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Bruciare la frontiera

6 Feb

Premessa: questo libro è costruito su e intorno a luoghi, storie e persone che hanno fondato e fondano quel che sono. Appena aperto, rivela una cartina: è segnata la Val Roya, la valle francese che da Ventimiglia sale al Colle di Tenda, poi le vallate occitane italiane con alcuni punti essenziali in territorio cuneese come il Col Ciriegia e quello delle Finestre, Borgo San Dalmazzo, il colle della Maddalena e ben più su, ormai in provincia di Torino, Bardonecchia e la Valle Stretta (potrebbero starci anche Nevache e Briançon giusto al di là del confine e credo siano luoghi di cui avete sentito parlare, ultimamente). Quei luoghi lì, tra Roya e vallate cuneesi, sono casa, dove sono nata e molte delle storie che il libro cita, prime tra tutte quelle degli ebrei che nel settembre 1943 da Saint-Martin-Vésubie cercarono salvezza in Italia, quelli che si salvarono e quelli che li salvarono, quelli internati nel campo di Borgo e partiti sui carri bestiame verso Fossoli, ecco quelle storie fanno parte del quotidiano perché sono nipote di una delle persone che ha lavorato per anni per portarle a conoscenza e, col tempo, sono diventate in qualche modo storie di famiglia, per quel meccanismo che ti fa sentire prossimo e caro chi la cui vita ti è affidata per farne memoria. Cammino sovente sui sentieri di Grimaldi e de La Mortola, sulla riga di confine affacciato sul mare tra Ventimiglia e Mentone, quei sentieri che gli ebrei percorrevano per cercar salvezza durante la Seconda Guerra mondiale e che oggi tanti immigrati tentano (e se uno si chiama da sempre Passo della Morte non è a caso): sono i sentieri dei contrabbandieri e dei passeurs, quelli che Francesco Biamonti sapeva a memoria e che ha messo nei suoi romanzi. So la storia della Valle Roya, italiana e poi francese; di un paese come Briga diviso in due Stati diversi e in tre province differenti, dividendo le famiglie, i campi, i pascoli e le greggi. So gli occhi a capocchia di spillo e la forza di Cédric Herrou, il contadino di Breil, da mesi accusato dallo Stato francese per il suo aiuto ai migranti insieme all’associazione Roya Citoyenne che prende parte in Val Roya e ormai non solo più lì; so la vista sul mondo che Enzo guarda da Grimaldi Superiore; so le meraviglia della Valle delle Meraviglie e non è un bisticcio di parole. So anche di quella curva subito dopo Fanghetto, dove la valle si fa Francia e dove c’è il posto di blocco della gendarmerie che rallenta le auto in salita dal mare: devo avere la faccia da contrabbandiera visto che ogni volta mi fermano; non chiedono documenti, ma sempre e solo di aprire il cofano. Sempre.

Sono cose mie, insomma.

Ecco allora, questo è lo sfondo di un romanzo che parla di ragazzi che cercano di passare il confine: Fra e Kappa camminano sui sentieri intorno al confine rifacendosi a storie di anni precedenti, guidati da una lettera del nonno che parla di una sua esperienza che ha a che fare con l’emigrazione in altri anni ; Abdullah dalla Tunisia cerca di arrivare in Francia dove Céline, conosciuta on line, lo aspetta, anzi viene a cercarlo (in motorino per tutta la Val Roya e poi sulla Maddalena, ragazza, parbleu!). Le loro storie raccontano dei poliziotti alla frontiera, di quelli che battono le carrozze dei treni che oltrepassano i confini, dei cartelli in più lingue che chiedono ai migranti di non provare a arrampicarsi sopra i convogli o ad avventurarsi nella neve pena il rischio di rimanere fulminati o assiderati; raccontano di speranze, dignità umana, storia che si ripete nel tempo e che rende ancora più assurda la cronaca quotidiana dell’oggi. Un libro che fa testimonianza della realtà.

Però, visto che cerchiamo di essere onesti, lo diciamo: come il precedente dello stesso autore, questo è un romanzo costruito per parlare di certi temi e per metterci gli echi storici (il memoriale di Borgo, Cédric, i passeurs della Val Susa di tanti anni fa, il campo di Ventimiglia, i migranti ai Balzi Rossi e via così). Per cui vi può dare, come il precedente appunto, spunti per affrontare questo tema, al di là della valenza narrativa che ha in sé. Se poi cercate altre esperienze e leggete in francese vi consiglio Passeur di Raphaël Kraft, in cui il giornalista francese ripercorre coi migranti i sentieri tra Mentone e Ventimiglia. E poi di andarvi a rileggere Biamonti, in particolare “Vento largo”, con Varì che riprende a fare il passeur e elenca i “suoi” migranti: “Non abbiamo mai lasciato nessuno di qua del confine”.

Di certo ce n’è, anche in questo romanzo, per iniziare una riflessione sul confine, su quel che significa un tratto che ha senso geograficamente, su cosa vuol dire invece per chi ci vive intorno e lo attraversa normalmente, legalmente, per andare a scuola, al lavoro e non lo sente. Né nella lingua né nelle persone né nei luoghi. Crescere in terra di confine (soprattutto qui, dove la lingua unisce) significa anche questo: sapere che quella linea geografica non apparitene al sentire quotidiano e che gli elicotteri che lo pattugliano, braccando chi lo passa, suonano assurdi.

Carlo Greppi, Bruciare la frontiera, Feltrinelli Up 2018, 169 p., euro 13

Non restare indietro

18 Gen

non restare indietroCarlo Greppi è presidente della costola torinese dell’associazione Deina, i cui progetti mirano a coinvolgere in progetti di viaggio che siano approfondimento e momento di crescita; tra gli altri, Promemoria Auschwitz che permette ai ragazzi coinvolti di partecipare a momenti di formazione storica e alla visita al campo di concentramento di Auschwitz in un momento di formazione personale e di condivisione con altri coetanei provenienti da scuole e luoghi diversi.

Il libro deriva da quest’esperienza e la fa rivivere attraverso la vicenda del protagonista, Francesco, che cambia scuola e si trova coinvolto con l’intera classe in questo progetto: il lettore segue il percorso dei ragazzi, gli interventi in classe da parte di due ragazzi dell’associazione che propongono film, riflessioni, immagini e che coinvolgono gli alunni direttamente chiedendo loro di immaginare, di immedesimarsi, di scegliere, e poi il viaggio a Cracovia, ad Auschwitz, a Birkenau. E parallelamente segue la vita di Francesco, i suoi dubbi, il non avere un posto nel mondo, i conflitti coi genitori che lo considerano un incapace, il dolore per il suicidio di un amico. Francesco arriva nella nuova classe a metà anno, mantenendo ben distinti i legami con la vita e la scuola precedenti; attraverso i suoi occhi si identificano i compagni, le loro caratteristiche, gli stereotipi – il bullo, la prima della classe,… – che nascondono ben altro, mentre una sorta di voce fuori campo, di contraltare al protagonista è Kappa, l’amico di sempre che si fa chiamare col tag che utilizza quando tappezza i muri del quartiere e che fa domande, semina interrogativi.

Francesco impone al lettore la propria inquietudine: attraverso le domande che si pone, le mail che scrive, ma anche attraverso la descrizione di quel ha intorno,  soprattutto gli adulti che rappresentano modi diversi di rapportarsi coi ragazzi, di considerarli, di dare loro o meno dignità (al loro crescere, al loro trovare forma, al loro sentirsi fuori posto): i genitori, l’insegnante, il preside, l’allenatore di calcio sono ritratti nei difetti e nei pregi, nell’attenzione verso l’altro, nei preconcetti, nel dare o negare possibilità e voce.

L’esperienza diretta dei progetti dei “treni della memoria” entra appunto a far parte integrante della trama e ne diventa insieme punto di forza e punto di debolezza: si ricostruisce infatti, accanto al vissuto extrascolastico del protagonista, ogni singolo intervento degli operatori in classe, i loro discorsi, quel che propongono ai ragazzi; il libro cuce le spiegazioni storiche alla trama e diventa anche – per un adulto che legge – un ottimo compendio di proposte (letture, film, approfondimenti), ma mi chiedo fino a che punto un adolescente possa sopportare questa narrazione senza trovarla eccessivamente appesantita dal discorso storico, da certe parti che possono addirittura suonare come retorica (e sono gli stessi protagonisti ad evidenziarne il pericolo, quindi è dichiarato l’effetto opposto, però – si sa – quel che il lettore percepisce nonostante gli avvertimenti conta molto). I passaggi più notevoli sono quelli in cui si chiede ai ragazzi di immedesimarsi in una persona che ha vissuto quel periodo storico, che si è trovato di fronte a determinati bivi e ha scelto sulla base dell’esperienza, dell’educazione ricevuta: la concretezza di quel che viene richiesto agli alunni è forse il modo migliore per rendere vicini i fatti storici e le lettere che Francesco scrive a Monsieur LaPadite così come il “Diario di X” valgono più di tante spiegazioni riportate.

Per chi volesse approfondire un aspetto tanto citato quanto poco analizzato, il viaggio cioè verso i lager, Greppi ha scritto L’ultimo treno (Donzelli 2012) in cui ricostruisce le vicende di decine di comunità viaggianti, attraverso le voci dei sopravvissuti.

Carlo Greppi, Non restare indietro, Feltrinelli 2016, 224 p., euro 13, ebook euro 8,99