Guarda bene! (Le Letture all’ebookfest)

29 Ott

Tra giovedì e sabato appena scorsi, si è tenuto a Sanremo l’ebookfest. Al di là di argomenti e affluenza, sono stati giorni intensi di incontri e chiacchiere e scambi in un’informalità che va oltre le ingessature e le visioni corte che certi convegni e certi appuntamenti intorno a biblioteche o a letteratura per ragazzi continuano ad avere.

Qualche tempo fa, il designer Jasper Morrison raccontava di essenzialità e ironia e degli oggetti Super Normal a cui aspira (e che ha raccolto per una mostra), cioé quegli oggetti che sono nel quotidiano, che si usano quasi senza farci caso, che dà piacere utilizzare e che rimpiangeremmo se andassero perduti. Ecco, per me questi giorni e questi incontri sono un Super Normal Object come lo intende lui: quel che ti fa vivere bene, ti fa venire in testa nuove idee senza starci troppo a pensare, ti dà un quotidiano costruttivo e leggero nel senso migliore del termine.

Giovedì, ad aprire le sessioni dedicate alle biblioteche, un esperimento narrativo (a sentir in giro di grande effetto) con quattro narrazioni differenti sul futuro delle biblioteche e della lettura. Quella di Fabrizio Venerandi di Quintadicopertina la potete gustare qui. In attesa dei video che vi riproporranno Andrea Zanni, Enrico Francese e la mia voce, quella qui sotto è la mia narrazione.

Guarda bene, non è un lupo
Da un suggerimento clinico di Genèvieve Patte, un augurio (forse troppo lirico) per andare oltre luoghi comuni e stereotipi.

Il dottor Winkler guardò fuori dalla finestra. Era una bella giornata d’autunno, ancora calda. Una di quelle giornate in cui ti scopri a chiederti se per caso l’inverno, con le sue piogge, il freddo pungente, l’odore della neve in arrivo, non si sia dimenticato del suo appuntamento. Si annunciava del resto anche un inverno “caldo” date le condizioni del Paese. In tv, in rete, sui giornali si urlava, si discuteva, si dibatteva. Nella sala d’aspetto del suo studio anche, per quanto gli scontri politici e il prezzo della benzina fossero argomenti che si mescolavano spesso ai luoghi comuni sul tempo, allo stato dei lavori della nuova circonvallazione, al tracollo finanziario del geometra che– lo dicevano tutti, signora – viveva al di sopra delle sue possibilità.
Quel pomeriggio gli erano sfilate davanti un’ernia da operare, la prescrizione di qualche esame di routine, la compilazione di un certificato di buona salute e poi lei. Si era seduta sulla sedia esattamente di fronte a lui e sembrava non sapere da che parte iniziare. Chiunque conoscesse Madama Biblioteca sapeva che non era da lei.

Soggetto coriaceo dietro mite apparenza, risposta sempre pronta e mai gridata, apparteneva ad una delle famiglie più antiche del Paese, i cui vari rami vantavano esponenti di fama, benefattori vari, qualche eccentrico e alcune pecore nere come si comanda in ogni stirpe che si rispetti. Si annoveravano alcuni cardinali, qualche vescovo, dei principi, un sospetto carbonaro cervello in fuga ante litteram,  signore a cavallo, silenziosi e solitari impiegati di provincia, qualche apparizione cinematografica, qualche alter ego di carta e persino un lontano parente che caracolla negli ultimi anni tra le montagne della Colombia dove, in compagnia di due asini, distribuisce libri nei villaggi più remoti.
Già, libri, perché di questo la famiglia di Madama Biblioteca si occupa da sempre. “Informazione, prego” puntualizza lei ogni volta, correggendo persino lo stesso medico quando, ai tempi del loro primo incontro, le aveva voluto far sapere che conosceva la situazione, a cui a volte guardava con perplessità confrontandola con quella della sua nazione d’origine. “Ci occupiamo di soddisfare bisogni informativi e sosteniamo la lettura, in tutte le sue forme. Siamo in grado di offrire ogni tipo di informazione su qualsiasi supporto: sa, oggi, le nuove tecnologie…”
Non era facile agli allarmismi, la signora. Ricorreva alle cure mediche in caso di bisogno, per i piccoli malanni faceva da sé, ma a tratti le capitava di lasciarsi sopraffare dalla situazione  e allora – cosa che nessuno avrebbe sospettato – si presentava in studio sull’orlo della catastrofe. Chi avesse potuto sbirciare le note a suo nome redatte da Winkler avrebbe potuto scorrere un elenco di patologie che la signora aveva manifestato, quasi in lei ci fosse un nucleo più fragile, che prendeva il sopravvento in particolari momenti della vita.
In particolare, la signora aveva manifestato nel corso degli anni una certa propensione a:
– paralisi: sembrava che il suo cervello non riuscisse a comunicare, a farsi capire dagli arti, che fosse incapace di muoversi, bloccata dalla routine;
– addirittura un paventato blocco della crescita, un’improvvisa incapacità di evolversi, ferma nell’idea che “abbiam sempre fatto così” ed era stato necessario armarsi di santa ragione per farle accettare l’incalzare dei tempi;
– debolezza di spirito: una perdita di capacità decisionale che la portava ad imitare modelli, inseguendo alla cieca ricette e regole biblioteconomiche,  senza tener conto del contesto particolare ed ignorando la fantasia (“Madama Biblioteca, non dico la fantasia al potere, però suvvia…);
– cecità; si era presentata in studio vaneggiando di distacco della retina, cataratta traumatica e glaucoma cronico. In realtà al medico erano bastate poche domande per capire che la signora si fotteva di paura a guardare l’orizzonte al di là del proprio naso;
– crisi d’identità: crisi repentina, si sentiva assediata da scuole e ludoteche, non capiva più il suo ruolo, rifiutava di collaborare pur di non mettersi in discussione, si limitava a imitare funzioni e caratteristiche delle istituzioni che guardava con sospetto;
– fragilità della colonna verticale: quella volta andò di sua sponte da uno specialista e si presentò in studio con un bel busto chiamato burocrazia e con notevoli iniezioni di insano materialismo: l’essenziale era accontentarsi di avere un bell’edificio e una collezione bene in ordine. La colonna così costretta era in realtà debolissima e Winkler faticò non poco a rompere il guscio di gesso e cocciutaggine;
– agitazione febbrile sfociata in iperattività sfrenata: ovunque animazione e visibilità.
– stato ossessivo compulsivo: leggi alla voce statistiche;
– necessità di protesi: si era persuasa ad un certo punto di non poter andare avanti senza l’ausilio di sofisticati macchinari. Così le si erano atrofizzati i muscoli, non era più capace dei gesti più semplici, aveva rischiato persino di non sapersi più muovere per andare incontro agli altri;
infine anche un rischio di invalidità, tanto si era adagiata nel credere alle ricette di risultati facili e immediati.

Ogni volta Winkler sorrideva, la lasciava parlare, la ascoltava con attenzione  e poi partiva al contrattacco. Le ricordava le origini della sua famiglia, il lavoro fatto negli anni, gli entusiasmi e le iniziative silenziose ma non marginali. Le ricordava persino di quando aveva letteralmente osato andare fuori di sé, portando la sua attività in piazza, al parco, in piscina, al mercato. Le ricordava la capacità di rendersi conto della sfida  richiesta dalle nuove tecnologie, le battaglie per la libertà di leggere quel che si vuole.
“Ma non ora”. La voce di madama Biblioteca quel giorno era insieme triste e dura. “Una spesa superflua siamo diventati. Gridano che sono finiti i tempi della greppia da cui tutti mangiano e sostengono che ci salveranno i Grandi Eventi Culturali Integrati. E io con cosa lo pago il riscaldamento? E le attività , gli eventi, se non son manco sicura dello stipendio per i miei dipendenti?”.
Il dottore convenne: che i tempi erano quel che erano, le scelte politiche a dir poco infelici quando non addirittura oscene, la realtà dei fatti… una realtà dei fatti. Però. Però mica voleva arrendersi davanti a chi non sapeva vedere né valutare quel che garantisce una vera adeguata qualità di vita dei cittadini. Discussero per un po’, poi lui le disse: “Le prescrivo qualche vitamina e qualche incontro coi suoi colleghi per discutere e organizzarsi. Magari anche un viaggetto all’estero, di quelli che fa lei, non piangersi addosso su come lì si stia meglio, ma per riempire il suo taccuino di idee da copiare, adattare, migliorare”.
La signora sorrise a quel medico sempre così comprensivo, che aveva scelto di vivere in un Paese che a lei non pareva di certo migliore di quello in cui era nato. Era già sulla porta quando lui buttò lì: “E poi passi a far e un giro dalla sua figlia più piccola. Forse è un po’ che non ci va, le farebbe bene cambiare punto di vista”.
“Oh cielo – pensava Madama Biblioteca mentre un po’ controvoglia prendeva la direzione del parco – Punto di vista è una parola: là dentro c’è abbastanza di quel che va oltre le regole. Ecco, adattare: dici una cosa e subito la interpreta a suo modo, la scapestrata”.
Pur non avendone davvero l’intenzione, deviò verso la sezione ragazzi della biblioteca e salì i gradini all’ingresso. Notò i passeggini lasciati all’aperto perché, nonostante fosse stata sistemata una pedana per facilitare l’accesso ai disabili, dentro non c’era spazio a sufficienza per tutto. “Bisognerebbe trovare una soluzione” pensò e intanto strizzò gli occhi per attutire l’impatto: colori, disordine e un certo – come dire? – “rumore di sottofondo”? E poi quei libri coi simboli colorati sul dorso a seconda delle sezioni: farfalline, gufi con gli occhiali, barchette e ciao ciao Dewey.
Nella sala c’erano alcuni genitori seduti a chiacchierare mentre i loro bambini zompavano dentro le ceste dei cartonati; un gruppo di ragazzini faceva i compiti tra tavolo e postazione internet, un altro si sfidava in una gare alla console; un solitario sfogliava un e-reader, un altro passava in rassegna gli scaffali in cerca di ispirazione. Pensò alle sezioni più ampie, dove ogni fascia di età poteva avere uno spazio proprio, ma le sembrava che anche lì ognuno avesse ciò di cui necessitava.
“Guarda chi c’è!” l’apostrofò la figlia alle prese con una pila di libri e di materiale vario tanto alta che la teneva ferma tra le mani e il mento. “Domani laboratorio di arte con una classe. E il videoproiettore non vuol saperne di partire”.
“Vuoi una mano?”
“No, piuttosto guardati la nuova bibliografia con le proposte dei ragazzi. È appena arrivata dalla tipografia, per ora c’erano i soldi solo per 300 copie, ma almeno c’è”.
Madama Biblioteca prese un pieghevole dalla pila sul bancone e si sedette a lato dell’angolo morbido, anche lei su una delle seggiole a misura di infante, ma in disparte. Sul tappeto, spaparanzato su un cuscino a forma di fiore, un bambino di circa quattro anni sfogliava un cartonato con grandi finestre apribili. Dopo un po’, studiata la situazione, spinse il libro sotto gli occhi di Madama Biblioteca.
“È una storia di lupo. Che cos’è?”. Le pagine del libro avevano grandi alette da sollevare e al loro interno una piccola finestra che lasciava intravedere un particolare dell’illustrazione sottostante. “Ah, gli occhi del lupo, chiaramente” rispose lei al bambino che interrompeva la sua lettura. Quello la guardò con occhi ridenti  e aprì la finestra grande: sotto si nascondeva un pavone.
“E questo?”
“I denti del lupo e la sua lingua”. Era la corolla di un fiore. E così via: Madama Biblioteca indovinò solo il serpente che tentava di farsi passare per una corda. Uno su undici.
“Va bè – disse il bimbo – quando capisci, è più facile. Se guardi bene” e se ne andò.
Se guardi bene.
Madama Biblioteca ricordò allora una lezione del corso di biblioteconomia in cui il professore parlava della figura del bibliotecario nel cinema e nella letteratura e dei luoghi comuni annessi e connessi. Aveva citato un libro. Qualcosa a proposito di un magnate che assolda un investigatore per trovare la fidanzata , promettente poetessa sparita nel nulla. Indagando sulla giovinezza della ragazza nella sua città d’origine, l’uomo incontra la bibliotecaria che racconta delle passioni letterarie della giovane. Una bibliotecaria descritta secondo tutti i luoghi comuni del caso, con cui però, dopo alcune pagine, l’investigatore finisce a letto. Evidentemente la donna, lasciato il luogo di lavoro, aveva sciolto lo chignon, levato gli occhiali, accorciato le gonne, posato lo sguardo arcigno, cancellato le rughe, scosso la polvere, insomma subito una notevole trasformazione, oppure il protagonista aveva guardato meglio, oltre la prima occhiata.
Se guardi bene.
Si guardò attorno. Se cercava un posto da dove cominciare a pensare a come avrebbe dovuto essere la biblioteca pubblica del futuro, forse il medico aveva visto giusto. Un posto che badasse alle necessità dei suoi utenti (e sistemasse un fasciatoio in bagno e uno spazio per chiacchierare insieme), che sapesse adattarsi (farsi piccolo, farsi amico, farsi complice), un posto che proponesse attività e incontri ma lasciasse nello stesso tempo spazio al bisogno di stare da soli in pace a leggere, sfogliare, cercare. Un posto dove contassero le buone storie e le informazioni utili e non si disquisisse troppo sul loro formato, dove convivessero carta, video, file audio, app, e-book e autori e illustratori in visita in carne e ossa. Una biblioteca per ragazzi del resto è il primo tipo di biblioteca che incontra i nativi digitali… li vede in fasce: se non ci sa fare lei, sbagliando e riprovando, dove fare esercizio di comunicazione e convivenza?
Immaginava i bambini che frequentavano una delle biblioteche del Sistema: la pluriclasse di un paese a 1700mt s.m., dodici alunni della scuola primaria, i bambini dell’alta valle. La biblioteca era nello stesso edificio della scuola, ma durante i mesi invernali non era detto che il furgone che rinnovava la dotazione libraria arrivasse a destinazione, tanto meno il bibliobus. Potevi alzarti il mattino e scoprire che l’autista non sarebbe partito causa neve o ghiaccio. In quelle giornate l’unico collegamento al mondo esterno per la scuola arrivava attraverso la rete: non solo la lim da utilizzare durante la lezione, ma allora anche la possibilità che la biblioteca offrisse e-book, audiolibri, app da scaricare sui tablet. Erano bilingui quei bambini, solo le Alpi a separarli da un altro Paese; anzi, trilingui perché il loro dialetto era in realtà una delle lingue minoritarie riconosciute, impiegata nella normalità quotidiana come in alcuni momenti del tempo scolastico. Loro, ancora prima di tutti gli altri bambini, immaginava alle prese con la possibilità di scelta: non solo dei contenuti, ma anche del tipo di materiale e di supporto su cui usufruirne. In una biblioteca prossima alla scuola, ambienti diversi ma non separati, dove la capacità dei ragazzi di evitare gli stereotipi abbattesse anche tutte quelle polemiche inutili di cui ci si continuava a riempire la bocca, dove carta e musica e nuove tecnologie potessero essere alla pari. Dove non ci fossero solo “bibliotecari” in senso stretto (quelli usciti dalle scuole di biblioteconomia), ma dove finalmente ci fossero professionalità diverse che collaborassero insieme, chi con le competenze tecniche, chi con le competenze pedagogiche, ricordandosi della necessità di una biblioteca che sia competente in ragazzi, in materiali e in linguaggi con cui comunicare. E dove la biblioteca fosse ancora una volta un laboratorio di crescita dove imparare a scegliere, a esercitare la propria libertà, a confrontarsi; dove imparare a leggere nel senso più ampio del termine. La lettura di quel che ci passa davanti – sia esso una pagina di testo, un’immagine, una manifestazione artistica, una novità multimediale, una situazione – è uno strumento efficace ed insostituibile per affinare il proprio senso critico, oltre che per sviluppare conoscenze ed abilità: solo comprendendo appieno i messaggi che ha di fronte, analizzandoli e confrontandoli, ciascuno è in grado di esercitare la propria libertà.
Insomma, la biblioteca come una sorta di palestra di allenamento della capacità di stare al mondo.
Forse un po’ troppo poetico il discorso, avrebbe detto qualcuno, ma lei sapeva dove voleva andare a parare.
Bisognava portare chi teneva i cordoni della borsa, e non solo, a “guardare bene”. Bisognava guardare bene e saper scegliere. E rendersi conto che da certe sfide non ci si poteva esimere.
Si alzò per tornare a casa a riordinare le idee.
“Ti ho segnato un libro” le disse la figlia facendo cenno a un libro nero poggiato sul bancone e salutandola con un gesto del capo.
Un libro. Per bambini, ovviamente.
Più tardi, mentre ascoltava la notte appoggiata all’angolo della finestra, si ricordò di quel libro. Andò a cercarlo nella borsa; era una storia curiosa: due ragazzini che inseguono una misteriosa bibliotecaria, una biblioteca che racchiude al suo interno nello stesso tempo l’eredità del passato e la possibilità del futuro. Non male come proposito d’intenti…
Il segnalibro con gli orari della biblioteca era infilato a pagina 130. Lo sguardo le cadde al quarto capoverso.

Chi era quest’uomo? Perché era qui, e perché era così bello? Credo di aver pensato che forse si diventava belli (…) a leggere così tanti libri.

Sorrise divertita, a chiudere il cerchio della giornata. Forse i libri (e come i  libri, ogni incontro, ogni scambio, ogni forma di confronto e di scoperta) son come le carote: diceva sua mamma che fan belli gli occhi. Per saper guardare meglio, appunto.

Nota a margine
Il dottor Winkler è un per nulla velato omaggio a Martin Winkler e al suo libro “La malattia di Sachs” (Feltrinelli 1999) che fa sentire la voce del dottor Bruno Sachs, dalle spalle curve ma resistenti, infinitamente arrabbiato contro il modo tradizionale di esercitare la medicina, come fosse un potere del medico contro il paziente.
La lista delle malattie che una biblioteca rischia di contrarre è presa in prestito dall’elenco che  Geneviève Patte redige in “Laissez-les lire!” (Gallimard jeunesse 2012), di cui mi sono divertita a precisare sintomi e  caratteristiche.
Il biblioburro che vaga per la Colombia è quello di Luis Soriano, bibliotecario di frontiera, erede di tanti che l’hanno preceduto in singolari e fruttuose attività di promozione della lettura.
Il libro con le finestre che ingannano chi cerca il lupo è “Lupo lupo, ma ci sei?” di Giusi Quarenghi e Giulia Orecchia (Giunti 2003 e Giunti kids 2011), imperdibile per chi vuole giocare coi piccoli lettori.
Il libro in cui l’investigatore insegue la poetessa scomparsa è “La doppia vita di Sylvia West” di E. V. Cunningham (Garzanti 1960, diventato nel 1965 un film per la regia di Gordon Douglas) che per me, proprio come per Madama Biblioteca, è un semplice racconto dalla voce di un insegnante (nel mio caso, Giovanni Galli in un’aula del dipartimento di biblioteconomia dell’Università di Parma).
Il libro che la figlia presta a Madama Biblioteca è “Lilli de’ Libris e la biblioteca magica” di Jostein Gaarder e Klaus Hagerup  (Salani 2001).
Che le carote faccian venire gli occhi belli lo diceva la mia mamma per costringermi da piccola a mangiarle. Forse però non aveva tutti i torti…

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