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Steccolina in Felicilandia

21 Feb

Nuovamente una bella misura da leggere a voce alta: un’avventura sospesa tra realtà e mondo onirico in un albo illustrato , un racconto lungo che si presta appunto ad essere condiviso. Un racconto prima della buonanotte, quello che Julia fa al suo bambino Daniel partendo dall’anello con una grande perla che porta al dito. Racconto di quando, bambina, scompare Tomek, il fratello maggiore, e di come – complice una scivolata su uno slittino rosso nuovo fiammante – lei sia finita in una galleria di ghiaccio e sia riuscito a trovarlo e a portarlo a casa. Finisce infatti in un regno in cui gli insetti sono enormi (o è forse lei ad essere minuscola?)  e parlano: è Felicilandia, un posto dove ci si diverte dal mattino alla sera, come le spiega il signor Jacobi, coleottero in marsina e cravattino, che scambia volentieri le lettere delle parole per infilarne altre nelle frasi. Ma lì c’è anche il granchio, che ogni anno esige un nuovo bambino da aggiungere alla schiera che già raccoglie perle per lui.

Sono belli gli insetti e le piante disegnate da Emilia Dziubak, ma sono soprattutto le pagine a sfondo nero che fanno risaltare i colori, dando ancora più fascino al racconto di Martin Widmark.

Martin Widmark – ill. Emilia Dziubak, Steccolina in Felicilandia (trad. di Alessandro Storti), Atmosphere Libri 2019, 31 p., euro 16.

Maresi

25 Ott

maresiQuesto romanzo ha il pregio di calare, in un’ambientazione totalmente fantastica, temi di un’attualità sorprendente, riuscendo con concisione a suscitare nel lettore empatia e riflessione. La cronaca fatta in prima persona dalla tredicenne Maresi è la consapevole descrizione di quello che accade al Monastero Rosso nel diciannovesimo anno del mandato della trentunesima Superiora, una cronaca fedele e precisa dove chi scrive sa del valore di testimonianza che potrà avere.

Il Monastero Rosso sorge su un’isola abitata da sole donne dove si arriva per motivi più diversi: in una società dove nascere femmina è una condanna all’ignoranza e alla sottomissione perché saranno altri a decidere il tuo destino, la piccola isola costituisce un respiro di tolleranza e di visione differente della donna. Le ragazze che sono ospitate possono venire da famiglie che non sono in grado di mantenerle, essere malate o disabili oppure, in pochi inaspettati casi, far parte di una famiglia che vuole per loro la miglior istruzione e che ben sa che quello è l’unico luogo dove sia possibile ottenerla. Possono essere state allontanate dai propri genitori volontariamente come punizione o inviate lì come unica forma di salvezza dalla violenza a cui sarebbero invece naturalmente condannate. Molte di loro portano segni di violenza sul corpo, altre hanno subito o visto cose di cui non riescono a parlare. I ritmi del Monastero, la condivisione delle mansioni quotidiane, il prendersi cura delle più piccole: tutto contribuisce ad attutire la furia del mondo esterno, a placare, a guarire anche. Maresi inoltre ha la possibilità di accedere alla vasta e ricca biblioteca in cui soddisfa la propria curiosità e alimenta l’ulteriore desiderio di sapere. Ma proprio nell’anno di cui si narra arriva Jai, in fuga da un dramma familiare, inseguita e ricercata da uomini che non si faranno scrupolo di invadere l’isola: a questo punto, Maresi si trova di fronte a un’interrogativo importante: quando vale la vita ritirata sull’isola; quanto è invece necessario confrontarsi con il mondo esterno e viverlo?

Un romanzo che mette sulla pagina forti violenze e profonde domande, in un crescendo narrativo dal ritmo incalzante.

Il sito dell’autrice.

Maria Turtschaninoff, Maresi. Cronache del Monastero rosso (trad. di Alessandro Storti), Atmosphere Libri 2016, 154 p., euro 15

Mia mamma è un gorilla, e allora?

18 Mar

nilsson

Una storia lieve, che parla al cuore e che dice – nel suo surrealismo – dei pregiudizi, delle apparenze, dei preconcetti e della capacità di guardare oltre.

Janna ha nove anni e vive da sempre in un orfanotrofio, la cui direttrice la definisce un caso disperato, difficile da “piazzare” perché è sbadata, bruttina e affetta da una certa tendenza a dimenticarsi di lavarsi. Però la stessa direttrice, un attimo prima di un’ispezione che troverebbe un bambino in sovrannumero, non esita a lasciarla adottare da una gorilla dalle pessime maniere che si presenta su un’auto arrugginita. Per di più la gorilla abita in una discarica, commercia in rottami e vive nel disordine assoluto. E sceglie Janna, l’unica che non scappa al suo cospetto e i giorni successivi sono un addomesticarsi a vicenda; un imparare a svelarsi ma anche a leggere oltre il detto, nei gesti minimi; un diventare complici negli affari, nella lotta (la gorilla sta difendendo la sua terra da una speculazione edilizia del comune) e nel modo di prendere la vita. e persino nell’infrangere la legge e andarsene per stare bene, come nel finale.

Janna impara così che la gorilla sogna di avere una libreria ambulante, che è un’avida lettrice  che possiede ben tremilacentodue volumi (provate a stiparli in una roulotte!) e che il suo preferito è “Oliver Twist”. Ma anche che conosce le stelle-scimmia, che ha un posto del cuore che si adatta perfettamente alla sua schiena, che conosce bene lo stato d’animo di Janna, le sue speranze e il suo orfanotrofio. Questa gorilla insomma non è come gli altri (le altre persone, non gli altri gorilla); dice infatti la bambina che lei “non criticava le persone e non alzava la voce senza motivo. Era se stessa e io non volevo che cambiasse”.

Una storia dove si dice dell’importanza di avere un posto dove rifugiarsi (e della bellezza di condividerlo e regalarlo a qualcuno a cui tieni e che ne ha bisogno), delle cose che sono belle e valide quando le senti tue (anche quando si tratta dell’ordine in una stanza) e dove tutto si condensa in una riga: le cose non sono sempre come sembrano (e scusate se è poco).

Curiosità: avevo letto questo romanzo qualche anno fa nella traduzione francese dove c’era l’orphelinat des Mimosas; in italiano Janna vive all’Orfanotrofio Biancospino e allora mi è venuta la curiosità di quale fosse il fiore originale che dava il nome: è il tanaceto, che qualcuno potrebbe conoscere come “erba amara”.

Frida Nilsson, Mia mamma è un gorilla, e allora? (trad. di Alessandro Storti), Feltrinelli kids 2014, 140 p., euro 10, ebook euro 6,99