skate.

Proprio mentre fa parkour nel parco dell’università, arrampicandosi sui muri e saltando da una parte all’altra in compagnia del suo migliore amico, viene notato da uno stuntman in cerca di un ragazzino che faccia le controfigure per un film. Derek pare perfetto per la parte, Tony ha le referenze migliori, il contratto è sul tavolo. Ma i genitori di Derek daranno il loro permesso solo se il figlio firmerà anche un altro contratto interno alla loro famiglia in cui si impegna a cambiare un pannolino al giorno al cebo, leggere un libro al mese e divertirsi durante tutte le riprese.

Vivere l’avventura di un set cinematografico e scoprire di essere la controfigura della star adolescente del momento è qualcosa di elettrizzante, ma non sotto tutti i punti di vista. Non se il tuo miglio amico improvvisamente non ti parla, non ti cerca, anzi pubblica su youtube un video dove prende in giro le tue evidenti difficoltà nel leggere; non se rischi di perdere l’affidamento del tuo cebo per distrazione e devi anche salvarlo da un rapimento; non se si scopre che stai facendo la controfigura di una femmina.

Delicato e ironico ritratto di adolescente alle prese coi cambiamenti, coi bulli della scuola, con la violenza di vederti preso in giro pubblicamente sui social network, con la necessità di dare ordine di importanza a quel che davvero importa. La regola d’oro del parkour vale anche per il quotidiano di Derek: “cercare il modo di superare un ostacolo il più efficacemente possibile”.

Il sito dell’autrice. Sfoglia qualche pagina sul sito dell’editore.

P.S.: bibliotecari, non prendetevela; è vero: Derek dice che, per ottenere il permesso di girare il film, potrebbe addirittura arrivare a promettere non di leggere un libro al mese, ma di fare il bibliotecario da grande… però poi il libro che ha preso in biblioteca lo legge e lo trova anche interessante. Glielo ha consigliato una sua compagna di classe ritenendolo adatto a lui e a noi verrebbe voglia di conoscerne il titolo.

Janet Tashjian – illustrazioni di Jake Tashjian, La mia vita è un film (trad. di Simona Brogli), laNuovafrontiera junior 2014, 254 p., euro 15

Quella casa sulla collina

7 Gen

Più riguardo a Quella casa sulla collinaCome sempre, quando le attività rallentano si rimette mano anche alle pile di libri che aspettano da un po’. Si pesca a caso, si riprende qualche pagina da un libro tralasciato, si scoprono i titoli rimasti più in fondo. E si finisce per dare credito anche a libri a cui non lo si era concesso, come questo, ancora una volta – come già raccontato in altri post – a causa di una copertina che non rende giustizia e non invita. Però l’autrice è la stessa de Un nuovo amico in giardino e questo ci fa curiosi.

La storia comincia con un topos classico: la protagonista cambia residenza, casa e di conseguenza scuola e amici. La dodicenne Tizzie ci è abituata: ha quasi perso il conto delle case e delle classi che ha dovuto cambiare per tenere il passo all’irrequietezza, ai nuovi lavori, alla facilità di fare valigie di sua madre Morag, a cui fanno rigorosamente da contraltare la difficoltà ad ambientarsi e le amicizie da abbandonare. Ma mentre prima hanno sempre girovagato tra i vari quartieri di Londra, questa volta si tratta di trasferirsi in campagna, in una grande residenza dove la madre ha trovato lavoro come cuoca e dove hanno finalmente un cottage tutto per loro. La grande villa padronale – quasi un castello – vive in una sorta di dimensione atemporale, sempre pronta per l’arrivo del lord proprietario, della moglie e della figlia Grace, coetanea di Tizzie. Sembrano dover arrivare a giorni, eppure nessuno tra coloro che lavorano lì li ha mai visti: non il giardiniere, né suo figlio né sua madre che sono arrivati a Roven More da tre anni; mentre l’amministratore della tenuta è un uomo bizzarro che ripara ingranaggi, costruisce marionette e vive in una roulotte all’interno del parco. Tizzie aspetta con ansia l’arrivo di Grace, immagina la loro amicizia, cavalca il suo pony. Finché non trova un quaderno della ragazza che risale a venti anni prima e il mistero si fa più fitto.

Alcune belle pagine sul contrasto tra l’adolescente Lizzie e sua madre, di cui la ragazza studia e descrive l’umore e i comportamenti, insieme alle incongruenze del mondo degli adulti, ne fanno un libro per lettori di almeno due anni in più dei nove consigliati in quarta di copertina.

Qua e là tra le pagine le storie raccontate dal misterioso Finnigan e quelle di Tizzie.

Il sito dell’autrice.

Linda Newbery – ill. Linda Cavallini, Quella casa sulla collina (trad. di Simona Brogli), Piemme 2013, 286 p., euro 16,50

Quel che resta di te

25 Giu

More about Quel che resta di tePenso di aver ricevuto molte delusioni dagli adulti: da genitori che non ascoltano, da insegnanti che se ne infischiano e da estranei che suppongono. Ma quello di oggi pomeriggio era stato un autentico tradimento. Era terribile pensare che Ross sarebbe rimasto deluso dal suo stesso funerale.

Il pomeriggio a cui si riferisce Blake, voce narrante di questa storia, è quello del funerale del suo migliore amico Ross, un funerale deludente e ipocrita, dove sono state dette parole che sarebbero andate bene per chiunque e nulla ha reso davvero l’idea di quel che Ross era. La delusione cocente scatena in Blake, Sim e Kenny, legati da anni da una forte amicizia, una sete di vendetta che si traduce in enormi scritte sulle case e sulle auto delle tre persone a loro modo di vedere più ipocrite di tutti: il professore che ha umiliato Ross davanti a tutti, il bullo che l’ha pestato a sangue e la ragazza che l’aveva appena lasciato. Improvvisa però l’idea di poter fare ancora meglio: rubare le ceneri dell’amico e portarle a Ross, minuscolo paesino della Scozia, dove lui vagheggiava sempre di andare.

Comincia così una fuga, piena di rabbia e di risentimento per gli adulti, desiderosa di ricordare Ross e la sua voglia di raccontare storie, densa di nostalgia perché è anche la presa d’atto che lui davvero non c’è più. Una fuga da un treno all’altro, con incidenti di percorso, buffi incontri, lanci col bungee jumpy, allusioni, bugie e scoperte non sempre piacevoli. Perché non tutto è quel che è se non puoi essere davvero te stesso, perché nessuno di loro è stato davvero sincero con gli altri, perché voler portare a Ross quel che resta di Ross è forse solo il desiderio di rattoppare gli errori di prima.

Un libro che mette a nudo con ironia ritratti veri di adolescenti arrabbiati e che ha dato origine a un adattamento teatrale in un laboratorio con adolescenti. Di Keith Gray potete leggere in italiano anche un racconto, quello che apre La prima volta, di cui abbiamo parlato qui.

Keith Gray, Quel che resta di te (trad. di Simona Brogli), Piemme Freeway 2012, 291 p., euro 15