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Il bambino fantasma

17 Mar

Più riguardo a Il bambino fantasmaQuando sei vecchia, hai fatto molte cose. Un albero è un’unica entità ma è composto da molti rami. Tutti i rami sono importanti, perché tutti insieme fanno l’albero. Su uno dei miei rami ho fatto il marinaio. Anche se sarebbe più corretto dire che ho fatto il cercatore.

La protagonista di questa storia è vecchia, un’anziana signora di nome Matilda che vive con un cane altrettanto avanti in età in una piccola casa colma di ricordi, di oggetti particolari e affascinanti riportati da viaggi. In questa casa arriva un bambino, o meglio Matilda si trova un ospite inatteso già seduto in salotto che comincia a farle domande. Così l’anziana racconta la sua storia, la sua crescita “da ghianda a quercia” come dice lei, le sue scelte.

Figlia di famiglia ricchissima, di una madre superficiale e di un padre all’apparenza duro, viene accompagnata dal padre stesso – che rivela tutta un’altra faccia – in un viaggio di due anni intorno al mondo per scoprire la cosa più bella del mondo. Ma quella che crede essere la cosa più bella del mondo la trova seduta sulla spiaggia di casa: un ragazzo di nome Feather, selvatico e quasi di un mondo altro, che piega la sua natura a vivere con Maddy in una casa, a portare scarpe e camicia stirata. Ma non sempre si può resistere a lungo senza poter essere davvero se stessi.

Davanti a questo libro mi chiedo, come davanti a “The Frozen Boy” di Sgardoli, il perché. Sono due storie belle, molto belle, ma sono storie in cui i ragazzi si possono ritrovare? Ho sempre pensato che quello sulle seconde possibilità fosse un libro da quarantenni in crisi, questo un libro per chi fa un bilancio della propria vita. Altrimenti mi sembrerebbe solo che la Hartnett lo infarcisca di belle frasi che dicono di quel che bisogna cercare, apprezzare, capire nella vita. Questo è un libro che darei in mano ad altri, che mi piacerebbe trasmigrasse anche verso la sezione adulti della biblioteca.

Il sito dell’autrice.

Sonya Hartnett, Il bambino fantasma (trad. di Claudia Manzolelli), Rizzoli 2012, 232 p., euro 13

Una storia gigante

15 Mag

Bernardo Carpio è una figura leggendaria delle Filippine, un uomo gigante dalla forza paragonabile a quella di Ercole, che sconfisse con la gentilezza i preconcetti e le paure di chi gli viveva accanto e che salvò il villaggio di San Andres dallo scontro di due pareti di roccia durante un terremoto. Un figura mitica ed eroica, insomma. E soprattutto un gigante.

Anche Bernardo Hipolito è un gigante. Ha sedici anni, vive nelle Filippine ed è alto 2,50 metri. Gli abitanti del villaggio lo credono un eroe, ma la problematicità della sua altezza e le sue giunture scricchiolanti gli impediscono persino di giocare a basket, di cui è appassionato. Anche Amandolina, detta Andi, londinese tredicenne, va pazza per il basket: pur essendo bassa di statura, è un ottimo playmaker… peccato che nella sua nuova scuola, l’unica squadra di basket sia maschile. Bernardo e Andi sono fratelli. Hanno la stessa mamma, si sono visti una sola volta nella vita e ora finalmente avranno la possibilità di vivere insieme: Bernardo ha ottenuto tutti i documenti per trasferirsi in Gran Bretagna. L’impatto iniziale non è dei migliori: Bernardo è goffo, sviene nella metropolitana, allaga la casa tentando di riempire la vasca e si presenta improvvisamente al’allenamento di basket della sorella. Andi e Bernardo si studiano di sottecchi, cercando di andare al di là dell’incomprensione e della rabbia: sono due modi diversissimi ma parenti. Sarà la storia che Bernardo racconta a far capire a Andi quanto speciale sia il fratello: una storia impastata di magia e di credenze, di paure, di sensi di colpa e e di desiderio di vivere normalmente. Finché Andi giocherà una mitica partita nella squadra maschile, sarà sospesa dalla scuola, il fratello finirà in ospedale e il villaggio filippino sarà travolto da un terribile terremoto: ma un magico filo sottile terrà insieme tutti gli eventi.

Una storia a due voci, intensa e vera nella sua semplicità. Da far leggere, assolutamente.

Appena ho preso in mano questo libro, la copertina mi ha fatto sorridere. Mi ricordava un po’ Barack Obama sulla copertina azzurra di Rolling Stone nel marzo 2008, con Christine Lagarde che lo guarda da sotto in su (non ditemi che non è lei… è identica!) e Steve Jobs sullo sfondo… 🙂

Il blog dell’autrice. Il sito dedicato al libro e il booktrailer.

Candy Gourlay, Una storia gigante (trad. di Giordano Aterini e Claudia Manzolelli), Rizzoli 2012, 286 p., euro 14.

War Horse

30 Gen

More about War Horse !! ANTEPRIMA !!Arriva in traduzione giusto in tempo per l’uscita del film omonimo girato da Spielberg (che sarà in sala dal 17 febbraio) questo romanzo che Michael Morpurgo ha scritto nel 1982, già diventato uno spettacolo teatrale di enorme successo (basta dare un’occhiata al sito del New London Theatre). La storia nasce nel momento dell’incontro tra lo scrittore e un vecchio avventore del pub del suo paese che gli racconta i suoi trascorsi in Francia, durante la Prima Guerra Mondiale, nella cavalleria. Morpurgo scrive che quell’uomo gli raccontò cose che mai aveva ascoltato o letto sui libri o visto nei film e lo portò quasi per mano tra le vicende che aveva vissuto da ragazzo, tra la paura e l’orrore di giorni in cui poteva parlare e confidarsi solo col suo cavallo. Morpurgo costruisce così la vicenda di Joey, baio ciliegia, e del giovane Albert, tredicenne il cui padre compra quel giovane puledro e glielo affida, della loro complicità, del loro affetto. Finché il padre di Albert vende il cavallo all’esercito inglese che sta per passare la Manica e il ragazzo giura all’animale che lo ritroverà. Il racconto è fatto per voce di cavallo ed è attraverso gli occhi di Joey che vengono descritti gli orrori delle trincee e degli attacchi, l’assurdità della guerra, l’umanità che incontra (in forma di persone e in forma di cavalli). Anche Morpurgo prende il lettore per mano e lo porta in sella a Joey, nella stalla, nelle cure di Emilie e di Friedrich il matto, nei passi arracanti a fianco a Topthorn. Se il film sarà all’altezza del trailer, anche Spielberg prenderà per mano lo spettatore. O semplicemente è la storia, una buona storia che fa questo: ti prende e non ti lascia, fino alla fine e dopo.

Michael Morpurgo, War Horse (trad. di Claudia Manzolelli), Rizzoli 2011, 177 p., euro 15

La prima volta

2 Nov

More about La prima voltaScrollo le spalle. “è quel genere di storia. Certe parole sono necessarie perché questa è vita vera, ma non si possono usare apertamente perché siamo troppo giovani per leggere nero su bianco quello che nella realtà già facciamo, capito?”

La prima volta. Sì, quella prima volta lì. Che dà il titolo a questo libro “quello con le mutande in copertina?”, come mi hanno chiesto in libreria. Sì, quello con le mutande in copertina insieme a una banana, ma – per dire – ci sono anche dei calzini sulla copertina… Questo libro è una raccolta di racconti di alcuni dei maggiori scrittori britannici per adolescenti che parlano della perdita della verginità a modo loro, senza moralismi, con parecchia ironia ma anche con spietato occhio sulla nuda realtà. Ci sono le voci di Melvin Burgess, Anne Fine, Keith Gray, Mary Hooper, Sophie McKenzie, Patrick Ness, Bali Rai e Jenny Valentine (e le sfumature dei loro otto diversi traduttori) che offrono differenti sguardi, punti di vista, conclusioni. Ci sono voci di maschi e di femmine; ci sono tentennamenti di adolescenti, saggezze di persone anziane, ricordi di prof, imbarazzi di genitori, vite da anni e Paesi lontani. Ci sono padri che fanno discorsi ai figli pretendendo per l’imbarazzo che questi ultimi non li guardino in faccia, ma si guardino i piedi. Ci sono ragazzi che si chiedono quale sia il plurale di “gay”, c’è il potere delle parole, la forza della poesia e anche i rovesci della medaglia (tipo quando ti rendi conto che forse, a giocarti la carta giusta, adesso usciresti tu – e non James – con Drew e che non avevi mai notato prima quanto lei fosse bella). C’è sesso e c’è amore, c’è silenzio e c’è attesa.  Ci sono  le differenze di età, le differenze di intenti, le differenze tra gli Eddy e i Danny. C’è quello che perdi. E quello che trovi. Perché è trovare il resto che è importante.

Uno dei racconti, quello scritto da Patrick Ness e da cui ho tratto la frase riportata qui in alto, è tutto strisciato di nero: ci sono parole, paroline, parolacce e intere frasi cancellate, nascoste dietro spessi tratti neri che stanno a significare proprio quel che dice il protagonista: che certe parole non si possono usare, perché provocano imbarazzo negli altri o negli adulti che ci stanno intorno, che ci vedono leggere questo libro o acquistarlo o prenderlo in prestito. Il che mi ha ricordato una sensazione già vissuta: così sono andata sull’opac SBN e ho contato in quante biblioteche civiche italiane fosse presente al prestito “Il chiodo fisso” di Burgess, pubblicato per Mondadori nel 2005:  sono 112. Ogni volta che incontro qualcuno che pensa che quel libro non sia da proporre ai ragazzi, che l’autore l’abbia scritto per vendere dato l’argomento, mi chiedo se l’ha letto fino in fondo. Se ha dato ascolto alle diverse voci dei differenti ragazzi e ragazze che ci sono in quelle pagine, se si ricorda i pensieri, le paure, i tentennamenti di quell’età. Perché quel libro, come questo, è un libro necessario (tanto per riprendere la voce del protagonista di cui sopra). Perché questa è vita vera. Quando è buffa, quando è drammatica, quando è diversa da come ce la aspettavamo. Nel peggio, ma anche nel meglio… Facciamo che tra un anno vado a contare quante biblioteche pubbliche hanno a scaffale “La prima volta”…

La prima volta, a cura di Keith Gray, Rizzoli 2011, 250 p., euro 12,90