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Le vittorie imperfette

10 Mag

le vittorie imperfetteCapita di imbatterti in un libro per caso, lo cominci di notte e vorresti che la notte durasse il tempo di arrivare all’ultima pagina. E poi lo vorresti inserire subito tra le proposte di lettura per i ragazzi più grandi. Succede con la grazia e la misura giusta di questo libro che mette di fronte due mondi diversi, due squadre, due sistemi e tante vite; che intreccia le storie di due campioni sportivi con le vicende autobiografiche dell’autore mettendo il basket a far da collante. Se il basket infatti ha un ruolo fondamentale nella famiglia dell’autore e – pare – anche nella sua nascita, tutto il romanzo ruota intorno ai tre controversi minuti finali della partita  tra i sovietici e gli statunitensi alle Olimpiadi di Monaco del ’72. L’autore sceglie due protagonisti di quell’impresa, Saša Belov e Kevin Joyce, tracciandone le vite prima e dopo, ritrovando i loro sogni di ragazzi alla vigilia e immaginandone gli anni successivi, il peso delle scelte, il ritorno dei ricordi. Racconta del significato di quella partita per la storia dello sport e per i singoli che l’hanno vissuta, anche indirettamente, come lui che ci è stato catapultato dentro dalla casuale visione di un filmato d’archivio.

Il romanzo regala quadri successivi e connessi in cui i protagonisti somigliano ai personaggi ritratti da Hopper, che tanta parte ha nella storia, siano essi i genitori dell’autore, la fidanzata di Belov e il loro gatto, Dino Meneghin al campetto di Cisternino, un Joyce in là con gli anni sulle tracce della medaglia mai ritirata o un ragazzo che vive il miglior momento della vita prendendo i rimbalzi di un campione olimpico in una sessione di tiro. Si dice della strage di Monaco ’72, degli undici atleti israeliani morti nell’attacco terroristico di Settembre Nero, si dice dello sport che torna velocemente a un’apparente normalità per permettere la partita che vede opposte le due superpotenze di sempre e si racconta anche di quell’altro scontro che si consumò davanti a una scacchiera, con Fischer e Spasskij a rappresentare le due metà di un mondo diviso dalla Guerra Fredda.

Si dice di come vedi il mondo da bambino, del rapporto tra genitori e figli, di come va la vita oltre quel che puoi immaginare. Si dice dei sogni e dei progetti che si hanno da bambini e li si guarda alla luce di quel che succede dopo, sintetizzando la crescita e lo scollamento derivato in questo modo: “Suppongo che tutti i bambini coltivino progetti troppo ambiziosi perché si possano tradurre in realtà.Poi, man mano che la loro statura aumenta, si espandono anche la consapevolezza, la capacità di accontentarsi e di accettare quello che viene. Questo fenomeno prende il nome di crescita, una definizione perlomeno bizzarra dal momento che viene utilizzata per descrivere il suo esatto opposto, il progressivo ridimensionamento di ciò che ciascuno di noi si aspetta di ottenere nella vita”. Quel meccanismo di difesa che si mette in atto riducendo l’asticella delle aspettative, lasciandosi alle spalle i grandiosi sogni progetti per la propria vita adulta può incepparsi perché succede qualcosa che ti fa pensare a quanto ci credessi davvero, alla persona che davvero avresti voluto diventare.

Anche questo romanzo cresce nel suo andamento narrativo, ma non riduce le aspettative; crea anzi intorno al lettore una sorta di vortice, una spirale che cattura e che dovrebbe – secondo le stereotipate attese – culminare nella descrizione dei tre minuti finali della famosa partita. Invece no, scarta anche lui, come a volte scarta dalla mediocre linea della vita chi si ricorda dei propri progetti e riparte in quella direzione. Allora il lettore scopre che la spirale della storia lo porta ben al di là della cronaca sportiva, a comprendere cosa ci sia intorno e prima e dopo a quel che i filmati olimpici hanno consegnato alla storia, e come tre secondi in più segnino le vite di chi li sta vivendo e persino di chi ancora non c’è.

Il sito dell’autore. L’illustrazione di copertina è di Emiliano Ponzi.

Emiliano Poddi, Le vittorie imperfette, Feltrinelli 2016, 291 p., euro 17, ebook euro 9,99

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Il numero 5

25 Ago

4643-Sovra.inddQuando ti arrivano gli inediti da leggere prima della riunione di giuria di un premio, è inevitabile chiedersi chi c’è dietro le parole che stai leggendo. Identifichi piccoli vezzi, ritorni nella scrittura, similitudini e provi a indovinare chi abbia pensato a quella storia e quanto di suo, della sua vita e dei propri interessi ci sia nel mondo che ha inventato. Poi ti trovi con gli altri giurati a scambiare pareri e opinioni, a scegliere e quella scelta fa nascere un libro che ti diverti poi a proporre in lettura ai ragazzi per vedere cosa ne pensano loro e se, bene o male, coincide almeno un po’ con quel che ne hai pensato tu. Lo scorso autunno un meccanismo del genere avveniva intorno ai testi finalisti del Premio Il Battello a Vapore ed è interessante a posteriori verificare quanto immaginato con i meccanismi che hanno prodotto la storia. Contiene in parte elementi autobiografici che si rifanno al vissuto dell’autore: siamo a Rimini, a inizio anni Ottanta, nel quartiere Barafonda dove l’autore è cresciuto e dove ha giocato a basket proprio come il protagonista. Nelle prime righe Micky cerca in ogni modo di trovare una scusa, una febbre improvvisa, un valido motivo per evitare la trasferta che porterà la sua squadra – la squadra ragazzi della Pallacanestro Rimini – a partecipare a Zara ad un torneo giovanile. Vorrebbe trascorrere il tempo delle vacanze di Pasqua in piena libertà con i suoi due amici, raccontandosi storie di paura, e invece la partenza è inevitabile; a complicare il tutto, e anche a mettere un pizzico di folle curiosità, nel protagonista c’è il pacco che il temuto bullo della scuola gli consegna con l’ordine di recapitarlo al ragazzo che indosserà la maglia numero 5 della Locomotiva Praga. Micky non vuole partire, ma non può evitare di sentirsi coinvolto in una sfida, proprio lui che trasforma in sfida ogni gesto, dall’evitare le foglie secche sul percorso della scuola fino a tirare su dalla tazza di caffellatte il biscotto prima che diventi poltiglia.

Il meccanismo narrativo – che riecheggia quello de Lo spacciatore di fumetti di Baccalario (Einaudi Ragazzi 2011, riproposto nel 2013 con nuova copertina) – permette di presentare una storia che grazie allo sport e ai protagonisti può catturare facilmente anche i lettori maschi e far scoprire una pagina di storia di certo a loro sconosciuta: si ispira infatti al vero baratto messo in piedi tra squadre russe e occidentali negli anni Settanta per aggirare la cortina di ferro e permettere ai russi di procacciarsi qualche prodotto americano, impossibile altrimenti da acquistare. Così il romanzo diventa finestra su quel che è stato, in tempi nemmeno troppo lontani ma di sicuro ignoti ai ragazzini che affrontano queste pagine.

Un’intervista all’autore. L’illustrazione di copertina è di Sarah Mazzetti.

Gabriele Nanni, Il numero 5, Piemme 2015, 147 p., euro 11, ebook euro 4,99

Una storia gigante

15 Mag

Bernardo Carpio è una figura leggendaria delle Filippine, un uomo gigante dalla forza paragonabile a quella di Ercole, che sconfisse con la gentilezza i preconcetti e le paure di chi gli viveva accanto e che salvò il villaggio di San Andres dallo scontro di due pareti di roccia durante un terremoto. Un figura mitica ed eroica, insomma. E soprattutto un gigante.

Anche Bernardo Hipolito è un gigante. Ha sedici anni, vive nelle Filippine ed è alto 2,50 metri. Gli abitanti del villaggio lo credono un eroe, ma la problematicità della sua altezza e le sue giunture scricchiolanti gli impediscono persino di giocare a basket, di cui è appassionato. Anche Amandolina, detta Andi, londinese tredicenne, va pazza per il basket: pur essendo bassa di statura, è un ottimo playmaker… peccato che nella sua nuova scuola, l’unica squadra di basket sia maschile. Bernardo e Andi sono fratelli. Hanno la stessa mamma, si sono visti una sola volta nella vita e ora finalmente avranno la possibilità di vivere insieme: Bernardo ha ottenuto tutti i documenti per trasferirsi in Gran Bretagna. L’impatto iniziale non è dei migliori: Bernardo è goffo, sviene nella metropolitana, allaga la casa tentando di riempire la vasca e si presenta improvvisamente al’allenamento di basket della sorella. Andi e Bernardo si studiano di sottecchi, cercando di andare al di là dell’incomprensione e della rabbia: sono due modi diversissimi ma parenti. Sarà la storia che Bernardo racconta a far capire a Andi quanto speciale sia il fratello: una storia impastata di magia e di credenze, di paure, di sensi di colpa e e di desiderio di vivere normalmente. Finché Andi giocherà una mitica partita nella squadra maschile, sarà sospesa dalla scuola, il fratello finirà in ospedale e il villaggio filippino sarà travolto da un terribile terremoto: ma un magico filo sottile terrà insieme tutti gli eventi.

Una storia a due voci, intensa e vera nella sua semplicità. Da far leggere, assolutamente.

Appena ho preso in mano questo libro, la copertina mi ha fatto sorridere. Mi ricordava un po’ Barack Obama sulla copertina azzurra di Rolling Stone nel marzo 2008, con Christine Lagarde che lo guarda da sotto in su (non ditemi che non è lei… è identica!) e Steve Jobs sullo sfondo… 🙂

Il blog dell’autrice. Il sito dedicato al libro e il booktrailer.

Candy Gourlay, Una storia gigante (trad. di Giordano Aterini e Claudia Manzolelli), Rizzoli 2012, 286 p., euro 14.