Piccolo grande Uruguay

2 Feb

More about Piccolo grande UruguayStamattina non mi potevo muovere. Se anche avessi potuto farlo, avrei dovuto comunque aspettare la fine della mattina perché il gelo che fa il mondo incantato e immobile, quasi di zucchero, mordesse un po’ meno. Allora ho allungato la mano sul comodino per prendere un libro e fare un viaggio. Un libro a caso, ho deciso, sapendo che avrei fatto crollare la pila di quelli accumulati. Un libro a sorpresa perché non sapevo più quali titoli ci fossero. Potevo finire a New York, a Parigi con Gopnik, in Val Pellice con Willy Jervis o a spasso con Jallade. Invece la mano fortunata mi ha portata in Uruguay, con Alicia Baladan.

Ormai mi sono convinta che gli uruguaiani che amano i cani al punto da averne tutti uno, siano in verità dei gatti dotati di sette vite, ognuna delle quali ha conosciuto drammi incredibili o felicità irripetibili. I miei conterranei aprono e chiudono i capitoli delle loro esistenze come se fossero i protagonisti di un libro, e le ferite della vita rimangono loro sulla pelle, ma poi mai nello sguardo, sempre incontenibilmente entusiasta.

L’Uruguay degli anni della dittatura raccontati attraverso gli occhi dell’autrice bambina, raccontati attraverso gli occhi dei bambini che continuano i loro giochi, le loro scoperte, le loro amicizie nonostante lo stravolgimento del quotidiano. Il padre arrestato come sovversivo e portato in carcere a Montevideo, il passaggio dei militari in casa, la decisione della madre di trasferirsi nella capitale per essere più vicina al marito. Così Alicia e la mamma vanno ad abitare nella casa dei signori Cervantes e le giornate in compagnia di Claudia e Daniel diventano giochi di fantasia, osservazione delle formiche (e loro salvataggio sotto forma di offerta di cibo), musica, scuola. Ci sono le vacanze e i nonni e la famiglia e un compagno di classe che gira coi ferri da calza come fossero spade e fa a tutto spiano sciarpe e maglioni. Ma anche le trasmissioni televisive interrotte per ascoltare l’elenco di quel che è proibito fare, dire, pensare, il prolungato silenzio di baci quando suona la sirena che annuncia la fine delle visite in carcere, la bambina che ti bolla come “la figlia del sovversivo”, le partenze. E un sogno reale: una notte i bambini si alzano sentendo un rumore e seguono un’ombra armata di luce elettrica nel corridoio. La voce dell’ombra dice di chiamarsi Daniel e di essere un sogno, mangia la minestra in cucina al tavolo apparecchiato per uno e improvvisa un teatrino con le dita. Uno dei tanti ricercati che nel tentativo di espatriare venivano nascosti in casa costruisce, per un breve spazio notturno sospeso, un gioco di ombra e di sogno per i tre bambini.

Il blog di Alicia Baladan.

Alicia Baladan, Piccolo grande Uruguay, Topipittori 2011, Gli anni in tasca, 115 p., euro 10

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