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Partigiano Rita

21 Apr

partigiano ritaDal 1938 al 1944 le vicende italiane narrate attraverso il quotidiano di una ragazza triestina, Rita Rosani, di famiglia ebraica benestante, arrivata da anni dalla Moldavia e perfettamente integrata in città dopo aver italianizzato il proprio cognome ed avere ottenuto la cittadinanza. Rita è nata in Italia, l’italiano è la sua lingua, le persecuzioni vissute in patria dai genitori fanno solamente parte di una storia di famiglia che pare lontana; lei pensa alle vacanze, ai vestiti, all’amore che verrà. La sua storia, una storia vera narrata da Paola Capriolo, diventa la narrazione dei mesi in cui l’Italia cambia, arrivano le leggi razziali, il confino per gli ebrei che non avevano cittadinanza, l’insinuarsi della certezza che anche la libertà per chi riesce a salvarsi è una concessione del destino che può essere revocata da un momento all’altro.

Il lettore che apprezza “storie vere” troverà tra queste pagine la carrellata di mesi e di anni che maturano e mutano Rita e la descrizione delle scelte che deve prendere, della lotta personale prima ancora che civile che intraprende, fedele all’idea delle eroine bibliche, descritte come molto più forti e coraggiose degli uomini. Maestra alla scuola ebraica, poi in fuga per proteggere i genitori, facendo “finta di nulla” come sempre dice la madre per passare inosservati, matura accanto all’uomo della sua vita la scelta di unirsi alla banda partigiana da lui fondata, pretendendo di essere riconosciuta come membro effettivo e combattente, prima che come femmina e donna del capo. Ed è un riconoscimento che al momento della sua uccisione, quando i fascisti arriveranno di soppiatto a colpire i partigiani sul monte Comune, che  le riconosceranno parimenti il compagno, che proseguirà la lotta col nome di “Comandante Rito”, e il tenente che l’ha uccisa; alla domanda dei suoi risponde che quella che ha finito sparando a bruciapelo “non era una donna, ma un bandito”.

Il romanzo ha il pregio di riprendere la storia di una partigiana, offrendo nel contempo uno spaccato quanto mai veritiero delle vicende italiane dal 1938, viste dalla parte di chi, ebreo, vede progressivamente cambiare la propria situazione, prima con incredulità, poi prendendo coscienza della tragica e assurda realtà che si trova a vivere.

A proposito di Rita Rosani, leggi la sua scheda sul sito dell’ANPI. La sua  storia ha ispirato Col sole in fronte, un disco e uno spettacolo teatrale del gruppo Regina Mab, scritto da Paolo Ragni e adattato da Franco Manzini: guardatene un pezzetto qui.

Paola Capriolo, Partigiano Rita, Einaudi Ragazzi 2016, 144 p., euro 11

L’argine

18 Apr

l-argineL’argine come terrapieno che contiene e acque di un fiume, come riparo, come difesa, ma anche in un certo senso come confine. L’argine che dà titolo a questo fumetto prezioso è quello del fiume Senio, che nasce in Toscana e va a buttarsi nel Reno, qui nel suo tratto nella bassa ravennate, vicino a Cotignola, nel preciso momento storico dell’aprile 1945. Da una parte il paese e dall’altra i campi; da una parte gli abitanti rimasti e le case abbandonate e dall’altra il fronte della guerra che non avanza, gli Alleati che non passano e mandano aerei a bombardare. Ma l’argine può anche essere inteso come atto di resistenza, come argine contro la violenza e l’assurdo (nel gesto estremo di un prete e un capo partigiano uniti da un lenzuolo bianco per chiedere di risparmiare gli abitanti sopravvissuti ai precedenti bombardamenti), come difesa a favore della vita: non si raccontano solo la guerra, gli scontri, la fucilazione dei partigiani, ma anche la generosa ospitalità della comunità di Cotignola che nascose  e salvò tanti ebrei, grazie al coinvolgimento corale orchestrato da Vittorio Zanzi, macellaio antifascista che ricopriva il ruolo di commissario prefettizio.

La storia della comunità cotignolese viene raccontata attraverso gli occhi di un bambino, il piccolo Frazchì che deve attraversare l’argine con la capra Ninetta, unica ricchezza della famiglia, per portarla a ingravidare qualche chilometro più in laà, lungo l’argine appunto, e che si porta appresso i segnali che coglie, le minacce fasciste, il segreto degli ebrei nascosti. Ed è un altro bambino ad ascoltare, il nipote a cui il nonno Frazchì racconta l’episodio dell’infanzia, la grande paura, mediandolo attraverso la tradizione di paese della festa della Segavecchia, carnevale di Quaresima.

La particolarità del fumetto, che ne segna una felice riuscita grafica e narrativa, è la capacità di mescolare due stili differenti: quello morbido, dai colori leggeri di Marina Girardi, e quello dalle linee nette di Rocco Lombardi, quasi a segnare aspetti diversi del quotidiano di Frazchì, l’irrompere della violenza (quella quotidiana della lotta vicina, fatta di minacce e di fucilazioni, di parole e di spari, e quella improvvisa dei bombardamenti), la scelta di mescolare realtà e sogno. Ne nasce un racconto che avvolge il lettore come la nebbia col piccolo protagonista e le tavole dove i due stili si intersecano sono davvero imperdibili.

Arrivate fino in fondo alla lettura, fino alla postfazione di Massimiliano Fabbri del Museo Civico Luigi Varoli, che sottolinea, ricorda, fa memoria e insieme dice anche dell’utilizzo del linguaggio del fumetto, del linguaggio grafico, della possibilità di sguardi e linguaggi plurimi anche nel fare memoria.

Il blog di Marina Girardi. Il blog di Rocco Lombardi.

Marina Girardi  – Rocco Lombardi, L’argine, Becco Giallo 2016, 135 p., euro 15

Stivali a Monte Sole

26 Ago

Cover Casarini Montesole:Layout 1Torna in nuova edizione un testo edito nel 2008 da Falzea, ora riproposto da Pendragon. Lo segnaliamo perché ci sembra un buon modo per proporre vicende storiche e per raccontare ai ragazzi una tragedia come l’eccidio di Monte Sole, consumatosi tra il 29 settembre e il primo ottobre 1944, accanto a vicende simili recentemente riprese dall’editoria per ragazzi (tra le altre, il rogo di Stazzema dell’omonimo libro di Annalisa Strada e Gianluigi Spini).

In questo caso, la vicenda delle lotta partigiana sull’appenino bolognese, dei rastrellamenti nazisti e delle stragi che videro la morte di più di 700 persone in quella manciata di giorni d’autunno, è narrata dal singolare punto di vista di una lupa solitaria che scruta i modi degli uomini e pone domande e dubbi ad un asino di cui si è fatta amica. La sua voce fa così da descrizione alle azioni della Brigata Stella Rossa, guidata da Mario Musolesi che scelse Lupo appunto come nome di battaglia, ma anche alla vita in tempo di guerra di chi è rimasto a vivere nei piccoli centri sull’Appenino seguendo dal bosco per mesi le vicende che poi sfociano nell’assurdo gesto di cui l’animale è testimone.

Accompagnano il testo le illustrazioni di Antonio Ferrara, che ci siamo abituati più di recente a considerare come autore; può essere questa occasione per andare a recuperare il suo lavoro d’illustratore, sia nei testi da lui composti sia in quelli in cui ha lavorato su narrazioni altrui, come in Io sono così, di Fulvia Degl’Innocenti (Settenove, 2014) recentemente insignito del Premio Andersen 2015 come miglior libro fatto ad arte.

Questo è il sito del Parco storico regionale di Monte Sole.

Giulia Casarini – ill. Antonio Ferrara, Stivali a Monte Sole, Pendragon 2015, 77 p., euro 13 

Fuochi d’artificio

23 Feb

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Premessa necessaria: i luoghi in cui è ambientato questo libro fanno parte del mio orizzonte e le storie e le vicende della Resistenza di cui furono teatro fanno parte della storia della mia famiglia. Sono cresciuta con le voci dei partigiani che raccontano, con la voce di Nuto Revelli che accenna piano “Addio belle ragazze di Mesce e Casterino”, con le suggestioni dei passi delle 181ª Brigata  Garibaldi nei sentieri sulla collina di casa (quei sentieri che oggi fanno parte del progetto Memoria delle Alpi). Se domandavo una storia, era facile che parlasse di masche oppure di partigiani, inanellando nomi di battaglia a quelli di Galimberti, dei Bianco ecc. E se, dalla casa di Torre Pellice in cui nel 1944 stavano i Jervis guardo la prospettiva della strada di fronte, non posso non pensare a Lucilla Rochat che riceve la conferma della morte di Willy. Insomma, di fronte a questo romanzo mi ci sentivo dentro fino al collo 🙂

La storia della Resistenza è vista dagli occhi della tredicenne Marta che ha lasciato Torino per trovare rifugio a casa dei nonni e lì riprendere una normalità di vita (la scuola, l’amicizia con Sara) insieme al fratello maggiore. Un altro fratello combatte già tra le fila partigiane, anche il padre è impegnato con il CLN e la madre è costretta a rimanere presso la famiglia d’origine in Svizzera, dopo che è stato scoperto che aiutava famiglie ebree a scappare oltre confino. Ecco, la figura della madre di Marta permette all’autore, come anche in altre occasioni, di accennare a diverse componenti di quel particolare momento storico e offrire suggestioni e spunti. Incontriamo Marta nell’aprile del 1944, nel momento in cui si rende conto che il suo aspetto ancora bambino può facilitarla di fronte ai soldati: può passare in qualche modo inosservata, suscitare al massimo simpatia nella somiglianza coi figli dei militari tedeschi e può darle carta bianca; proprio su questo puntano lei, il fratello Davide e gli amici Sara e Marco che si inseriscono tra le maglie della resistenza, interpretando i messaggi da recapitare e cercando di dare il loro apporto, non senza ingenuità e senza pericoli.

La narrazione segue l’inverno di attesa e la primavera del ’45 con la ripresa delle ostilità, i rastrellamenti e la lotta che si fa decisiva fino alla festa di aprile. Segue anche la crescita di Marta col suo spirito ribelle, gli imprevisti, il dolore della morte, la fatica, la paura di sbagliare e di non farcela; segue il suo essere indomita, i suoi incontri con le diverse bande partigiane, con le famiglie degli amici, con i montanari che la nascondono e la soccorrono e di ciascuno mostra la visione di quei mesi e i risvolti al termine della lotta, nel tentativo di rendere prossimo ai giovani lettori un momento fondamentale della nostra storia.

Vista la premessa iniziale, mi permetto un’annotazione a margine: se la valle in cui è ambientata la storia è – come scrive l’autore – “idealmente collocata in quella fascia di Alpi piemontesi dalla val di Susa in giù, dette anche valli occitane, tra le quali vi sono la val Pellice e Germanasca (…) e le valli del cuneese”, ecco allora i montanari, i pastori che la protagonista incontra, quelli che vivono in alta montagna e che la accolgono o la incrociano per un tratto del cammino, non possono parlare quel piemontese riportato nel libro e nemmeno appellarla come “fiola”, che suona al massimo ossolano. Parlano occitano, nelle diverse sfumature, nelle differenze che caratterizzano le valli, ma occitano è.

Il blog dell’autore. L’illustrazione di copertina è di Cesare Reggiani.

Andrea Bouchard, Fuochi d’artificio, Salani 2015, 312 p., euro 14,90, ebook euro 9,99

L’estate di Giacomo

3 Apr

randazzo_estateGiacomo Capita che alcune storie siano particolarmente tue perché come lettore ti imbatti, tra le pagine, in  figure, argomenti e momenti storici particolarmente cari, vicini nella geografia dei luoghi o dei  sentimenti, facilmente avvicinabili quando non sovrapponibili a qualcosa che ben conosci. Per me  questo libro è stato così: pagine che sanno di conosciuto, perché raccontano di una Resistenza giocata  lungo i sentieri di montagna (qui quelli della zona di Feltre a sovrapporsi alle mie vallate cuneesi), di un  paese bruciato dai tedeschi (qui Aune, per me così simile a Boves incendiata) e perché il protagonista è  uno dei tanti “bambini affittati”, raccontati qualche anno fa in un libro di Aldo Molinengo e in un documentario di Giorgio Diritti.

Giacomo ha undici anni, ha terminato la quinta elementare e l’inizio della sua estate coincide con il salire in alto, per tre mesi, insieme a quattro capre e un cane, alla malga dove il casaro Bepi lo aspetta insieme a un giovane pastore, ad Alpina che si occupa del cibo e a vacche da latte, manze, muli, capre, maiali. Il compito di Giacomo è quello di portare ogni giorno le capre al pascolo e di addestrare Tuono, il suo cane, a fare il suo mestiere di guardiano. Ma salire in quota gli permette anche di esplorare, di avventurarsi, di scoprire angoli nascosti e rifugi da condividere con l’amica Rachele e di incontrare quasi per caso il mondo dei partigiani: un plico di volantini trovati mentre fa capriole nella paglia gli fa capire che la casèra abbandonata è in realtà luogo di scambi.

Giacomo vive in una dimensione sospesa a metà, tra i partigiani che presto stabiliscono un comando proprio nelle casère e si avvalgono di lui per piccoli servizi e il paese dove è rimasta a vivere la sua famiglia e dove i tedeschi minacciano e bruciano. Ma anche a metà tra i segreti di Alpina e le scelte dei ragazzi che salgono in montagna; tra i sospetti di dividere il tetto con una spia e la paura di aver colpa in una rappresaglia. A metà tra l’infanzia e il farsi grande; a metà tra il desiderio di vivere tutto come un’avventura di Zambo e la consapevolezza di come tutti siano in quel momento in pericolo, in bilico.

La narrazione non conduce il lettore alla fine della guerra e nemmeno a una conclusione vera; lascia i protagonisti impegnati in un gioco, con innocenti e non banali domande che sanno di futuro e ci permette di cucir loro addosso un seguito per i giorni, i mesi successivi sulla scorta delle note storiche che tutti sappiamo. A Giacomo ed Alpina, ai ragazzi che hanno fatto la scelta della Resistenza così come a chi è sfollato lontano dal pericolo immediato possiamo dare un futuro o semplicemente pensarli alla luce di un’estate breve che cambia tutto.

Non sarebbe stato male avere un glossario finale per quelle parole che giustamente sono riportate secondo la parlata locale, ma che non a tutti i lettori possono essere comprensibili.

Luca Randazzo, L’estate di Giacomo. La guerra e un partigiano di undici anni, Rizzoli 2014, 145 p., euro 10,50

Una partigiana di nome Tina

23 Apr

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L’odore dell’autunno è diverso da quello dell’estate. Quello dell’estate ti fa venire il sorriso per il profumo di erba e di frutta: è un odore caldo, quasi giallo, che arriva col rumore del volo degli insetti. Anche quello dell’autunno mi piace: è un odore azzurro come il cielo pulito.

Il 26 settembre sta a metà tra l’estate e l’autunno. Il 26 settembre 1944 Tina, diciassette anni, Istituto Magistrale, un’ora di bicicletta tutte le mattine per andare a scuola, quattro anni di guerra che cambiano tutti, scopre un odore che entra prepotente e cupo nella sua giornata: tutte le classi delle scuole di Bassano del Grappa vengono costrette dai fascisti ad assistere all’impiccagione dei partigiani  catturati, lungo il viale principale della città. Tra di loro c’è anche Francesco, il fratello maggiore della migliore amica di Tina, Jolanda. Le domande che prima le giovani si facevano l’un l’altra lungo il tragitto da casa a scuola ora vengono sussurrate ai grandi, per cercare non una risposta ma una reazione ala crudeltà dell’uomo contro altri uomini. Così Tina diventa Gabriella, staffetta della locale banda partigiana ed entra nella storia. Attraverso le parole di Anselmo Roveda e le illustrazioni d Sandro Natalini (che forse ci sarebbe piaciuto gustare in un formato che le valorizzasse ancora di più), la storia della scelta di vita di Tina Anselmi, a testimonianza della possibilità di resistere di ogni cittadino di fronte all’oppressione e all’ingiustizia. Il nostro libro per questi giorni di ricordo delle resistenza e della Liberazione.

Anselmo Roveda – ill. Sandro Natalini, Una partigiana di nome Tina, Coccole e Caccole 2010, 64 p., euro 13.