La città che sussurrò

26 Gen

La_città_che_sussurrò Le illustrazioni di questo albo – disegnate con un tratto che pare perfetto per il fumetto – hanno toni scuri: blu e grigi che virano al nero, al verde, con qualche sprazzo di rosso qua e là. Sono toni che invitano alla cautela, al tenere bassa la voce aspettando quello che succederà nella pagina successiva. È bassa anche la voce della gran parte dei personaggi: solo i soldati con la svastica al braccio urlano per minacciare, intimidire, seminare il terrore. La ragazzina che porta per mano il lettore tra le pagine invece conosce l’arte e l’importanza del parlare a bassa voce, dell’usare poche parole, del far intendere con poco: sa che non bisogna mettere in pericolo quelli che a casa vengono chiamati “i nuovi amici” e che stanno in cantina, ma nel contempo sa anche che è importante non far sentire soli Carl e la sua mamma, poter dare loro del cibo e anche dei libri da leggere a lume di candela in attesa della loro partenza . Questo racconto celebra la fuga degli ottomila ebrei danesi quando i nazisti presero il potere nel 1943 ed in particolare quanto avvenuto a Gilleleje, piccolo villaggio di pescatori, dove un intero villaggio cospirò e respirò all’unisono, con tutta l’attenzione possibile per salvare circa 1700 ebrei, nascosti nelle case e poi indirizzati verso il porto, verso le barche che li avrebbero condotti fuori pericolo. Celebra così i tanti villaggi dove la popolazione unita seppe tessere reti nascoste d’aiuto e dove la salvezza di alcuni (tanti o pochi, a seconda dei casi e sovente della sorte) fu opera collettiva: sono tanti, sulle mie montagne in questi giorni ricordiamo ad esempio i gesti degli abitanti di Andonno, in Valle Gesso. La casa di Anett e della sua famiglia è un nido in cui si cova un segreto; un segreto sussurrato al fornaio, alla bibliotecaria, al contadino e a chi può dare un aiuto fidato; quando Anett dice che queste persone “accettarono di aiutarci e spargere la voce nel villaggio”, la voce si fa davvero tangibile: un sussurro che nella notte, di casa in casa, di tratto in tratto, diventa luce per permettere agli ebrei di trovare la strada per il porto. Oggi a Gilleleje ci sono delle pietre che ricordano i nomi degli ebrei che passarono e scamparono, così come in molti Paesi europei la memoria viene tramandata dalle pietre d’inciampo messe sui marciapiedi, davanti alle case, alle scuole. Un’altra pietra, un sasso a forma di cuore, sta nella tasca di Carl che lo ha raccolto durante l’ultima passeggiata sulla spiaggia insieme al padre: è il sasso che regala ad Anett chiedendole di ricordarsi sempre di lui. Scrisse Gabriele Romagnoli “Se in tasca avete una piccola pietra [rossa] offritela a chi può dare un senso alla vostra vita”… Il sito dell’autrice. Il blog dell’illustratore. Il booktrailer dell’albo. Jennifer Elvgren – ill. Fabio Santomauro, La città che sussurrò (trad. di Shulim Vogelmann), Giuntina 2015, 32 p., euro 15

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: