I tre porcellini erano tre, due maschi e una femmina e un giorno i loro genitori decisero che “questa casa non è un albergo” e li mandarono nel mondo. Così, nel racconto di Giusi Quarenghi, la porcellina si guarda in giro, a differenza dei fratelli che si affrettano a mettere insieme lamiere, mattoni, tele e cartoni, fa un mucchio di materiale poco lontano e aspetta la notte. Un notte buia e senza stelle, tanto nera che nemmeno il lupo vede bene quel che fa: soffia sì come un uragano sulle case dei due primi fratellini, ma loro riescono a scappare verso il rifugio della sorella. Se la casa dei genitori aveva accanto un bell’orto ordinato in quadrati, se quelle dei fratelli erano improvvisati rifugi da week-end nei boschi (la seconda mi ricorda un po’ le cabanes di Saint-Jean-Le-Thomas, tra il bosco e l’oceano), la ragazza della situazione sceglie il cielo come soffitto e un fuoco caldo contro l’umido della notte. Il fuoco accesso non solo fa dormire bene, non solo tiene lontano il lupo, ma fa festa: si canta, si racconta, si ride, si accolgono quelli che passano di lì e si fermano per un po’. E quindi fa casa, nel senso antico del “fuoco” dei censimenti, di nucleo familiare riunito intorno a un focolare.
Il sito di Chiara Carrer. Dal blog dell’editore a proposito di questo albo.
Giusi Quarenghi – Chiara Carrer, I tre porcellini, Topipittori 2012, 32 p., euro 14


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