Io voglio collidere. Voglio scontrarmi con Shadow e lasciare che nell’urlo fuoriescano i nostri pensieri, per poi raccoglierli e scambiarceli come manciate di sassolini lucenti.
Lucy Derwish brucia nella prima pagina di questo romanzo. L’incendio che le corre sulla pelle e dentro i pensieri è la speranza di arrivare a tempo per vedere finalmente Shadow, il più originale e misterioso writer di Melbourne, che lavora in coppia con Poet: uno fa murales e l’altro ci mette i titoli, uno cerca l’azzurro giusto per il suo cielo, l’azzurro che squarci l’anima, e l’altro scrive poesie. Lucy è convinta che Shadow sia il ragazzo giusto per lei: perché lei perderebbe davvero la testa per uno che disegna ragazzi con cespugli al posto del cuore e ragazze che bradiscono tosaerba, perché con lui potrebbe parlare di arte e andare al cinema senza che qualcuno le metta le mani addosso al primo appuntamento come le è successo, perché lui capirebbe la sua passione per il vetro che sta imparando a modellare. Ma Lucy manca Shadow per cinque minuti. L’unica speranza di conoscerlo diventa allora la serata con Jazz e Daisy, diventa l’aggregarsi a Dylan, a Leo, a Ed (sì, proprio quello del fallito appuntamento di mesi prima) visto che Ed conosce Shadow. Nello spazio di una notte, storie di adolescenti che sognano, che raccontano, che nascondono, che si nascondono, che guardano spaesati il mondo e i loro genitori, che si cacciano nei guai perché a volte finirci dentro è l’unico modo per uscirne. Una notte in cui Lucy scoprirà che il primo disegno che Shadow ha fatto su un muro l’ha fatto proprio per lei. Come foto di adolescenti nelle notte, come quelle di Bill Henson che la professoressa J (uno degli adulti illuminati di questa storia) ha mostrato in classe (nel vederle – dice Ed – ho sentito che qualcuno aveva capito, che qualcuno aveva visto come ci sente, a essere pelle nuda che brilla nell’oscurità). Un libro a due voci che parla di arte, di quella che sta sui muri e di quella che sta nei libri, di quella che si guarda, di quella che si legge, di quella che si fa; della magia del vetro che diventa forma, delle forme che parlano di chi le ha create.
Lei mi dice che quest’auto sta andando nel deserto. Che non è così male, come posto. Che se guardassi bene vi vedrei segni di vita. Sono stanco di guardare. Voglio che le cose siano semplici. Voglio salire in una di quelle auto e andare da qualche parte, dove posso dipingere nell’etere in modo che le persone sappaino cosa sto pensando senza doverglielo dire. Si avvicina e anch’io mi avvicino e sono tornato a quel muro, a dipingere il fantasma nel vasetto di vetro. La sto sfiorando. Lei mi sorride e io sono perso. Mi dice che il furgone su cui siamo seduti era azzurro, in una vita precedente. Voglio crederci.
Questo è il blog dell’autrice di questo libro pluripremiato, di cui qui vedete il booktrailer italiano.
Cath Crowley, Graffiti Moon (trad. di Giovanna Scocchera e Valentina Zaffagnini), Mondadori Shout 2011, 217 p., euro 17.
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