Tag Archives: Giorno della Memoria

Fu Stella

27 Gen

Fu Stella. Per giocare con le parole. Con la fustella che nel libro appare proprio a forma di stella a sei punte e buca foglio dopo foglio formando un filo tra le persone le cui storie si susseguono. Con la stella che gli ebrei furono costretti a cucire ai loro abiti.

Le storie sono racchiuse da Matteo Corradini in sei versi caduna: dicono di dieci diversi destini, di bambini, vecchi, maestre, rabbini, librai, musicisti e del loro destino comune, avviati alla deportazione nei campi di sterminio. A narrarle è una Stella che racconta prima di svanire nell’alba. Le storie prendono vita nelle illustrazioni di Vittoria Facchini che usa collage e macchie di colore per dare forza alle immagini, ma anche per costruire una galleria di ritratti e momenti quotidiani su cui cade – improvvisa, inattesa, ingiusta – quella stella a marcare una differenza incredibile, a marchiare persone uguali a tutte le altre.

Per la seconda volta, quest’anno Corradini regala una riflessione per il Giorno della Memoria, per tenere a memoria, per tenerla in esercizio, la memoria. Se in Solo una parola la narrazione trovava chiave felice nella scelta di raccontare l’emarginazione e la persecuzione degli occhialuti, qui nasce da un gioco di parole una filastrocca che pizzica la memoria, il cuore, gli occhi, che fa forza sulle illustrazioni per dire ancora una volta, a voce alta, quel che nessuno deve scordare.

Matteo Corradini – Vittoria Facchini, Fu Stella, Lapis 2019, 62 p., euro 14,50

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Non restare indietro

18 Gen

non restare indietroCarlo Greppi è presidente della costola torinese dell’associazione Deina, i cui progetti mirano a coinvolgere in progetti di viaggio che siano approfondimento e momento di crescita; tra gli altri, Promemoria Auschwitz che permette ai ragazzi coinvolti di partecipare a momenti di formazione storica e alla visita al campo di concentramento di Auschwitz in un momento di formazione personale e di condivisione con altri coetanei provenienti da scuole e luoghi diversi.

Il libro deriva da quest’esperienza e la fa rivivere attraverso la vicenda del protagonista, Francesco, che cambia scuola e si trova coinvolto con l’intera classe in questo progetto: il lettore segue il percorso dei ragazzi, gli interventi in classe da parte di due ragazzi dell’associazione che propongono film, riflessioni, immagini e che coinvolgono gli alunni direttamente chiedendo loro di immaginare, di immedesimarsi, di scegliere, e poi il viaggio a Cracovia, ad Auschwitz, a Birkenau. E parallelamente segue la vita di Francesco, i suoi dubbi, il non avere un posto nel mondo, i conflitti coi genitori che lo considerano un incapace, il dolore per il suicidio di un amico. Francesco arriva nella nuova classe a metà anno, mantenendo ben distinti i legami con la vita e la scuola precedenti; attraverso i suoi occhi si identificano i compagni, le loro caratteristiche, gli stereotipi – il bullo, la prima della classe,… – che nascondono ben altro, mentre una sorta di voce fuori campo, di contraltare al protagonista è Kappa, l’amico di sempre che si fa chiamare col tag che utilizza quando tappezza i muri del quartiere e che fa domande, semina interrogativi.

Francesco impone al lettore la propria inquietudine: attraverso le domande che si pone, le mail che scrive, ma anche attraverso la descrizione di quel ha intorno,  soprattutto gli adulti che rappresentano modi diversi di rapportarsi coi ragazzi, di considerarli, di dare loro o meno dignità (al loro crescere, al loro trovare forma, al loro sentirsi fuori posto): i genitori, l’insegnante, il preside, l’allenatore di calcio sono ritratti nei difetti e nei pregi, nell’attenzione verso l’altro, nei preconcetti, nel dare o negare possibilità e voce.

L’esperienza diretta dei progetti dei “treni della memoria” entra appunto a far parte integrante della trama e ne diventa insieme punto di forza e punto di debolezza: si ricostruisce infatti, accanto al vissuto extrascolastico del protagonista, ogni singolo intervento degli operatori in classe, i loro discorsi, quel che propongono ai ragazzi; il libro cuce le spiegazioni storiche alla trama e diventa anche – per un adulto che legge – un ottimo compendio di proposte (letture, film, approfondimenti), ma mi chiedo fino a che punto un adolescente possa sopportare questa narrazione senza trovarla eccessivamente appesantita dal discorso storico, da certe parti che possono addirittura suonare come retorica (e sono gli stessi protagonisti ad evidenziarne il pericolo, quindi è dichiarato l’effetto opposto, però – si sa – quel che il lettore percepisce nonostante gli avvertimenti conta molto). I passaggi più notevoli sono quelli in cui si chiede ai ragazzi di immedesimarsi in una persona che ha vissuto quel periodo storico, che si è trovato di fronte a determinati bivi e ha scelto sulla base dell’esperienza, dell’educazione ricevuta: la concretezza di quel che viene richiesto agli alunni è forse il modo migliore per rendere vicini i fatti storici e le lettere che Francesco scrive a Monsieur LaPadite così come il “Diario di X” valgono più di tante spiegazioni riportate.

Per chi volesse approfondire un aspetto tanto citato quanto poco analizzato, il viaggio cioè verso i lager, Greppi ha scritto L’ultimo treno (Donzelli 2012) in cui ricostruisce le vicende di decine di comunità viaggianti, attraverso le voci dei sopravvissuti.

Carlo Greppi, Non restare indietro, Feltrinelli 2016, 224 p., euro 13, ebook euro 8,99

Portico d’Ottavia

10 Feb

00fronte scholia ind 1_4Nel  2013 Anna Foa pubblica per Laterza, nella collana “I Robinson”, il testo Portico d’Ottavia 13 che racconta, attraverso la casa che corrisponde al numero civico del titolo, la storia dei suoi abitanti nei mesi che segnarono la deportazione degli ebrei romani: le fughe, gli arresti, i tradimenti, le violenze vissute tra le strade del ghetto capitolino e le trentacinque persone che furono da quell’indirizzo deportate la mattina del 16 ottobre 1943.

Oggi, in una riduzione curata da Carola Susani, la casa si fa protagonista di un testo rivolto ai ragazzi, accompagnato dalle immagini di Mattero Berton che – grazie alla scelta cromatica – riesce a regalare al lettore la sensazione di una storia che viene dal passato e il cui ricordo riemerge nel racconto che ne viene fatto e insieme le impressioni cupe e terribili della tragedia che prende vita in un mattino che segue il giorno di festa, un orrore a cui nessuno vuole credere, tanto che alcuni nemmeno scappano o si lasciano fuggire gli uomini nell’illusione che i tedeschi cerchino loro soltanto.

La rievocazione storica nasce dell’interrogarsi su chi abbia abitato in quelle stanze, salito quelle scale, giocato in quel cortile, rievocando la leggenda che vuole la casa abitata da un fantasma di donna: ecco allora che compare Costanza, che lì ha vissuto bambina e che è fuggita quel 16 ottobre lasciandosi tutto alle spalle. Lei e i membri della sua famiglia sono sopravvissuti, ma non per tutti è stato così: tornano allora i nomi, i soprannomi, le parentele, le caratteristiche di ciascuno e l’evocazione di quella mattina in cui i soldati entrarono facilmente perché il portone dello stabile era sfondato da tempo e non veniva chiuso. I nomi scorrono come in un elenco di memoria e contribuiscono a rendere davvero reale al lettore quel che raccontano.

Un testo adatto, grazie alla sua struttura, ad essere letto insieme, ad essere condiviso ad alta voce, per rendere vive accanto   chi legge e a chi ascolta i bambini, i ragazzi, gli adulti che sono citati. Tenendo d’occhio le carte di guardia, le strade del ghetto che riproducono, immaginando vie di fuga o angoli su cui si è posato per l’ultima volta lo sguardo di chi veniva trascinato verso la deportazione.

Il sito dell’illustratore, su cui trovate le tavole che accompagnano il testo.

Anna Foa – ill. Matteo Berton, Portico d’Ottavia, Laterza 2015, 64 p., euro 18

La città che sussurrò

26 Gen

La_città_che_sussurrò Le illustrazioni di questo albo – disegnate con un tratto che pare perfetto per il fumetto – hanno toni scuri: blu e grigi che virano al nero, al verde, con qualche sprazzo di rosso qua e là. Sono toni che invitano alla cautela, al tenere bassa la voce aspettando quello che succederà nella pagina successiva. È bassa anche la voce della gran parte dei personaggi: solo i soldati con la svastica al braccio urlano per minacciare, intimidire, seminare il terrore. La ragazzina che porta per mano il lettore tra le pagine invece conosce l’arte e l’importanza del parlare a bassa voce, dell’usare poche parole, del far intendere con poco: sa che non bisogna mettere in pericolo quelli che a casa vengono chiamati “i nuovi amici” e che stanno in cantina, ma nel contempo sa anche che è importante non far sentire soli Carl e la sua mamma, poter dare loro del cibo e anche dei libri da leggere a lume di candela in attesa della loro partenza . Questo racconto celebra la fuga degli ottomila ebrei danesi quando i nazisti presero il potere nel 1943 ed in particolare quanto avvenuto a Gilleleje, piccolo villaggio di pescatori, dove un intero villaggio cospirò e respirò all’unisono, con tutta l’attenzione possibile per salvare circa 1700 ebrei, nascosti nelle case e poi indirizzati verso il porto, verso le barche che li avrebbero condotti fuori pericolo. Celebra così i tanti villaggi dove la popolazione unita seppe tessere reti nascoste d’aiuto e dove la salvezza di alcuni (tanti o pochi, a seconda dei casi e sovente della sorte) fu opera collettiva: sono tanti, sulle mie montagne in questi giorni ricordiamo ad esempio i gesti degli abitanti di Andonno, in Valle Gesso. La casa di Anett e della sua famiglia è un nido in cui si cova un segreto; un segreto sussurrato al fornaio, alla bibliotecaria, al contadino e a chi può dare un aiuto fidato; quando Anett dice che queste persone “accettarono di aiutarci e spargere la voce nel villaggio”, la voce si fa davvero tangibile: un sussurro che nella notte, di casa in casa, di tratto in tratto, diventa luce per permettere agli ebrei di trovare la strada per il porto. Oggi a Gilleleje ci sono delle pietre che ricordano i nomi degli ebrei che passarono e scamparono, così come in molti Paesi europei la memoria viene tramandata dalle pietre d’inciampo messe sui marciapiedi, davanti alle case, alle scuole. Un’altra pietra, un sasso a forma di cuore, sta nella tasca di Carl che lo ha raccolto durante l’ultima passeggiata sulla spiaggia insieme al padre: è il sasso che regala ad Anett chiedendole di ricordarsi sempre di lui. Scrisse Gabriele Romagnoli “Se in tasca avete una piccola pietra [rossa] offritela a chi può dare un senso alla vostra vita”… Il sito dell’autrice. Il blog dell’illustratore. Il booktrailer dell’albo. Jennifer Elvgren – ill. Fabio Santomauro, La città che sussurrò (trad. di Shulim Vogelmann), Giuntina 2015, 32 p., euro 15

L’albero della memoria

27 Dic

memoriaCome già accaduto con Fulmine, dove si parlava di Resistenza e partigiani, ancora una volta le storie e rime della collana “I sassolini oro” si aprono a delle vicende storiche, raccontando la storia del fiorentino Sami in pochi flash che racchiudono la sua infanzia e parallelamente il corso del fascismo e le leggi razziali in Italia.

Incontriamo infatti alcuni episodi della vita di Sami e della sua famiglia di origine ebraica, dai suoi quattro anni fino ai tredici, scanditi da una nota storica che racconta cosa sta succedendo in Italia e che conseguenze tutto ciò ha sulla vita del protagonista: il licenziamento del padre, l’espulsione dalla scuola, la partenza degli zii in fuga verso l’Argentina, i bombardamenti e la perdita della casa, i rastrellamenti in cui i genitori vengono catturati mentre Sami trova rifugio all’Impruneta, nascosto nella casa dei nonni di una compagna di classe. Il ritorno alla fine della guerra vede la consapevolezza della perdita dei genitori che hanno nascosto i loro ricordi nell’albero cavo del cortile, proprio dove Sami bambino nascondeva i suoi giochi.

Un’appendice finale racconta – in un sistema di domande e risposte – della Shoah e delle vicende di quegli anni, con alcune testimonianze di documenti e fotografie.

Anna Srfatti e Michele Sarfatti – ill. di Giulia Orecchia, L’albero della memoria. La Shoah raccontata ai bambini, Mondadori 2013, 55 p., euro 9

Le valigie di Auschwitz

18 Feb

More about Le valigie di AuschwitzQuando ho aperto questo libro, ho pensato alle mie vacanze di Pasqua in Austria quando facevo terza elementare e i miei genitori mi portarono a Mauthausen, e poi a quando ho camminato ad Auschwitz. Credo siano domande comuni quando si passa in un campo di concentramento quelle di chiedersi a chi appartenessero quelle valigie, quei capelli, quegli occhiali, quelle scarpe. Daniela Palumbo prova a dare una risposta immaginando le storie che potevano esserci dietro quattro valigie, dando un volto, una voce, una vita a quattro ragazzini che abitavano in Paesi diversi (l’Italia, la Germania, la Francia, la Polonia) e che hanno incrociato, pur con esiti diversi, la furia nazista. Quattro storie per dirci la vita normale, i colori, il calore, la famiglia, la scuola, e poi il mondo mandato a rovescio di chi fu in quegli anni bambino ebreo. In poche pagine tanti spunti: chi scappò, chi denunciò, chi protesse, chi fece finta di non vedere, chi fu eliminato perché nato diverso. Tra le tante figure che appaiono tra le pagine, ci piace citare il maestro di Carlo, Francesco Sarfatti,  sostituito improvvisamente e sparito dalla scuola, uno che non aveva mai bisogno di urlare con i suoi studenti, perché quando spiegava qualcosa ci metteva sempre una storia dentro.

Questo libro ha vinto il Premio Il Battello a Vapore 2010.

Daniela Palumbo, Le valigie di Auschwitz, Piemme junior 2011, 193 p., euro 11.

Il ricordo che non avevo

25 Gen

More about Il ricordo che non avevoEra il 21 marzo, il primo giorno di primavera.

La primavera porta a Mattia, il protagonista di questo romanzo di Alberto Melis, una serie di novità, di scoperte, di avvenimenti non cercati, non voluti, ma necessari ad aprire uno spiraglio di luce nel passato della sua famiglia. Quel giorno infatti il nonno di Mattia, un anziano restauratore di mobili di origini polacche da tantissimi anni in Italia, viene ricoverato in grave condizioni in ospedale insieme al bambino di origine rom che ha cercato di salvare dall’incendio della casa in cui il bambino viveva con la sua famiglia. Mattia e sua madre scoprono così che il nonno frequentava abitualmente il vicino campo rom, che era conosciuto e apprezzato da molti e che parlava la loro lingua. Insieme all’amica Angela e a Nazifa Bebé, sorella del bambino ferito, Mattia comincia una lenta scoperta del passato del nonno, di cui lui non ha mai fatto parola. Un romanzo che mescola il presente e il passato: la condizione del popolo rom, la diffidenza nei suoi confronti, le vicende del Ghetto di Lodz dove nel 1941 vennero deportati circa cinquemila rom Lovara. Una storia che racconta del Porrajmos, lo sterminio del popolo rom per mano nazista, che spesso passa in secondo piano nel racconto dell’Olocausto.

Alberto Melis, Il ricordo che non avevo, Mondadori 2010, 53 p., euro 12,50.

Storia di Vera

10 Gen

Le storie vere non sono come le pagine di un calendario da staccare con l’anno nuovo, sono storie che restano, che non hanno tempo. Perché appartengono a ognuno di noi.

Il Giorno della Memoria si avvicina ed ecco una nuova storia che appartiene ad ognuno di noi. La storia di Vera arriva col vento, il vento che accoglie il convoglio di ebrei che arriva al campo di concentramento. Un vento che soffia forte, freddo e contrario. Vera non sa perché si trova al campo, sente i grandi dire che ci sono persone che pensano che loro siano diversi dagli altri, ma tutti sono diversi dall’altro, anche gli alberi, anche i fiocchi di neve. E poi lei è lì con la mamma, con Anna e con Sara e, se si è tutti insieme, allora è come essere a casa. Quando Anna muore, Vera si ricorda di quello che le diceva sempre: che lei aveva un cuore grande, più grande di tutti. Così ogni notte la bambina sogna di regalare un pezzetto del suo cuore, caldo come un fuoco, ai soldati del campo. Passano i giorni, la neve smette di cadere, il vento di soffiare, i soldati di gridare. Un mattino dei soldati con una stella rossa sul berretto tolgono le recinzioni del campo e nei prati spuntano fiori.

La storia vera di Vera ha le parole e le illustrazioni di Gabriele Clima.

Gabriele Clima, Storia di Vera, San Paolo 2010, 48 p., euro 12.

La Stella di Esther

27 Gen

copj13asp1Esce per la Giornata della Memoria (oggi) questo fumetto per ragazzi realizzato e prodotto  dalla Fondazione Anne Frank. Il libro racconta del viaggio di Esther adulta sui luoghi della sua infanzia e adolescenza, e ripercorre così tutte le tappe della triste storia degli ebrei in Europa, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Vediamo rapidamente l’ascesa al potere di Hitler e come questo ha mutato per sempre il destino di milioni di persone. Lo stile scelto richiama volutamente Tintin, quindi tratti morbidi e colorati, che si contrappongono nettamente al famoso Maus di Art Spiegelman. Questo libro può essere usato e fatto leggere ai  ragazzi tra i 10 e i 14 anni, ai più grandi consigliamo invece l’opera di Spiegelman.

La stella di Esther Eric Heuvel, Ruud van der Rol, Lies Schippers, 2009  De Agostini con il Patrocinio dell’UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, p.64 , euro 12,90