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80 miglia

22 Mag

80migliaCi sono libri nati per essere letti ad alta voce. Dentro ci senti la voce dell’autore e, se lo conosci, puoi immaginartelo che parla, gesticola, conquista con le sue parole i giovani lettori che ha di fronte. Leggendo il primo capitolo di questo romanzo davanti a centoventi ragazzi stretti in uno dei laboratori del Bookstock Village al Salone del Libro di Torino giusto una settimana fa, Antonio Ferrara ha suggerito che questa storia viene da lontano e porta con sé echi di leggende e racconti, dell’epopea che narra a conquista del West, vista in queste pagine da un punto di vista particolare: la conquista di nuove terre attraverso la colonizzazione e la costruzione della ferrovia da parte della Union Pacific.

Il treno la fa da padrone: la grande locomotiva affascina Billy che un giorno ci salta su, abbandonando la famiglia e seguendo gli operai che si spostano di ottanta miglia (la distanza massima permessa dall’autonomia di vapore del treno) e in ottanta giorni danno vita a una stazione dove già qualcuno si è insediato dando all’agglomerato che diventerà una nuova città nomi di speranza come Hopeville, Golden City, Blue River. C’è un  mondo nuovo attorno, un mondo in movimento, ci sono nuovi amici, una ragazza che sembra non aver paura di niente, territori sconosciuti e altri modi di intendere la natura e la vita: l’incontro con i nativi che diventa uno scontro, la figura di Buffalo Bill entrano nella storia e aprono spiragli per cercare altre storie, per soddisfare curiosità.

Il motore di tutto è però la parola: ad affascinare Billy tanto quanto il treno infatti è la figura di Joe, che la sera racconta al saloon di quelle terre che stanno ottanta miglia più in là, dove se sputi il mattino dopo trovi l’insalata fresca, dove i cavali selvaggi sono tanto docili che basta un fischio per catturarli, dove il cielo è più blu di tutti gli altri cieli. Joe fa entrare chi ascolta nella spirale del racconto, gli fa letteralmente vedere – grazie alla potenza delle parole – quel che dice e la gente parte. Billy procede in bilico: sa che molte sono bugie e sa parimenti la forza che ha un sogno acceso nel cuore delle persone, che spinge a mangiare polvere per chilometri, a posizionare traversine e rotaie, a non guardarsi indietro.

E appunto potete usare la forza delle parole leggendo ad alta voce alcuni brani nei percorsi di lettura, lasciando in sospeso il racconto e consegnando il libro ai ragazzi perché seguano i sogni dell’Ovest e lo sguardo di Billy.

L’illustrazione di copertina, particolarmente d’effetto, è di Iacopo Bruno. A proposito di Antonio Ferrara.

Antonio Ferrara, 80 miglia, Einaudi Ragazzi 2015, 131 p., euro 11

In piedi nella neve

19 Feb

9788866562368

Attraverso gli occhi di una ragazzina questo libro ripercorre i mesi successivi all’Operazione Barbarossa voluta da Hitler nel 1941, con l’invasione nazista dell’Ucraina, la resistenza partigiana per le vie di Kiev, la riduzione dei civili ucraini in “sub-umani” al servizio dei tedeschi, il massacro degli ebrei uccisi a freddo e gettati nel Babij Jar ai margini della città, la fuga verso Odessa e la salvezza per chi poteva permetterselo.

Sasha non è però una ragazzina qualsiasi, bensì la figlia di Nicolai Trusevyč, il portiere della Dynamo Kiev, la squadra più forte del Paese. La incontriamo nel 1942, nei mesi finali del suo anno scolastico che sta scivolando verso le vacanze estive; la sua famiglia vive in un alloggio di fortuna, dopo aver perso la casa durante i primi attacchi nazisti e suo padre lavora nel panificio sottostante: insieme ai compagni di squadra, ha combattuto nelle file della Resistenza per difendere la propria città, è stato catturato dai tedeschi e rinchiuso nel campo di Danzica, da cui è uscito solo dopo aver firmato una dichiarazione di lealtà al regime nazista ed ora è un prigioniero di guerra. Impasta e inforna ogni giorno accanto ai compagni di squadra, assunti da un grande tifoso convinto di poter far rinascere la squadra di calcio, anzi iscriverla al campionato cittadino organizzato dagli invasori.

Il libro racconta la settimane che precedono le partite, quegli incontri che i giocatori ucraini dovrebbero sistematicamente perdere per aver salva la vita, ed in particolare il match del 9 agosto, quando i giocatori sfidarono a viso aperto il regime, scendendo in campo con le divise rosse come la bandiera del loro Paese, gridando “Fitzcult Hurà!” (“Viva la cultura fisica” con quell’ “Hurà” che ricorda il grido dei soldati dell’Armata Rossa) anziché fare il saluto nazista. Parallelamente racconta il punto di vista della protagonista, il suo desiderio di giocare a calcio nonostante sia una femmina, i divieti, le paure, la grande amicizia con una coetanea di origine ebraica, la fatica di crescere, la scoperta del primo amore.

Una buona lettura che invita i giovani lettori a conoscere episodi storici di cui sicuramente poco conoscono, un modo per spostare il baricentro dell’analisi della Seconda Guerra Mondiale rispetto ai temi e alle aree geografiche che di solito vengono trattati coi ragazzi; sono tanti i temi che l’autrice mette in testa e intorno alla sua protagonista, forse in alcuni casi avrebbero meritato un respiro più ampio per coinvolgere maggiormente il lettore senza lasciare molto detto solo in superficie.

La “partita della morte” ha ispirato diversi lungometraggi, tra cui il celebre Fuga per la vittoria (1981) che stravolge però ambientazione e cronaca storica e il più recente e controverso film russo Match, uscito nel 2012.

L’illustrazione di copertina è di Iacopo Bruno.

Nicoletta Bortolotti, In piedi nella neve, Einaudi Ragazzi 2015, 181 p., euro 11

L’isola dei libri perduti

11 Set

l'isola dei libri perdutiScrutano il mondo dall’alto di quella che pare una fortezza i quattro protagonisti sulla copertina di questo romanzo: chi a occhio nudo, chi servendosi di un binocolo, chi indicando un punto preciso all’orizzonte. Sono nel punto più alto della loro isola, collegata alla terraferma solo attraverso un istmo di terra percorribile durante la bassa marea. Una terraferma su cui è vietato recarsi e da cui non arriva nessuno: se davvero la loro isola è così interessante come chi comanda vuol far credere, perché nessuno arriva mai in visita, perché nessuno ci si trasferisce? Questa è la domanda che tormenta i ragazzi, insieme all’interrogarsi su come sia il mondo al di là del mare e su cosa significhino davvero le regole imposte da chi governa.

Sull’isola infatti è proibito leggere libri e informarsi sui quotidiani; si possono leggere solamente istruzioni, avvertenze, comunicazioni di servizio e pochi testi obbligati imposti dalla scuola; i libri sono stati distrutti anni prima e solo la caparbietà di due dei protagonisti a leggere delle vecchie mappe e ad interpretarle fornisce un possibile scenario di quel che è successo e di quel che è possibile. Ci sono case chiuse da anni, abbandonate, passaggi segreti, cunicoli sotterranei. Allora esiste una possibilità di fuga; ognuno dei quattro – spinto dal proprio desiderio, convinto da un altro o quasi costretto dalle scelte del gruppo – ha un proprio motivo per unirsi al tentativo di uscire dalle mura di Thia. Chi vuole vedere il mondo e avere una possibilità diversa da quella dei suoi genitori, chi fugge la violenza o l’indifferenza, chi unisce alla necessità la curiosità. Ognuno rispecchia determinate scelte, un certo tipo di legami familiari.

I libri e la testimonianza di persone che hanno visto altri tempi sull’isola sono un motivo in più per spingersi nell’impresa. Già, perché i libri non sono scomparsi del tutto: c’è chi li ha salvati; c’è una grande biblioteca che continua a custodire testi e ad alimentare sogni; c’è addirittura chi i libri li ha in casa, con genitori che suggeriscono letture e con l’impossibile desiderio bruciante di condividere pagine, storie ed emozioni.

L’illustrazione di copertina è di Iacopo Bruno.

Annalisa Strada, L’isola dei libri perduti, Einaudi Ragazzi 2014, 192 p., euro 11

Il diamante di Shakespeare

4 Feb

il-diamante-di-shakespeareUn bel giallo scorrevole e piacevole da leggere che permette di dare anche un’occhiata al mondo di Shakespeare e all’Inghilterra del Cinquecento. Una ragazzina si trasferisce per l’ennesima volta in una nuova città e prova tutte le difficoltà che incontra ogni volta con nuovi compagnia, nuovi amici, nuova scuola. La vicina di casa però le offre una curiosa ed enigmatica prospettiva: ritrovare un diamante da diciassette carati che faceva parte di una antica collana. Il diamante è scomparso in circostanze poco chiare ed è probabile che si trovi ancora nella casa dove la ragazza abita. Ad aiutarle arriva il ragazzo più popolare della cittadina e piano piano tutto si complica. Sullo sfondo, le commedie del grande drammaturgo inglese, Anna Bolena, Elisabetta I e i versi di una poesia usati come messaggio in codice…

P.S.: a p. 224, forse Danny usa una manica (e non una macchina) per togliere la polvere dal vetro di una fotografia!

Elise Broach, Il diamante di Shakespeare (trad. di Simona Mambrini, ill. di Iacopo Bruno), Piemme junior 2008, 258 p., euro 16.