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Le streghe di Benevento

11 Lug

Quando ero piccola le streghe di Benevento stavano su una cartolina che mi affascinava molto e le janare hanno continuato ad avere lo stesso fascino nei racconti di Ischia. Mi piaceva l’idea di ingannare il loro tempo costringendole a contare fino al mattino, lasciando magari davanti alla porta di casa una scopa di saggina per tenerle impegnate e impedire loro di entrare. Chissà se hanno provato la stessa fascinazione anche gli autori quando hanno visitato il Sannio. Sta di fatto che ne è nata una serie che negli Stati Uniti è già al quinto volume e che racconta le avventure di cinque cugini nelle strade di Benevento nel 1820 alle prese appunto con streghe di ogni tipo. Già, perché quando a Benevento si dice “strega” non si intende mica la stereotipata figura son scopa e cappellaccio; chiunque può essere una Janara, maschio o femmina, si spalma un unguento sotto le ascelle e la trasformazione notturna è fatta; e poi ci sono fate, fantasmi, demoni, la Zucculara che insegue i bambini che attraversano la piazza del Teatro Romano, la Manalonga che cerca di rapirli.

Nella prima avventura, ecco i gemelli Emilio e Rosa: nella fattoria in cui abitano succedono strane cose, spariscono formaggi, gli attrezzi sono tutti sparsi per terra, Rosa ha mal di stomaco e prurito al naso: la bambina coinvolge gli amici per andare a chiedere aiuto a zia Pia, a cui tutti si rivolgono per incantesimi e pozioni. Lei vuole una formula magica che scacci la Janara che ritiene responsabile; il lettore si immerge così nella realtà della città e nelle sue tradizioni, visita di note l’albero delle streghe, impara formule magiche e incontra Amerigo Gambadilegno che è stato in America e conosce un certo segreto.

La storia è appassionante e permette di rifarsi all’epoca e di immaginare come fosse Benevento (e magari vi verrà voglia di visitarla); in più il formato e le illustrazioni di Sophie Blackall ne fanno una lettura adatta a lettori di 7/8 anni per i quali, come spesso diciamo, non è semplice trovare dei bei libri di qualità da proporre. Questo lo è; lo pubblica una giovane casa editrice di Cervinara (AV), Primavera, che propone albi illustrati e ora questa serie che arriva dagli Stati Uniti, ma che è ambientata molto vicino alla loro sede.

Una curiosità: vi ricordate di Madeline che arrivò in Italia tradotta da Roberto Piumini per la serie bianca de Il Battello a vapore e che poi passò sugli schermi? Le dodici educande del collegio parigino con la terribile piccola Madeline? L’autore, Ludwig Bemelmans, era il nonno di John che ha continuato nella sua scia confezionando per Madeline nuove avventure in giro per il mondo.

John Bemelmas Marciano – Sophie Blackall, Le streghe di Benevento. La stagione dei malefici (trad. di Alessandra Valtieri), Primavera 2018, 128 p., euro 13

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Un uomo a metà

20 Apr

La copertina vi dirà già quanto è azzeccata la scelta di Gemma O’Callaghan come illustratrice di questo testo breve di Morpurgo, come siano giusti i suoi colori, certe sequenze di piccole illustrazioni come in un fumetto, certe visioni laterali che permettono al lettore di osservare dall’alto o da lontano, come fosse spettatore prima e poi presente all’incontro vero tra Michael e il nonno. Sì, perché l’incontro tra i due avviene veramente solo quando, dodicenne, il ragazzo passa le vacanze da solo col nonno sulle isole Scilly, pescando, leggendo e ascoltando finalmente quello che non è mai stato detto ad alta voce: di come l’uomo, arruolato in Marina durante la Seconda Guerra Mondiale, fosse imbarcato su una nave colpita da un siluro e poi, salvato da un amico, fosse stato curato riportandone ferite gravi che ne hanno devastato il volto.

Per tutta la vita, il nonno di Michael si è sentito “a metà”, osservato come un mostro, e il nipotino ha sempre ricevuto la raccomandazione di non fissarlo. Tentare di guardare da un’altra parte è stata, per il breve tempo trascorso insieme nelle festività in famiglia, un’impresa molto più difficile e faticosa rispetto alla semplicità di quel che il bambino avrebbe voluto fare: poter guardare suo nonno e chiedere. Tenere nascoste le cose, specie quelle che sono evidenti a tutti, tentare di far finta di nulla è più faticoso e più doloroso; la capacità di guardare davvero, di vedere lo stato delle cose (di un volto in questo caso, ma anche della fatica a cui gli altri ti costringono) non è di tutti, ma c’è: il nonno l’ha conosciuta nei modi di essere e di fare dei medici e degli infermieri che lo hanno rimesso in sesto e lo hanno fatto sentire a posto e la ritrova nel ragazzino con cui finalmente può essere se stesso. Essere sé significa anche essere brutalmente onesto, rispetto al proprio dolore e a quello di chi gli stava accanto e dire insieme la rabbia, l’impotenza, la necessità di guardare comunque. Gli sguardi che restituiscono al nonno la dignità sono salvifici, proprio come il tocco e il canto con cui l’amico lo tiene sveglio mentre la scialuppa li porta in salvo dopo lo scoppio.

Morpurgo dà voce ai segnati dalla guerra, a chi è tornato ma appunto viene visto “a metà”, come già aveva fatto Boyne in Resta dove sei e poi vai.

Il sito di Morpurgo. E quello dell’illustratrice.

Michael Morpurgo – ill. Gemma O’Callaghan, Un uomo a metà (trad di Alessandra Valtieri), Lapis 2017, 64 p., euro 10

Mio padre è un orso polare

5 Gen

mio-padre-e-un-orso-polareUn racconto breve, da condividere anche in lettura ad alta voce, basato sull’esperienza di Morpurgo e del fratello quando videro per la prima volta il loro papà e lo videro in televisione. L’autore adatta la sua vicenda personale sui due protagonisti, Andrew che narra in prima persona e suo fratello maggiore Terry, una passione per il teatro e la recitazione. È proprio Terry a mostrare al fratello il proprio padre, in una fotografia scattata sul palcoscenico in cui interpreta un orso polare in “La regina delle nevi” e sarà sempre Terry a chiedere alla zia di accompagnarli per Natale a teatro e ad intrufolarsi nei camerini. In casa loro, l’argomento “papà” è tabù; la mamma non ne parla mai e loro portano sia il cognome del genitore naturale che quello del secondo marito della madre. I due ragazzi però non smettono di pensare al padre e non lo dimenticano, riuscendo a ritrovarlo, a vederlo a teatro e a stringere un legame più forte dell’oceano che li separa.

La delicata storia è accompagnata dalle illustrazioni di Felicita Sala che ne scandiscono i passaggi e regalano ulteriori aperture verso possibili riflessioni, come nella scena dell’ombra sul muro lungo il marciapiede.

Il sito di Morpurgo. Il blog di Felicita Sala.

Michael Morpurgo – ill. Felicita Sala, Mio padre è un orso polare (trad. di Alessandra Valtieri), Lapis 2016, 64 p., euro 10

Il coniglio di velluto

28 Gen

coniglio di velluto[Questo post è arrivato in redazione al ritorno dalla pausa natalizia, ma esce ora per motivi di spazio e tempi. Ecco il perché del suo inizio :-)]

Momento post natalizio, post frenesia consumistica che, inevitabilmente, coinvolge noi e i nostri bambini. Leggiamo questa “guida” come un interessante excursus sul concetto di gioco, bisogno essenziale, e i bisogni indotti, soddisfatti a tempo, con prodotti scadenti, sempre più inutili e tuttavia onnipresenti.

In questo libro, semplicemente, si ricorda quanto sia necessario tornare alla fantasia perché al bambino sia consentito di esprimersi in libertà. Di quanto una banale scatola di cartone possa condurre su sentieri inesplorati. Il libro è ricco di riferimenti letterari, a molti classici della letteratura per ragazzi, a molti albi illustrati, divenuti classici anch’essi. A proposito di scatole, appunto, ci viene ricordato l’album pubblicato alcuni anni fa da Kalandraka “Non è una scatola”, a proposito di orsi l’Otto di Tomi Ungerer. Ci sono il cavallino di Majakovskij, Elmer e il Gruffalò; poi Max e i suo mostri selvaggi a testimoniare l’alto valore, non solo letterario, del gioco simbolico.

Si ha voglia di rileggere “Il mio letto è una nave” di Stevenson (Motta junior), libro di poesie e filo conduttore di una ricerca che riporta il bambino al centro delle proprie scelte, ludiche ma anche estetiche.

Viene dato spazio al gioco all’aria aperta e alla dimensione avventurosa, a quel pizzico di imprevisto che rende omaggio a Robinson, alla dimensione pratica, all’idea che l’esperienza diretta delle cose comporti per il bambino una riflessione su se stesso e su se stesso nel futuro.

La prima parte si conclude riproponendo la riflessione di Konrad von Lange che ne “L’educazione artistica della gioventù tedesca” sosteneva come vi fossero stretti collegamenti  tra il processo creativo dell’artista, la capacità dell’individuo di godere di un’opera d’arte e il gioco di fantasia del bambino, di cui egli è, nello stesso tempo, creatore e fruitore. Nonostante il libro sia stato scritto alla fine del XIX secolo emerge, come una necessità etica, il diritto dei bambini al bello, a godere di giocattoli, pochi, essenziali, ma esteticamente validi.

La seconda parte del libro invece, dopo aver presentato alcuni produttori, lascia spazio alle suggestioni di Manuela Trinci, Emilia Ficarelli, Grazia Gotti e all’intervista condotta da Francesco Desideri e Marella Terrusi a Roberto Farnè.

L’intervento di Manuela Trinci, psicologa ed esperta di libri per bambini, è davvero interessante e si muove tra citazioni di Benjamin e suggestioni personali, lungo il filo della memoria di giochi improvvisati e di giocattoli nati come objet trouvé. Interessanti spunti, tutti da approfondire, riguardano la bambola e il suo significato simbolico. Emilia Ficarelli ci racconta la nascita e la vita attuale del Castello dei Ragazzi di Carpi, luogo dove convivono, pur su due piani distinti, biblioteca e ludoteca e dove il bambino è letteralmente immerso nella bellezza.

Il libro si conclude con un ricco apparato bibliografico sul tema del gioco e con riferimenti ai musei e alle raccolte in ambito internazionale.

L’autrice si occupa di giocattoli per Hoffmann a Bologna.

Alessandra Valtieri, Il coniglio di velluto: guida narrata a giochi e giocattoli da 0 a 6 anni, Giunti, 2016, 176 p., euro 12, ebook euro 6,99