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Ghost

27 Ago

È bravo Reynolds a far parlare in prima persona i suoi protagonisti e a creare un flusso di parole che prende il lettore e lo porta lì, al centro dell’azione, al fianco dei personaggi. Lo si era intuito da Niente paura Little Wood uscito a maggio per Terre di Mezzo ed ecco la conferma: il primo libro di una track series, quattro libri che seguono ciascuno un personaggio, tutti membri della squadra di atletica dei Defenders.

Ghost sa di essere bravo a correre, lo ha imparato la notte che sua madre lo ha trascinato fuori di casa per impedire al padre di colpirli con una pallottola, ma il suo sport è il basket. Si mette a correre solo per sfidare uno dei novellini della squadra che guarda allenarsi. Il coach ne intuisce il potenziale e convince la madre a permettergli di seguire gli allenamenti, in cambio di una buona condotta scolastica. Castle, o Ghost come si chiama tra sé e sé, trova sempre un valido motivo per finire in presidenza; il più delle volte reagisce alle prese in giro dei compagni per il suo abbigliamento non alla moda, per il quartiere periferico e degradato in cui vive. Anche se sulle prime la cosa non lo convince, si scopre bravo, appassionato e parte di un gruppo. Gli altri tre novellini hanno anche loro dei segreti che ne hanno segnato la vita, come lo stesso allenatore, come il negoziante che gli vende ogni giorno i semi di girasole. Ghost corre, anche quando sbaglia, anche quando rischia di perdere tutto, perché sa che non si può scappare da chi si è, piuttosto è possibile correre verso chi vuoi essere.

Un romanzo che si legge veloce quanto corrono i suoi protagonisti, che dipinge una bella unione e amicizia tra i ragazzi e tratteggia la figura di un adulto – l’allenatore – che conosce i suoi ragazzi, sa leggere i loro gesti e le loro espressioni, sa esattamente quello che serve loro e, anche quando deve punirli, li appoggia e li incoraggia.

Jason reynolds, Ghost (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2018, 196 p., euro 16, ebook euro 8,99

Warren 13° e l’occhio che tutto vede

30 Ott

Un libro bello. Bello a partire dalla grafica, tutta giocata sul rosso e sul nero, nelle illustrazioni di Staehle che ha creato il personaggio principale più di dieci anni fa quando frequentava la scuola d’arte e ha trovato a dargli degna corona di parole il talento di Tania Del Rio.  Un libro da leggere ad alta voce, con un ritmo e un intreccio che coinvolgono o da sfogliare da soli godendosi appieno le immagini, le loro finezze, i particolari. Il formato (22 per 20) gratifica il lettore e permette di apprezzare al meglio la storia.

Il romanzo è imperniato sulla figura di Warren, tredicesimo discendente ed erede del Warren Hotel, un ragazzino mortificato dall’aspetto di rana o di mosca (a seconda di chi lo guarda), dall’animo indomito e dalle forti speranze: l’albergo è stato un punto di riferimento, lussuoso e prestigioso, per tantissimi clienti fino a cinque anni prima, poi, con la morte del padre, lo zio Rupert ne ha preso in mano le redini, mandando tutto a catafascio. Warren sogna di tornare agli antichi splendori e intanto si sobbarca ogni ruolo, dal facchinaggio alle pulizie, potendo contare solo sull’amicizia del cuoco e di un vecchio precettore che custodisce la biblioteca. Lo zio infatti si è ulteriormente rincitrullito dopo il matrimonio con la zia Annaconda, una strega giunta sotto mentite spoglie per tentare di trovare “l’occhio che tutto vede” che la leggenda dice essere nascosto nell’albergo. Vessato dalla zia, Warren dovrà ricredersi sulla leggenda che ha sempre reputato tale: sono troppe le persone che cercano l’occhio e quindi da qualche parte ci sarà. E poi perché c’è una piovra nel locale caldaia e una pallida bambina gli sta alle calcagna senza mollarlo? E chi è l’ospite bendato e misterioso che varca la soglia dell’hotel, primo dopo tanto tempo?

Un po’ di giallo, di enigmi e di codici, un po’ di magia, un po’ di umorismo sano. Questa si preannuncia come la prima avventura del ragazzino che crede nella bellezza dei suoi capelli e nella forza del progetto di dare lustro alla creatura dei suoi avi. Ovviamente aspettiamo le prossime!

Tania Del Rio – Will Staehle, Warren 13° e l’occhio che tutto vede (trad. Francesco Gulizia), Rizzoli 2017, 232 p., euro 19,90

Il bambino in cima alla montagna

29 Gen

bambino in cima alla montagnaLe tre parti della storia narrata in questo nuovo romanzo da Boyne mi sembrano corrispondere quasi a tre livelli narrativi che suscitano nel lettore diverse reazioni.

La storia è quella di Pierrot, un bambino nato a Parigi da madre francese e padre tedesco, che il lettore conosce nel 1936 quando ha sette anni. Vive con la madre e ha un amico sordo con cui comunica nella lingua dei segni: Anshel sogna di diventare scrittore e fa leggere all’amico tutto quel che scrive. La vita di Pierrot è stata scandita dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, che ha minato la salute del padre e lo ha consegnato alla famiglia tormentato da incubi e da ricordi che cerca di affogare nell’alcol fino a diventare violento nei confronti della moglie. Poco tempo dopo però anche la madre di Pierrot muore e la famiglia di Anshel non può permettersi di adottarlo: non è solo un problema di denaro, ma anche del rendersi conto che, in quanto ebrei, stanno cominciando ad essere malvisti e vessati. Pierrot finisce allora in orfanotrofio, da cui partirà dopo pochi mesi per raggiungere l’unica parente ancora in vita, la sorella del padre che è governante in Austria al Berghof, la casa di vacanze di Adolf Hitler. Lì il ragazzo cresce, in una vicinanza sempre più stretta al dittatore che lo conquista alle sue idee e lo trasforma – divisa e convinzioni – in un adolescente fanatico, pronto a denunciare la zia e gli adulti che lo hanno cresciuto in quella casa e a fingere di non conoscere il piano piano della soluzione finale che i nazisti mettono a punto proprio in quella casa.

Il libro ha il pregio di mettere in luce le diverse posizioni, di descrivere personaggi storici (compresa la visita a Berghof del duca di Windsor e di Wally Simpson) e di presentare idee contrarie e prese di posizioni resistenti da parte di chi – personale di servizio, abitanti della cittadina, compagni di classe del protagonista – comprende, si indigna e sceglie di resistere a suo modo arrivando a rimetterci la vita. Le parti meglio riuscite sono sicuramente quelle che descrivono il quotidiano, la prima parte su tutto, il che ci fa pensare al precedente romanzo di Boyne, Resta dove sei e poi vai, dove è notevole la capacità di restituire la vita quotidiana della popolazione londinese durante gli anni della Prima Guerra Mondiale. Insomma, lo vorresti un po’ tagliare a pezzi questo romanzo e salvarne le parti che risultano più vere e di qualità, mentre l’insieme paga anche la sensazione di trovata commerciale della copertina che, con quel filo spinato che la divide a strisce e con quell’inizio di titolo, non può non strizzare l’occhio e richiamare quella de “Il bambino del pigiama a righe” che ha regalato il successo internazionale all’autore. Ma che non è certo la chiave di lettura del suo scrivere; anzi, c’è chi – a causa di quel titolo – ha messo una croce su Boyne, senza considerare gli altri sui romanzi: vi invitiamo a riprendere in mano invece Che cosa è successo a Barnaby Brockett?, sicuramente uno dei romanzi più preziosi degli ultimi anni.

Il sito di Boyne.

John Boyne, Il bambino in cima alla montagna (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2016, 286 p., euro 15, ebook euro 8,99

Ascolta la luna

6 Ott

ascolta la lunaSe qualcuno di voi ha presente il video contenuto nell’app War Horse in cui in teatro Morpurgo racconta la storia che è narrata nell’omonimo libro da cui Spielberg ha tratto un film, allora potete immaginarvelo a narrare anche in questa occasione: perché anche questo romanzo prende una storia che viene dal passato e ne fa una trama che avvolge, che sembra apposta per esser detta ad alta voce, che si fa vicina come a voler rendere il lettore presente. La vicenda storica da cui Morpurgo prende spunto è sicuramente avvincente perché a tutt’oggi esistono ombre e misteri sull’affondamento, nel maggio 1915 da parte di un sottomarino tedesco, del Lusitania, allora la più grande e la più veloce nave al mondo, che stava per portare a termine la traversata da New York a Liverpool. Qualche mese fa i lettori hanno potuto apprezzare un racconto illustrato che prendeva spunto propri dal medesimo viaggio e dalla storia vera di una ragazzina sopravvissuta, Il viaggio straordinario di Avis Dolphin.

Qui l’autore prende spunto dalle voci che dicono che del Lusitania i soccorritori videro galleggiare in mare il pianoforte a coda del salone principale con su distesa una ragazza, poi aggiunge un’altra nota storica: la pericolosità delle acque intorno all’arcipelago delle Scilly, una delle isole adibita a lazzaretto, il salvataggio da parte degli abitanti nel 1875 dei superstiti di un transatlantico tedesco e la dignitosa sepoltura che ai morti venne data. Fa così conoscere al lettore la popolazione che vive pescando e coltivando narcisi, i bambini che vanno a scuola in barca sull’isola principale, i rituali e le convenzioni di una comunità ristretta dove tanta può essere la solidarietà e tanto rapido il voltar faccia. Nel maggio 1915 Alfie e il padre trovano, mentre si fermano durante la pesca sulla disabitata isola di St. Helen’s, una ragazza ferita. L’unica parola pronunciata da lei diventa il suo nome: Lucy. Non parla, non dà segni di comprendere inizialmente quel che ha intorno, a lungo la febbre e l’apatia la tengono prigioniera; solo col tempo, grazie alle cure della famiglia di Alfie e della mamma in particolare, comincia ad aprirsi a quel che la circonda e pare ritrovare la luce negli occhi di fronte alla musica che esce dal grammofono e poi con Peg, il cavallo da lavoro dell’isola, che si lascia per la prima volta cavalcare. Il mutismo della ragazza però alimenta voci e leggende e anche dissapori che sfociano nell’isolamento suo e della famiglia che l’ha accolta: la coperta in cui era avvolta al momento del ritrovamento portava ricamato un nome tedesco; forse Lucy appartiene al popolo nemico, per combattere il quale i ragazzi della comunità stanno morendo sul fronte francese?

Il romanzo diventa racconto di come i sospetti si facciano facilmente solide credenze nel momento in cui si pensa di dover avere un nemico per amor di patria; di come il diverso sia facile prenda di etichette e scherno; di come si possa difendere a ogni costo chi viene schernito e cercare di farlo essere se stesso e stare bene: la madre di Alfie si batte per difendere Lucy, per darle il tempo giusto per riprendersi, per ritrovare voce e memoria; la donna ha vissuto vicende simili quando ha ritrovato il fratello gemello in manicomio ed è riuscita a riportarlo a casa e a far sì che si dedicasse a riparare un veliero, arte di cui era maestro.

Interessante l’intreccio di voci che permettono di conoscere la storia della protagonista: si alternano infatti la narrazione degli avvenimenti sull’isola a quella in prima persona di Lucy che parla della sua vita a New York e della traversata sul transatlantico, ma anche brani del giornale scolastico tenuto dal maestro e del diario personale del medico che descrive i progressi dei pazienti, la comunità in cui vive e i disastri che la guerra sta provocando nei corpi e negli animi; il tutto nella cornice dello scrittore che raccoglie la testimonianza della nonna anziana, ponendo l’accento sul luogo da cui veniamo, sulle storie dei membri della famiglia che fondano anche la nostra storia, su tutti quelli che rimangono in vita quando ricordiamo e raccontiamo. Ancora una narrazione della guerra da un punto di vista che potremo dire “laterale”, non il fronte, ma chi resta a casa, chi vive di lettere, chi accoglie chi ritorna, chi incrocia nuove vite e nuove storie. Ma anche un romanzo che dice della potenza della bellezza e della speranza, per riportare alla vita, per far brillare gli occhi, per rendere saldi i piedi. E forse nessuno meglio di un medico condotto che si prende cura a inizio Novecento di una piccola comunità può descrivere l’umanità che ha intorno, i tempi che sono dati da vivere e il pensiero per quel che verrà.

Il sito dell’autore. L’articolo che Morpurgo ha scritto per il Times a proposito del Lusitania. E le fotografie scattate da lui in cui ritrovate reperti e paesaggi che tornano nella storia di Alfie e di Merry.

Michel Morpurgo, Ascolta la luna (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2015, 390 p., euro 16, ebook euro 6,99

Resta dove sei e poi vai

25 Nov

resta

John Boyne racconta la Prima guerra mondiale (così poco presente nei libri per ragazzi in confronto alle vicende della successiva) attraverso gli occhi di un bambino di nove anni e lo spaccato di una strada di Londra in cui vivono i protagonisti. I combattimenti iniziano il 28 luglio 1914, il giorno del quinto compleanno di Alfie Summerfield, quando i suoi genitori, i vicini di casa e la sua migliore amica Kalena si ritrovano per festeggiarlo. Ma quattro anni dopo tutto è cambiato: la guerra non è finita per Natale e pare non debba finire mai; il padre di Alfie, arruolatosi volontario, è stato al fronte ma non da più notizie da un anno; la madre è infermiera in ospedale, ma cuce e fa il bucato per altre famiglie pur di guadagnare qualcosa; Mr Janáček, trasferitosi a Londra da Praga molti anni prima, e sua figlia Kalena sono stati deportati sull’Isola di Man in quanto “persone di particolare interesse”.

Alfie fa il lustrascarpe alla stazione tutti i giorni (tranne il lunedì e il giovedì, quando a scuola ci sono storia e lettura, le sua materie preferite; e la domenica dedicata al riposo), fiuta l’aria, aguzza gli occhi e dubita. Non crede che suo padre sia in missione segreta e infatti lo ritroverà in un ospedale nel Suffolk dove vengono curati, nascosti agli occhi dell’opinione pubblica, i soldati traumatizzati dal fronte e dalle trincee. Con la forza e l’incoscienza dei suoi nove anni deciderà di risolvere a suo modo la situazione.

In questo libro c’è posto per raccontare come la guerra segna il quotidiano, il dolore e l’orrore delle lettere

kalenaspedite dal fronte, le storie di chi tornò dalle trincee distrutto non solo fisicamente; c’è spazio per le scelte diverse che possono essere fatte e per quanto costa l’obiezione di coscienza a persone come Joe Patience, padrone di se stesse e delle proprie idee; c’è posto per la vicenda di persone di origini tedesche, russe, austro-ungariche che furono portate via dalle loro case perché “di particolare interesse” e che suona tanto attuale (come nella pagina che riporto qui a fianco); c’è posto per il caso che fa chiacchierare Alfie col primo ministro e per il destino che fa volare in aria i fogli che gli permettono di associare il nome del padre a quello di un ospedale.

C’è spazio per la potenza delle caramelle alla mela, dell’ostinazione e di quel “miglior motivo al mondo” – l’amore – che il signor Janáček ha spiegato ad Alfie e che viene nelle pagine del libro declinato in tanti modi. Ha scritto Eoin Colfer a proposito di questo libro: “It is an instant classic that once read will never be forgotten”.

Il sito dell’autore. La copertina, il ritratto dell’autore e il lettering di titolo e titoli dei capitoli sono di Oliver Jeffers.

John Boyne, Resta dove sei e poi vai (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2013, 254 p., euro 15

P.S. Spiega una nota del traduttore in chiusura di libro che i titoli dei capitoli rimandano a canzoni popolari tra i soldati britannici durante la guerra(alcune utilizzate per un film e un testo teatrale antimilitarista che sarà rimesso in scena a Londra per il centenario dello scoppio della Prima Guerra mondiale). La scelta è stata quella di mantenerne il titolo anche nella traduzione “e, dove possibile, il nome degli autori”. Ma di autori non ne figura neanche uno…).

è soltanto un cane

17 Dic

More about È soltanto un caneDeve essere il periodo delle storie di cani 🙂 Ne stiamo leggendo e recensendo parecchie. Non che io ne vada pazza, ma per fortuna, nella più parte dei casi sono storie che dicono ben altro. Questo libro di Bauer semina indizi dalle prime pagine. Sai subito che prima o poi verserai lacrime perché anche le bestie muoiono e quando muore una bestia a cui si è dato un nome è triste, che sia un pollo o un pesce rosso. Sai anche che Corey ti racconta una storia che conosci perché è così: quel cucciolo di dalmata incrociato con non si sa che non è solo un cane; è un pezzo della famiglia, è un amico, un compagno di giochi, un gioco da colorare e travestire, un fantastico acchiappagiornali. Leggi le avventure e ridi e sorridi e ci leggi tra le righe quello che succede alla famiglia del protagonista, ai suoi genitori. Una storia di tutti i giorni, un libro che dice – in modo lieve e bene come sa fare Bauer – vicende normali. Che fanno piangere e ridere e sorridere e sospirare. In cui tanti piccoli lettori si possono ritrovare.

Copertina orribile: mi ricorda quelle cartoline anni 60-70, con una bestia in posa su sfondo colorato. Ma del resto non sono migliori neanche quelle delle altre edizioni straniere. E non è un motivo di consolazione 😉 . Qui intanto il blog dell’autore.

Michael Gerard Bauer, è soltanto un cane (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2012, 134 p., euro 12, ebook euro 8,99

Che cosa è successo a Barnaby Brocket?

23 Nov

Solo perché la tua versione di normale non coincide con quella di un altro, questo non significa che tu sia fatto male.

Barnaby Brocket nasce e subito fluttua. Non nel senso di Pimpi che spiega a Winnie Pooh che lui non pesa, ma flutta; il piccolo Barnaby va in senso contrario alla legge di gravità e come lo si lascia andare finisce sul soffitto. Per presentarlo a fratello e sorella, il loro papà usa lunghe frasi per dire che il nuovo arrivato in famiglia “è un po’ diverso da noi” e i bambini si chiedono se abbia due teste o la coda. Con la semplicità dei piccoli sanno semplicemente che è il loro fratello, mentre per otto anni i genitori lo tengono nascosto il più possibile finché decidono di lasciarlo andare, di tagliare i lacci del grande zaino che lo tiene assicurato a terra e di liberarsene (sì, esatto. Eliminarlo dalla loro vita). Comincia così un lungo viaggio intorno al mondo che altro non è che un catalogo di persone considerate e guardate come diverse: chi ha malformazioni fisiche, chi non corrisponde alle aspettative dei propri genitori, chi ha diverse inclinazioni sessuali, chi devia dai binari che la sua famiglia gli ha predisposto per la vita, chi sta per morire e ha deciso di concedersi una pausa dal quotidiano. Un elenco di “mostritudini”, una lista di imbarazzi da parte di chi guarda e incontra, un catalogo di storie (non sempre belle, spiega Charles con la sua faccia devastata dalle ustioni. “Ma se a te non dispiace raccontamelo” ribatte pronto Barnaby). Dove tra le altre cose ci sono Mr Cody che aveva stretto la mano a Roald Dahl, un viaggio in mongolfiera, una lunga coda in biblioteca per ascoltare il proprio scrittore preferito. E dove si dice che alcune persone non riescono ad accettare le cose di cui non hanno esperienza. Di come a volte pensi sia semplice accettare e fare come sempre e invece è il mondo intorno, col suo modo di guardare, i suoi stereotipi, i suoi parametri idioti, che ti rende tutto difficile.

Leggo questo libro e so benissimo dove Jeffers vuole andare a parare, dove mi sta portando. So che la storia è anche troppo scoperta e nuda e che probabilmente in altre situazioni, in altri testi mi darebbe fastidio pensare che l’autore sta ribadendo che ognuno è com’è e che la normalità è un’invenzione. Ma qui non mi dà fastidio. Forse perché è davvero leggera come una fiaba (e nuda come una fiaba nel senso di cruda; non edulcora certi particolari, non nasconde). O perché la leggerezza di Barnaby non è solo un fatto fisico; gli sta nello sguardo e in quel candore che lo fa scendere dal pero in alcune situazioni, quando gli altri strabuzzano gli occhi e lui capisce un secondo dopo. Non perché sia tardo, ma perché a certe cose non presta attenzione. E non per incuria, ma perché sono così (sono la loro realtà, direbbe lui) e la sua curiosità è solo quella di chi sa ascoltare. A me ricorda il piccolo Bertie di McCall Smith (44 Scotland Street, Guanda) che vorrebbe solo essere se stesso (e potersi macchiare di ketchup e giocare a rugby).

Anche per questo libro di Boyne, come già per “Il bambino con il cuore di legno”, la copertina è illustrata da Oliver Jeffers, che però semina ritratti e disegni anche lungo tutte le pagine. Io ho letto questo testo in e-book e devo dire che in modalità notturna le sue illustrazioni risultano ancora più affascinanti.

Ecco qui Boyne e Jeffers ieri sera prima dell’Irish Book Award, nella cui short list figurava il libro. Il premio è andato a Eoin Colfer per “Artemis Fowl. The Last Guardian” e a Jeffers con “The Moose Belongs to Me”. Barnaby Brocket è in lizza per la Canergie Medal 2013: chissà com’è vista dall’alto 🙂

Ultimo: il titolo originale di questo libro suona come “la cosa terribile che è successa a BB”. Dove “la cosa terribile” ha sicuramente tanti significati diversi a seconda di chi la considera…

John Boyne – ill. di Oliver Jeffers, Che cosa è successo a Barnaby Brocket? (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli 2012, 306 p., 15 euro

Lo sfigato

18 Ott

More about Lo sfigato

Per Ambrose Bukowski è facile fare collezione di tappi di bottiglia: ne trova tantissimi perché quando cammina guarda sempre per terra. Guarda a terra per non farsi notare, per passare ancora più inosservato di quanto già non  sia, perché spera che i tre bulli della scuola la smettano di prenderlo in giro per le sue Ike (“si legge come Nike, senza la N”), di picchiarlo, di mettergli le noccioline dentro il panino. Ambrose è allergico alle noccioline e un po’ anche alla vita, da cui la sua mamma iperprotettiva cerca sempre di metterlo in guardia. Quando l’ennesima bravata dei bulli manda Ambrose all’ospedale e rivela tutto il castello di bugie che lui ha costruito, non resta che una scelta: studiare a casa, per corrispondenza. Nelle lunghe ore passate da solo Ambrose ha più tempo per osservare i vicini di casa e il loro figlio Cosmo, appena uscito di prigione. Un poco di buono, direbbe la mamma. Uno che cerca di star fuori dai guai, direbbe Ambrose. La cosa più simile ad un amico che lui abbia mai avuto.

Ambrose, come Cosmo, è un patito del gioco di Scarabeo e fa dei tornei ufficiali. Si esercita con le parole ed è un buon lettore: seguite i suoi consigli di lettura! Qui invece potete leggere un’intervista all’autrice a proposito di questo libro e sul suo lavoro di sceneggiatrice televisiva.

Susin Nielsen, Lo sfigato (trad. di Francesco Gulizia), Rizzoli oltre 2009, p. 251, euro 14,50.