L’isola del muto

29 Gen

Costruire una saga familiare non è sempre semplice; nonostante gli alberi genealogici iniziali di riferimento, non è da tutti mantenere una costruzione che non si incagli sul succedersi degli anni, ma tenga alta la fascinazione narrativa. Sgardoli ci riesce alla grande per almeno tre quarti del suo nuovo romanzo, grazie a una prosa che si presta alla lettura ad alta voce o a essere intesa, nella lettura solitaria, come il racconto che qualcuno sta facendo a te che sfogli le pagine. Ci sono immagini fortemente poetiche e frasi che avvolgono il lettore e lo immergono in un mondo distante, la Norvegia degli ultimi due secoli, di cui il libro ha il privilegio di svelare parti di storia sicuramente sconosciute ai più, come il movimento che appoggia l’indipendenza ideologica della nazione nonostante nell’Ottocento il suo passaggio alla Corona di Svezia e l’occupazione nazista.

Filo che lega il tutto lo scoglio infido e pericoloso che diventerà l’Isola del Muto, dopo la costruzione di un faro affidato alla cura di Arne Bjørneboe, nocchiere ustionato gravemente al volto in una battaglia tra un vascello britannico e una nave della flotta danese-norvegese nel 1812, che sceglie di non parlare più. Il ruolo di guardiano del faro lo salva dall’alcolismo e il matrimonio con l’unica persona che, ancora bambina, ha saputo guardare oltre le cicatrici ne segna la vita, nella felicità come nella durezza che nasce dal dolore. I suoi discendenti ereditano la funzione di guardiano del faro ed è attraverso alcuni di loro che l’autore ricostruisce in grandi capitoli le vicende della famiglia: chi parte, chi torna, chi scopre una famiglia di cui ha solo sentito raccontare, chi sceglie l’isola e chi la subisce. Sono donne e uomini di grande carattere, con aneliti di libertà che possono riflettersi nella natura che li circonda o nel tentativo di esprimersi altrove, nell’infrangere le regole come nel rifarsi a un’antica leggenda che vuole un tesoro nascosto sull’isola. Una storia di scelte e di sguardi, che dice dell’importanza dei nomi, della ricerca di se stessi, di come si ami non per i meriti, ma nonostante le colpe e di come tutto sia più facile di quanto sembri. Verso la fine, sull’isola si tiene una grande riunione di tutti i discendenti di Arne: ognuno citato con consorte e figli, in un intrico di nomi a cui può parere faticoso stare dietro; è probabilmente l’unico punto in cui la narrazione pare cedere, ma il lettore ha già avuto abbastanza storie di singoli per poter andare avanti tra le pagine, sostenuto dalle figure tratteggiate fino a quel punto.

Come già in The Frozen Boy, Sgardoli offre un romanzo che si presta a più piani di lettura e che diviene trasversale rispetto al pubblico di riferimento: ho sempre pensato che la storia del ragazzino riemerso dai ghiacci sotto gli occhi del ricercatore fosse un’ottima narrazione per parlare dell’importanza vitale delle seconde possibilità per chi le sa cogliere; anche qui, tra le righe, si intravede l’occasione per un’importante riflessione sulla vita, come sulla libertà e sul senso che si dà al proprio stare al mondo, adatta a un pubblico adulto che può far tesoro di questa lettura se non passa oltre pensandolo solo per giovani lettori.

L’illustrazione di copertina è di Cecilia Botta. L’autore presenta il suo libro in un video sul canale youtube dell’editore.

Guido Sgardoli, L’isola del muto, San Paolo 2018, 358 p., euro 18

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