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Un sogno sull’oceano

8 Lug

Lo penso da quando ho ricevuto il comunicato stampa; so che questo libro conterrà una storia che conosco e racconto talvolta.

Ma andiamo con ordine: il libro innanzitutto. Ballerini confeziona una storia crossover che parla di emigrazione di ieri per parlare di quella di oggi. C’è una barca e non è certo un barcone come quelli che ci racconta la cronaca odierna, ma il mitico Titanic con i suoi saloni lussuosi, gli stucchi, le signore eleganti della prima classe, le persone famose che salgono a bordo a Southampton il 9 aprile 1912. Ma il Titanic porta sul mare tanti sogni di emigranti: quelli che hanno lasciato le loro terre per cercare fortuna altrove e in particolare, in questo caso, uomini italiani che hanno lasciato valli dove non c’era lavoro, famiglie che necessitano di aiuto per guadagnare lontano, con la speranza di tornare, chi per riprendere l’attività di famiglia, chi per sposarsi. Per ricordare le vicende degli italiani emigranti in cerca di fortuna, l’autore riprende una storia affascinante: quella del pavese Luigi Gatti, ristoratore di successo con due famosi ristoranti Ritz a Londra, che gestì anche i lussuosi ristoranti di due transatlantici come l’Olympic e il Titanic. Il lettore lo vede impegnato nella scelta della sua brigata, cuochi, camerieri e compagnia, scelti principalmente tra giovani migranti italiani. Alcuni di loro (realmente esistiti perché le persone che compaiono in questo libro – passeggeri o lavoratori – sono stati davvero passeggeri sul Titanic) vengono scelti da Ballerini perché raccontino in prima persona: in un alternarsi di voci si conoscono i loro pensieri, le speranze, le lettere e cartoline che mandano a casa, le ferree regole sociali a cui sono sottoposti, i pregiudizi a cui devono far fronte, gli stereotipi appiccicati a chiunque sia italiano. E poi, al momento dellle scialuppe in mare e dei tentativi di salvataggio, vengono chiusi dentro il ristorante perché non c’è posto per loro e manco viene preso in considerazione che possano essere salvati: sono gli ultimi, e gli ultimi muoiono insieme al loro capo che non li abbandona e muiono mangiando bene, guardando gli stucchi eleganti perché è l’unica cosa che si possa fare.

Al fondo del libro un’appendice racconta le persone citate (i responsabili della nave e i passeggeri come Guggenheim, Astor, lo scultore Portaluppi), parla di Gatti e dei camerieri a cui si dà voce e poi fa un elenco per rendere omaggio agli altri italiani membri della brigata del Ritz, di cui si sa quasi nulla perché non erano registrati su nessuna lista ufficiale. Nell’elenco dei 28 nomi con relativa provenienza figura Battista Bernardi, anni 22, di Dronero (Cuneo). Che in realtà all’anagrafe era Giovanni Battista Bernardi, chiamato Marcèl e detto Poulo (ché dalle mie parti in quanto soprannomi e stranòm andiamo forte!), ed era di Roccabruna, comune accanto a Dronero, della borgata Nouràt precisamente. In queste mie valli, ogni paese o borgata era caratterizzata da un mestiere e da una zona specifica di emigrazione (in Francia, appena oltre la montagna); ai Nouràt erano camerieri in Provenza e a Parigi. E Marcèl , da Parigi a Londra, si imbarcò come cameriere sul Titanic e figura lì, sulla foto della brigata di Gatti scattata alla partenza. Morto in mare e sepolto ad Halifax, il suo nome, la sua fine quasi leggendaria veniva raccontata in valle per memoria di chi ha conosciuto la sua fidanzata e tramite piccoli episodi, come quello della madre che si svegliò di botto invocando il figlio proprio nel momento in cui il Titanic collideva con l’iceberg. La sua storia è stata ricostruita qualche anno fa da Renato Lombardo e la potete leggere qui; è una di quelle che mi piace intrecciare nei laboratori che raccontano di queste valli fatte di immigrati stagionali o per sempre: acciugai, raccoglitori di capelli, colporteur, camerieri, muratori, incantatori di marmotte e giganti da esibire nei circhi e nei teatri. E allora che piacere trovare questa storia “mia” tra le righe di un’altra storia.

Luigi Ballerini, Un sogno sull’oceano, San Paolo 2019, 217 p., euro 14,50

Tutto il cielo possibile

17 Giu

Più riguardo a Tutto il cielo possibile

Adele e Lorenzo si rifugiano in un giorno di fine agosto nella stessa latteria, per mettersi al riparo da un temporale mentre aspettano che apra il teatro per iscriversi a un corso che entrambi vogliono seguire. Non si conoscono, non sembrano avere altro in comune che quel corso, anche se in realtà un filo c’è ed è fatto di rabbia.  La rabbia di Adele è palese; fa rumore di porte sbattute, di pensieri in subbuglio, di parole non dette; ha un obiettivo ben preciso: sua madre, che sta per risposarsi, che è vissuta in una casa-museo per tanti anni, da quando il padre della ragazza è morta (Adele aveva appena tre anni). La rabbia di Lorenzo ha motivi celati; si incanala nei pugni chiusi, nei muscoli che si tendono.

Subito si innesca l’espediente del racconto: il locale in cui sono entrati, la radio, la musica sono un varco che apre la possibilità di andare indietro nel tempo, in anni diversi, per permettere ad Adele di affrontare la perdita di suo padre e di scoprire davvero che cosa ci sia dietro la sua morte presunta in mare. I ragazzi finiscono nel 1999, nel 1996, nel 1989 e ritornano sistematicamente nel presente per intrecciare fotografie, avvenimenti, sospetti, camminando sempre sul filo della verità. Tutto subito mi ha infastidito l’andirivieni nel tempo, forse perché tanti romanzi lo usano, ma probabilmente è il meccanismo esatto per permettere al quadro completo di ricomporsi sulla pagina, per permettere ad Adele di vedere tutte le diverse facce della vicenda famigliare che sta affrontando, per farle vedere che non tutto è come sembra, che certi pezzi di passato sono come la polvere: c’è ma non la vedi, a meno che la luce non la investa di sbieco e la riveli agli occhi (p. 42). E così anche per Lorenzo: la sua rabbia ha un nome, un motivo, un perché.

Il romanzo usa una delicatezza nel presentare le cose che non nasconde, non bara, semplicemente dice bene. E dice tutto. Perché questa storia (che poi è una storia del crescere, dello scoprire un altro, dello scoprirsene innamorati) dice di come a volte le persone possano avvelenare piano piano le vite degli altri; di come il coraggio sia spesso lasciare vedere le proprie paure e le proprie fragilità e lasciarsi amare come dice Lorenzo. E di come la verità – bella e faticosa – renda migliori.

Luigi Ballerini – Benedetta Bonfiglioli, Tutto il cielo possibile, Piemme 2013, 204 p., euro 15