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Cuori di waffel

21 Ott

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Ci sono cose che succedono all’improvviso e bloccano tutto. Capita così che un libro ti aspetti per tre mesi sotto il bancone di una libreria e, quando torni, ci sia una bellezza particolare nel sapere che è stato lì in attesa per tanto tempo, a covare la possibilità di essere letto. Recupero così, a cinque mesi dall’uscita, questo meraviglioso libro che ci dà ancora una volta un assaggio della capacità degli scrittori nordici di regalare una storia da leggere e consigliare e consigliare ancora confezionandola col quotidiano, con lo stupore, con la capacità di dire le cose grandi (si affaccia la morte di una persona cara tra le pagine, ma anche il dolore della distanza e l’incapacità di dire) in modo semplice e leggiadro.

Trille ha nove anni e vive nella minuscola Baia di Martinfranta con la sua famiglia, il nonno e un’incredibile vicina di casa di nome Lena che è anche la unica compagna femmina in una classe altrimenti maschile ed è un tornado. Lena ha sempre in mente qualcosa e trascina Trille in avventure tipo allestire un’arca in stile Noé (trascinando bestie varie tra cui coppie di insetti e una mucca), racimolare il denaro per comprare un nuovo pallone suonando per strada Bianco Natal in una calda e assolata giornata estiva, mettere un annuncio in bacheca per trovare un papà. Ogni volta i due ragazzini si mettono nei guai, si procurano ammaccature e fratture varie, promettono solennemente di non farlo mai più. Certo, come dice saggiamente il papà di Trille: “Tu e Lena non rifate mai la stessa cosa due volte, ne combinate sempre di nuove!”.

Così assistiamo al tentativo di Lena di farsi polena (anche se a disposizione c’è solo un canotto), di salvare un agnellino calandosi dall’alto come Gesù nel quadro a casa della zia, di salvare una vecchia giumenta costruendo una casa di riposo per cavalli e affini. Lena è battagliera, umorale, facile all’entusiasmo come a farsi scura in volto e se c’è qualcosa che non va non esita a tirare un pugno da manuale al compagno che la prende in giro. Trille le dà man forte e intanto la osserva: vorrebbe tanto che Lena gli dicesse che lui è il suo migliore amico, esattamente come lui sente per parte sua, per la sua metà. Lena invece è sbrigativa negli affetti, ruvida e insieme morbida perché tutto quello che non riesce a dire a parole lo esprime coi gesti, con l’irruenza, con l’impulsività.

I due protagonisti sono accompagnati nelle loro giornate da adulti che strizzano l’occhio, come il nonno con la sua motocicletta nella cui cassa èIMG_3043 possibile nascondersi e con il suo partecipare al gioco dei pirati, e la zia-nonna che cucina montagne di waffel e racconta le storie del tempo di guerra. Il tempo di Tille e Lena invece è quello di due bambini che vivono liberi e leggeri nel loro mondo, che passano i pomeriggi in mare, a scivolare sul bob oppure a inventare storie e suggestioni. E che hanno la fortuna di partecipare al raduno autunnale delle pecore (“è possibile essere più felici?” chiede Trille). E quindi questo libro è arrivato al momento giusto 😉

Da non perdere. Proponetelo ai lettori dalla classe quarta della scuola primaria e anche agli adulti che vi stanno intorno: è una di quelle letture per cui si ride forte e insieme c’è profondità e bellezza. La bellezza della vita.

A proposito di Maria Parr. A proposito di Bo Gaustad.

Maria Parr – ill. Bo Gaustad, Cuori di waffel (trad. di Alice Tonzig), Beisler 2014, 164 p., euro 13

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Rico, Oscar e i Cuori Infranti

22 Ott

rico

Di solito non segnaliamo delle serie i volumi successivi al primo, tranne quando sono veramente da non perdere. Ecco uno di questi casi: se già Rico Doretti e il suo diario avevano conquistato i lettori con il primo volume della serie Rico, Oscar e il Ladro Ombra, si ripetono ancora raccontando una nuova avventura. Si ride come nel precedente; si ride lieve sulle difficoltà di Rico, sul ritardo con cui a volte capisce le cose, sui significati delle parole difficili che spiega tra le pagine, sulle sue trovate.

E intanto si guarda Oscar attraverso gli occhi dell’amico: Oscar che viene per passare una serata e una notte a casa Doretti e il mattino trova il suo zaino davanti alla porta, con un biglietto in cui il padre chiede se può rimanere ancora un po’. Perché “ha bisogno di distanza”, spiega il bambino. Oscar invece a questo giro segna la sua distanza dal mondo non più con un casco, ma con un paio di grandi occhiali scuri, nonostante i quali al suo sguardo non sfugge che, alla tombola serale, la mamma di Rico ha vinto imbrogliando. Superata la rabbia, i due si mettono a immaginare scenari possibili, a intrecciare prove e indizi; si gettano all’inseguimento dei veri truffatori sulla vetusta auto di un vecchietto allergico alle noccioline che non trova di meglio che ingoiarne una manciata per salvare la situazione quando viene sorpreso a rubare documenti importanti in un nightclub.

Ce n’è per tutti i gusti, dall cioccolato in cinque palline sul cono di Rico alla mania del cibo salutare del suo amico che sgranocchia “mix dello studente” a quattro palmenti, compreso il cono sette gusti di Oscar: perché se la gelataia ti stuzzica chiedendoti melliflua se sai già contare fino a cinque, cosa vuoi fare? Risponderle che sai farlo fino a sette ed elencarle i gusti nell’ordine esatto in cui deve servirteli!

Rispetto al primo volume è cambiata la traduttrice, ma la prosa di Rico nel suo diario scritto di notte scorre liscia, ironica e appassionante come la conoscevamo.

Andreas Steinhöfel – ill. di Peter Schössow, Rico, Oscar e i Cuori Infranti (trad. di Alessandra Petrelli), Beisler 2013, 268 p., euro 13

Io sono soltanto un cane

23 Apr

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Permettete che mi presenti? Mi chiamo Brendon e vengo dall’Ungheria. Antica razza di cani pastori.

La stagione canina nella letteratura per ragazzi continua dall’autunno e propone questa volta – con un titolo davvero troppo simile al romanzo di Michael G. Bauer – un testo di Jutta Richter dove la voce narrante è quella di Anton, anzi di Brendon, cane pastore arrivato dal’Ungheria e adottato al canile dalla famiglia che gli ha cambiato nome. 

Con ironia, Anton racconta: i membri della sua nuova famiglia, la gatta con cui condivide gli spazi, la scuola dove lo addestrano per farne un buon cane, le passeggiate, le risate sotto il tavolo con la piccola bambina di casa, la volta in cui ha divorato un’oca arrosto e quella in cui ha assaggiato una scarpa, l’Ungheria e il lavoro dei cani pastore così come glieli ha raccontati lo zio Ferenc.

Dice che i cani sanno piangere e ridere; che si accorgono quando li inganni col rumore del cibo che poi viene negato; che avere a che fare con gli umani non è proprio come radunare un gregge di pecore racka.

Un libro che vola via in un attimo e che di sicuro piacerà ai lettori della scuola primaria.

Il sito di Jutta Richter.

Jutta Richter – illustrazioni di Hildegard Muller, Io sono soltanto un cane (trad. di Bice Rinaldi), Beisler 2013, 91 p., euro 10

Rico, Oscar e il Ladro Ombra

22 Gen

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Io invece mi confondo, guarda un po’. E se tu sei intelligente come dici saprai che nel mondo ci sono tante persone che si confondono, proprio come me.

Che piacevole sorpresa questo romanzo preso per caso tra la pila di quelli da leggere. Si ride con una piacevole leggerezza nell’affrontare argomenti come la diversità, l’handicap, il rapimento di minori, la malattia. Si ride e si trova piacevole questa storia perché si sente che nasce per urgenza dell’essere raccontata così dal suo autore; non per insegnare qualcosa; tanto meno per affrontare di proposito uno dei tanti temi che si ritrovano tra le pagine.

In un quartiere di Berlino, Rico si muove con sicurezza solamente tra le poche strade intorno a casa che gli sono familiari e in cui rischia di non perdersi, dato che – come lui stesso ammette – riuscirebbe a smarrirsi anche nella corsia di un supermercato. Rico, sempre per sua definizione, è un bambino “meno intelligente”, ha un lieve ritardo nell’apprendere, nell’imparare parole nuove (ma ci si applica, riportando definizioni puntuali e buffe nel suo diario che costituisce il testo del romanzo), nel ricordarsi destra e sinistra e nord e sud. Ha anche una predilezione per gli appartamenti altrui: nel suo condominio tutti lo sanno e lo ospitano volentieri, tranne il bisbetico e trasandato signor Orsi. Così ogni tanto Rico va a fare quattro chiacchiere coi ragazzi del secondo piano; innaffia le piante dei vicini in vacanza; passa le serate del venerdì e del sabato a vedere film con la signora Dolci; sogna che sua madre si innamori del nuovo inquilino.

Poi incontra un bambino strano, che gira con un casco in testa perché vede pericoli ad ogni angolo, che sa qualsiasi cosa e che pare anche abbastanza triste. Oscar diventerà suo amico, ne è sicuro, specie quando decidono di trascorrere una giornata insieme lungo il canale. Ma Oscar non si presenta all’appuntamento, anzi viene rapito dal famigerato ladro di bambini che da mesi è l’incubo dell’intera città. Rico allora somma una serie di indizi e cerca di salvare il suo amico.

Dove non tutto è quel che sembra; dove chi sa tante cose ha l’aria infelice; dove molti hanno sensazioni grigie; dove c’è chi inventa storie, ma ha il coraggio di raccontarle solo a un sordomuto; dove a guardar bene si notano molte cose.

Andreas Steinhöfel è l’autore de Il principe meccanico (Salani); questo libro è il primo di una trilogia incentrata sul personaggio di Rico.  E un plauso alla traduzione dove finalmente si legge una parola come “tette” in un libro per ragazzi, non per scriverla per forza, ma perché è così e ci sta bene (e siamo solo a pagina 17 e sono quelle della mamma del protagonista. Se avete problemi, siete avvertiti).

Andreas Steinhöfel – ill. di Peter Schössow, Rico, Oscar e il Ladro Ombra (trad. di Chiara Belliti), Beisler 2012, 211 p., euro 13

Da oggi sono felice

10 Dic

weeksFino ad allora non mi ero mai chiesta se di punto in bianco la bomba a orologeria nascosta nelle mie viscere sarebbe esplosa. Il giorno del diploma di quinta elementare ebbi chiaro che le cose semplici non esistono.

Annunciato da mesi col titolo “Ubriaca di nascita”, ecco l’ultimo libro di Sarah Weeks, edito in Italia da Beisler con un titolo forse più felice per il pubblico, anche se effettivamente Verbena, la protagonista undicenne, soffre di un lieve ritardo e di alcuni difetti fisici proprio per la costante ubriachezza della madre in gravidanza.

Verbena sta crescendo, dentro di lei qualcosa ruggisce e a volte le fa paura: paura di se stessa, paura del suo nuovo modo di essere, paura delle rispostacce che dà alla mamma, dell’allontanamento della sua migliore amica. Le cose non migliorano certo quando Verbena scopre che i suoi lievi difetti derivano dal fatto di essere figlia non di quelli che ha sempre creduto essere i suoi genitori, ma degli zii di cui ha sentito parlare in storie sussurrate in famiglia e in paese. Gli indizi per capire c’erano tutti, ma lei non li aveva mai guardati prima. Allora tutto il suo quotidiano le dà ancora più fastidio, soprattutto il fatto che per sua madre lei sia sempre la figlia perfetta (un’accezione tutta materna di “perfetta”, direbbe Verbena e qui ci sarebbe da imparentarsi col Barnaby Brocket di Boyne recensito qualche giorno fa qui e fare un ritratto di genitori vari, quelli che ti vogliono, quelli che non ti vogliono, quelli che devi sembrare perfetto comunque, quelli che – evviva – vai bene così come sei). Finché in una giornata di ribellione non incontra Pulce, bambino arrivato in vacanza, convinto che lei sia un fantasma, allergico a qualsiasi cosa si possa immaginare. L’avventura più grande sembra quella di rimettere a posto una vecchia barca e allontanarsi sul lago senza che nessuno lo sappia. E dire che nessuno dei due ragazzini sa nuotare…

Il sito di Sarah Weeks, di cui Beisler ha già pubblicato qualche anno fa “La ragazza Chissachì” e “il ragazzo che non mangiava le ciliegie”: se non li conoscete, cercateli subito!

Sarah Weeks, Da oggi sono felice (trad. di Chiara Belliti), Beisler 2012, 166 p., euro 11,80

Tortintavola

3 Nov

Gnam gnam gnam… questo libro comincia dalla copertina. Dovete aprirlo e metterlo a faccia in giù sul tavolo (o sulle ginocchia, o sulla pancia del papà, o sul prato… insomma, dipende dalla superficie a disposizione). Quest’immagine è l’inizio della storia. C’è una golosa torta farcita con tanto di ciliegiona candita che aspetta i signori Scodinzoli sul tavolino davanti a casa. Ci sono due topi che la guardano con occhi famelici , c’è un bosco con una serie di animali indaffarati in attività varie. Ecco, questa è la storia. Perché in questo albo senza parole, dove si susseguono immagini quasi in movimento a acquerello e penna a inchiostro, la storia la fate voi. Ci mettete le parole e la fate, la storia, scegliendo di seguire i vari personaggi (quando si dice “di contorno”… qui anche il contorno ha una storia), immaginando, riproducendo il suono della campanella sul cancello o il tuffo in acqua, dando voce alle espressioni dei protagonisti (la sentite la signora alla finestra che urla: “Tortintavolaaaaaa!”?). In questo modo, il semplice inseguimento dei ladri diventa un universo di storie che si intrecciano tra di loro, storie diverse a seconda di chi si sceglie di seguire, a caccia di indizi e particolari minuti (code nascoste, ruzzoloni, caldi nidi per anatroccoli). Seguite il sentiero che attraversa le pagine e… e chissà dove finirà il sentiero, chissà che faranno tutti gli animali una volta digerita la crema e la panna e il pan di spagna. Chissà…

Un piacevolissima scoperta tra le fila dei “senza parole” che sempre mi piacciono per il ventaglio di possibilità che aprono. Le illustrazioni di Thé Tjong-Khing.

Thé Tjong-Khing, Tortintavola. Ma la torta dov’è?, Beisler 2011, 32 p., euro 12,5