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Il gigante arriva a Parigi

29 Mag

La copertina cartonata permette di staccare un set di sei forme colorate (e di riporle, in modo da non perderle) con cui seguire la storia e riproporla sommandole, avvicinandole, ricostruendo insomma quel che viene raccontato dal testo: l’arrivo di un gigante a Parigi, che ammira le luci, il traffico, il fiume. Poi prova a infilarsi su un ponte e nel metrò per passar sull’altra riva, per poi fermarsi lì in città, in una forma che ben conosciamo nell’orizzonte della capitale francese.

Una proposta originale che permette di andare oltre la storia, di inventarne altri pezzetti mescolando le carte in gioco, che a questo giro sono appunto le forme da combinare insieme per dare il via alla fantasia, regalando al gigante altre avventure, a Parigi altri scorci, al lettore una scoperta sempre nuova.

Ginevra Dondina – Emiliano Mattia Fadda, Il gigante arriva a Parigi, EDT Giralangolo 2018, 48 p., euro 17,50

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Tutti per uno

9 Mar

Di fronte ad una riscrittura in chiave moderna le reazioni sono due: riuscita o fallita! In questo caso direi decisamente riuscita.

La vicenda è nota (il giovane D’Artagnan che vuole unirsi ai Moschettieri del Re), ma l’ambientazione è nuova.  Siamo in un’epoca simile alla nostra, ma in Francia c’è ancora la monarchia e il re è protetto dai Moschettieri, antico corpo che come retaggio del passato conserva l’abitudine a battersi solo con armi bianche. Al fianco del re c’è il consigliere Richelieu, non più cardinale, ma nel medesimo ruolo del personaggio di Dumas…
Il romanzo è narrato in prima persona da D’Artagnan che ci offre il suo singolare punto di vista su quello che sta vivendo. La scrittura è fluida e il libro si fa leggere in un soffio, tanto si è rapiti da quello che accade ai personaggi. Interessante la trasformazione di Aramis in moschettiera! Un romanzo sia per chi ha amato gli originali che per chi non li conosce ancora. Su tutto colpisce davvero l’ottima scrittura, attenta, non banale e congeniale ad una storia ben costruita, divertente e appassionante.

 

Cécile Deleau, Tutti per uno, Mondadori 2015, pp.202, € 17 (ebook € 7,99)

Sophie sui tetti di Parigi

17 Mar

sophie sui tetti di parigi

Se siete di quei lettori che sottolineano passaggi chiave, belle frasi, brani da leggere ad alta voce e magari anche momenti in cui ci si commuove, riempirete di certo con segni, linee e colori questo romanzo che oserei dire inclassificabile nella sua bellezza, sospeso tra onirico e realismo, ambientato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando si viaggiava su grandi transatlantici e talvolta su di essi si rischiava la vita.

Charles Maxim è uno studioso con la testa tra le nuvole, ha trentasei anni, parla in inglese con le persone, in francese con i gatti e in latino con gli uccelli; si trova a bordo di una scialuppa di salvataggio, dopo il naufragio della Queen Mary, e sono proprio le sue grandi mani a trarre in salvo una bambina che naviga nella custodia di un violoncello, avvolta negli spartiti di una sinfonia di Beethoven. Dalla coccarda col numero 1 che porta appuntata, Charles stabilisce che quello è il giorno del suo primo compleanno, la battezza Sophie e la porta nella sua casa tutta scale e spigoli, dove la alleva – sotto l’occhio critico dell’Ente Nazionale per l’Assistenza dell’Infanzia – a suo modo, parlandole come ad un adulto, leggendole Shakespeare, sicuro che volerle bene sia più che sufficiente per riuscire nell’impresa. Sophie cresce con un’infinita libertà e diventa alta, generosa, goffa e avida lettrice come Charles, con molte certezze assolute e un solo chiodo fisso: ritrovare la madre di cui ricorda la musica suonata col violoncello e le gambe che ballano nei pantaloni. Anche Sophie suona il violoncello, indossa i pantaloni e mangia sovente utilizzando atlanti al posto dei piatti: tutte cose che vengono ritenute anomale dai servizi sociali, esattamente come il fatto che un uomo solo cresca una bambina ed ecco il motivo per allontanarli al compimento dei tredici anni di Sophie. Non resta che fuggire verso Parigi, città indicata nella targa all’interno della custodia dello strumento che Sophie ha conservato, unico indizio per ritrovare la madre: qui si scontrano con la polizia, che nasconde i registri della nave – una delle tante troppo vecchie, ma certificate comunque come sicure per riscuotere il premio di assicurazione in caso di naufragio, a scapito delle vita di centinaia di persone – e intraprendono la loro personale ricerca. Sophie incontra Matteo e scopre la vita dei ragazzi che vivono in aria, sui tetti, sugli alberi, dividendosi le zone, fuggendo gli orfanotrofi, battendosi tra di loro. Matteo la sfida e la ragazza, che fin dall’infanzia si sente al sicuro solo arrampicandosi, si allena e vince le paure per seguire la musica conosciuta che arriva di notte da tetti non troppo lontani, consapevole dell’importanza dell’equilibrio e di ciò che le ha insegnato Charles: “quasi impossibile” vuol dire che in fondo un po’ è possibile e non bisogna mai ignorare una possibilità.

Poetico e ironico, lieve e delicato come i passi a piedi nudi su una corda tesa tra due tetti, questo libro è stato premiato con il Waterstones children’s book prize 2014, occasione in cui The Guardian ha chiesto alla sua autrice di stilare la sua top ten degli orfani letterari 🙂 ed è nella lista dell’ALA Notable Children’s Book 2014. Ha ricevuto il Prix Sorcières 2015 nella categoria “Romans junior”.

La copertina e le illustrazioni interne, una suggestione per ogni capitolo, sono di Terry Fan (non perdetevi le sue balene! E nemmeno tutte le altre bestie…). In questo video Katherine Rundell parla del suo libro.

L’autrice ha fino ad ora scritto altri due libri; aspettiamo le traduzioni 🙂

Katherine Rundell, Sophie sui tetti di Parigi (trad. di Mara Pace), Rizzoli, 2015, 288 p., euro 14,50

Albert il toubab

9 Giu

toubab

Pubblicato nel 2008, questo romanzo breve raccoglie gli echi delle proteste di piazza che i roghi nelle periferie parigine, presto estesisi anche ad altre città francesi. A guardare il riverbero delle fiamme, con un po’ di pregiudizio nei confronti degli immigrati che in quelle zone vivono e con la tendenza a fare di tutt’erba un fascio, è Albert, tranquillo pensionato che abita invece in una villetta in un quartiere confinante. Vive solo, dopo la morte della moglie che al contrario di lui frequentava quelle periferie aiutando gli immigrati nelle pratiche burocratiche e organizzando corsi di francese. Conoscendo il marito si è premurata di procurargli a sua insaputa un aiuto domestico: una donna senegalese viene ogni mattina a cucinare e sistemare la casa. Il sospettoso Albert sarà preso in contropiede quando la donna, ricoverata per qualche giorno in ospedale, gli affiderà la figlia di nove anni. Memouna scoprirà allora che anche Albert è un immigrato: cinquant’anni prima è arrivato dal Portogallo e ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà dell’integrazione e il dolore della vita.

Ma Albert è francese e per spiegare la sua storia e il suo senso di appartenenza alla patria porta Memouna e i suoi amici al Musée de l’historie de l’immigration che si trova al Palais de la Porte Dorée e di cui vi avevamo parlato qui a proposito della mostra su fumetto e immigrazione. Se pensate di fare un salto a Parigi, mettetelo nel programma della vostra visita: l’allestimento permanente, intitolato Repères, merita la giornata: proprio come i protagonisti del romanzo, potrete camminare tra le teche che contengono gli toguooggetti donati da immigrati, ascoltare le loro testimonianze, salvare le frasi che vi colpiscono di più, passare tra manifesti, musiche, schermi interattivi tra le nove sezioni in cui si snoda il percorso e che si occupano del significato dell’emigrare attraverso appunto oggetti e testimonianze delle persone che ne hanno fatto un legame con la terra d’origine; attraverso il racconto dell’evoluzione della legge, della partecipazione dei migranti alla storia della Francia (alle guerra, alle Resistenza, alle lotte sindacali), dello sport come modo di emergere, delle logiche (spesso illogiche) urbane che vanno a delinearsi, delle modifiche che si verificano a livello linguistico. Potrete visitare anche la luminosa mediateca e  la galleria dei doni, dove chiunque può portare fotografie, oggetti di famiglia o legati alla professione, archivi che testimonino un aspetto dell’immigrazione. Ad accogliervi, un barcone di migranti reinterpretato da Berthélémy Toguo.

L’illustrazione di copertina è di Francesca D’Ottavi. Il sito dell’autrice.

Yaël Hassan, Albert i toubab (trad. di Anthi Keramidas), Lapis 2014, 141 p., euro 10

Caterina Certezza

4 Feb

cathcertitude

Avevo dieci anni quando Gallimard jeunesse ha pubblicato questo libro, nato inizialmente come racconto per “Je bouquine”. Credo sia arrivato in casa per via del nome di battesimo della sua protagonista e mi ha accompagnato per molto tempo, finché ho imparato che Sempé era un grande illustratore i cui tratti mi affascinavano e che Patrick Modiano era un autore da Goncourt (vinto giusto dieci anni prima l’apparizione di questo libro),  da sceneggiature come quelle di “Lacombe Lucien” con Louis Malle e da canzoni, come quelle per Françoise Hardy.

Ma ho associato Modiano a questo mio libro del cuore solo molti anni dopo, quando avevo già letto i suoi libri e improvvisamente ho alzato gli occhi anche sul nome stampato sulla copertina di” Catherine Certitude” e ho sorriso, pensando a come anche in questo poetico testo per bambini si ritrovino certe sue atmosfere, certi silenzi, la scrittura tersa, Parigi, la madre artista, un padre pronto tutto per sopravvivere (proprio come quello dell’autore, ambiguamente in odore di collaborazionismo per fuggire alla deportazione). Anche se il libro nasce prima nelle ballerine disegnate da  Sempé su cui l’autore ha cucito una storia.

E ho sorriso anche pensando a come l’essenziale sia la storia, prima ancora di chi l’ha scritta o illustrata. Per me bambina infatti questo libro non aveva praticamente autori, era semplicemente la storia di Catherine e delle sue (poche) certezze, insieme alla sua personale visione del mondo: un mondo che lei attraversa con suo padre, di cui non sa bene definire il mestiere, in attesa di raggiungere la madre, ballerina a New York, la stessa carriera che poi intraprenderà. Un mondo che le appare ovattato e magico, leggero e quasi inoffensivo ogni volta che va a lezione di danza, dove è obbligata a togliersi gli occhiali. Ecco allora che questa doppia possibilità di guardare il mondo può essere utilizzata dalla protagonista a proprio piacere, a seconda delle situazioni o del comportamento degli adulti, come per isolare la voce di Monsieur Casterade che troppo domanda e volentieri recita poesie o per danzare meglio. Anche il papà ogni tanto toglie gli occhiali, spiegando alla figlia che nello sguardo senza lenti gli altri ritrovano una sorta di dolcezza e di appannamento che si chiama… charme! (Probabilmente ne aveva parlato con Marilyn Monroe che si ostinava a portar in giro la propria miopia strizzando gli occhi, perché era charmant!). In realtà serve a isolarsi dal troppo, dal ridondante, dall’eccessivo; a fare nido in quel che ci salva, sfumature senza spigoli.

Sempé on Pinterest. A proposito di Modiano.

Patrick Modiano – ill. Sempé, Caterina Certezza (trad. di Maria Vidale), Donzelli 2014, 96 p., euro 14