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Nella città una rosa

15 Giu

nella-città-una-rosaLa meraviglia. Se già i precedenti libri di Rumer Godden tradotti in italiano avevano colpito i lettori, in particolare penso a La bambina selvaggia, questa nuova proposta offre una sensazione di bellezza di scrittura e di capacità di raccontare ancora più alta. La prefazione di Jacqueline Wilson comincia con “Non so se Rumer Godden ha scritto Nella città una rosa per bambini o per adulti”: parla di bambini e di adulti, ma parla – vorrei dirvi io – ai bambini e agli adulti e, in modo sottile mi pare, ai bambini degli adulti e agli adulti di loro stessi.

Racconta della Londra del dopoguerra, del suo grigiore, di un parco pubblico protetto da una possente cancellata e dell’enorme, bruciante desiderio di una bambina di undici anni di avere un giardino, di piantare dei semi, di prendersi cura di una rosa. La madre di Lovejoy è nel mondo dello spettacolo e cambia spesso sede di lavoro, per cui l’ha lasciata in custodia 8o forse davvero solo lasciata) alla proprietaria della stanza che affittano, che vive con una scorbutica sorella e un marito chef che sogna un ristorante raffinato in un qua

 

rtiere dove nessuno lo nota. Lovejoy ha occhio per i particolari, pone molta attenzione agli abiti che indossa che sorreggono la dignità con cui si muove per il quartiere ed è tenace e ostinata. C’è qualcosa in lei che fa sì che il tredicenne Tim non riesca a dirle di no e cominci ad aiutarla nel ripulire una piccola area, faticosamente accessibile, dalle macerie della chiesa bombardata per creare un giardino. Poi c’è Sparkey, 5 anni, che sogna di entrare nella banda di Tim e si nutre dei macabri particolari della cronaca nera sui giornali che vende la madre; l’arcigna Miss Angela e sua sorella Olivia, così diversa da lei; padre Lambert che vede e cova il progetto dei ragazzi di nascosto. Ci sono le intenzioni, che nobilitano la causa anche quando sembra semplicemente un furto; c’è la terra, così potente da far crescere il desiderio di Lovejoy di veder fiorire i suoi semi, quella terra che dovrebbe essere di tutti, non proprietà privata e neanche in vendita. Ci sono appunto gli adulti, i loro comportamenti, il loro battersi o meno per i figli, ma anche i sentimenti, le rabbie e i pensieri profondi dei ragazzini protagonisti. C’è la capacità di saper vedere quel che i bambini hanno creato: bisogna abbassarsi al loro punto di vista per godere dell’impegno profuso e del sogno realizzato almeno per poco.

In più è un vero gioiello dal punto di vista della costruzione (considerate i primi capitoli dove entrano in scena  i personaggi in una concatenazione narrativa assolutamente fluida) e di descrizioni, a cui le scelte lessicali della traduttrice Marta Barone non hanno che giovato. Insomma, da non perdere.

Rumer Godden, Nella città una rosa (trad. di Marta Barone), Bompiani 2020, 407 p., euro 16

La bambina selvaggia

11 Mag

Questo romanzo è un classico. Lo è per il respiro con cui è scritto, per la facilità di scrittura che tesse una storia importante facendola emergere dal quotidiano di una cittadina, per il modo di tratteggiare i personaggi e regalare al lettore figure che rimangono nella memoria. Un classico lo è in Gran Bretagna, opera della romanziera e saggista Rumer Godden, vincitore del Whitbread Award nel 1972, divenuto poi un dramma radiofonico e una serie televisiva.  Un libro che vi fa venire voglia di leggerlo ad alta voce, di condividerlo, di riproporlo come una storia che viene da un altro tempo (sono gli anni Sessanta in realtà) e che non ha tempo, per cui rimarrà nei consigli di lettura come un classico, appunto.

Si racconta di Kizzy, zingara a metà, che vive con la nonna in un vecchio carrozzone in un frutteto, con un vecchio cavallo come migliore amico. Quando a sette anni vieni costretta a frequentare la scuola la odia subito: per come gli altri la guardano, per come le bambine la prendono in giro, mentre solo un ragazzo più grande, Clem, riesce a diventarle prossimo perché non la giudica. Il ritorno al suo mondo, al tè preso intorno al fuoco, alla cassetta di legno su cui sedersi mentre scende il buio sono la protezione verso il mondo che le è ostile. Poi la nonna muore, il carro viene bruciato come da sue disposizioni e Kizzy rischia di finire in istituto, visto che nessuno la vuole, e nell’immediato pure la polmonite. Verrà curata nella più grande casa del villaggio, dall’Ammiraglio Cunningham Twiss e dai suoi due aiutanti e poi affidata a miss Brooke, comparsa nel villaggio all’acquisto del cottage, dedita al suo giardino, eletta giudice di pace, donna che sa ascoltare e vedere. Kizzy non ha un carattere facile e la sua ostilità verso il mondo si concretizza in sguardi truci, sputi, graffi e ostinazione. Non fa nulla di imposto e teme la scuola per via delle botte e degli insulti che riceve dalle compagne. Kizzy ha il forte desiderio di poter comunque essere se stessa, quella che ama abbrustolire le mele sul fuoco, mangiare all’aria aperta e prendersi cura di un cavallo.

Un libro che dice di bullismo e accettazione, e dei pregiudizi verso chiunque scarti rispetto alla banale adesione alle regole decisa dalla società, mantenendosi fedele a se stesso. Il villaggio guarda con sospetto non solo Kizzy, ma anche miss Brooke e pure l’Ammiraglio sulla cui vita e sulla cui casa e sui cui aiutanti si inventano dicerie senza fondamento. Queste persone però sanno rimanere in piedi, nonostante le difficoltà; sanno mantenere la linea che hanno scelto, non dare troppo peso ai giudizi altrui e sanno insegnarlo anche alla protagonista, senza imporglielo, ma semplicemente vivendo nel quotidiano.

Rumer Godden, La bambina selvaggia (trad. di Marta Barone), Bompiani 2017, 201 p., euro 13, ebook euro 6,99

I giardini degli altri

11 Lug

More about I giardini degli altriDevo dire subito che la collana Rizzoli “Il cantiere delle parole” mi sta regalando delle piacevolissime sorprese e un buon tempo trascorso in compagnia dei suoi libri. Quello di Marta Barone non mi poteva non piacere fin dal’inizio, visto che c’è una casa al limitare del bosco, ci sono piante e fiori e alberi e soprattutto una “bambina-albero di radiosa aggressività” che appare seduta su un ramo al protagonista, si fa una risata da chiurlo e diventa protagonista anche lei.

Era estate e aveva una Nina davanti. Olivier arriva alla casa sul limite del bosco insieme alla sua mamma, scrittrice venuta a cercare un posto tranquillo dove trovare l’ispirazione e rimediare al ritardo nella cosegna delle bozze. Fin dal primo mattino incontra Nina, che in quel piccolo paese ci vive, che conosce i sentieri e il fiume, che è incaricata di dare da mangiare alla gatta del signor Zabarà, assente per qualche settimana, la cui casa nasconde inevitabilmente un mistero. Olivier ha undici anni, Nina li compirà in autunno: è l’estate tra la fine della scuola primaria e l’inizio delle medie, un’estate di libertà, di tempo vuoto fatto per nuotare, camminare, annoiarsi, scoprire, poltrire. Un’estate in cui incontrare un diario di quasi cent’anni prima, in cui avvicinarsi alla vita misteriosa di una ragazza che in un’epoca lontana ha abitato lo stesso giardino che loro attraversano. L’amiciza tra Nina e Olivier servirà a far luce sulla Camera delle Meraviglie, sul diario, sui manoscritti, ma anche sulle ombre e le fatiche che i due ragazzi vivono nel raporto coi loro genitori. E a capire quel che sostiene la mamma scrittrice: che ogni storia è un ritorno.

“Non lo so, Olivier. è sempre molto difficile entrare nei giardini degli altri. Ti puoi far male scavalcando il cancello, o non voler guardare quello che c’è dentro. A volte sono pieni di dolore, ma anche di cose belle e speciali. Tu hai trovato delle cose belle e speciali nel giardino di questa persona?” ” Sì” sussurrò lui. ” E allora non c’è ragione per cui non avresti dovuto incontrarla. è tutto qui il senso. è tutto qui”.

Marta Barone, I giardini degli altri, Rizzoli 2011, 159 p., euro 9,90.