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La casa che mi porta via

24 Gen

casa che mi porta viaTrovavo che, per quanto riguarda i romanzi per adolescenti, questo autunno passato fosse stato un po’ fiacco, un po’ faticoso. Poi, insieme pur da strade diverse, sono arrivati due romanzi luminosi e davvero belli, che ruotano entrambi intorno ai temi della morte e della vita. Intanto vi metto sotto gli occhi quello di Sophie Anderson per Rizzoli, ispirato a Baba Yaga e alle storie di sapore russo. L’incipit è davvero molto bello, mi fa pensare agli occhi di chi ascolta mentre viene letto l’inizio de La ragazza dei lupi: anche questa storia è fatta per essere letta a voce alta e la sua autrice ci mette dentro – almeno per la prima parte e il finale, in mezzo c’è un tratto in cui pare cedere, ma si riprende – il ritmo delle narrazioni orali.

Del resto, da lì si viene: Marinka, capelli rossi e quasi tredici anni, vive in una casa con le zampe di gallina che si sposta in continuazione, insieme alla nonna, Baba Yaga Guardiana dei Cancelli che sovente la sera prepara banchetti sontuosi per accogliere i morti e accompagnarli oltre il cancello, nell’aldilà dove nascono le stelle. Marinka prepara lo steccato di ossa, accende le candele nei teschi, osserva: toccherà a lei prendere quel ruolo, imparare la lingua dei morti, le formule che permettono di varcare la soglia del non ritorno in modo sereno. Ma la ragazzina è viva, vuole amici e possibilità di scegliere il proprio destino. Allora rompe le regole, litiga con la casa, prende a male parole la nonna e la taccola che le è sempre accanto, scopre verità nascoste sulla propria infanzia, cerca di mettere una pezza ai disastri combinati, incontra chi la affianca senza giudicarla. Un viaggio, verso una scelta inevitabile che Marinka vuole però affrontare da protagonista; un libro dove le nonne stappano le bottiglie coi denti, le case proteggono e parlano a loro modo, i morti sono presenze di vita. C’è magia in questo libro, una magia che permette di dire in modo lieve la vita e la morte che ne fa parte, il dolore e la serenità. Ci sono anche righe molto poetiche, che la traduzione di Giordano Aterini sicuramente accompagna al meglio.

Un libro che permette anche di incuriosirsi e di andare a cercare le storie della tradizione in cui la trama affonda le sue radici. Nelle pagine finali, l’autrice rivela che anche il suo prossimo lavoro avrà a che fare con le storie della tradizione slava con cui è cresciuta. Inutile dire che lo aspettiamo.

Illustrazioni interne di Elisa Paganelli.

Sophie Anderson, La casa che mi porta via (trad. di Giordano Aterini), Rizzoli 2019, 327 p., euro 17, ebook euro 8,99

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Tinder

28 Nov

tinderHa il sapore e gli echi di fiaba e di leggenda, di storie nere come le atmosfere che si susseguono nelle illustrazioni e sembra fatto apposta per essere letto ad alta voce e far precipitare il lettore dritto nella storia: l’attacco infatti è quel che meglio funziona in questo romanzo di Sally Gardner che regge la tensione fin quasi alla fine (per strada a me pare ceda un po’) e che ha il pregio di essere – per volontà dell’autrice stessa, come è spiegato nelle note finali – appunto una storia illustrata per i ragazzi più grandi, per dare loro il fascino delle immagini accanto a quello delle parole.

Ispirato a L’acciarino magico di Andersen, il testo contiene gli echi di guerre passate e presenti e nasce in particolare dalla volontà di Gardner di dare voce agli incubi dei soldati che lei stessa ha ascoltato, reduci dall’Iraq e dall’Afghanistan , ma anche i bambini-soldato del Ruanda, e dell’impossibilità di tornare ad una vita normale. Ambientato all’epoca della Guerra dei Trent’Anni – una guerra quindi in cui la maggior parte delle nazioni europee ha avuto un ruolo – il romanzo riecheggia quindi di tutti gli orrori e le atrocità delle guerra, con gli elementi tipici della fiaba: un soldato, una principessa prigioniera, desideri che si avverano, un lupo che appare misteriosamente e semina sangue.

Otto, soldato della Guardia Imperiale che ha visto il massacro della sua famiglia, è risparmiato dalla Morte e salvato da un indovino misterioso che gli consegna un sacchetto di dai magici con i quali decidere scelte e direzioni da intraprendere. Rubata una gallina a due mercenari che intorno a un fuoco si insultano a proposito di una ragazza fuggita, si trova accanto sul ramo di un albero proprio la fuggitiva, Safire, che scappa dai destini intrecciati dalla matrigna ai danni del padre e del suo regno. La ricerca della ragazza, il tentativo di salvezza, diventa per Otto motivo per avanzare a dispetto dei dadi, per fingere, per inseguire destini, per sentirsi forte del potere di un acciarino magico o forse in balia della sua maledizione.

Il sito dell’autrice. Il sito dell’illustratore, che già avevamo apprezzato all’opera in Gli incubi di Hazel. E… sì, il lupo in copertina ricorda decisamente la silhouette dei Lupi nei muri di Gaiman e McKean.

Sally Gardner – illustrazioni di David Roberts, Tinder (trad. di Giordano Aterini), Rizzoli 2015, 265 p., euro 17,90, ebook euro 8,99

Trevor

16 Ott

9788817077132In una manciata di pagine densissime Trevor racconta, con dolorosa e ammirevole ironia, la fatica di vivere in famiglia e a scuola. Trevor è un entusiasta che si butta a capofitto nell’organizzazione dello spettacolo teatrale della scuola, adora Lady Gaga e compra un chilo di glitter e un body integrale nero per vestirsi come lei ad Halloween, sogna di diventare un grande artista e cerca di riprodurre “La morte di Marat” di David col sangue finto che ha acquistato in cartoleria. È entusiasta della sua nuova amicizia con il campione della squadra di baseball juniores e gli pare che meglio di così la vita non possa andare (anche se quando i suoi genitori collassano davanti alla tv lui può fingersi morto, non c’è verso di destare la loro attenzione).

Le sue passioni però fanno sì che i compagni comincino a lanciare allusioni e battute, ad allontanarsi, a ridere alle sue spalle. Trevor non se ne accorge, travisa, rinfocola. E così si trova appiccicata addosso l’etichetta di gay, in un crescere di tormenti e disagi che lo portano a tentare il suicidio (con l’aspirina, riuscendo a procurarsi solo un perpetuo mal di testa). Nonostante le vessazioni e le fatiche, Trevor conserva briciole del suo vero essere e dell’entusiasmo che lo contraddistingue, riuscendo a capire l’importanza di una mano tesa e mantenendo i propri interessi, intanto fino al sabato successivo (c’è un concerto di Lady Gaga, diamine!). Insomma, giorno per giorno, piano piano.

Il sito dell’autore. The Trevor Project fondato nel 1998; il progetto è nato dallo spettacolo e successiva versione video che Lecesne ha scritto, vincendo anche l’Oscar come miglior cortometraggio; si occupa di fornire assistenza e aiuto a giovani lesbiche, gay, bisessuali, transgender che possono rivolgersi telefonicamente  a questo servizio.

Questo romanzo ha al centro un tema importante e lo tesse direttamente all’interno della trama facendo partecipe il lettore di una buona storia, non costruita, come succede anche in Alex & Alex. È ovvio che tratta di un tema importante e che, nascendo da altre esperienze, si rimandi al progetto a cui è legato e se ne racconti la storia. Io però sinceramente avrei fatto a meno delle prefazioni, ben due, che riprendono i temi, sottolineano, ribadiscono. Una buona storia non ne ha bisogno. Una buona storia ti racconta e ti fa partecipe e ti dà ali per approfondire, se ti va. Altrimenti si rischia l’effetto “ho un problema, dammi un libro” oppure “tal libro per tal occasione” di cui tanto ci lamentiamo di fronte alle molteplici richieste che legano un libro alla necessità di parlare per forza di un certo argomento piuttosto che di un altro.

James Lecesne, trevor (trad. di Giordano Aterini; prefazioni di Carlo G. Gabardini e David Levithan), Rizzoli 2014, 108 p., euro 11, ebook euro 5,99

Testa cucita

26 Feb

Più riguardo a TestaCucitaLe illustrazioni possono ricordarvi quelle di David Roberts (“Gli incubi di Hazel”, scritto da Leander Deeny oppure “Le terrificanti storie di zio Montague” e “Storie da leggere con la luce accesa” e “Le terrificanti storie del Vascello Nero” di Chris Priestley, tutti Newton Compton) , possono evocarvi atmosfere alla Tim Burton. Insomma, siamo da quelle parti lì: mostri e buio. In questo racconto c’è un inventore che vive rinchiuso in un castello off limits (“Niente visite”) a mescolare pozioni, cervelli, braccia, squame, essenza di zombie, pizzichi di fuoco e di vento e anche di impossibile, per creare i mostri più terribili, sul cui operato veglia la prima delle sue creature, il piccolissimo Testa Cucita, una sorta di pupazzo rattoppato che placa la fame di umani e di disastri dei vari mostri con le pozioni che inventa e prepara nei sotterranei.

Testa Cucita porta nel cuore il dolore di sentirsi abbandonato dal suo creatore con cui ha condiviso amicizia e successi e cede alla lusinga di diventare famosa attrazione del “circo itinerante di prodigi sovrannaturali” di Fulberto Trovamostri, losco individuo che lo raggira semplicemente per entrare nel castello, procurarsi nuovi mostri e rapire lo scienziato. In aiuto di Testa Cucita accorrono Arabella, intraprendente e rissosa ragazzina del vicino paese di Pocaroba, e soprattutto la Creatura, ultima invenzione dello scienziato placata dal piccolo Testa Cucita che – guardandolo quasi come l’oca Martina Konrad Lorenz – gli giura eterna amicizia e festa perpetua.

Una storia divertente, non sempre facile da leggere per tutti: si alternano pagine a sfondo grigio ad altre a sfondo nero e diversi tipi di carattere che non lo rendono certo testo ideale per chi ha difficoltà di lettura. Ma assolutamente perfetto per la lettura ad alta voce, con versi, cambi di voce e quella Creatura un po’ dolce, un po’ tonta, assolutamente deliziosa come possono esserlo le creature spontanee che illuminano una stanza a festa con tutte le candele che trovano, che organizzano una caccia al tesoro seminando indizi pieni di errori grammaticali, che son sempre pronte ad ascoltare una storia (“PRONTO, VAI!”), che mai abbandonerebbero il loro migliorissimo amico. Anzi, promettono di tenergli la mano in ogni situazione (“ne ho tre [di mani]: scegli quella che preferisci”).

P.S. in accordo con questa giornata: guardate l’immagine a p. 107 dove il piccolo mostrino sogna di essere libero e a spasso tra una folla che lo conosce e lo stima. No, non ho sognato: il cartello sullo sfondo inneggia: “Testa Cucita primo ministro!”.

Il sito dell’autore e il suo blog. Il sito dell’illustratore.

Guy Bass – ill. di Pete Williamson, Testa cucita. Un mostro per amico (trad. di Giordano Aterini), Rizzoli 2013, 190 p., euro 9,90

Una storia gigante

15 Mag

Bernardo Carpio è una figura leggendaria delle Filippine, un uomo gigante dalla forza paragonabile a quella di Ercole, che sconfisse con la gentilezza i preconcetti e le paure di chi gli viveva accanto e che salvò il villaggio di San Andres dallo scontro di due pareti di roccia durante un terremoto. Un figura mitica ed eroica, insomma. E soprattutto un gigante.

Anche Bernardo Hipolito è un gigante. Ha sedici anni, vive nelle Filippine ed è alto 2,50 metri. Gli abitanti del villaggio lo credono un eroe, ma la problematicità della sua altezza e le sue giunture scricchiolanti gli impediscono persino di giocare a basket, di cui è appassionato. Anche Amandolina, detta Andi, londinese tredicenne, va pazza per il basket: pur essendo bassa di statura, è un ottimo playmaker… peccato che nella sua nuova scuola, l’unica squadra di basket sia maschile. Bernardo e Andi sono fratelli. Hanno la stessa mamma, si sono visti una sola volta nella vita e ora finalmente avranno la possibilità di vivere insieme: Bernardo ha ottenuto tutti i documenti per trasferirsi in Gran Bretagna. L’impatto iniziale non è dei migliori: Bernardo è goffo, sviene nella metropolitana, allaga la casa tentando di riempire la vasca e si presenta improvvisamente al’allenamento di basket della sorella. Andi e Bernardo si studiano di sottecchi, cercando di andare al di là dell’incomprensione e della rabbia: sono due modi diversissimi ma parenti. Sarà la storia che Bernardo racconta a far capire a Andi quanto speciale sia il fratello: una storia impastata di magia e di credenze, di paure, di sensi di colpa e e di desiderio di vivere normalmente. Finché Andi giocherà una mitica partita nella squadra maschile, sarà sospesa dalla scuola, il fratello finirà in ospedale e il villaggio filippino sarà travolto da un terribile terremoto: ma un magico filo sottile terrà insieme tutti gli eventi.

Una storia a due voci, intensa e vera nella sua semplicità. Da far leggere, assolutamente.

Appena ho preso in mano questo libro, la copertina mi ha fatto sorridere. Mi ricordava un po’ Barack Obama sulla copertina azzurra di Rolling Stone nel marzo 2008, con Christine Lagarde che lo guarda da sotto in su (non ditemi che non è lei… è identica!) e Steve Jobs sullo sfondo… 🙂

Il blog dell’autrice. Il sito dedicato al libro e il booktrailer.

Candy Gourlay, Una storia gigante (trad. di Giordano Aterini e Claudia Manzolelli), Rizzoli 2012, 286 p., euro 14.

La prima volta

2 Nov

More about La prima voltaScrollo le spalle. “è quel genere di storia. Certe parole sono necessarie perché questa è vita vera, ma non si possono usare apertamente perché siamo troppo giovani per leggere nero su bianco quello che nella realtà già facciamo, capito?”

La prima volta. Sì, quella prima volta lì. Che dà il titolo a questo libro “quello con le mutande in copertina?”, come mi hanno chiesto in libreria. Sì, quello con le mutande in copertina insieme a una banana, ma – per dire – ci sono anche dei calzini sulla copertina… Questo libro è una raccolta di racconti di alcuni dei maggiori scrittori britannici per adolescenti che parlano della perdita della verginità a modo loro, senza moralismi, con parecchia ironia ma anche con spietato occhio sulla nuda realtà. Ci sono le voci di Melvin Burgess, Anne Fine, Keith Gray, Mary Hooper, Sophie McKenzie, Patrick Ness, Bali Rai e Jenny Valentine (e le sfumature dei loro otto diversi traduttori) che offrono differenti sguardi, punti di vista, conclusioni. Ci sono voci di maschi e di femmine; ci sono tentennamenti di adolescenti, saggezze di persone anziane, ricordi di prof, imbarazzi di genitori, vite da anni e Paesi lontani. Ci sono padri che fanno discorsi ai figli pretendendo per l’imbarazzo che questi ultimi non li guardino in faccia, ma si guardino i piedi. Ci sono ragazzi che si chiedono quale sia il plurale di “gay”, c’è il potere delle parole, la forza della poesia e anche i rovesci della medaglia (tipo quando ti rendi conto che forse, a giocarti la carta giusta, adesso usciresti tu – e non James – con Drew e che non avevi mai notato prima quanto lei fosse bella). C’è sesso e c’è amore, c’è silenzio e c’è attesa.  Ci sono  le differenze di età, le differenze di intenti, le differenze tra gli Eddy e i Danny. C’è quello che perdi. E quello che trovi. Perché è trovare il resto che è importante.

Uno dei racconti, quello scritto da Patrick Ness e da cui ho tratto la frase riportata qui in alto, è tutto strisciato di nero: ci sono parole, paroline, parolacce e intere frasi cancellate, nascoste dietro spessi tratti neri che stanno a significare proprio quel che dice il protagonista: che certe parole non si possono usare, perché provocano imbarazzo negli altri o negli adulti che ci stanno intorno, che ci vedono leggere questo libro o acquistarlo o prenderlo in prestito. Il che mi ha ricordato una sensazione già vissuta: così sono andata sull’opac SBN e ho contato in quante biblioteche civiche italiane fosse presente al prestito “Il chiodo fisso” di Burgess, pubblicato per Mondadori nel 2005:  sono 112. Ogni volta che incontro qualcuno che pensa che quel libro non sia da proporre ai ragazzi, che l’autore l’abbia scritto per vendere dato l’argomento, mi chiedo se l’ha letto fino in fondo. Se ha dato ascolto alle diverse voci dei differenti ragazzi e ragazze che ci sono in quelle pagine, se si ricorda i pensieri, le paure, i tentennamenti di quell’età. Perché quel libro, come questo, è un libro necessario (tanto per riprendere la voce del protagonista di cui sopra). Perché questa è vita vera. Quando è buffa, quando è drammatica, quando è diversa da come ce la aspettavamo. Nel peggio, ma anche nel meglio… Facciamo che tra un anno vado a contare quante biblioteche pubbliche hanno a scaffale “La prima volta”…

La prima volta, a cura di Keith Gray, Rizzoli 2011, 250 p., euro 12,90