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Quel che resta di te

25 Giu

More about Quel che resta di tePenso di aver ricevuto molte delusioni dagli adulti: da genitori che non ascoltano, da insegnanti che se ne infischiano e da estranei che suppongono. Ma quello di oggi pomeriggio era stato un autentico tradimento. Era terribile pensare che Ross sarebbe rimasto deluso dal suo stesso funerale.

Il pomeriggio a cui si riferisce Blake, voce narrante di questa storia, è quello del funerale del suo migliore amico Ross, un funerale deludente e ipocrita, dove sono state dette parole che sarebbero andate bene per chiunque e nulla ha reso davvero l’idea di quel che Ross era. La delusione cocente scatena in Blake, Sim e Kenny, legati da anni da una forte amicizia, una sete di vendetta che si traduce in enormi scritte sulle case e sulle auto delle tre persone a loro modo di vedere più ipocrite di tutti: il professore che ha umiliato Ross davanti a tutti, il bullo che l’ha pestato a sangue e la ragazza che l’aveva appena lasciato. Improvvisa però l’idea di poter fare ancora meglio: rubare le ceneri dell’amico e portarle a Ross, minuscolo paesino della Scozia, dove lui vagheggiava sempre di andare.

Comincia così una fuga, piena di rabbia e di risentimento per gli adulti, desiderosa di ricordare Ross e la sua voglia di raccontare storie, densa di nostalgia perché è anche la presa d’atto che lui davvero non c’è più. Una fuga da un treno all’altro, con incidenti di percorso, buffi incontri, lanci col bungee jumpy, allusioni, bugie e scoperte non sempre piacevoli. Perché non tutto è quel che è se non puoi essere davvero te stesso, perché nessuno di loro è stato davvero sincero con gli altri, perché voler portare a Ross quel che resta di Ross è forse solo il desiderio di rattoppare gli errori di prima.

Un libro che mette a nudo con ironia ritratti veri di adolescenti arrabbiati e che ha dato origine a un adattamento teatrale in un laboratorio con adolescenti. Di Keith Gray potete leggere in italiano anche un racconto, quello che apre La prima volta, di cui abbiamo parlato qui.

Keith Gray, Quel che resta di te (trad. di Simona Brogli), Piemme Freeway 2012, 291 p., euro 15

La prima volta

2 Nov

More about La prima voltaScrollo le spalle. “è quel genere di storia. Certe parole sono necessarie perché questa è vita vera, ma non si possono usare apertamente perché siamo troppo giovani per leggere nero su bianco quello che nella realtà già facciamo, capito?”

La prima volta. Sì, quella prima volta lì. Che dà il titolo a questo libro “quello con le mutande in copertina?”, come mi hanno chiesto in libreria. Sì, quello con le mutande in copertina insieme a una banana, ma – per dire – ci sono anche dei calzini sulla copertina… Questo libro è una raccolta di racconti di alcuni dei maggiori scrittori britannici per adolescenti che parlano della perdita della verginità a modo loro, senza moralismi, con parecchia ironia ma anche con spietato occhio sulla nuda realtà. Ci sono le voci di Melvin Burgess, Anne Fine, Keith Gray, Mary Hooper, Sophie McKenzie, Patrick Ness, Bali Rai e Jenny Valentine (e le sfumature dei loro otto diversi traduttori) che offrono differenti sguardi, punti di vista, conclusioni. Ci sono voci di maschi e di femmine; ci sono tentennamenti di adolescenti, saggezze di persone anziane, ricordi di prof, imbarazzi di genitori, vite da anni e Paesi lontani. Ci sono padri che fanno discorsi ai figli pretendendo per l’imbarazzo che questi ultimi non li guardino in faccia, ma si guardino i piedi. Ci sono ragazzi che si chiedono quale sia il plurale di “gay”, c’è il potere delle parole, la forza della poesia e anche i rovesci della medaglia (tipo quando ti rendi conto che forse, a giocarti la carta giusta, adesso usciresti tu – e non James – con Drew e che non avevi mai notato prima quanto lei fosse bella). C’è sesso e c’è amore, c’è silenzio e c’è attesa.  Ci sono  le differenze di età, le differenze di intenti, le differenze tra gli Eddy e i Danny. C’è quello che perdi. E quello che trovi. Perché è trovare il resto che è importante.

Uno dei racconti, quello scritto da Patrick Ness e da cui ho tratto la frase riportata qui in alto, è tutto strisciato di nero: ci sono parole, paroline, parolacce e intere frasi cancellate, nascoste dietro spessi tratti neri che stanno a significare proprio quel che dice il protagonista: che certe parole non si possono usare, perché provocano imbarazzo negli altri o negli adulti che ci stanno intorno, che ci vedono leggere questo libro o acquistarlo o prenderlo in prestito. Il che mi ha ricordato una sensazione già vissuta: così sono andata sull’opac SBN e ho contato in quante biblioteche civiche italiane fosse presente al prestito “Il chiodo fisso” di Burgess, pubblicato per Mondadori nel 2005:  sono 112. Ogni volta che incontro qualcuno che pensa che quel libro non sia da proporre ai ragazzi, che l’autore l’abbia scritto per vendere dato l’argomento, mi chiedo se l’ha letto fino in fondo. Se ha dato ascolto alle diverse voci dei differenti ragazzi e ragazze che ci sono in quelle pagine, se si ricorda i pensieri, le paure, i tentennamenti di quell’età. Perché quel libro, come questo, è un libro necessario (tanto per riprendere la voce del protagonista di cui sopra). Perché questa è vita vera. Quando è buffa, quando è drammatica, quando è diversa da come ce la aspettavamo. Nel peggio, ma anche nel meglio… Facciamo che tra un anno vado a contare quante biblioteche pubbliche hanno a scaffale “La prima volta”…

La prima volta, a cura di Keith Gray, Rizzoli 2011, 250 p., euro 12,90