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Se il diavolo porta il cappello

15 Apr

Più riguardo a Se il diavolo porta il cappello

Un libro che intreccia più piani e più voci, cucendoli come unico vestito fatto di più pezze, di più narrazioni tenute insieme dal filo del protagonista, che danno come risultato un abito che si cuce alla pelle di chi legge spingendolo verso l’ultima pagina.

La voce in realtà è una sola, quella di Ciro, il ragazzino protagonista, che vive in una campagna di dopoguerra, portandosi addosso il marchio di bastardo, figlio di un soldato americano passato durante l’avanzata verso il nord Italia e di una bellissima ragazza, figlia ripudiata dal padre ricco dopo aver saputo del matrimonio notturno con il soldato. Ciro porta il suo marchio scritto nel biondo dei capelli, nella povertà della vita quotidiana, nella rabbia con cui affronta il mondo ogni giorno.

Le voci che ci propone sono diverse: c’è il racconto del suo quotidiano, degli avvenimenti che lo sospingono nell’estate che porta verso i suoi quattordici anni; un’altra voce è il dialogo col fratello gemello Dario, morto ad appena tre anni, ma che lui sente vivo, quasi fosse metà Ciro e metà Dario, con le caratteristiche dell’uno e dell’altro che appaiono a tratti nella medesima persona; l’altra ancora è quella del sogno: la speranza di rivedere e ritrovare il padre gli fa immaginare le situazioni e gli esiti più diversi, raccontati lungo il testo proprio come potrebbero venire in mente al ragazzo mentre cammina o prima di addormentarsi.

Lungo i giorni estivi di Ciro, la sua rabbia incrocia Salem, un rom che assomiglierà a ciò di più vicino a un padre che abbia mai conosciuto, e i sinti che si sono accampati ai margini del bosco. Cambierà il suo sguardo sulle figure che lo circondano, su chi lo addita come bastardo, sullo “strego” che vive isolato, circondato di libri e che conosce le formule e le erbe per curare. Sovvertirà l’ordine di un piccolo microcosmo dove spiccano singolari figuri e storie antiche, dove i soldi si conservano nelle damigiane o negli arti artificiali rinchiusi in un armadio, dove ci si arricchisce alle spalle dei poveri, dove si crede all’eterna giovinezza e si consumano riti e soprusi. Scoprirà un passato molto vicino e insieme lontano: quello che la guerra di pochi anni prima ha significato nei lager e nelle menti malate di molti. Conoscerà il Porrajmos e forse anche tanti lettori lo impareranno, visto che è quasi sempre un fratello minore nella storia dell’Olocausto.

Il sito dell’autore.

Fabrizio Silei, Se il diavolo porta il cappello, Salani 2013, 267 p., euro 13,90

Il ricordo che non avevo

25 Gen

More about Il ricordo che non avevoEra il 21 marzo, il primo giorno di primavera.

La primavera porta a Mattia, il protagonista di questo romanzo di Alberto Melis, una serie di novità, di scoperte, di avvenimenti non cercati, non voluti, ma necessari ad aprire uno spiraglio di luce nel passato della sua famiglia. Quel giorno infatti il nonno di Mattia, un anziano restauratore di mobili di origini polacche da tantissimi anni in Italia, viene ricoverato in grave condizioni in ospedale insieme al bambino di origine rom che ha cercato di salvare dall’incendio della casa in cui il bambino viveva con la sua famiglia. Mattia e sua madre scoprono così che il nonno frequentava abitualmente il vicino campo rom, che era conosciuto e apprezzato da molti e che parlava la loro lingua. Insieme all’amica Angela e a Nazifa Bebé, sorella del bambino ferito, Mattia comincia una lenta scoperta del passato del nonno, di cui lui non ha mai fatto parola. Un romanzo che mescola il presente e il passato: la condizione del popolo rom, la diffidenza nei suoi confronti, le vicende del Ghetto di Lodz dove nel 1941 vennero deportati circa cinquemila rom Lovara. Una storia che racconta del Porrajmos, lo sterminio del popolo rom per mano nazista, che spesso passa in secondo piano nel racconto dell’Olocausto.

Alberto Melis, Il ricordo che non avevo, Mondadori 2010, 53 p., euro 12,50.