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Un giorno da criceto

2 Mag

Nel computo delle letture brevi, da poter condividere insieme o da proporre a lettori che cercano una storia a loro misura, illustrata entra questo racconto di Anne Fine, edito da Biancoenero sempre con la solita attenzione all’alta leggibilità, Non è solo la misura, il formato a essere interessante, ma anche il contenuto: una riflessione sul punto di vista e sul sapersi calare nei panni altrui. Il protagonista infatti vuole a tutti i costi un criceto, promette di prendersene cura, di farlo uscire dalla gabbietta, di occuparsene e protesta di fronte all’osservazione del padre: il bambino è comuque assente per 7 ore al giorno da casa, il tempo in cui sta a scuola. Per fargli capire come possono essere lunghe sette ore rinchiusi nel medesimo luogo, il papà stringe un patto col bambino: faranno un esperimento in cui lui, con una bottiglia d’acqua, il piatto piano e tre giocattoli scelti dovrà rimanere nella stanza proprio per le sette ore di un itnerminabile pomeriggio. Inutile dire che il tempo passa troppo lentamente, che presto si esaurisce anche la fantasia e che le sagge decisioni rimano con libertà e possibilità di scegliere.

Le illustrazioni sono di Stefania Arcieri, in arte Les Oies.

Bella scelta dell’editore che propone racconti brevi e illustrati di autori importanti, come già fatto con Philippa Pearce e Un fantasma in soffitta.

Anne Fine – ill. Stefania Arcieri, Un giorno da criceto (trad. di Leonardo Sorrentino), Biancoenero 2019, 42 p., euro 8

La prima volta

2 Nov

More about La prima voltaScrollo le spalle. “è quel genere di storia. Certe parole sono necessarie perché questa è vita vera, ma non si possono usare apertamente perché siamo troppo giovani per leggere nero su bianco quello che nella realtà già facciamo, capito?”

La prima volta. Sì, quella prima volta lì. Che dà il titolo a questo libro “quello con le mutande in copertina?”, come mi hanno chiesto in libreria. Sì, quello con le mutande in copertina insieme a una banana, ma – per dire – ci sono anche dei calzini sulla copertina… Questo libro è una raccolta di racconti di alcuni dei maggiori scrittori britannici per adolescenti che parlano della perdita della verginità a modo loro, senza moralismi, con parecchia ironia ma anche con spietato occhio sulla nuda realtà. Ci sono le voci di Melvin Burgess, Anne Fine, Keith Gray, Mary Hooper, Sophie McKenzie, Patrick Ness, Bali Rai e Jenny Valentine (e le sfumature dei loro otto diversi traduttori) che offrono differenti sguardi, punti di vista, conclusioni. Ci sono voci di maschi e di femmine; ci sono tentennamenti di adolescenti, saggezze di persone anziane, ricordi di prof, imbarazzi di genitori, vite da anni e Paesi lontani. Ci sono padri che fanno discorsi ai figli pretendendo per l’imbarazzo che questi ultimi non li guardino in faccia, ma si guardino i piedi. Ci sono ragazzi che si chiedono quale sia il plurale di “gay”, c’è il potere delle parole, la forza della poesia e anche i rovesci della medaglia (tipo quando ti rendi conto che forse, a giocarti la carta giusta, adesso usciresti tu – e non James – con Drew e che non avevi mai notato prima quanto lei fosse bella). C’è sesso e c’è amore, c’è silenzio e c’è attesa.  Ci sono  le differenze di età, le differenze di intenti, le differenze tra gli Eddy e i Danny. C’è quello che perdi. E quello che trovi. Perché è trovare il resto che è importante.

Uno dei racconti, quello scritto da Patrick Ness e da cui ho tratto la frase riportata qui in alto, è tutto strisciato di nero: ci sono parole, paroline, parolacce e intere frasi cancellate, nascoste dietro spessi tratti neri che stanno a significare proprio quel che dice il protagonista: che certe parole non si possono usare, perché provocano imbarazzo negli altri o negli adulti che ci stanno intorno, che ci vedono leggere questo libro o acquistarlo o prenderlo in prestito. Il che mi ha ricordato una sensazione già vissuta: così sono andata sull’opac SBN e ho contato in quante biblioteche civiche italiane fosse presente al prestito “Il chiodo fisso” di Burgess, pubblicato per Mondadori nel 2005:  sono 112. Ogni volta che incontro qualcuno che pensa che quel libro non sia da proporre ai ragazzi, che l’autore l’abbia scritto per vendere dato l’argomento, mi chiedo se l’ha letto fino in fondo. Se ha dato ascolto alle diverse voci dei differenti ragazzi e ragazze che ci sono in quelle pagine, se si ricorda i pensieri, le paure, i tentennamenti di quell’età. Perché quel libro, come questo, è un libro necessario (tanto per riprendere la voce del protagonista di cui sopra). Perché questa è vita vera. Quando è buffa, quando è drammatica, quando è diversa da come ce la aspettavamo. Nel peggio, ma anche nel meglio… Facciamo che tra un anno vado a contare quante biblioteche pubbliche hanno a scaffale “La prima volta”…

La prima volta, a cura di Keith Gray, Rizzoli 2011, 250 p., euro 12,90