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Il bambino in cima alla montagna

29 Gen

bambino in cima alla montagnaLe tre parti della storia narrata in questo nuovo romanzo da Boyne mi sembrano corrispondere quasi a tre livelli narrativi che suscitano nel lettore diverse reazioni.

La storia è quella di Pierrot, un bambino nato a Parigi da madre francese e padre tedesco, che il lettore conosce nel 1936 quando ha sette anni. Vive con la madre e ha un amico sordo con cui comunica nella lingua dei segni: Anshel sogna di diventare scrittore e fa leggere all’amico tutto quel che scrive. La vita di Pierrot è stata scandita dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, che ha minato la salute del padre e lo ha consegnato alla famiglia tormentato da incubi e da ricordi che cerca di affogare nell’alcol fino a diventare violento nei confronti della moglie. Poco tempo dopo però anche la madre di Pierrot muore e la famiglia di Anshel non può permettersi di adottarlo: non è solo un problema di denaro, ma anche del rendersi conto che, in quanto ebrei, stanno cominciando ad essere malvisti e vessati. Pierrot finisce allora in orfanotrofio, da cui partirà dopo pochi mesi per raggiungere l’unica parente ancora in vita, la sorella del padre che è governante in Austria al Berghof, la casa di vacanze di Adolf Hitler. Lì il ragazzo cresce, in una vicinanza sempre più stretta al dittatore che lo conquista alle sue idee e lo trasforma – divisa e convinzioni – in un adolescente fanatico, pronto a denunciare la zia e gli adulti che lo hanno cresciuto in quella casa e a fingere di non conoscere il piano piano della soluzione finale che i nazisti mettono a punto proprio in quella casa.

Il libro ha il pregio di mettere in luce le diverse posizioni, di descrivere personaggi storici (compresa la visita a Berghof del duca di Windsor e di Wally Simpson) e di presentare idee contrarie e prese di posizioni resistenti da parte di chi – personale di servizio, abitanti della cittadina, compagni di classe del protagonista – comprende, si indigna e sceglie di resistere a suo modo arrivando a rimetterci la vita. Le parti meglio riuscite sono sicuramente quelle che descrivono il quotidiano, la prima parte su tutto, il che ci fa pensare al precedente romanzo di Boyne, Resta dove sei e poi vai, dove è notevole la capacità di restituire la vita quotidiana della popolazione londinese durante gli anni della Prima Guerra Mondiale. Insomma, lo vorresti un po’ tagliare a pezzi questo romanzo e salvarne le parti che risultano più vere e di qualità, mentre l’insieme paga anche la sensazione di trovata commerciale della copertina che, con quel filo spinato che la divide a strisce e con quell’inizio di titolo, non può non strizzare l’occhio e richiamare quella de “Il bambino del pigiama a righe” che ha regalato il successo internazionale all’autore. Ma che non è certo la chiave di lettura del suo scrivere; anzi, c’è chi – a causa di quel titolo – ha messo una croce su Boyne, senza considerare gli altri sui romanzi: vi invitiamo a riprendere in mano invece Che cosa è successo a Barnaby Brockett?, sicuramente uno dei romanzi più preziosi degli ultimi anni.

Il sito di Boyne.

John Boyne, Il bambino in cima alla montagna (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2016, 286 p., euro 15, ebook euro 8,99

Resta dove sei e poi vai

25 Nov

resta

John Boyne racconta la Prima guerra mondiale (così poco presente nei libri per ragazzi in confronto alle vicende della successiva) attraverso gli occhi di un bambino di nove anni e lo spaccato di una strada di Londra in cui vivono i protagonisti. I combattimenti iniziano il 28 luglio 1914, il giorno del quinto compleanno di Alfie Summerfield, quando i suoi genitori, i vicini di casa e la sua migliore amica Kalena si ritrovano per festeggiarlo. Ma quattro anni dopo tutto è cambiato: la guerra non è finita per Natale e pare non debba finire mai; il padre di Alfie, arruolatosi volontario, è stato al fronte ma non da più notizie da un anno; la madre è infermiera in ospedale, ma cuce e fa il bucato per altre famiglie pur di guadagnare qualcosa; Mr Janáček, trasferitosi a Londra da Praga molti anni prima, e sua figlia Kalena sono stati deportati sull’Isola di Man in quanto “persone di particolare interesse”.

Alfie fa il lustrascarpe alla stazione tutti i giorni (tranne il lunedì e il giovedì, quando a scuola ci sono storia e lettura, le sua materie preferite; e la domenica dedicata al riposo), fiuta l’aria, aguzza gli occhi e dubita. Non crede che suo padre sia in missione segreta e infatti lo ritroverà in un ospedale nel Suffolk dove vengono curati, nascosti agli occhi dell’opinione pubblica, i soldati traumatizzati dal fronte e dalle trincee. Con la forza e l’incoscienza dei suoi nove anni deciderà di risolvere a suo modo la situazione.

In questo libro c’è posto per raccontare come la guerra segna il quotidiano, il dolore e l’orrore delle lettere

kalenaspedite dal fronte, le storie di chi tornò dalle trincee distrutto non solo fisicamente; c’è spazio per le scelte diverse che possono essere fatte e per quanto costa l’obiezione di coscienza a persone come Joe Patience, padrone di se stesse e delle proprie idee; c’è posto per la vicenda di persone di origini tedesche, russe, austro-ungariche che furono portate via dalle loro case perché “di particolare interesse” e che suona tanto attuale (come nella pagina che riporto qui a fianco); c’è posto per il caso che fa chiacchierare Alfie col primo ministro e per il destino che fa volare in aria i fogli che gli permettono di associare il nome del padre a quello di un ospedale.

C’è spazio per la potenza delle caramelle alla mela, dell’ostinazione e di quel “miglior motivo al mondo” – l’amore – che il signor Janáček ha spiegato ad Alfie e che viene nelle pagine del libro declinato in tanti modi. Ha scritto Eoin Colfer a proposito di questo libro: “It is an instant classic that once read will never be forgotten”.

Il sito dell’autore. La copertina, il ritratto dell’autore e il lettering di titolo e titoli dei capitoli sono di Oliver Jeffers.

John Boyne, Resta dove sei e poi vai (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2013, 254 p., euro 15

P.S. Spiega una nota del traduttore in chiusura di libro che i titoli dei capitoli rimandano a canzoni popolari tra i soldati britannici durante la guerra(alcune utilizzate per un film e un testo teatrale antimilitarista che sarà rimesso in scena a Londra per il centenario dello scoppio della Prima Guerra mondiale). La scelta è stata quella di mantenerne il titolo anche nella traduzione “e, dove possibile, il nome degli autori”. Ma di autori non ne figura neanche uno…).

Che cosa è successo a Barnaby Brocket?

23 Nov

Solo perché la tua versione di normale non coincide con quella di un altro, questo non significa che tu sia fatto male.

Barnaby Brocket nasce e subito fluttua. Non nel senso di Pimpi che spiega a Winnie Pooh che lui non pesa, ma flutta; il piccolo Barnaby va in senso contrario alla legge di gravità e come lo si lascia andare finisce sul soffitto. Per presentarlo a fratello e sorella, il loro papà usa lunghe frasi per dire che il nuovo arrivato in famiglia “è un po’ diverso da noi” e i bambini si chiedono se abbia due teste o la coda. Con la semplicità dei piccoli sanno semplicemente che è il loro fratello, mentre per otto anni i genitori lo tengono nascosto il più possibile finché decidono di lasciarlo andare, di tagliare i lacci del grande zaino che lo tiene assicurato a terra e di liberarsene (sì, esatto. Eliminarlo dalla loro vita). Comincia così un lungo viaggio intorno al mondo che altro non è che un catalogo di persone considerate e guardate come diverse: chi ha malformazioni fisiche, chi non corrisponde alle aspettative dei propri genitori, chi ha diverse inclinazioni sessuali, chi devia dai binari che la sua famiglia gli ha predisposto per la vita, chi sta per morire e ha deciso di concedersi una pausa dal quotidiano. Un elenco di “mostritudini”, una lista di imbarazzi da parte di chi guarda e incontra, un catalogo di storie (non sempre belle, spiega Charles con la sua faccia devastata dalle ustioni. “Ma se a te non dispiace raccontamelo” ribatte pronto Barnaby). Dove tra le altre cose ci sono Mr Cody che aveva stretto la mano a Roald Dahl, un viaggio in mongolfiera, una lunga coda in biblioteca per ascoltare il proprio scrittore preferito. E dove si dice che alcune persone non riescono ad accettare le cose di cui non hanno esperienza. Di come a volte pensi sia semplice accettare e fare come sempre e invece è il mondo intorno, col suo modo di guardare, i suoi stereotipi, i suoi parametri idioti, che ti rende tutto difficile.

Leggo questo libro e so benissimo dove Jeffers vuole andare a parare, dove mi sta portando. So che la storia è anche troppo scoperta e nuda e che probabilmente in altre situazioni, in altri testi mi darebbe fastidio pensare che l’autore sta ribadendo che ognuno è com’è e che la normalità è un’invenzione. Ma qui non mi dà fastidio. Forse perché è davvero leggera come una fiaba (e nuda come una fiaba nel senso di cruda; non edulcora certi particolari, non nasconde). O perché la leggerezza di Barnaby non è solo un fatto fisico; gli sta nello sguardo e in quel candore che lo fa scendere dal pero in alcune situazioni, quando gli altri strabuzzano gli occhi e lui capisce un secondo dopo. Non perché sia tardo, ma perché a certe cose non presta attenzione. E non per incuria, ma perché sono così (sono la loro realtà, direbbe lui) e la sua curiosità è solo quella di chi sa ascoltare. A me ricorda il piccolo Bertie di McCall Smith (44 Scotland Street, Guanda) che vorrebbe solo essere se stesso (e potersi macchiare di ketchup e giocare a rugby).

Anche per questo libro di Boyne, come già per “Il bambino con il cuore di legno”, la copertina è illustrata da Oliver Jeffers, che però semina ritratti e disegni anche lungo tutte le pagine. Io ho letto questo testo in e-book e devo dire che in modalità notturna le sue illustrazioni risultano ancora più affascinanti.

Ecco qui Boyne e Jeffers ieri sera prima dell’Irish Book Award, nella cui short list figurava il libro. Il premio è andato a Eoin Colfer per “Artemis Fowl. The Last Guardian” e a Jeffers con “The Moose Belongs to Me”. Barnaby Brocket è in lizza per la Canergie Medal 2013: chissà com’è vista dall’alto 🙂

Ultimo: il titolo originale di questo libro suona come “la cosa terribile che è successa a BB”. Dove “la cosa terribile” ha sicuramente tanti significati diversi a seconda di chi la considera…

John Boyne – ill. di Oliver Jeffers, Che cosa è successo a Barnaby Brocket? (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2012, 306 p., 15 euro

Il bambino con il cuore di legno

26 Ott

More about Il bambino con il cuore di legnoNoah Barleywater se ne andò di casa al mattino presto, prima che il sole sorgesse, prima che i cani si svegliassero, prima che la rugiada finisse di posarsi sui campi.

Noah se ne va di casa perché da un po’ di tempo a casa succedono cose particolari (gli è permesso andarse improvvisamente da scuola a metà mattina; ha visto una spiaggia trasferirsi a bordo di una piscina; sua madre lo ha svegliato perché vedesse l’alba al freddo e al gelo), perché non ha voglia di dare una risposta a una domanda che gli gira dentro, perché ha deciso che a otto anni è pronto per vivere una grande avventura indimenticabile. Noah se ne va perché scappare è più semplice che vivere. Quando esce dal suo villaggio improvvisamente il mondo si fa singolare: alberi che sembrano spostarsi, mele che tremano di paura sui rami, bassotti che parlano, asini che reclamano il loro quindicesimo pasto quotidiano a gran voce. Finché entra in un negozio di giocattoli e incontra uno strano vecchio che da ragazzo è stato il più grande campione di corsa che sia mai esistito, che non ha mai avuto la mamma ma un papà molto amorevole e un vicino di nome Mastro Ciliegia (!) e che ha passato la vita ad intagliare marionette. E mentre mangiano pranzo in quel magico negozio dove gli oggetti hanno vita e un nome, l’uomo racconta a Noah la sua vita, attraverso una serie di marionette che escono da un baule, fino a convincere il ragazzo a tornare indietro. Questo libro, sospeso tra il dolce e il triste della storia di Noah e il mondo magico delle favole, ci racconta che certe cose a volte bisogna proprio dirle, che non bisogna aver paura della parole (mucchietti di lettere messe insieme a caso), che certe cose possono non sembrare interessanti, ma solo perché non le si guarda come si dovrebbe. E che quando si entra nella vita di qualcuno (anche quando lo si fa aprendo una vecchia scatola di legno) lo si deve fare con la massima cura.

“Posso aprirla?” chiese dopo aver deciso che la cosa più semplice era andare diritto al punto. “Posso vedere che cosa c’è dentro?”.  Il vecchio aprì la bocca per rspondere ma poi distolse lo sguardo, perplesso, come se non fosse sicuro di volere che la sua scatola dei ricordi fosse aperta al mondo esterno. (…) Alla fine, il vecchio tornò a guardarlo negli occhi e gli sorrise, con un lieve cenno del capo. “Se vuoi sì” disse piano “solo, abbi cura della cose che troverai. Sono molto preziose per me”.

Il sito di John Boyne, autore anche de La sfida e de Il bambino col pigiama a righe. Il sito di Oliver Jeffers che ha fatto le illustrazioni della copertina e quelle interne e di cui avevamo parlato qui.

John Boyne – ill. Oliver Jeffers, Il bambino con il cuore di legno (trad. di Stefania Di Mella), Rizzoli 2010, 249 p., euro 15.

La sfida

7 Apr

More about La sfidaLa mamma era lì, davanti a lui. Non lo guardava negli occhi ma non guardava neanche per terra. Era come se stesse fissando una macchia sulla parete alle spalle del papà, e non avesse intenzione di distogliere mai più lo sguardo di lì.
Accanto a lei c’erano due poliziotti. (…) erano tutti molto seri. Non bisognava essere dei geni per capire che era successo qualcosa di brutto.

In un pomeriggio d’estate, in cui Danny si è goduto la casa stranamente vuota e tutta per lui, improvvisamente tutto cambia: i poliziotti che la sera riaccompagnano a casa la mamma spiegano che c’è stato un incidente, la madre ha investito un ragazzino che di colpo  le ha attraversato la strada e ora lui, Andy, è in coma all’ospedale. L’equilibrio della famiglia di Danny va in pezzi, come del resto quella della famiglia di Andy, che Danny va a spiare per vedere com’è. Per poi scoprire che la sorella del bambino viene a spiare casa sua per lo stesso motivo. Tra Danny e Sarah nasce un’amicizia, un legame dettato dalla situazione impensabile che si è creata, un’amicizia che nessuno capisce e che tutti ostacolano. Un’amicizia che avvolge il segreto di Sarah sul pomeriggio dell’incidente.

Questo è il sito di John Boyne, autore de “il bambino col pigiama a righe” e de “il ragazzo del Bounty”. Lo abbiamo incontrato a Bologna, a Bolibrì, dove stava raccontando a un gurppo di ragazzi che il libro che Danny legge – David Copperfield – è in assoluto il suo libro preferito di quand’era ragazzo. Un libro che ancora adesso, ogni tanto, va a rileggersi. Sta scrivendo un nuovo libro che sarà pronto per l’autunno.

John Boyne, La sfida (trad. di Stefania Di Mella), Bur extra 2010, 103 p., euro 10.