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Finché siamo vivi

19 Lug

bondouxAnne-Laure Bondoux ha abituato i suoi lettori alla sospensione del tempo narrativo: “Le lacrime dell’assassino” ad esempio avrebbe potuto – se non per qualche minimo particolare – essere ambientato in qualsiasi epoca storica; questo nuovo romanzo narra di avvenimenti che si potrebbero definire reali senza dar loro una collocazione precisa nel tempo e intrecciandoli con elementi magici. In questo modo l’autrice crea delle narrazioni che si prestano al vero senso del narrare (sembrano in qualche modo storie che vengono da un altro tempo, perfette per essere dette ad alta voce, per essere condivise, per lasciare un segno) e che veicolano, attraverso la poesia della parola, temi essenziali che attraversano la storia degli uomini.

Nella struttura circolare di questo romanzo trovano posto infatti la potenza dell’amore, la forza dell’accoglienza, ma anche il potere distruttivo della guerra e dei piccoli dubbi che si insinuano e che diventano presto fuoco che brucia, come la diffidenza verso l’estraneo, verso lo straniero di cui non si conosce nulla e a cui è facile allora e quasi immediato attribuire colpe di disastri, di crisi, di tempi bui. Il fuoco è elemento portante della storia, la storia che comincia ai tempi della Fabbrica, unica rimasta in città, dove si produce incessantemente materiale bellico tra fragore e sudore. Lì entra, con andatura disinvolta, Bo, un fabbro che arriva da non si sa dove, e subito, improvviso scocca l’amore con Hama, operaia dal turno diverso. Basta un attimo per ricordare a chi lavora in fabbrica che il fuoco con cui hanno a che fare nei forni è lo stesso che può bruciare nelle vene; basta una giacca colorata su un monumento grigio a dire la gioia della vita. La tragedia è dietro l’angolo: lo scoppio della Fabbrica, Hama che perde le mani, i sospetti e le violenze degli abitanti: Bo e Hama sono costretti a partire e a vagare tra i boschi, fino ad incontrare una strana famiglia dove tutti i fratelli si chiamano secondo il loro numero d’ordine di apparizione al mondo, ultimi rimasti di un popolo a sua volta cacciato e inseguito. Nel loro mondo sotterraneo cresce Tsell, la figlia di Bo e Hama; nella loro fucina, Bo forgia mani di metallo per la moglie e un’intelaiatura per contenere le forme molteplici che la figlia proietta come ombra, un dono particolare, forse una maledizione; dalla loro casa, la famiglia parte per raggiungere una penisola dove crescere Tsell che nulla sa fino all’adolescenza, del passato: sarà ancora una volta la partenza e il percorrere a ritroso i passi dei genitori a farglielo scoprire, in una circolarità che ricorda i momenti decisivi della vita, e come andare avanti sia saper lasciare andare, sia in qualche modo perdere per acquistare, esattamente come avviene crescendo. Di come le ombre possano svelare, di come sia bello correre per il solo fatto di essere vivi, di come  voler bene davvero sia il numero più difficile e azzardato del mondo.

Confesso la mia passione per la scrittura di Anne-Laure Bondoux; ho letto questo romanzo in francese e devo dire che il lavoro di traduzione è ottimo, anche se ovviamente non è stato possibile mantenere il sottile gioco di parole che c’è tra Dodici, il personaggio che accoglie la venuta al mondo di Shell, che pur essendo uomo è “sage-femme”, che in francese significa ostetrica.

Il sito dell’autrice. La copertina è di Hélène Druvet, colorata rispetto all’originale che forse rendeva un po’ di più.

Anne-Laure Bondoux, Finché siamo vivi (trad. di Simona Brogli), Mondadori 2016, 313 p., euro 16, ebook euro 7,99

La città dei lupi blù

16 Mag

More about La città dei lupi bluC’era una volta una città in cui vivevano solo lupi blu, così blu che ci voleva l’accento sulla u per far capire quanto carico fosse il loro colore. In quella città tutto era blu, dalla pipì alla cravatta che tutti si mettevano uguale andando a lavorare; l’arcobaleno era tutto blu e così le tazze e tutto era ordinato e non esistevano sorprese ma solo monotonia e regole. Un giorno spuntò un lupo rosso, così rosso che per dirlo ti ci volevano due erre, aveva una bicicletta e sapeva fischiare: a zufolo, alla marinara, alla zingara, alla siciliana, alla malandrina, a foglia morta, da allenatore, a dito semplice, a dito doppio, senza dita, a fischio acuto, basso e contrabbasso, con ricciolo, con eco e senza eco, col vibrato e con lo schiocco (non è bellissimo già solo l’elenco?!!?). I lupi blu, che ovviamente non sapevano fischiare, scoprirono che nessun regolamento , nessuna norma, nessuna legge proibiva a un lupo rosso di fischiare e ben presto impararono anche loro quel gesto all’apparenza inutile. Pian piano cambiarono abitudini, dimenticarono il mal di stomaco, smisero di preoccuparsi del giorno dopo. Il lupo rrosso sparì veloce come era arrivato e un giorno comparve un lupo così giallo da volere tre elle, capace di fare capriole sorprendenti. Immaginate un po’…

Sapete chi mi ricorda questa storia? Mi ricorda tutte quelle persone che hanno deciso che la loro vita sarà così, che si può fare pipì solo nell’ora della pipì e che il lunedì devono sapere già cosa mangeranno la domenica dopo perché… perché le cose saranno così. Ecco, magari non hanno proprio la regola sulla pipì, ma il senso insomma è quello. Mi ricorda il mondo blu dove ci si adegua alle regole e alle aspettative della società e il mondo blu delle regole decise per sé. Mi ricorda anche il suono dei fischi improvvisi, magari sottili, magari sottovoce. Mi ricorda quanto è bello fischiare controcorrente, fischiare perché ti va, perché oggi è così e domani vedremo. Perché un colore diverso non è detto che stoni.

Ecco il sito di Marco Viale. Ecco il suo blog. E ancora qui.

Marco Viale, La città dei lupi blù, Edt Giralangolo 2012, 32 p., euro 13,50