Tag Archives: adozione

Per sempre o per molto molto tempo

28 Ago

Anche quando si cerca di evitare di incasellare un libro dentro specifiche categorie, ci sono comunque casi in cui è impossibile non farlo. Indubbiamente questo è un romanzo che parla di affido e adozione e della difficoltà di trovare un senso alla parola famiglia, ma anche alla propria nascita se non si hanno ricordi specifici al di là di poche immagini confuse. È anche un romanzo su una ragazzina che non riesce ad esprimersi come vorrebbe, che è bravissima con la matematica e con il conforto dei numeri e dei risultati esatti e che è convinta di non essere nata. Ecco, voi lettori invece prendetelo come un viaggio.

I viaggiatori sono Flora e Julian, sorella e fratello separati da un solo anno di età, che – dopo anni passati tra diverse famiglie affidatarie – sono stati adottati da Emily e vivono in una casa dove l’amore di una mamma sarà “per sempre”. Eppure Flora non riesce a dire quello che prova e Julian nasconde ancora cibo nell’armadio e insieme continuano a pensare a nuove teorie che spieghino la loro venuta al mondo. Queste teorie sono una parte molto bella e poetica del romanzo; i tentativi di spiegare che non sono stati partoriti (non hanno ricordi e non ci sono fotografie di loro neonati) danno vita a suggestioni incredibili, come l’idea di essere spuntati dall’orizzonte e o di venire dai granchi e quindi di essere fatti di sostanza buona però protetta da un guscio: bisogna faticare un po’ per raggiungerla!

Poi c’è il viaggio: quando vengono a sapere che arriverà in famiglia un nuovo bambino e quando Elena, la figlia del loro papà, comincia a marcare la differenza definendosi “sorellastra”, Flora e Julian partono insieme ad Emily per una vacanza nel Maryland in cui, in realtà, si metteranno sulle tracce delle case e della famiglie che li hanno sopitati. Daranno così un motivo a certi loro comportamenti di oggi, riusciranno a rievocare nuovi ricordi, a scoprire come sono andate le cose e a costruire la loro storia e il loro concetto di famiglia.

Il sito dell’autrice. L’illustrazione di copertina è di Jay Fleck.

Caela Carter, Per sempre o per molto, molto tempo (trad di Simona Mambrini), Mondadori 2017, 332 p., euro 17, ebook euro 8,99

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Il richiamo della palude

29 Nov

richiamo-della-paludeBoris viene ritrovato vicino alla palude da un uomo e una donna che, non potendo avere figli, lo adottano e lo crescono, senza badare alle branchie, all’aspetto , alle differenze che ci possono essere. Boris cresce, impara cose, vive avventure e poi un giorno sente nostalgia; il vento porta un odore salmastro che sa di conosciuto e l’odore suscita domande: come sarebbe stato rimanere nella palude? Perché non lo hanno lasciato lì. Allora Boris parte seguendo la traccia profumata, fino a immergersi nella palude e a ridere insieme a chi gli somiglia, nell’aspetto fisico e nelle cose che piacciono. Questa è la sua famiglia? Oppure è quella in cui è cresciuto, di cui pian piano comincia a sentire mancanza?

Quanta somiglianza ci deve essere con le persone per voler loro bene? Quanto bene sta nel somigliarsi e quanto invece nell’amore incondizionato, che non chiede, che non fa paragoni, che supporta sussurrando felicità per la tua felicità?

Un testo che parla del voler bene, del senso di casa e di famiglia, del sentirsi davvero se stessi, delle legittime domande che ciascuno di noi affronta mentre cresce. Un albo in cui le immagini di Marco Somà, ricche come sempre di particolari, sfumature ed evocazioni, contribuiscono alla poesia, disegnando un mondo dove possiamo veder sotto la linea dell’acqua; un paesaggio autunnale di vento, foglie che volano e cieli lividi, dove i sussurri di speranza aiutano a far crescere radici: quelle salde del riconoscersi se stessi, di trovare propria forma e proprio posto; le radici di ognuno di noi, ben piantate nella certezza che c’è chi ci vede come siamo davvero e che di noi, di noi veri, è fiero.

Il sito di Davide Calì. Il blog di Marco Somà.

Davide Calì & Marco Somà, Il richiamo della palude, Kite 2016, 32 p., euro 16

Il mondo fino a 7

2 Feb

mondo 7

Per dodici anni della sua vita, Willow ha osservato il mondo secondo i parametri delle sue due ossessioni, le malattie e patologie varie e le piante; ha vissuto in una famiglia colorata (due genitori “bianchi da sembrare quasi blu” e una bambina di colore adottata); ha creato una grande orto-giardino sul retro di casa nonostante la valle della California in cui abita abbia un clima desertico; non si è mai fatta un amico. Secondo le valutazioni fatte, è “altamente dotata” e ha un q.i. fuori dalla norma, cosa che non l’aiuta a integrarsi a scuola, nemmeno nel nuovo istituto dove ha cominciato le medie. Anzi, la mandano dal consulente pedagogico pensando che abbia barato nel compilare alla perfezione il test di inglese. Proprio lì però, nell’ufficio sgangherato dell’altrettanto sgangherato Dell Duke, incontra due ragazzi di origine vietnamita che cambieranno la sua vita (tanto per spiegarvi com’è Willow: appena incontra Mai, impara in una settimana ottantacinque frasi in vietnamita per dimostrarle la felicità di esserle amica).

Il romanzo comincia in un momento cruciale della sua esistenza: il pomeriggio in cui i suoi genitori muoiono in un incidente stradale e lei si ritrova sola al mondo, senza parenti, incapace di pronunciare qualsiasi parola e anche di enumerare il mondo in base sette, suo numero preferito e sua ancora di salvezza. A lanciarle un salvagente è Mai, l’amica appena conosciuta, che finge di frequentarla da sempre e la trascina a casa sua: un garage vicino al locale dove la madre ha un centro di manicure e pedicure. L’energica signora Nguyen prende in mano la situazione, decisa a proteggere quella bambina che stila chiare e terribili liste delle sue necessità e della sua situazione di vita, a costo di barare nei confronti dei servizi sociali che si stanno occupando del caso; fino addirittura a trasformare la casa di Dell Duke in un luogo abitabile e trasferircisi per poter tenere Willow con sé. Willow fa bozzolo, si rintana nel silenzio ovattato di una poltrona della biblioteca, poi pian piano caccia fuori il naso. Del resto i suoi genitori le hanno lasciato in eredità il cognome Chance e vorrà pur dir qualcosa!

Questa storia dice di come va la vita, di come sia difficile affrontare un dolore. Osserva il mondo che ci circonda: persone – adolescenti a scuola o sul divano davanti alla tv; gente che non ha fiducia in se stessa; persone che sanno vedere gli altri – e natura, quella natura che stana la protagonista e le ricorda il ciclo della vita, la bellezza dei girasoli che crescono e fioriscono, la necessità di aver pazienza e dare ai semi il giusto tempo, il loro tempo. Dice anche di come uno stato provvisorio non lo sia più quando si prolunga nel tempo, di come ogni seme sia l’inizio di qualcosa e di come il coraggio a volte sia non una scelta, ma l’unica opzione possibile. Dice anche qualcosa di molto a tono con queste settimane: quando Willow ride insieme a Mai e a Quang-ha si rende conto di come la risata e le emozioni siano contagiose e così commenta: “Adesso so perché i comici sono importanti in una cultura”.

Willow è fuori dal coro, a tratti assurda e forse anche eccessiva ai limiti della pedanteria, ma nel contempo ha quella magia che la rende attrattiva come una calamita. Ci ricorda la Stragirl di Jerry Spinelli, la Mina di Almond, ma anche Calpurnia. Tutte questa protagoniste sono tanto, sono un “troppo” per molti inimmaginabile, ma dicono col loro modo di essere che tutto è possibile. Per il suo amore per la natura però è più vicina che mai ad un personaggio fondamentale della letteratura per ragazzi, Ida B. Andate in biblioteca e recuperate “Ida B. … e i suoi progetti per essere felice, evitare il disastro e (possibilmente) salvare il mondo” di Katherine Hannigan, edito da Fabbri nel 2005 e ormai fuori catalogo; poi leggete e siate felici.

Il sito dell’autrice. La traduzione a tratti, fatica un po’; peccato, ma nulla che rovini la piacevolezza di questa lettura e dell’incontro con Willow, a cui innegabilmente ci si affeziona.

Holly Goldberg Sloan, Il mondo fino a 7 (trad. di Loredana Baldinucci), Mondadori 2015, 372 p., euro 16, ebook euro 6,99

L’incantesimo della lupa

1 Ott

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In apertura di questo albo c’è un villaggio che sa di villages perchés abbarbicato al di là del ponte; le sue case hanno il sapore della Svizzera romancia ed ecco che fin dalle illustrazioni la storia vira verso i toni della leggenda.

Romane cammina controvento, stringendosi nel cappotto fuori misura e tutto toppe che le hanno rimediato in orfanotrofio, sola verso la scuola visto che la sua amica Lucie è malata. In quel giorno di tempo da lupi, fatto di freddo e neve, una lupa Romane la scorge davvero: è grigia e sta lì, proprio oltre il fiume. Ma non è la fame a spingerla vicino al villaggio, come pensa la bambina, bensì l’istinto materno: la sua piccola lupa nera è stata catturata e lei – che è una lupa-strega di più di trecento anni – detta al paese un calendario per la restituzione che deve avvenire prima che la colomba di ghiaccio si sciolga, pena la morte di Lucie. Si scopre così che è stato proprio il padre di Lucie a catturare la lupacchiotta e a farne una pelliccia, ormai inutile, per la sua bambina.

Per tre volte Momo, Luis e Romane cercano di incontrare la lupa ed ingannarla nel tentativo di salvare la loro compagna di classe. Romane porta addosso il cappotto di pelliccia e si esercita per lungo a muoversi, ad ululare, a rosicchiare legnetti, a saltare come fosse una vera lupacchiotta; l’immedesimazione è tale che diventa trasformazione riconosciuta dalla madre-lupa.

Il tentativo disperato di salvare l’amica e la certezza che qualcosa si possa comunque fare diventa in qualche modo un ritorno, alla foresta e alla famiglia dei lupi. Un ritorno sancito dalla mancanza di paura, dal sentirsi a proprio agio, come se Romane avesse trovato il suo posto esatto nel mondo. Quando si accorge che la mano è una zampa, la ragazzina sottolinea di essersi sforzata in ogni modo di avere paura, ma non c’era posto per terrore e spavento, solo per la leccata di tenerezza della lupa grigia che la invitava a seguirla.

Le illustrazioni a margine del racconto degli esercizi e della trasformazione danno la misura esatta dei piccoli passaggi che fanno di Romane, del suo corpo agile e della sua chioma nera, una lupacchiotta perfetta per la pelliccia che la avvolge.

Qui vedete la bellissima copertina dell’edizione originale…

Il sito dell’autrice e il suo blog. Il sito dell’illustratore. Un’anteprima del libro sul sito dell’editore.

Clémentine Beauvais – Antoine Déprez, L’incantesimo della lupa (trad. di Rita Della Rosa), Terre di Mezzo 2014, 48 p., euro 15

Nemmeno un giorno

25 Set

9788880338376

Scorrono le ore al posto dei titoli dei capitoli in questo romanzo che si gioca tra le 16,21 di una giornata e le 9,05 del mattino successivo. Poco tempo, tutto di corsa, per il monologo del tredicenne Leon, scappato di casa alla guida di un’auto nel tentativo di raggiungere la sua vera casa. Perché Leon è stato adottato da una coppia italiana e si sente fuori posto, anzi quasi senza un posto nella sua nuova scuola, tra i suoi coetanei; vorrebbe tornare alla sua casa di origine anche se la madre non c’è più, la sorella vive altrove e il padre non faceva altro che picchiarlo ogni volta che era ubriaco. Leon guida e racconta al cane nero che gli fa da compagno di strada la rabbia, la paura, la voglia di essere altrove. Poi i chilometri filano via e la rabbia in qualche modo svanisce, lasciandolo a chiedersi quando lo troveranno e come sia davvero quel padre adottivo e com’è davvero lui stesso.

In realtà il libro non raccoglie solo il monologo di Leon, ma ce lo fa vedere anche dall’esterno, grazie alle voci delle persone che incontra per strada, all’autogrill, oltre il finestrino di un’auto in corsa, e che si interrogano giustamente su quel ragazzo che ha l’aria troppo giovane per avere la patente.

Ogni capitolo si apre col titolo di una canzone: le tracce della playlist che Leon ascolta durante il viaggio. Così, sulla scorta di tanti altri romanzi più o meno recenti (l’ultima volta ne parlammo per Crystal della strada), anche in questa lettura potete costruirvi la colonna sonora: da Neil Youg a Eric Clapton, dagli AC/DC ai Pink Floyd passando per Lou Reed, i Queen, i Rolling Stones e ancora e ancora.

Il sito di Guido Sgardoli. Qualche notizia e un’intervista ad Antonio Ferrara.

Antonio Ferrara – Guido Sgardoli, Nemmeno un giorno, Il Castoro 2014, 140 p., euro 14,50

Mia mamma è un gorilla, e allora?

18 Mar

nilsson

Una storia lieve, che parla al cuore e che dice – nel suo surrealismo – dei pregiudizi, delle apparenze, dei preconcetti e della capacità di guardare oltre.

Janna ha nove anni e vive da sempre in un orfanotrofio, la cui direttrice la definisce un caso disperato, difficile da “piazzare” perché è sbadata, bruttina e affetta da una certa tendenza a dimenticarsi di lavarsi. Però la stessa direttrice, un attimo prima di un’ispezione che troverebbe un bambino in sovrannumero, non esita a lasciarla adottare da una gorilla dalle pessime maniere che si presenta su un’auto arrugginita. Per di più la gorilla abita in una discarica, commercia in rottami e vive nel disordine assoluto. E sceglie Janna, l’unica che non scappa al suo cospetto e i giorni successivi sono un addomesticarsi a vicenda; un imparare a svelarsi ma anche a leggere oltre il detto, nei gesti minimi; un diventare complici negli affari, nella lotta (la gorilla sta difendendo la sua terra da una speculazione edilizia del comune) e nel modo di prendere la vita. e persino nell’infrangere la legge e andarsene per stare bene, come nel finale.

Janna impara così che la gorilla sogna di avere una libreria ambulante, che è un’avida lettrice  che possiede ben tremilacentodue volumi (provate a stiparli in una roulotte!) e che il suo preferito è “Oliver Twist”. Ma anche che conosce le stelle-scimmia, che ha un posto del cuore che si adatta perfettamente alla sua schiena, che conosce bene lo stato d’animo di Janna, le sue speranze e il suo orfanotrofio. Questa gorilla insomma non è come gli altri (le altre persone, non gli altri gorilla); dice infatti la bambina che lei “non criticava le persone e non alzava la voce senza motivo. Era se stessa e io non volevo che cambiasse”.

Una storia dove si dice dell’importanza di avere un posto dove rifugiarsi (e della bellezza di condividerlo e regalarlo a qualcuno a cui tieni e che ne ha bisogno), delle cose che sono belle e valide quando le senti tue (anche quando si tratta dell’ordine in una stanza) e dove tutto si condensa in una riga: le cose non sono sempre come sembrano (e scusate se è poco).

Curiosità: avevo letto questo romanzo qualche anno fa nella traduzione francese dove c’era l’orphelinat des Mimosas; in italiano Janna vive all’Orfanotrofio Biancospino e allora mi è venuta la curiosità di quale fosse il fiore originale che dava il nome: è il tanaceto, che qualcuno potrebbe conoscere come “erba amara”.

Frida Nilsson, Mia mamma è un gorilla, e allora? (trad. di Alessandro Storti), Feltrinelli kids 2014, 140 p., euro 10, ebook euro 6,99

Da oggi sono felice

10 Dic

weeksFino ad allora non mi ero mai chiesta se di punto in bianco la bomba a orologeria nascosta nelle mie viscere sarebbe esplosa. Il giorno del diploma di quinta elementare ebbi chiaro che le cose semplici non esistono.

Annunciato da mesi col titolo “Ubriaca di nascita”, ecco l’ultimo libro di Sarah Weeks, edito in Italia da Beisler con un titolo forse più felice per il pubblico, anche se effettivamente Verbena, la protagonista undicenne, soffre di un lieve ritardo e di alcuni difetti fisici proprio per la costante ubriachezza della madre in gravidanza.

Verbena sta crescendo, dentro di lei qualcosa ruggisce e a volte le fa paura: paura di se stessa, paura del suo nuovo modo di essere, paura delle rispostacce che dà alla mamma, dell’allontanamento della sua migliore amica. Le cose non migliorano certo quando Verbena scopre che i suoi lievi difetti derivano dal fatto di essere figlia non di quelli che ha sempre creduto essere i suoi genitori, ma degli zii di cui ha sentito parlare in storie sussurrate in famiglia e in paese. Gli indizi per capire c’erano tutti, ma lei non li aveva mai guardati prima. Allora tutto il suo quotidiano le dà ancora più fastidio, soprattutto il fatto che per sua madre lei sia sempre la figlia perfetta (un’accezione tutta materna di “perfetta”, direbbe Verbena e qui ci sarebbe da imparentarsi col Barnaby Brocket di Boyne recensito qualche giorno fa qui e fare un ritratto di genitori vari, quelli che ti vogliono, quelli che non ti vogliono, quelli che devi sembrare perfetto comunque, quelli che – evviva – vai bene così come sei). Finché in una giornata di ribellione non incontra Pulce, bambino arrivato in vacanza, convinto che lei sia un fantasma, allergico a qualsiasi cosa si possa immaginare. L’avventura più grande sembra quella di rimettere a posto una vecchia barca e allontanarsi sul lago senza che nessuno lo sappia. E dire che nessuno dei due ragazzini sa nuotare…

Il sito di Sarah Weeks, di cui Beisler ha già pubblicato qualche anno fa “La ragazza Chissachì” e “il ragazzo che non mangiava le ciliegie”: se non li conoscete, cercateli subito!

Sarah Weeks, Da oggi sono felice (trad. di Chiara Belliti), Beisler 2012, 166 p., euro 11,80

Di mamma ce n’è una sola?

25 Lug

Due bambine, Allegra e Fatima, parlano in parallelo delle loro mamme che sono bellissime, super, in gamba pur essendo così diverse: nel lavoro che fanno, nel modo in cui preparano la colazione, persino nel modo in cui sgommano in macchina. Martina è uscita dalla pancia della sua mamma, Fatima e la sua invece si sono adottate: ci possono essere anche due mamme. Il loro compagno di giochi viene da una provetta e per un po’ è cresciuto in quella strana astronave che è l’incubatrice. Insomma, non c’è un solo modo di nascere: in compenso, come spiega Mario il Temerario (evidentemente il So-Tutto-Io dei giardinetti, visto che è un po’ più grande degli altri) la mamma è comunque una sola. Quella che scaccia la paura del buio, che ti cura quando hai la febbre, che ti tiene ogni giorno nel tuo cuore per sempre.

Colorate illustrazioni di Francesca Cavallaro dove la bambina Allegra si arrabbia perché non capisce che di pancia sì ce n’è una sola, ma di modi per venire al mondo ce ne sono diversi. Per dire che la mamma è sempre la mamma, e non importa se la tua pelle ha un colore diverso dalla sua. Anche se, diciamo noi, anche i papà scacciano la paura del buio, stanno svegli vicino a te quando la febbre ti tormenta… ok, oggi un 3×2: a seguire, post di libri sui papà, per par condicio 😉

Il sito di Isabella Paglia e il suo blog. Il sito di Francesca Cavallaro.

Isabella Paglia – ill. Francesca Cavallaro, Di mamma ce n’è una sola, Fatatrac 2012, 32 p., euro 13,90