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La montagna più alta

20 Apr

Menzione speciale del Bologna Ragazzi Award 2018 nella categoria Opera Prima questo albo sulla montagna che mi è piaciuto poter segnalare la scorsa estate sul monografico di Andersen dedicato appunto alla montagna nelle sue varie sfaccettature. Ora è in traduzione italiana, affidata a Enrico Brizzi. Pierre Zenzius, specializzato in animazione cinematografica, ha scelto di raccontare l’ascesa di de Saussure alla vetta del Monte Bianco nel 1787: il titolo originale dell’opera è appunto “L’ascension de Saussure” perché al centro c’è quell’uomo raffigurato in codino e giacca rossa, mentre la montagna se ne sta sorniona sullo sfondo, a guardare, a lascirsi prendere, a lasciar raccontare l’impresa da una voce originale visto che l’autore sceglie di affidare la descrizione della salita al cane che trotta fedele accanto al geologo svizzero che si fregiò di essere il primo ufficialmente a conquistare quell’agognata cima. Il cane descrive, intuisce, si stupisce anche – visto che da lassù bisogna ancora scendere – del suo padrone che scoppia di felicità: quella che ti prende quando arrivi in alto, quando arrivi al punto che ti sei prefissato, quando realizzi un sogno. Le tavole dalle grandi dimensioni raccontano degli uomini: faticano, tengono lo sguardo alto, talvolta lo abbassano sulle mappe, ognuno ha il suo ruolo, ciascuno serve alla riuscita finale; parallelamente raccontano la montagna, protagonista silenziosa e incombente.

La storia però racconta tra le righe anche un altro tratto distintivo di molte imprese di montagna: la rivalità, la voglia di primato che – come in altri campi – rende gli uomi disposti a tutti. De Saussure, a cui chi ama la montagna e l’arco alpino in particolare deve molto per la sua monumentale opera “Viaggio sulle Alpi”, non fu in realtà il primo a raggiungere la cime del Monte Bianco; l’anno precedente infatti il medico di Chamonix, Michel Paccard, insieme all’esperto Jacques Balmat riuscì in un’impresa ancora più grande: toccò la vetta senza l’ausilio di corde, picozze o scale, pagando però l’alto prezzo della perdita parziale della vista a causa del riverbero della neve. Fu il denaro di Saussure a mettere in dubbio l’impresa, comprando Balmat perché dichiarasse falsa la versione di Paccard. Questo è ricordato nella prefazione di Brizzi e riporta a tante corse per arrivare in cima, a tante liti su versione diverse (si pensi al bello spettacolo di Roberto Anglisani su quell’altra epica storia che è a conquista del Cervino). Se poi volete ricordare le donne sul Monte Bianco, riprendete Una ragazza in cima.

Pierre Zenzius, La montagna più alta (trad. di Enrico Brizzi), Rizzoli 2019, 48 p., euro 18

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Una ragazza in cima

22 Nov

Dopo il fumetto Cattive ragazze, tornato da qualche mese in catalogo in veste grafica colorata e in un nuovo più agile formato, Sinnos procede nel racconto di figure femminili che, in anni in cui era impensabile, hanno creduto nei loro sogni e nella forza della volontà e sono riuscite a compiere quelle che allora, per una donna appunto, potevano esser ritenute imprese e che oggi invece sono norma o quasi. Ecco allora, in questa galleria di indomite ragazze, Henriette D’Angeville che nel 1838 scalò il Monte Bianco conquistandosi un posto nella storia e il nome di “fidanzata del Bianco”. Trent’anni prima di lei, Marie Paradis, giovane cameriera di Chamonix, fu portata in cima praticamente di peso; quella di Henriette fu invece una scalata a tutti gli effetti, organizzata nei minimi particolari, preparata con cura (non dimentichiamo che la contessa savoiarda aveva 44 anni quando s’incamminò verso la punta del Bianco) e soprattutto sognata da sempre. La passione per la montagna covava infatti in lei fin da bambina, alimentata da un costante contatto con la natura, da uno spirito anticonformista e dallo sguardo ben alto verso l’orizzonte in cui campeggiava sempre e comunque quella montagna amata. Le stesse basi che segneranno qualche anno dopo la scalata di Alessandra Boarelli, prima donna sul Monviso.

Brunetti mette sulla pagina il racconto sintetico del sogno, della preparazione e della scalata; così come il sottinteso delle voci in disaccordo, delle scommesse fatte sull’impresa, dell’incoraggiamento di chi crede possibile. Un omaggio a una donna che dovette superare non pochi ostacoli, e di certo i più difficili non furono quelli fisici della scalata; non dimentichiamo che, dopo la sua impresa, il ”Fédéral”, quotidiano di Ginevra, scrisse: ”Il nostro orgoglioso Monte Bianco deve sentirsi umiliato come non mai. Martedì 4 settembre, alla una e 25 minuti, ha visto la sua cima calpestata da un piede femminile”. Le illustrazioni di Marianna Coppo accompagnano il testo, a tratti in schizzi di volti e gallerie di oggetti che potrebbero stare nel taccuino di Henriette; particolarmente azzeccata la fila indiana di scalatori e portatori che apre il capitolo intitolato “Si parte!”.

Incontro questo libro mentre leggo Il desiderio di infinito, in cui Enrico Camanni racconta la vita di Giusto Gervasutti, “il fortissimo” dell’alpinismo italiano. Anche in queste pagine emergono storie simili a quella di Henriette, episodi che probabilmente l’avrebbero fatta indignare, ad esempioi Mary Virale che nel 1935 prende carta e penna e scrive protestando perché al giovanissimo e libero talento Alvise Andrich è stata negata la medaglia d’oro al valor atletico del Coni: forse perché in una delle vie dolomitiche appena aperte era legato in cordata con lei? O ancora quella della campionessa altoatesina Paula Wiesinger sempre nel ’35 indossa il pettorale e gli indumenti del compagno di Gervasutti infortunato per permettergli di continuare la corsa nel trofeo Mezzalama: al controllo medico per il cuore, ai 4200 metri del monte Castore, viene bloccata: il cuore è perfetto, ma lei è una donna. Sono storie che spesso han fatto la storia, che hanno segnato una possibilità prima forse immaginata da molte, ma improvvisamente concreta e mi piace anche che siano storie sovente sconosciute ai più, marginali: in questo Sinnos è stata sì apripista di un filone importante che ha trattato e continua a trattare con cura e con passione, ora molto frequentato. Questa originalità di proposta andrebbe premiata facendo circolare  tra i giovani lettori i libri di qualità, magari andando anche a ripescare anche tra le proposte editoriali di qualche anno fa, quando il genere non era all’ordine del giorno. Risulta talvolta imbarazzante il moltiplicarsi di collane che presentano, per lettori di età diverse, le storie di chi ha fatto la Storia, quasi fosse una gara al “celo, celo, manca”. Vero, il moltiplicarsi di un tema è comune, ma fa venire voglia di proposte originali. Nel moltiplicarsi di proposte il vantaggio però c’è: si può scegliere, si può badare alla scrittura, alle narrazioni riuscite.

Francesca Brunetti – ill. Marianna Coppo, Una ragazza in cima, Sinnos 2017, 93 p., euro 9,50